♦ Ora anche una donna fra i Men in Black ♦ Dirigente cattivissima torna bambina ♦ Festival di crudeltà pagane ♦

► Da giovedì 25 luglio

MEN IN BLACK – INTERNATIONAL (USA 2019) di F. Gary Gray. Con Chris Hemsworth, Tessa Thompson. Fantascienza. 115 mi. ● Men in Black si femminilizza. Molly è solo una bambina quando assiste a un intervento dei Men in Black senza farsi sparaflashare. Da allora sogna di diventare un agente segreto in tailleur e cravatta neri. Un giorno scova il quartier generale dei Men in Black e convince l’Agente O a prenderla in prova.

LA PICCOLA BOSS (USA 2019) di Tina Gordon Chism, Joshua Aaron Stringer. Con Marsai Martin, Regina Hall. Commedia. 109 min. ● Bullizzata da bambina, Jordan Sanders è diventata da adulta un capo inflessibile, esigente e tremenda coi suoi dipendenti. Colpita dalla sua cattiveria, una ragazzina augura a Jordan di tornare un giorno bambina. Incredibilmente, il desiderio si avvera

MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI (USA 2019) di Ari Aster. Con Florence Pugh, Jack Reynor. Thriller. 140 min. ● Una giovane coppia fa visita a una città rurale della Svezia per partecipare a un festival estivo. Una setta pagana di particolare crudeltà sarà una minaccia difficile da evitare

Il senso del ridicolo, impietosa deformazione del grottesco. Fiabesco per il visionario Antonelli. Farsesco per Gandusio

(di Andrea Bisicchia) Sulle pagine di questo giornale abbiamo, più volte, creato un dibattito sugli autori che cercarono di abbattere le barriere del Naturalismo e, in particolare, della commedia borghese, smontandone le vecchie convenzioni o, come scrive Francesca Benazzi, “togliendo il divano” dalla scena, spazio del compromesso o della Ragione, quella che aveva trasformato il tragico in drammatico, con la consapevolezza che bastasse ragionare, all’interno di un salotto, per sconfiggere l’irrazionale, tipico della tragedia.
Gli autori che abbiamo trattato sono stati: Rosso di San Secondo, Bontempelli, Savinio. La pubblicazione di “L’uomo che incontrò se stesso” di Luigi Antonelli, pubblicato da Divergenze, ci permette di ritornare su un argomento che Gigi Livio aveva affrontato circa cinquant’anni fa, in una Antologia, pubblicata da Mursia, che raccoglieva quattro titoli, unificati dalla formula “Teatro del grottesco”. Si trattava di “La maschera e il volto” di Chiarelli, “Marionette, che passione!” di Rosso di San Secondo, “L’uccello di fuoco” di Cavacchioli” e “L’uomo che incontrò se stesso” di Antonelli. Ciò che differenzia quest’ultimo dagli altri è la sua dimensione scopertamente favolistica, più in linea con Bontempelli e Savinio, ma anche con il Rosso della “Bella addormentata”. Si tratta di una dimensione presente anche in autori come Ibsen: “Peer Gynt” o come Strindberg: “Per cerca fortuna”, “Il sogno”, dove il fantastico viene coniugato con l’onirico, proprio come accade nel testo di Antonelli.
Si tratta di una dimensione aperta alla favola e all’assurdo che utilizza il fantastico per rompere con l’ordine riconosciuto e con la “pièce bien faite”. Ciò che accomuna questi testi è, soprattutto, l’uso del ridicolo, più volte evocato dai personaggi, un ridicolo che crea sconcerto per il suo carattere impietoso, in Rosso, in particolare, e che può ritenersi una deformazione del grottesco. Insomma, un ridicolo che ha poco a che fare col risibile, proprio perché è la realtà umana a essere ridicola, trattandosi di una malattia, se non di un vero e proprio vizio. Cosa c’è di più ridicolo di un uomo che, vent’anni dopo la scoperta del tradimento della moglie, morta tra le braccia dell’amante a causa di un terremoto, cerca, a ritroso, di capire il motivo dell’adulterio fino a consumarlo con se stesso, grazie all’aiuto del mago, dottor Climt e della sua isola sconosciuta, che si può vedere solo in sogno, dove è permesso che i naufraghi della vita, quelli che Rosso chiama “gli sbandati”, potessero ritrovarsi, magari per farsi beffe di loro stessi o per ripagare certi errori di gioventù?
La commedia fu dirottata da Antonio Gandusio verso la farsa, evitando l’umorismo visionario di Antonelli, il quale era ricorso al fantastico per creare, nei suoi personaggi, una dimensione di libertà, la sola a essere capace di fecondare il mondo reale. Pirandello che conosceva bene Antonelli, dovette ricordarsi del mago Climt quando creò il mago Cotrone, inventandosi un luogo immaginario, quello degli scalognati, certamente meno allegorico e più problematico. Nel testo di Antonelli, c’è un personaggio che si discosta da quelli del tradizionale triangolo adulterino, è quello di Rosetta che rinunzierà all’eternità, offertale dal mago, per sentirsi amata come donna, anche se per poco, perché una malattia improvvisa la condurrà alla morte, tanto che Francesca Benazzi scrive: “la realizzazione del suo desiderio è divenuta una condanna”.
Il volume contiene un breve saggio di Angela Di Maso che ritiene fondamentale il ricorso alla magia “come strumento che permette di riordinare la nostra realtà”, da intendere come “cabalistico ritorno al passato per una nuova visione del presente”, tentativo perseguito da Luciano, protagonista del capolavoro di Antonelli.

Luigi Antonelli: “L’uomo che incontrò se stesso”, apparato critico di Francesca Benazzi e Angela Di Maso, Edito da Divergenze 2019, pp 100, € 14

 

Con l’olandese Jetse Batelaan al Goldoni e con il croato Oliver Frljić all’Arsenale prende il via la Biennale Teatro

VENEZIA, domenica 21 luglio – Ha inizio il 47mo Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella e organizzato dalla Biennale di Venezia (dal 22 luglio al 5 agosto).
Dopo il focus sulle registe europee e l’indagine sul rapporto attore/performer, il 47mo Festival Internazionale del Teatro affronta il suo terzo atto con Drammaturgie. “Titolo volutamente lasciato al plurale”, spiega il Direttore Antonio Latella, “proprio perché crediamo che, nel ventunesimo secolo, siano tante e differenti le drammaturgie per la scena e, direi, per tutto ciò che concerne lo spettacolo dal vivo. (…) In questo terzo atto cercheremo quindi di evidenziare diversi tipi di drammaturgia e dell’essere drammaturghi, dal ruolo drammaturgico rivestito dalla Direzione Artistica al regista autore o autrice che mette in scena i propri testi; dal gemellaggio tra registi e autori che scrivono per loro e per gli attori di un ensemble all’artista-performer che traccia percorsi scrivendo per la scena; dalla scrittura propria del teatro visivo a quella del teatro che ha una matrice musicale o che è a stretto contatto con il teatro-danza. Citando per ultima, ma forse prima per importanza, la drammaturgia destinata al teatro-ragazzi, nata per creare un nuovo pubblico, crescerlo e proteggerlo dall’ovvietà, proponendo grande teatro non rivolto soltanto a un pubblico giovane o molto giovane”.
Proprio dal teatro-ragazzi dell’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento 2019, prende il via il Festival, riallacciandosi a una tradizione della Biennale che in passato aveva dato ampio spazio a questo settore, oggi forte di un rinnovamento linguistico che lo rende partecipe degli sviluppi della ricerca teatrale.
“The Story of the Story” (Teatro Goldoni, 22 luglio) rappresenta lo stile visionario che Jetse Batelaan, regista e autore, intreccia a una vena filosofica affrontando miti e temi di oggi. È un viaggio a ritroso alla ricerca delle radici dell’immaginazione per interrogarsi sul concetto stesso di racconto in questi tempi postmoderni. Allo stesso modo in cui Dio fu dichiarato morto alla fine del XIX secolo, la “storia” fu espulsa alla fine del XX secolo. Che conseguenze ha tutto ciò per le generazioni future? La storia piacerà ancora? L’immaginazione sarà ancora fondamentale? Quello che rende speciale “The Story of the Story” è che esplora questo tema per un pubblico giovane con gioiosa fantasia, facendo incrociare situazioni e personaggi diversi: una truppa di cacciatori-raccoglitori, oggetti astratti che prendono autonomamente vita, il pubblico, una famiglia della classe media i cui membri assomigliano molto a Cristiano Ronaldo, Beyoncé e Donald Trump, e infine, la storia stessa…
Ma è anche nel segno di Heiner Müller, uno dei più osannati e controversi scrittori tedeschi, che si apre il 47mo Festival Internazionale del Teatro. Il secondo appuntamento della giornata inaugurale è infatti conMauser” di Müller, regia, scene e musica del croato Oliver Frljić, autore di un graffiante e provocatorio allestimento, in scena all’Arsenale, Tese dei Soppalchi (ore 21.30) e in replica il 23 luglio (ore 20.30).
È un testo che fa ancora oggi i conti con la storia ponendo una domanda cruciale: per cosa siamo disposti a morire o per cosa siamo pronti a uccidere? Ambientato al tempo della guerra civile russa nella cittadina di Vitebsk, “Mauser” – che è anche il nome del revolver automatico utilizzato in quella guerra – mette in scena il processo e l’esecuzione della condanna a morte del rivoluzionario A da parte di un “coro”. A è chiamato a giustiziare il suo predecessore B, colpevole di aver rilasciato tre contadini controrivoluzionari al posto di giustiziarli, e a sostituirlo nel suo mestiere di boia – uccidere i nemici della rivoluzione in nome della causa – finché a sua volta trova il compito insopportabile e diventa simbolo del fallimento politico.
Per Frljić, che ha conosciuto e ha dovuto fare i conti con la società comunista nata da una rivoluzione, il lavoro che Müller ha scritto nel 1970 interroga ancora oggi le contraddizioni della società, dove spesso guerre e conflitti sono intrapresi come strade di “pace”.

(p.a.p.)

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Con “La vérité” di Kore-eda Hirokazu, Catherine Deneuve e Juliette Binoche apriranno la 76ma Mostra di Venezia

VENEZIA, domenica 21 luglio – “La vérité” (The Truth), diretto da Kore-eda Hirokazu (Un affare di famiglia; The Third Murder; Like Father, Like Son) e interpretato da Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, sarà il film di apertura – in Concorso – della 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (28 agosto – 7 settembre 2019) diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta.
“La vérité” sarà proiettato in prima mondiale mercoledì 28 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. È la storia di una star del cinema francese (Catherine Deneuve), circondata da uomini che la adorano e la ammirano. Quando pubblica la sua autobiografia, la figlia (Juliette Binoche) torna a Parigi da New York con marito (Ethan Hawke) e figlia. L’incontro tra madre e figlia si trasformerà presto in un confronto: le verità verranno a galla, i conti saranno sistemati, gli amori e i risentimenti confessati.
Sono estremamente onorato” ha dichiarato il regista Kore-eda Hirokazu “che il mio nuovo film, La vérité, sia stato selezionato in apertura del concorso della Mostra di Venezia. Le riprese si sono svolte lo scorso autunno a Parigi in dieci settimane. Come già è stato ufficialmente annunciato, il cast è prestigioso. Il film racconta una piccola storia di famiglia che si sviluppa principalmente in una casa. È all’interno di questo piccolo universo che ho provato a far vivere i miei personaggi, con le loro menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni. Spero sinceramente che il film vi piaccia”.
Per il primo film realizzato al di fuori del suo Paese”, ha dichiarato il direttore Alberto Barbera, “Kore-eda ha avuto il privilegio di poter lavorare con due grandi star del cinema francese. L’incontro fra l’universo personale dell’autore giapponese più significativo del momento, e due attrici tanto amate come Catherine Deneuve e Juliette Binoche, ha dato vita a una poetica riflessione sul rapporto madre-figlia e, nel contempo, sul complesso mestiere d’attrice. Sarà un piacere presentare in apertura alla prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.”