Aladdin per attori ♦ Park del peccato ♦ Buscetta ♦ Superman al rovescio ♦ Da fotografo a pescatore ♦ Corsica violenta

►Da mercoledì 22 maggio

ALADDIN (USA 2019) di Guy Ritchie. Con Will Smith, Gigi Proietti, Mena Massoud. Avventura. 128 min. ● Dopo il classico film d’animazione del 1992, la Disney ripropone, in versione live-action, la storia di Aladdin, il ragazzo che il malvagio sultano convince ad entrare nella Caverna delle Meraviglie. Qui, troverà la famosa lampada magica. Il genio contenuto nella lampada gli consentirà di esaudire tre desideri…

ASBURY PARK: LOTTA, REDENZIONE, ROCK AND ROLL (USA 2019) di Tom Jones. Con Bruce Springsteen, Steve Van Zandt, Johnny Lyon. Docu-fiction. 106 min. ● Nelle sale cinematografiche solo per 3 giorni. Asbury Park, una comunità fondata nel 1871 nello Stato del New Jersey, diventò presto una località di vacanza e divertimento, anche aperta alla trasgressione rispetto al rigore dei Padri Fondatori. Un “mare di peccato”, la ribattezzò Johnny Lyon, cantante e musicista tra i più popolari del cosiddetto New Jersey sound, tra i tanti intervistati del film…

► Da giovedì 23 maggio

IL TRADITORE (Italia 2019) di Marco Bellocchio. Con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Fausto Russo Alesi. Drammatico. 145 min. ● La storia del pentito Tommaso Buscetta, che rivelò riti e segreti mafiosi, indicando capi e famiglie colluse con la politica. E la sua famiglia fu interamente sterminata dai Corleonesi…

L’ANGELO DEL MALE – BRIGHTBURN (USA 2019) di David Yarovesky. Con Elizabeth Banks, David Denman. Horror. 90 min. ● Un ragazzino venuto da lontano, adottato da una coppia quand’era ancora piccolissimo, risulterà possedere incredibili poteri malvagi. È in un certo senso la storia rovesciata di Superman…

FORSE È SOLO MAL DI MARE (Italia 2019) di Simona De Simone. Con Francesco Ciampi, Beatrice Ripa, Anna Maria Malipiero, Maria Grazia Cucinotta. Commedia. 93 min. ● Un quarantenne ex fotografo, dopo aver girato il mondo, decide di diventare pescatore nell’affascinante isola di Linosa. Ha una figlia diciassettenne che sogna di diventare pianista. Lo stretto rapporto tra il padre e la ragazza comincia a cambiare dopo la sua richiesta di iscrizione al Conservatorio di Lugano…

TAKARA – LA NOTTE CHE HO NUOTATO (Francia, Giappone 2017) di Damien Manivel, Kohei Igarashi. Con Takara Kogawa, Keiki Kogawa. Drammatico. 79 min. ● Una famiglia di quattro persone vive, sulle montagne del Giappone, in una piccola abitazione immersa nella neve. Una notte, mentre il padre esce come sempre nel buio per andare a lavorare al locale mercato del pesce, il figlio di 6 anni, dopo una notte insonne, non si avvia come al solito a scuola come la sorella, ma uscirà da solo per le strade bianche di neve. Una favola fuori dal tempo, a rappresentare il tenero amore tra padre e figlio

UNA VITA VIOLENTA (Francia 2017) di Thierry de Peretti. Con Jean Michelangeli, Henri-Noël Tabary. Drammatico. 107 min. ● Alla fine degli anni Novanta, i giovani, in Corsica, furono conquistati dagli ideali d’indipendenza. Il film racconta la storia del movimento indipendentista corso. Giovani idealisti falciati da lotte fratricide, da rappresaglie, banditismo e sanguinose rese dei conti…

Aida alla Fenice: statica, furiosamente diretta a tutto volume. Eppure è un’opera intimista, un dramma a due. O no?

VENEZIA, domenica 19 maggio ► (di Carla Maria Casanova) “Aida” di Verdi è tornata a Venezia dopo 35 anni e nello stesso allestimento di allora (1984), affidato alle scene di Mario Ceroli, con regìa di Mauro Bolognini, ripresa da Bepi Morassi.
È, possiamo ben dirlo, un’edizione storica. Palcoscenico diviso orizzontalmente in due (v. foto a sinistra), la parte superiore costituita da una maestosa scalinata, quella inferiore da sotterranei dove si svolgono le vicende più segrete e che poi saranno la fatale tomba dei due. È un impianto da Arena di Verona o comunque da arena estiva, dove certamente avrebbe i dovuti spazi, non concessi nella “bomboniera” veneziana. Ceroli è lo scultore del legno, e le sue sagome ritagliate ne sono la firma.
Non c’è la parata del trionfo, risolta con due vessilliferi che sorgono da dietro e si sistemano nell’area del trono, mentre le trombe squillano imperterrite il loro Ta taaa, taratata tataa ecc… I prigionieri etiopi vinti irrompono invece dagli anfratti sotterranei. Sono ignudi e si aggrovigliano strisciando davanti ai vincitori. Errore storico non da poco. Gli Etiopi sono ed erano popolo nobilissimo di ancestrale civiltà e certamente, sia pur vinti, erano ricoperti dalle loro bianche vesti. Ma i vinti sono sempre vinti e l’immaginario popolare vuole la sua parte. Tutto in questa messinscena è statico, illuminato, forte. L’Egitto come si è sempre immaginato. Mancano solo le piramidi (o forse la loro sagoma c’è nel primo atto). Nulla da eccepire.
Su questo impianto visivo che ostenta sicurezze si innesta la vicenda musicale (orchestra della Fenice diretta da Riccardo Frizza) con una furia quasi oltraggiosa. Tempi velocissimi e soprattutto a tutto volume. Mi si dice: “Eh già, la Fenice non è la Scala o l’Arena, è teatro piccolo e tutto si amplifica…”
Non mi pare si tratti di una novità.
Morale, anche i cantanti sembra che gridino, invece non gridano, ma certo il rumore è tanto. E sì che, oltre ad essere un’opera a lieto fine (come sostengo da tempo: i due amanti ritrovati muoiono insieme) è, sempre secondo me, un’opera sostanzialmente intimista, esclusa la scena del trionfo (che tra l’altro qui non c‘è). I punti chiave sono degli assoli (Radames: “Se quel guerriero io fossi”, Aida “Ritorna vincitor”, Amneris “L’abborrita rivale a me sfuggìa”) e duetti: Aida/Amneris, Amonasro/Aida, Radames/Aida. Poi c’è beninteso il coro (anche lui, qui, a tutto volume) ma il dramma della vicenda si svolge principalmente a due. Bisognerebbe che lo spettatore potesse partecipare. Non si partecipa, nonostante i cantanti pregevoli, di cui Aida e Amneris debuttanti assolute nel loro ruolo.
Protagonista la siciliana Roberta Mantegna, sulle scene fin da bambina, abituata al belcanto e avventuratasi poi con onore nei ruoli verdiani. L’americana Irene Roberts, al suo debutto anche italiano, ha dato ad Amneris una prova di accorata passionalità, specie nell’ultimo atto. Francesco Meli (Radames) è il tenore che tutti conosciamo, bel timbro, sicurezza, precisione di dizione. E poi c’è stato l’intervento travolgente di Roberto Frontali come Amonasro. Accidenti, com’era preso dalla parte (anche se Amonasro è il personaggio più stupido che si possa immaginare: chi glielo fa fare di svelarsi e buttare all’aria tutta la trama? Ma così vuole il libretto). Comunque, Frontali davvero coinvolgente.
Finito lo spettacolo, con molti applausi, ecco la sorpresa (però annunciata) dell’acqua alta. Chi aveva gli stivali se li è infilati, ed ha affrontato i guadi insidiosi perché le “passerelle” sopraelevate non ci sono più, dal primo maggio a ottobre. Normalmente in questo periodo l’acqua alta non c’è più. Ma le condizioni atmosferiche sono cambiate, “grazie” anche a quell’insano progetto del Mose che, oramai è ufficiale, non servirà mai a niente. E si può solo sperare che, per salvar la faccia, a qualcuno non venga in mente di ultimarlo. Perché, in dieci anni di lavori, non è mai stato portato a termine. E quello in opera non funziona già più: i mitili hanno intaccato le cerniere, rendendole inutilizzabili.

Venezia – Teatro La Fenice. Repliche (con cast alterni) 22, 23, 26, 28, 30, 31 maggio, 1 giugno.

 

Romanzi, e non solo. Le critiche dei film recensiti da Ercole Patti. Un acuto osservatore del desiderio e della sensualità

(di Andrea Bisicchia) Il lavoro di ricerca sugli autori siciliani, svolto da Sara Zappulla Muscarà, da oltre quarant’anni, è talmente encomiabile, da meritare un riconoscimento dalle Istituzioni, non solo isolane. Negli ultimi anni, grazie alla creazione dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano, di cui è presidente Enzo Zappulla, la studiosa ha potuto condividere con lui le sue esplorazioni sia sul patrimonio letterario, che su quello teatrale, partendo da Capuana, Verga, Martoglio, Pirandello, per arrivare fino a Patti (1903 – 1976), al quale ha dedicato una monografia di oltre tremila pagine, pubblicata da La Nave di Teseo: “Ercole Patti – Tutte le Opere”, contenente racconti, romanzi, commedie, testi radiofonici, ma, soprattutto, le recensioni  cinematografiche, pubblicate su varie testate, tra le quali quelle milanesi: “L’Europeo” e “Il Tempo”.
L’amore di Patti per il cinema lo ha visto impegnato anche come sceneggiatore di una serie di film che il lettore potrà trovare indicati negli apparati, insieme a tutte le recensioni, con titoli e date.
La lunga stagione dell’autore catanese inizia sotto il fascismo, avendo collaborato con “Il Popolo di Roma”, un alter ego del “Popolo d’Italia”, diretto da Piero Saporiti, ma guidato da Galeazzo Ciano che accettò, tra i suoi collaboratori, scrittori che non esaltavano l’operato del Duce, da Brancati ad Aniante, a Patané. Durante quegli anni, iniziò l’attività di sceneggiatore insieme a Zavattini per “Darò un milione” (1935), regia di Camerini, con Vittorio De Sica e Luigi Almirante.
Dopo un breve periodo di scetticismo, il cinema fu molto gradito al regime che lo sovvenzionò piu del teatro, benché, contro la nuova arte, si fossero scagliati intellettuali come Serra, Gramsci, Gobetti, Gozzano, mentre erano di parere contrario, Papini, Prezzolini, Bracco, Debenedetti, Alvaro, in quanto lo ritenevano più idoneo del teatro per raggiungere le masse.
Anche Pirandello fece sentire la sua voce scrivendo: “Si gira” (1916), ed intervenendo teoricamente, fino a propore una formula che non trovò fortuna, né adepti: “Cinemalografia”, essendo convinto che la parola, in un film, venga alquanto sacrificata. Lo stesso Patti sottolineò la superiorità della letteratura rispetto al cinema e, per dimostrarlo, faceva l’esempio di Chaplin, il quale non aveva bisogno della parola, dato che i suoi film erano il prodotto di una “ispirazione unitaria e coerente”. Anche Moravia e Flaiano intervennero nel dibattito, sostenendo che il cinema non è arte, perché il suo linguaggio invecchia presto e non resiste al tempo.
Il volume, che è preceduto dalla introduzione dei curatori, dà una visione completa di un autore che il pubblico dei lettori ha conosciuto per i fortunati romanzi: “Giovannino”, “Un amore a Roma”, “La cugina”, “Un bellissimo novembre”, “Graziella”, “Gli ospiti del castello”, tutti diventati film di successo, oltre che oggetto di riduzioni teatrali come “L’avventura di Ernesto”, tratto da una novella, con la regia di Trionfo, o come “Un bellissimo Novembre”, regia di Mario Missiroli, con Donatella Finocchiaro, entrambi prodotti dallo Stabile di Catania.
Si tratta di testi molto noti anche per il modo con cui Patti affrontava il problema del sesso, sia come evento iniziatico per adolescenti che sentono visceralmente le pulsioni erotiche, sia come elemento di libertà. Per Patti, la seduzione appartiene alle donne, mentre la sessualità appartiene ai maschi, essendo convinto che la seduzione, al contrario del sesso, che è un fatto naturale, contenga dell’artificio costruito su una sorta di rituale che elimina un ordine già determinato per sostituirlo con un disordine prodotto dall’eros.
Scrive Jean Kott in “Eros e Thanatos” (1992): “L’esperienza del sesso può essere descritta, ma non è la stessa cosa della conoscenza di quell’esperienza”.
Per Patti, i corpi rimandano ad altri corpi, sia quando sono quelli degli adolescenti come Giovannino, Graziella, Giuseppe, Nino, corpi innocenti, sia quando sono quelli di Caterina, Agata, corpi maturi che vanno alla ricerca del piacere sessuale, frutto di un amore adulterino e clandestino, col ricorso a qualche piccola perversione, dovuta all’uso del “tatto” che, nella narrativa di Patti, ha un peso preponderante. Il “tatto” introduce il concetto di frammento, dato che, spesso, le storie d’amore raccontate risentono di questa frammentarietà, vedi il personaggio di Graziella, la Lolita siciliana, e il suo modo di appiccicarsi al maschio della madre.
Il volume, oltre agli apparati, contiene una vasta bibliografia e l’indice dei nomi che ricorrono nelle recensioni e che favorisce una facile consultazione.

Sara Zappulla Muscarà, Enzo Zappulla (a cura di): “ERCOLE PATTI – TUTTE LE OPERE”. Ed. La Nave di Teseo, 2019 – pp 3210, € 60.

Un esemplare Idomeneo, coro meraviglioso, voci accurate. Ma la vera dominatrice è stata Federica Lombardi (Elettra)

Bernard Richter (Idomeneo). Foto Brescia/Amisano

MILANO, venerdì 17 maggio (di Carla Maria Casanova)“Idomeneo” di Mozart, andato in scena alla Scala ieri sera (con successo) era preceduto da due edizioni cui tutti (o quasi) risalivano per i soliti paragoni. La prima era l’edizione 1990 diretta da Muti, con regìa di Roberto de Simone (ricostruzione mondo cretese, grandi navi, costumi storici). L’altra, del 2005, ripresa nel 2009, diretta da Harding, allestita in tutta fretta per la inaugurazione di stagione, sostituiva la “Così fan tutte”, programmata precedentemente da Muti (regìa minimalista di Luc Bondy, scena dominata da una gigantesca onda tipo tsunami).
I ricordi di quelle due produzioni si sovrapponevano e si confondevano. Meglio questo? Meglio quello? Fatica inutile.
Questo “Idomeneo”, diretto da Diego Fasolis, cast di prevalenza straniera, regìa di Matthias Hartmann, scene Volker Hintermeier, è, come di dovere, uno spettacolo tutto diverso. Sontuoso. La scena è sovrastata da una enorme, minacciosa barbarica testa di toro con ampissime corna, situata accanto a uno scheletrico scafo di nave. L’impianto, montato su larga piattaforma girevole, offre soluzioni in continuo movimento, giocate su travolgenti luci rosse e dorate. I costumi sono casacche e vesti senza tempo, come usa fare adesso in teatro. Su questo panorama scenico di indubbio fascino agisce purtroppo una regìa confusa, costruita su una gestualità anacronistica o inutile. Solo il coro ottiene alcuni effetti pregevoli. Le danze finali, molto lunghe, ma questo sta scritto nella partitura, coreografia di Reginaldo Oliveira decisamente moderna, sono un episodio a sé. Difficile inventare qualcosa di diverso.

Federica Lombardi (Elettra). Foto Brescia/Amisano

“Idomeneo”, considerato capolavoro cruciale della storia del melodramma, è l’opera in cui il venticinquenne Mozart fa coinvolgere le sue esperienze italiane, francesi e tedesche e nella quale costruisce un nuovo linguaggio drammatico attraverso spericolati ruoli vocali. Lo stesso coro, direi protagonista assoluto, è spesso chiamato a partecipare attivamente all’azione (come quando interviene per commentare lo sgomento di Idomeneo per dover sacrificare il proprio figlio). A tale compito il Coro scaligero, istruito da Bruno Casoni, ha risposto con una delle sue solite meravigliose prestazioni.
Idomeneo è la prima grande opera seria di Mozart, e il giovane compositore si impegna a seguire il percorso psicologico dei suoi personaggi, implicati quindi nella interpretazione del testo parlato oltre che nel canto, spesso virtuosistico.
La storia è farraginosa e complessa. Tutto parte da una di quelle promesse insensate tipiche del sesso maschile, vedi l’offerta di metà del proprio regno, come fa il libidinoso Erode a Salomé, con il risultato di doverle poi servire la testa di Giovanni Battista su un piatto d’argento (mai sentito di una donna incorsa in simile scemenze?). Qui è Idomeneo che, sorpreso in mare da una tempesta, per salvarsi la pelle fa voto a Nettuno di sacrificare la prima persona che incontrerà appena sbarcato (bella forza!). Ovviamente succede che tale prima persona sia suo figlio. Inizio di tutte le miserie.
Siccome però qui tutti i personaggi (tranne l’esagitata Elettra) sono persone abitate dai più nobili sentimenti, finisce che c’è addirittura una gara per chi deve essere sacrificato. Uccidi me! No, non lui, prendi me ecc. Tanta abnegazione tocca il cuore di Nettuno il quale rinuncia alla sua vittima, sistema la successione regale, benedice la coppia ereditaria e tutto finisce in gloria. Eccetto per Elettra, che se ne va come una Furia dopo l’ultima aria impervia, fatta segno del più grosso applauso della serata. A cantarla Federica Lombardi, ex vincitrice AsLiCo, ex allieva dell’Accademia di perfezionamento della Scala, Premio Franco Abbiati della critica come miglior cantante 2018, specializzata nel repertorio mozartiano (come tutto il cast). Federica Lombardi, indiscussa trionfatrice della serata.

Julia Kleiter (Ilia). Foto Brescia/Amisano

Bernard Richter, Idomeneo, dalla voce grande e gradevole,  ha dato una interpretazione esemplare. Accuratissima la dizione.
Michèle Loisier (Idamante) e Julia Kleiter (Ilia) corrette senza particolare smalto.
Da segnalare i ruoli minori: Arbace (il bravissimo Giorgio Misseri, applauso a scena aperta nella sua aria del secondo atto); il Gran Sacerdote (Kresimir Spicer, glorioso nel suo pur breve intervento).
In perfetto assetto pure “la Voce” (si suppone di Nettuno) di Emanuele Cordaro, fatta arrivare dal palco reale per dare la sua decisiva paterna benedizione a tutti quanti.
Sul podio Diego Fasolis, specialista del genere, il quale (Fasolis) spiega: «L’orchestra della Scala suona su strumenti “moderni”, ma è chiaro che si sente il profumo del lavoro che da qualche anno si sta facendo su strumenti originali e con prassi “storicamente informate”». Direzione ricca di sfumature cromatiche e timbriche.
Teatro esaurito nonostante il titolo non popolare e lo spettacolo lunghetto: tre ore e 15 minuti, con un intervallo.
Successo caloroso.

Teatro alla Scala. “Idomeneo” di W.A.Mozart- Repliche 19, 22, 25, 29 maggio 1, 4, 6 giugno.
Infotel: 02 72 00 37 44
www.teatroallascala.org