Alla scoperta delle poesie “segrete” di tre sorelle, protagoniste del Romanticismo inglese fra “tenebrori e splendori”

(di Marco Beck) Adeguata competenza anglistica? Senza alcun dubbio: la laurea in lingua e letteratura inglese, messa a frutto in un lungo cursus d’insegnamento, ha abilitato Pasquale Maffeo, nato nel 1933 all’ombra dei maestosi templi di Paestum, a tradurre e postillare svariati classici del Sette/Ottocento britannico, fra cui Blake, Keats e Dickens. Sensibilità di valente e versatile scrittore? Altra complementare qualità che Maffeo ha di volta in volta declinato in chiave poetica, narrativa, drammaturgica, saggistica e critico-giornalistica.
Buona parte di questa estesa tastiera letteraria risuona ora in una pregevole curatela dell’anglista-poeta-traduttore di origine campana. Ma non sarebbe risultata di per sé sufficiente se Maffeo non avesse attivato un suo ulteriore talento: quello del “cosmologo” (per metafora, s’intende) con il telescopio puntato a perlustrare la galassia della letteratura anglofona, alla ricerca di nuovi “corpi testuali” da scoprire o riscoprire a beneficio dei lettori italiani.
Le sue più recenti ricognizioni hanno strappato a una virtuale invisibilità uno sciame di “pianetini” orbitanti intorno ai tre “astri”, variamente luminosi, di una “costellazione” familiare formata dalle tre sorelle Brontë: non solo le due di maggior fama, Charlotte (1816-1855), il cui longseller Jane Eyre è stato più volte adattato per il cinema e la tv, ed Emily (1818-1848), autrice di un unico – ancorché notevole – romanzo, Wuthering Heights (Cime tempestose); ma anche la meno nota Anne (1820-1849), narratrice di vena non proprio brillante.
Pochi specialisti erano finora al corrente dell’esistenza di quei “pianetini”, ossia di un repertorio di poesie composte da ciascuna delle tre prosatrici. Le quali, oltretutto, quando nel 1846 le diedero collettivamente alle stampe, nascosero la propria identità dietro tre pseudonimi maschili: Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell. Ma perché dissimularsi cambiando nominalmente sesso? Forse per pudore, dato il carattere autobiografico dei testi; forse per sottrarsi al pregiudizio maschilista ancora imperante nella società letteraria di epoca proto-vittoriana.
Come una specchiera a triplice anta, le complessive 37 poesie scelte e tradotte da Maffeo riflettono, da tre convergenti angolazioni, la condizione esistenziale di altrettante giovani donne condannate (tranne, per il suo ultimo anno di vita, Charlotte) a un nubilato con appena lievi trasalimenti amorosi. Quelle ragazze precocemente invecchiate disponevano di un solo anticorpo, il rifugio della fantasia in una scrittura ora realistica e ora visionaria, per resistere alla monotonia e al tedio della quotidianità, all’austero moralismo del regime imposto in casa dal padre, pastore anglicano in una sperduta parrocchia dello Yorkshire, e al clima insalubre della brughiera che avrebbe prematuramente stroncato le loro fragili fibre.
Nonostante il periferico isolamento – simile alla segregazione domestica in cui si seppellì la grande poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886) – le sorelle Brontë respirarono, assimilarono e filtrarono nei loro versi l’atmosfera di quel Romanticismo, diffuso in tutta Europa, che in Inghilterra fu precorso da Macpherson con i Canti di Ossian, impiantato dalla coppia Wordsworth-Coleridge e sviluppato dalla triade Byron-Shelley-Keats. Non conobbero l’amaro disincanto della ricerca poetico-filosofica di Giacomo Leopardi. Ma qualche inconsapevole consonanza con l’autore dei Canti e delle Operette morali si riscontra nella drammatica tensione verso una Verità che in loro poggiava su un sostrato di sincera fede cristiana ignoto al Recanatese.
L’ispirazione più feconda e significativa è di sicuro quella di Emily, che più efficacemente esprime il gusto del soprannaturale, evocando esperienze tra esoteriche ed estatiche, tempeste esteriori e interiori, «tenebrori e splendori», lugubri visioni cimiteriali esorcizzate dal presentimento di «un’eternità radiosa». Particolare, inquietante incidenza nella versificazione di Charlotte ha la coscienza tipicamente protestante di una peccaminosità radicata nella natura umana e redimibile solo per intervento della grazia divina. Di qui l’invocazione al «Buon Dio»: «Soccorrici con i tuoi fiori, / spalancaci un paese di quiete, / verso la morte conducici liete». È la stessa inesorabile corrente a cui si abbandona, intravedendo la foce ormai vicina, anche Anne: «Può rispondere solo l’alto Cielo / alle preghiere alzate sullo stelo».
Bastano queste sobrie citazioni per cogliere la cifra classicheggiante delle traduzioni di Maffeo, capace con esercizio virtuosistico di riformulare rime e ritmi delle liriche originali sul flessibile fondamento dell’endecasillabo. Senza abdicare a una sostanziale fedeltà contenutistica. Ma rivendicando all’occorrenza, sul piano della forma, il diritto a un ragionevole margine di libertà.

Sorelle Brontë, “Poesie”, Ritratti, traduzioni e commenti di Pasquale Maffeo, Presentazione di Aldo Onorati, Edizioni Controluce 2018, pp. 88, € 8.