All’inseguimento del cagnolino Jimi. E le “invisibili” donne senza fissa dimora. Due film, fra dramma e commedia

(di Patrizia Pedrazzini)

Nicosia, ultima capitale spaccata in due del pianeta. Nessun animale, pianta o prodotto può passare dall’area greca di Cipro a quella turca, e viceversa: per la legge, sarebbe contrabbando. Per cui quando Jimi, il vivace bastardino dello spiantato musicista Yiannis (che non a caso l’ha chiamato come Hendrix), scappa e attraversa accidentalmente la zona cuscinetto dell’Onu, per riportarlo indietro il suo proprietario non può fare che una cosa: violare la legge. Quella greca, quella turca, e pure quella dell’Onu. Ne succederanno, ovviamente, di tutti i colori.
Con “Torna a casa, Jimi! 10 cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro”, il regista cipriota Marios Piperides realizza indubbiamente una gradevole commedia, ma dietro la scelta di questo genere “leggero” adombra (neanche poi tanto) la drammaticità di temi attualissimi e dolorosi, quali il ruolo e il significato dei confini, le divisioni fra popoli, le identità spezzate, le riunificazioni impossibili, il bisogno di libertà. Per cui il film, prima e più che una disavventura canina, racconta una disavventura umana, e nemmeno individuale, ma di un intero Paese. Nella quale – ed è, al di là della “bella” presenza del piccolo Jimi, il punto di forza dell’intera vicenda – al surreale meccanismo politico-burocratico si oppone la semplice umanità dei protagonisti. Di qua e di là dal check-point, senza distinzione di “Stato”. E che ha il proprio momento migliore negli spassosi, e insieme amari, dialoghi fra il greco Yiannis (Adam Bousdoukos) e il turco Hasan (Fatih Al): il secondo vive, da dopo l’occupazione, nella vecchia casa d’infanzia del primo, per cui entrambi ne sostengono il possesso, pur sentendosi, entrambi, degli esiliati. E allora come può l’Europa non rappresentare un miraggio e non innescare, nell’immaginario, propositi di fuga? Già, ma anche dopo, eventualmente, si riuscirebbe a sentirsi “a casa”?
Il tutto in una Nicosia che, ben lungi dall’evocare le bellezze turistiche di una Cipro da cartolina, si presenta nell’ordinario degrado dei propri quartieri poveri, dei muri scrostati, delle pareti assolate e cadenti. Mentre, sopra le squallide vetrine di un negozio di intimo femminile, lampeggia la scritta al neon “No Borders”, Niente Confini.

SOLE E DIMENTICATE DAL MONDO. MA LA SOLIDARIETÀ FEMMINILE FA MIRACOLI
Si chiamano Lady D, Édith Piaf, Beyoncé, Salma Hayek, Brigitte Macron, e quasi ogni giorno si presentano ai cancelli di un Centro di accoglienza diurno che, in Francia, si occupa delle donne senza fissa dimora. Nascoste dietro identità fasulle, trascorrono qualche ora con le due assistenti sociali addette al servizio: quattro chiacchiere, un caffè, giusto per non stare in strada. Solo che un giorno il Comune decide di chiudere la struttura, ritenendo uno spreco il denaro che vi viene investito. Che cosa si inventeranno le due assistenti per non abbandonare, nonostante la legge, le loro “protette”?
Un altro tema “serio” (in Francia le donne rappresentano il 40% delle persone senza fissa dimora, anche se si fanno vedere in giro, per comprensibili motivi di sicurezza, meno degli uomini), che il regista Louis-Julien Petit (“Discount”, “Carole Matthieu”) tratta con i toni della commedia. Scegliendo il sorriso, la leggerezza, la battuta, quando non addirittura il tormentone, per dare corpo e anima alle sue “Invisibili”: le donne dimenticate dal mondo, che nessuno vede (e che non vogliono essere viste), ma anche le stesse assistenti che se ne occupano, impegnate, non di rado anche da volontarie, in un lavoro difficile e poco riconosciuto. E affidandosi, per puntare il dito contro una società che troppo spesso gira la faccia dall’altra parte, a un gruppo di interpreti eterogeneo, multietnico e intergenerazionale: attrici professioniste e non, non esclusa la provenienza da un passato difficile e assai simile a quello raccontato.
Quando la solidarietà femminile riesce a fare miracoli.