50 anni fa il debutto di Riccardo Muti al Maggio Musicale. Ora ha diretto Macbeth. Un’attenzione religiosa. Poi il delirio

(di Carla Maria Casanova) Firenze. Macbeth. Muti. L’ordine delle parole è intercambiabile a piacere. Anzi forse potrebbe bastare Muti tout court, perché si tratta di una occasione un po’ speciale: i tre giorni di celebrazioni organizzati da Firenze nel nome di Riccardo Muti, che, in questo 2018, festeggia i 50 anni dal suo debutto al Maggio Musicale. Aveva 27 anni (non ancora compiuti). Arrivò per dirigere un concerto, con Sviatoslav Richter come solista. Fu un trionfo e Muti fu subito accettato con entusiasmo anche dall’orchestra. L’anno successivo, veniva nominato direttore musicale.
Non è qui il caso di ricordare (nemmeno a grandi linee) le tappe della carriera di Riccardo Muti (il programma di sala ne cita tutto il percorso con un saggio accuratissimo di Giovanni Vitali). Si sottolinea però il rapporto particolarissimo di grande collaborazione, vedi amore, creatosi tra Riccardo Muti e Firenze, la città, il pubblico, il teatro, l’istituzione musicale nei suoi 13 anni di direzione musicale e mai estinto, come provano questi festeggiamenti voluti dall’illuminato sovrintendente Cristiano Chiarot.
Arriviamo direttamente al “Macbeth”, l’opera verdiana che Muti ha scelto per celebrare il suo anniversario.
Già alla prova generale di lunedì, teatro stracolmo, si avevano avute significative anticipazioni di esultanza. L’indomani, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, era avvenuto l’incontro pubblico con il Maestro per la consegna del gonfalone della città per mano del sindaco Nardella.
Infine, ieri sera mercoledì 11, l’apertura ufficiale del LXXXI Maggio Musicale con Macbeth in forma di concerto. Terminato alle 23,53 ha avuto un prosieguo di applausi fino alle 0,09 (guardate che 16 minuti sono tanti), gratificati da un tipico fervorino mutiano: «Da anni cerco di riportare a Firenze le ossa di Luigi Cherubini, musicista illustrissimo definito da Beethoven “il più grande del suo tempo”. Ossa che al momento riposano, abbastanza neglette, nel celebre Père Lachaise di Parigi, dove Cherubini visse a lungo, divenne direttore del Conservatorio e compose la maggior parte delle sue opere. Ma resta pur sempre il fatto che nacque a Firenze. Fiorentini, datevi da fare».
Torniamo al Macbeth.
È la sua settima apparizione al Maggio (dopo che Vittorio Gui nel 1951, recuperò l’opera dimenticata che, sempre a Firenze, Teatro La Pergola, aveva visto la luce nel 1847). Muti lo diresse al Maggio nel 1975.
Anche dell’opera, la decima di Verdi, modificata nel 1865 per l’edizione parigina, è qui superfluo discettare. L’incontro con Shakespeare (libretto accuratissimo di Piave/Maffei) ha impresso allo stile verdiano una tragica essenzialità che, sostenuta da grandiose risorse musicali stilistiche, la fa immediatamente una grande opera. La ritroveremo in “Otello”.

Un festoso momento in onore di Muti: il taglio della torta

Di questa edizione fiorentina di “Macbeth” interessa la forma di concerto, che non ha fatto rimpiangere le scene. Anzi, campo alla sola musica, nessuna distrazione, nessuna possibile polemica.
Ma dobbiamo tornare su Muti, la cui azione direttoriale è talmente esplicita, da rendere (quasi ) possibile intercettare l’opera anche senza l’audio.
Non c’è direttore che abbia il gesto più essenziale, asciutto, intenso, elegante.
L’interpretazione sta lì, nel come tutto il suo essere la porge, traducendola in musica. Gli attacchi sono inequivocabili e così gli smorzando, le pause, la battuta di chiusura. Un lieve gesto del capo serve all’ironia. Una impercettibile contrazione delle spalle illustra il dolore. Le braccia che si spalancano verso l’alto sono il tripudio, la gioia o anche la disperazione. Assenza assoluta di retorica, compiacimento, men che meno gigionismo. Aplomb perfetto. Anche nell’abito. Muti e il suo proverbiale frac. Se ne è parlato spesso. Adesso pare che il Maestro abbia deciso di non vestirlo più. Dirige in giacca grigio scuro, talmente inappuntabile che la figura rimane perfetta, come scolpita, nel pur tanto gesticolare.
È Muti che assorbe l’allestimento che non c’è.
Un altro grosso vantaggio sta nella amministrazione degli applausi consentiti solo quando il direttore abbassa la bacchetta, esalata l’ultima nota dell’aria. Evitati gli insopportabili entusiasmi anticipati dai soliti scalmanati. Ieri, a un certo punto (atto secondo) dopo il prolungato quasi impercettibile soffio dei violini che conclude lo smarrimento provocato dalla terza crisi di Macbeth durante la festa, è stato lo stesso Muti a deporre la bacchetta ed a far segno che, allora, il pubblico poteva (doveva) finalmente applaudire. Signori, che ascolto!
A questo punto si impongono almeno i nomi dei valorosi che hanno dato vita al tutto, insieme con l’Orchestra e il Coro del Maggio: i solisti Luca Salsi (Macbeth), Vittoria Yeo (Lady), Riccardo Zanellato (Banquo), Francesco Meli (Macduff).
Di Muti mi pare di aver detto.
L’opera/concerto si replica domani venerdì a Firenze e domenica 15 al Festival di Ravenna.