Ancora per pochi giorni a Napoli la Mostra sui De Filippo. E un prezioso volume sulla storica, indimenticabile dinastia

NAPOLI, domenica 17 marzo ► (di Andrea Bisicchia) Mentre Milano ha dedicato una grande mostra a Paolo Grassi, accompagnata da un volume edito da SKIRA, a cura di Fabio Francione, Napoli dedica una altrettanto grande mostra ai De Filippo, accompagnata da un volume sempre edito da SKIRA, a cura di Carolina Rosi, Tommaso De Filippo, Alessandro Nicosia. Mi sembra giusto registrare il doppio evento, data anche l’amicizia di Grassi, soprattutto con Eduardo.
Il volume è dedicato a una vera e propria dinastia, quella di Eduardo, Vincenzo, Mario Scarpetta, e dei De Filippo che, purtroppo, si è estinta, dopo la morte di Luca e di Luigi.
Non si tratta, a mio avviso, di una celebrazione, i protagonisti sono talmente noti che non ne hanno bisogno, si tratta di interventi necessari alla conoscenza di certi particolari che, forse, per la fama degli interpreti, sono rimasti offuscati. I contributi sono di studiosi che, con i loro saggi, si sono già espressi sull’argomento. In questo caso, seguono l’itinerario della mostra, pertanto gli argomenti trattati, non ricorrono al saggio accademico, bensì a qualcosa di vissuto, che sa di rappresentazione, ovvero di teatro. In questo senso, le due studiose, tra le più accreditate, in particolare, del teatro di Eduardo, Antonella Ottai e Paolo Quarenghi, ripercorrono il lungo viaggio che, dalla famiglia degli Scarpetta arriva a quella dei De Filippo, un viaggio all’interno delle tradizioni teatrali, dei capostipiti e dei figli d’arte, di come veniva ereditato il mestiere, dinanzi a un pubblico che ne sanciva la continuità. Si trattava di Compagnie private, a gestione familiare, che dovevano superare tantissime difficoltà, in particolare quella di essere “comici” che, nel primo Novecento, voleva dire, a giudizio di Silvio D’Amico, essere attore con “qualità di intuito e d’espressione, ma che è anche incolto, perché non soltanto non studia, ma non capisce, non è intelligente e non va oltre il senso immediato delle cose da dire” (“Tramonto del grande attore”).
Tale categoria d’attore fu chiamata da D’Annunzio “Tromboni sfiatati”, di cui i poeti dovevano liberarsi per immettere “anime vergini” sul palcoscenico. D’Annunzio era rimasto scottato da alcuni insuccessi che lui addebitava proprio ad attori di fama. Sia la Ottai e la Quarenghi, sottolineano gli elementi portanti del teatro di tradizione, quello dei padri che educavano i figli, fin dalla tenera età, alla farsa, alla commedia, al dramma popolare. Teatro di tradizione che doveva scontrarsi con quello del Teatro d’Arte, vaticinato da Benedetto Croce o Salvatore Di Giacomo, o con quelli che rivendicavano il valore della lingua, rispetto al dialetto, accusato di appartenere alla “cultura della miseria”.
I De Filippo seppero dare dignità artistica al dialetto, ne fecero una “lingua”, che utilizzarono per rifondare la scena napoletana, per la quale, Eduardo cercò un teatro stabile che fosse non soltanto luogo di spettacoli, ma anche di formazione di attori e di maestranze tecniche, oltre che centro di avviamento per ragazzi in preda della sottocultura e della povertà.
Fu così che Eduardo, nel 1948, comprò, per sei milioni, il San Ferdinando distrutto dalle bombe. Lavorò anni per sistemarlo, per lasciarlo a Luca che ne fece dono alla città. Il successo e la continuità li si guadagna con la pazienza, con la cura, con il lavoro e lo studio. Queste cose le diceva a Maria Procino che, per anni, ha curato l’Archivio, da quando fu affidata a Evole Gargano, la sarta di compagnia, la prima custode delle carte di Eduardo. Maria Procino è autrice di un libro fondamentale che ci ha permesso di conoscere un aspetto poco noto di Eduardo, quello di Capocomico e impresario tra il 1920 e il 1970, edito da Bulzoni nel 2003, dove si nota la stessa disciplina, la stessa responsabilità che Eduardo chiedeva ai suoi attori, ricordando loro che il teatro è sacrificio, dolore, ma anche gioia.
Con le sue conoscenze, la Procino è stata indispensabile alla cura della mostra che racconta nel suo breve scritto. Ciò che mi ha colpito, della enorme iconografia, è la parte dedicata a Luca, quando aveva deciso di abbandonare il teatro di tradizione per cimentarsi con Molière (Don Giovanni e Tartufo), con Erdman (Il Suicida), Beckett (Aspettando Godot), Feydeau (La palla al piede), Pinter (L’Amante), Wertmuller (L’esibizionista), Cerami (La casa al mare), furono alcune stagioni particolari che dimostrarono la bravura di Luca e il suo essere diventato Maestro, come fu scritto nella motivazione, in occasione del premio Simoni.
Il volume contiene scritti di Giulio Baffi, Raffaele La Capria, Nicola Piovani, Armando Rotondi, Raimonda Gaetani e una lettera accorata indirizzata a Luca da Armando Pugliese.

“I DE FILIPPO. IL MESTIERE IN SCENA”, a cura di Carolina Rosi, Tommaso De Filippo, Alessandro Nicosia, SKIRA, pp 200, € 38