Anni ’70: trionfo della Scuola Romana con tanti nuovi spazi. Sepe ne fu escluso. Lui c’è ancora. Quella non esiste più

(di Andrea Bisicchia) Il libro di Silvana Matarazzo, edito da Zona, su “Il mondo magico di Giancarlo Sepe”, è fondamentale per approfondire la storia di un regista che non ha trovato una giusta collocazione nel panorama della storiografia contemporanea, essendo stato escluso, da certi critici di parte, dalla “Scuola Romana”, perché ritenevano le sue messinscene troppo borghesi, mentre dalla critica di tradizione, veniva relegato, con un certo distacco, nel Teatro di ricerca.
Un simile sbandamento è da ricercare in quel che accadeva negli anni Settanta, caratterizzati dalla crisi degli Stabili e della regìa critica, ritenuta troppo estetizzante e dalla volontà di porsi in alternativa al teatro esistente, fondato sul valore della parola, a cui si cercò di contrapporre un teatro più attento ai valori del corpo e al culto dell’immagine, con evidenti richiami al teatro americano e a quello orientale. Tutto questo avvenne dopo il 1968, quando si verificò un vero e proprio cambio di società, al quale non potevano non corrispondere forme di rappresentazioni diverse. Lo stesso era avvenuto nel 1948, dopo il passaggio dal Fascismo alla Repubblica, quando all’ormai logoro teatro borghese fu contrapposto un teatro sociale e politico che vide in Visconti e Strehler i due rivoluzionari di quel tempo che non si intrattenevano, certo, in vacui formalismi.
La verità è che il teatro non può non tener conto delle trasformazioni sociali, alle quali dovrà fare corrispondere nuovi linguaggi scenici, nuovi metodi rappresentativi, nuove scelte estetiche.
Gli anni cruciali esaminati dalla Matarazzo, riguardanti gli inizi della attività di Sepe, sono quelli del ‘72/’75, durante i quali si affermarono a Roma nuovi spazi (oltre Il Teatro della Comunità fondato da Sepe), come “La Fede” di Giancarlo Nanni, “La Piramide” di Memé Perlini, “L’Abaco” di Mario Ricci, “Il Teatro Club” di Remondi e Caporossi”, il “Beat 72” di Giuliano Vasilicò, “La Gaia Scienza” di Corsetti, seppur di qualche anno dopo. Della “Scuola Romana” si occupò il critico Giuseppe Bartolucci, alla quale legò il suo nome, dove, però, non incluse Giancarlo Sepe. Bartolucci fu ritenuto l’apostolo di questo nuovo teatro, forte delle sue esperienze nei teatri dell’Off-Off americano, a cui dedicò un volumetto “America Hurrah”, edito dal Teatro Stabile di Genova nel 1968, dove gli si riconosce un linguaggio critico attento alla prospettiva cinetico-visiva o gestico-fonica degli spettacoli da lui visti a New York, dove aveva scoperto anche la lezione del Living, su cui si intratterrà, insieme a Grotowski e Barba, nel Numero 4 del periodico trimestrale “La scrittura scenica” (1971).
Simili indicazioni sono necessarie per meglio capire il clima di quegli anni che permise la nascita di nuovi gruppi che ben conoscevano le rivoluzioni del nuovo Continente e che cercavano un loro modo di esprimersi trovando, proprio in Bartolucci, il loro teorico.
Sollecitato da Silvana Matarazzo, Sepe cerca di dare una spiegazione alla sua esclusione, sostenendo che, essendo gli anni Settanta molto ideologizzati, era necessario rientrare in certe logiche stabilite dai critici e teorici del teatro che si occupavano di Avanguardia. Ebbene, queste logiche a lui non venivano riconosciute, perché le sue scelte artistiche, che andavano da Cecov a Sartre, erano considerate troppo borghesi, addirittura L’Unità gridò allo scandalo per l’uso di una moquette colorata, alquanto raffinata, che era ritenuta l’opposto del “teatro povero” che si faceva nelle cantine.
Per intenderci, questo teatro doveva essere sporco, trasandato, precario, spontaneo, senza scuole, per essere accettato, giustificando questa trasandatezza, con la ricerca di una teatralità pura. Erano gli anni in cui bisognava concedere il 6 politico che veniva accompagnato dagli slogan “abbasso le scuole”.
Giornali come L’unità, Paese sera, La Repubblica, anche se in parte, o critici come Bartolucci, Quadri, Cordelli, non mancarono di schierarsi con la Scuola Romana, dalla quale, ripeto, Sepe venne escluso perché, come scriverà Nico Garrone, proprio su Repubblica, il suo lusso in cantina era eccessivo.
I giornali milanesi scelsero di schierarsi con le Cooperative, anche se non subito, perché era ancora forte l’attaccamento al Piccolo Teatro, a Grassi e a Strehler. Milano è sempre stata una città illuminista, più razionale rispetto all’irrazionalità della Scuola Romana, la Cooperativa Franco Parenti, per esempio, scelse con Andrée Shammah non solo una sua idea di “teatro povero”, ma anche un suo autore di Compagnia, avendolo individuato in Testori, a cui non si deve la ricerca di un linguaggio scenico come quello teorizzato da Bartolucci, perché la ricerca avveniva all’interno della lingua stessa. Lo stesso fece Dario Fo, a cui non piacevano le pose estetizzanti romane, perché impegnato nell’uso di un linguaggio politico, mentre il Teatro dell’Elfo andava in cerca di un repertorio che potesse rispecchiare la giovinezza del gruppo.
La verità è che Giancarlo Sepe non disprezzava le lezioni di Visconti e di Strehler, benché attento alla invenzione di un uso diverso dello spazio scenico, che doveva essere corredato da una seconda drammaturgia, quella della musica e delle luci, la cui valenza doveva possedere una forza narrativa che non aveva nulla a che fare con la narratologia tradizionale. Spettacoli come “Zio Vania”, “In Albis”, “Accademia Ackermann”, o come i più recenti: “Amletò”, “The Dubliners”, “Washinton Square”, “Werter a Broadway”, “Barry Lindon”, “Il gabbiano (à ma mère)”, sono la testimonianza di un fatto, ovvero che la Scuola Romana non esiste più, mentre il Teatro della Comunità è ancora vivo e vegeto, con la sua particolare specificità.
Il volume, oltre che una introduzione dell’autrice, contiene un Prologo di Umberto Orsini, una Postfazione di Marcantonio Lucidi, una Cronologia degli spettacoli e una Appendice iconografica dove spiccano le foto di Tommaso Le Pera.

Silvana Matarazzo: “Il mondo magico di Giancarlo Sepe”, Zona Editore 2019, pp 190, euro 18.