A Gotham City ribellione violenta dei diseredati. E il Joker – Leone d’oro a Venezia – ne diventa simbolo e vendicatore

(di Marisa Marzelli) Viaggio alle origini del Joker, supercattivo dei fumetti e nemesi di Batman. Ma – e qui sta la novità – non è l’ennesimo blockbuster sul mondo dei cinecomics. Forse segna l’inversione di tendenza del cinema sui vari Superman, Uomo Ragno, Avengers ecc. che hanno cominciato a stancare il pubblico. Joker è un film d’autore e – altra anomalia – l’autore e cosceneggiatore è quel Todd Phillips diventato famoso con commedie tendenti al demenziale, la Trilogia di Una notte da leoni (col lancio alla grande dell’attore Bradley Cooper, qui coproduttore).
Joker è una compatta opera drammatica, con sfumature politiche. Probabilmente non è quel capolavoro assoluto osannato da parte della stampa, perché gli manca ancora un quid di ambiguità, di non spiegato e imperscrutabile che caratterizza i film più grandi, ma è di sicuro ben superiore alla media, in tutte le sue componenti. A partire (è la pietra miliare che sorregge il tutto) da un’interpretazione maiuscola di Joaquin Phoenix. Perciò non è usurpato il Leone d’oro conquistato all’ultima Mostra di Venezia.
Joker, nei fumetti di Batman antieroe e antagonista criminale con un pesante trucco da clown, rappresenta la destabilizzazione, il caos. Ma perché sia diventato malefico è sempre rimasto oscuro. Tra le interpretazioni famose degli anni recenti si segnalano le performance di Jack Nicholson ed Heath Ledger (premiato con l’Oscar postumo), meno apprezzato Jared Leto in Suicide Squad.
Il Joker di Joaquin Phoenix vive a Gotham City (la città di Batman, metafora della vera New York) all’inizio degli anni ’80. La metropoli vive una fase di decadenza, i telegiornali parlano quotidianamente di immondizia non raccolta, invasioni di topi, criminalità. Lui, non ancora diventato Joker, è Arthur Fleck, un povero cristo che abita con l’anziana madre e lavora come clown per un’agenzia del settore. Solitario, soffre di disturbi psichici, prende molti farmaci e la sua malattia si palesa con una lunga, irrefrenabile risata. Spesso vittima di bullismo, resta abbandonato a se stesso e senza medicine quando i servizi sociali chiudono per carenza di mezzi. Viene anche licenziato e a quel punto esplode la rabbia. Con la pistola datagli da un ex-collega per difendersi, uccide in metropolitana tre tizi che lo avevano aggredito. Sui media impazza la notizia del giustiziere mascherato da clown. Ma Fleck, che aspira a diventare un comico di successo, sogna di essere ospite di un talk show televisivo con un conduttore famoso (interpretato da Robert De Niro).
Si sviluppano varie sottotrame, finché i reietti della città si ribellano, scendendo in strada mascherati da clown. È il trionfo del caos scatenato da Joker, prima succube e poi assurto a vendicatore degli esclusi. Nelle potenti scene finali i tanti pagliacci colorati, indistinguibili uno dall’altro, evocano le maschere di V per vendetta.
Nello sviluppo del racconto fa capolino un aggancio a Batman, che diventerà il protettore di Gotham City; ma qui è ancora un bambino, mentre suo padre si candida a sindaco per ristabilire legge e ordine. Come nella New York del sindaco Rudolph Giuliani, che abbassò drasticamente la criminalità e oggi è l’avvocato di Trump.
Il “nocciolo” politico sta nell’innesco della ribellione violenta dei diseredati, in un mondo a due velocità spaccato (come oggi) tra ricchi e poveri. Con il Joker che, nell’interpretazione di Phoenix, assume coloriture cristologiche. Questo tema conduttore è rafforzato da altre allusioni e citazioni. A partire da due famosi film di Martin Scorsese sulla follia indotta dalle metropoli (entrambi interpretati da De Niro), Taxi Driver e Re per una notte; mentre la colonna sonora insiste su due note canzoni: Smile (fu scritta da Chaplin per Tempi moderni, di cui si vedono alcuni frammenti durante una proiezione di gala) e That’s Life (cantata da Frank Sinatra). Il sogno americano (da tempo) è imploso anche perché l’ipocrisia di cui si ammantava la way of life statunitense non reggeva più.
Tragedia contemporanea e denuncia sociale in bilico tra surreale e grottesco, cupa riflessione sul dolore e l’esclusione che sfociano in cieca vendetta, Joker è un film dalla regia fluida e libera, dove le immagini si fanno, a volte senza preavviso, materializzazione dei desideri che mai saranno soddisfatti del protagonista. E Joaquin Phoenix aderisce con lo spirito e il corpo al suo antieroe. Scheletrico, dal sorriso soave, dall’andatura dinoccolata, dai passi di danza accennati, dalle lacrime dipinte del trucco e dalla bocca sfigurata dal rossetto sbavato. Il suo Joker è quel clown che dovrebbe far ridere i bambini ma che nella cultura pop americana è diventato simbolo di terrore e morte. Basti pensare al romanzo-capolavoro di Stephen King It (la cui seconda parte è da poco uscita sugli schermi).
Sarà interessante vedere se in patria gradiranno e sommergeranno il film di Phillips di candidature agli Oscar oppure rifiuteranno questa lettura apocalittica di un’America che l’attuale presidente promette “great again”, di nuovo grande.