Ahmed, i cattivi maestri, le debolezze dell’adolescenza. I fratelli Dardenne e l’integralismo islamico nel Belgio di oggi

(di Patrizia Pedrazzini) “L’età giovane” (titolo originale “Le jeune Ahmed”), ultimo lavoro dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne (ai quali è valso il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes), è una storia, senza dubbio, di cattivi maestri. Ma anche, e forse ancora di più, di fragilità adolescenziali, di debolezze caratteriali, di immaturità. E, forse, di speranza.
Nell’obbiettivo dei due registi belgi, da sempre attenti ai problemi e al quotidiano delle fasce più deboli della società, questa volta un tema di tragica attualità: l’integralismo islamico, la radicalizzazione, il fanatismo e la violenza che ne conseguono. Facile quindi che il film possa apparire anche come un atto d’accusa nei confronti dell’Islam. In realtà, non ci sono precisi “J’accuse” in questa pellicola, se non nei confronti dell’esaltazione, dell’intolleranza e, viene da aggiungere, della fragilità mentale di chi si presta a essere manipolato.
La storia. Ahmed, 13 anni, musulmano cresciuto nel Belgio di oggi, è oggetto dell’indottrinamento di un imam, Youssouf, del quale frequenta la piccola moschea e che professa ideali di purezza e di castigo. Il ragazzo già venera come eroe un cugino, martire dell’Islam, e facilmente si convince che la propria insegnante di lingua araba, Inès, musulmana, sia un’apostata. Il che fa scattare in lui la determinazione di ucciderla.
Ma, al di là della vicenda, che peraltro sfocia in un finale forse “aperto”, sicuramente non chiaro (il dubbio che il tredicenne non sia nemmeno allora sincero rimane), è sulla figura del giovane Ahmed che si focalizza l’attenzione dei registi. Sul suo isolarsi completamente da tutto il mondo che gli sta attorno, che rifiuta in blocco, e con il quale taglia ogni possibilità di comunicazione. La professoressa, che pure gli vuole bene e lo segue con cura, è una rinnegata; la madre, che si dispera e non sa più come fare per recuperare quel figlio ormai estraneo, è un’alcolizzata, perché beve vino a tavola; la sorella, che si veste e vive come una comune ragazza della sua età, è una prostituta. Quanto a lui, l’integralismo che ormai lo permea completamente, e che si manifesta in maniera compulsiva persino nella gestualità quotidiana, ripetitiva, ossessiva, apatica, fa sì che allontani da sé, o copra di insulti, chiunque non gli sia uguale, che abbia l’ossessione per l’igiene, che rifiuti il benché minimo contatto con l’altro sesso (“Non posso leggere il Corano con una donna”), che non riesca nemmeno a sfiorare gli animali. Tutto è impuro intorno ad Ahmed, per cui tutto è da combattere.
C’è qualche speranza, per il ragazzo, di affrancarsi da tutto questo? E il fatto che sia un adolescente, aiuta, o ne rende ancora più difficoltoso il “recupero”? Quanto dipende dai cattivi maestri, e quanto da chi si lascia manovrare?
Nei panni di Ahmed, Idir Ben Addi è bravissimo nel dare corpo al giovane fanatico, impermeabile alla bontà e alla gentilezza, chiuso e imperscrutabile: lo sguardo opaco, i gesti meccanici, gli scatti, la camminata goffa e “complessata” del ragazzino che è convinto di essere a posto con se stesso, ma in realtà nemmeno si conosce.
Quanto al film, a parte una certa lentezza, che peraltro non fa che rendere ancora più ansiogena e snervante la figura del protagonista, manca forse di qualche sfaccettatura in più. È come se tutto fosse o bianco o nero: i buoni e i cattivi, le vittime e i colpevoli, chi usa il cervello e chi l’ha mandato al macero. Certo, l’argomento non aiuta. Ma alla fine è come se l’immaturità di Ahmed fosse anche l’immaturità di un mondo non veramente all’altezza di farvi fronte.