Andrée Ruth Shammah mette in scena il più grande (e sconosciuto) drammaturgo israeliano, Hanoch Levin

Desktop4MILANO, martedì 28 ottobre
(di Paolo A. Paganini) Dicono del teatro della crudeltà. Dicono di Strindberg e di quella sua concezione tragica e fatale dell’esistenza (“a volte scrivo con l’ascia non con la penna”). Dicono dell’angoscia del quotidiano e della condanna alla solitudine di Ibsen. Ma è ancora poca cosa se, in fatto di crudeltà, non si aggiunge l’israeliano Hanoch Levin, del quale Andrée Ruth Shammah ha allestito, con feroce coerenza, nell’avventuroso allestimento di una saletta del Teatro Franco Parenti, “Il lavoro di vivere”, con Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto.
Hanoch Levin: chi era costui?
Tra scandali e censure, tra proteste e polemiche, tra satire demolitrici di glorie patrie e irriverenti sfregi al conformismo e ai luoghi comuni, Hanoch Levin (nato a Tel Aviv da genitori polacchi nel 1943 e morto a soli 55 anni nel 1999) è stato tra i più grandi, originali e contestati drammaturghi israeliani (sconosciuto da noi), con opere teatrali (ben 63) che, se da una parte traumatizzavano, scandalizzavano e indignavano l’ingessato perbenismo del pubblico di Tel Aviv, dall’altra incantavano per quegli impetuosi squarci di spregiudicato e ironico realismo – e azzardate oscenità -, fra torture di anime, denudate, umiliate, torturate, smaniose di vivere e di fuggire, eppure fatalmente condannate a fare i conti con la vecchiaia, l’incomprensione, il dolore, la morte.
Come ora “Il lavoro di vivere”, che rientra in quel genere “domestico”, tema prediletto da Levin, tra famiglia e quartiere.
Qui ci sono dunque due coniugi in trentennale tensione di reciproca e crescente sopportazione, specie da parte di lui, ormai anziano, che scopre l’inutilità della propria esistenza, lui che aspirava alla bellezza e alla spiritualità, e costretto invece a malamente sopportare l’abitudinaria normalità di un’asfittica esistenza, sempre più affondando in una morta gora di noia e di strangolate aspirazioni. Ne incolpa soprattutto la donna, responsabile di avergli tarpato sogni e aspirazioni di grandezza. Rabbiosamente monta in lui, sempre più inquieto e indifferente verso quella “sconosciuta”, la voglia di fuga, ché, d’altra parte, quella sua donna è ormai avvizzita nella sua mediocre banalità quotidiana, capace al massimo di sognare un cappellino per l’estate.
Ma lei ancora ama, quanto lui odia.
E alle due di notte, secondo la crudeltà d’un rito forse ricorrente (quasi un sospetto di gioco tra vittima e carnefice), l’uomo, nella sua rivendicazione di rivalsa e di vendetta, la sveglia, rovesciandola addirittura giù dal letto, materasso e tutto, proprio mentre nel sonno è immersa in sogni di cappellini estivi. Orbene, in un’ora e un quarto senza intervallo, verso la povera moglie si scatenano le più livide invettive, le più cocenti offese, i più vergognosi epiteti, tutto il veleno di trentennali frustrazioni.
Ma lei lo ama.
E lui inveisce sempre di più, si prepara la valigia, vuole andarsene. Subito. Quanto la odia. Ma lei lo ama.
Lui è determinato, niente lo fermerà. La vita gli appare ancora degna di attese e di avventure, e che lei vada al diavolo.
Ma lei lo ama, vuole invecchiare con lui, vuol finire con lui “il lavoro di vivere”.
Deciderà il destino, là dove tutto è scritto.
Carlo Cecchi, con quella sua aria tragica e svagata, ne scava, con sottile ironia, un ritratto crudele, angoscioso e struggente. E Fulvia Carotenuto gli si oppone, dolcissimo e doloroso controcanto, con il quieto e irrinunciabile amore di tante donne, non solo israeliane, che continuano ad amare, nonostante tutto, accarezzando, confortando il loro uomo-bambino, con tollerante comprensione, perché, già, bisogna pur capirne anche i capricci. Massimo Loreto fa una piccolissima parte: un cammeo, nel tratteggiare l’amico solo e scapolo, che ha paura della morte, e che suona alla loro porta di notte per trovare conforto e consolazione, magari un’aspirina con qualcosa di caldo, e che viene cacciato in malo modo, mentre lui – bizzoso – s’infila vestito nel loro letto… Andrée Ruth Shammah s’è impegnata con questa regia di far conoscere Hanoch Levin. C’è riuscita. Brava.
Applausi, sorrisi e qualche struggimento alla fine.
“Il lavoro di vivere”, di Hanoch Levin. Con Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto, Massimo Loreto. Regia di Andrée Ruth Shammah. Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14, Milano – Repliche fino a domenica 21 dicembre.