Il manifesto Patafisico dI Alfred Jarry al Teatro Studio Melato

Teatro Studio Melato, Via Rivoli 6, M2 Lanza
mercoledì 9 ottobre, ore 20.30 repliche fino a domenica 13

“Ubu Roi”, manifesto patafisica di Alfred Jarry debutta al Teatro Studio, nell’adattamento e regia di Roberto Latini, anche interprete, con Savino Paparella, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani. Scena di Luigi Baldini, costumi di Marion D’Amburgo. Produzione Fortebraccio Teatro.

 

Piccoli malati e carcerati s’incontrano al S. Matteo di Pavia

libro ospedale“… Chiunque… delle Sirene… n’ode il canto, a lui né la sposa fedel, né i cari figli verranno incontro su le soglie in festa… Nessun passò… che non udisse pria… voce soave; voce che innonda di diletto il core…”
Così Omero, nell’Odissea, descrive lo strazio della nostalgia che Ulisse, legato dai compagni, riuscì a vincere, passando tra Scilla e Cariddi, non cedendo allo struggente richiamo delle Sirene.
A sua volta, Dante (Canto V, Inferno, Paolo e Francesca), con la sublime capacità di squarciare i misteri dell’anima, annota: “Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella disgrazia”
Ragionavamo, con queste ancor tenaci reminiscenze scolastiche, sul destino dell’uomo, privato della libertà e, più ancora, sulla lancinante sofferenza di ricordi ed affetti ai quali s’aggrappa l’umana disperazione per sopravvivere alla narcosi dell’anima.
Dare un senso alla sofferenza, per alleviare l’estrema disperazione d’un dolore che non vuole seppellirsi nell’oblio, può essere un conforto di salvezza, un tiepido raggio di sole per un po’ di calore a un’anima assetata di luce.
L’unico percorso, forse, per dare un senso alla sofferenza è dedicarla – cristiana donazione di sé – ad altre sofferenze.
Il miracolo di questa comunione del dolore, oltre ogni egoismo, è ora avvenuto tra Po e Ticino, in quella nobile e industriosa Pavia, tra chiese romaniche e caldi colori del cotto lombardo, tra gloriose vestigia di storia e di alti studi universitari, nel ricordo di Maestri come Lazzaro Spallanzani, Alessandro Volta, Vincenzo Monti, Ugo Foscolo, Gian Domenico Romagnosi.
Ebbene, qui, nel Policlinico San Matteo, più esattamente nel reparto di Chirurgia pediatrica, grazie all’opera illuminata di alcune personalità della scienza medica e, soprattutto, alla capacità di abbattere gli steccati di pregiudizi e d’indifferenza, le mani si sono congiunte in una stretta di fraternità che ha accomunato bambini negati alla felicità della salute e uomini negati al diritto della libertà.
Da una parte, i bambini del reparto di Chirurgia pediatrica del San Matteo; dall’altra un gruppo di carcerati della Casa Circondariale di Pavia, che, in collaborazione d’intenti, danno una mano, come cuochi, imbianchini, pittori e poeti. Due mondi separati, ma uniti nella sofferenza di due perdite: la perdita della salute per i bambini, la perdita della libertà per i carcerati. Due mondi separati ma paralleli, che si sfiorano eppure non s’incontrano.
Due mondi che si guardano. Ma mentre i bambini godono, in rasserenante allegria, per quelle offerte di cromatica inventiva, fornite con amore dai carcerati come dono alla speranza, gli altri, quegli stessi uomini della Casa Circondariale, mariti, padri, fratelli, nel sentire voci, pianti, risate di bimbi, avvertono, nell’anima e nella mente, le ferite sempre aperte di teneri ricordi e di struggenti affetti lontani. Voci pianti e risate di bimbi, come un’eco dolorosa per questi Ulissi dai destini avversi, che, attraverso pene e dolori, attendono di ritornare alla loro Itaca.
Questo libro è la palpitante testimonianza del vissuto eppur separato incontro di bimbi e carcerati. Il libro narra e documenta le esperienze di un’ideale comunità, presente anche quando è invisibile, perché il concreto terreno sul quale lavorano è comune, perché la loro umanità è comune, perché sono comuni generosità e nobiltà d’animo. Questo libro, scritto da medici e carcerati, ne è il risultato. I medici hanno messo in evidenza le linee della scienza e dei loro salvifici interventi, anche sul piano della leggerezza psicologica e dell’arte del sorriso; i carcerati hanno apportato riflessioni, pagine di diario, confessioni del loro vissuto, con entusiasmo disinteressato e slanci appassionati di commosse e commoventi ispirazioni poetiche.
Cesare Pavese, sulla natura della sofferenza (da “Il mestiere di vivere”), ebbe a scrivere:  “Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo…”
Il dolore è dunque un male inevitabile?
Quale dio della misericordia potrà lenirne i morsi?
Questo libro suggerisce delle risposte, perché, da “Oltre la cura, oltre le mura”, traspare una sottile ma tenace filigrana. La chiamano amore.

“Oltre la cura… oltre le mura”, di Gloria Pelizzo e Valeria Calcaterra – Editore Cantagalli. Siena 2013 – Euro 16

Al Piccolo: Hedda Gabler tragica eroina del male di vivere

Manuela Mandracchia, applaudita protagonista di Hedda Gabler al Piccolo Teatro Grassi (foto  Tommaso Le Pera)

Manuela Mandracchia, applaudita protagonista di Hedda Gabler al Piccolo Teatro Grassi (foto
Tommaso Le Pera)


(di Paolo A. Paganini) Dall’inferno borghese di Henrik Ibsen, con i suoi drammi  sociali offuscati da una perenne infelicità, con i suoi disperati e perdenti personaggi schiacciati dal male di vivere, l’enigmatica e incomprensibile Hedda Gabler, con le sue insoddisfazioni, con la sua annoiata alterigia, si erge con la potenza di un perenne femminino che, da Euripide a Shakespeare, sfugge ad ogni tentativo di catalogazione, ad ogni categoria. Classica e modernissima nello stesso tempo.  Il dramma, in quattro atti, è del 1890! Il punto esclamativo è di rigore. Quando l’Europa, e l’Italia in particolare, cincischiava in goderecci vaudeville e nei mollicci drammi borghesi di una provincia senza ideali, più bigotta che morale, più moralistica che capace di virili sentimenti, ecco dalla Norvegia il rivoluzionario Ibsen a sconvolgere il quietismo dei benpensanti. E, soprattutto, ecco questa “Hedda Gabler” (ora in scena al Piccolo Teatro Grassi, la sede storica di Via Rovello). Allora, più di un secolo fa, suscitò scandalo. Oggi, continua a turbare gli animi degli spettatori, pur così smaliziati, così cinicamente indifferenti e così disinteressasti a penetrare gli abissi dell’anima umana. Eppure Hedda Gabler ci impone uno sforzo di penetrazione psicologica. È un trattato vivente di psicoanalisi, senza arrivare a niente. Come gli stessi personaggi di contorno: il marito, nel limbo inconcludente dei suoi studi letterari, incapace di capire (e soddisfare) la moglie; l’ex amante di Hedda, dissoluto e geniale scrittore, incapace di vedere l’adorante donna che si è sacrificata a lui; il giudice amico di famiglia, che aspira a un comodo e non impegnativo triangolo amoroso con Hedda e marito, incapace di intuire il pericoloso dramma che sconvolge la mente della donna; la vecchia zia del marito, che ha impegnato i propri beni (Sorella Materassi ante litteram) per aiutare nella carriera il giovane nipote, incapace di vederne l’inconcludente velleità letteraria. E in questo marasma di umani fallimenti solo la vita è abile maestra nell’architettare i suoi giochi beffardi. Come sempre. Così, l’ex amante di Hedda, armato e spinto a una morte eroica dalla donna, finisce con il far partire il colpo d’arma da fuoco in una casa di malaffare, bruciandosi il basso ventre e finendo dissanguato. Così la giovane inconsolabile amante del suicida, che troverà conforto negli appunti letterari dello scomparso (e forse nel novello vedovo: unico possibile lieto fine dell’inferno ibseniano). Così l’ipocrita giudice amico di famiglia, che si vedrà sottratta l’ambita preda, dopo che un ultimo colpo di pistola brucerà le cervella di Hedda, preferendo la certezza della morte all’incomprensibilità della vita…  In quasi due ore e mezzo con un intervallo, Hedda Gabler, cavallo di battaglia da un secolo di tutte le primedonne europee (in Italia a cominciare da Eleonora Duse fino a Valeria Moriconi), ora è interpretata da una incredibile Manuela Mandracchia, duttile e fantasmagorica prestidigitatrice di una infinità di sfaccettature interpretative (anche se talvolta a scapito di una perfetta intelligibilità vocale). Accompagnata, in ordine di personale gradimento, da Jacopo Venturiero (il marito) e Luciano Roman (il giudice), ma bene e correttamente affiatati: Federica Rosellini, Simonetta Cartia, Massimo Nicolini e Laura Piazza. La diligente regia di Antonio Calenda, senza strafare, ha privilegiato oneste atmosfere, puntando soprattutto sulle sfumature psicologiche e sulla bellezza del testo. Applausi alla fine per tutti.

Si replica fino a martedì 15.

Multimediali Orchidee di Delbono allo Strehler

Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi 2) “Orchidee”, un’ora e 55 senza intervallo, martedì 8 ottobre, ore19.30, repliche fino a giovedì 17 ottobre. Dal 18 al 20 ottobre, il secondo spettacolo di Delbono, “Racconti di giugno”, un’ora e venti senza intervallo, al Teatro Studio, Via Rivoli 6

Debutta al Teatro Strehler il multimediale spettacolo”Orchidee”, il primo delle due rappresentazioni di Pippo Delbono, tra cinema, specchi, immagini, colori, voci, scoppi. Con tra gli altri – Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono. Musiche Enzo Avitabile. Il secondo spettacolo sarà “Racconti di giugno”