Il Teatro Pacta Salone trasloca in cortile e diventa Teatro a CieloAperto. Posti limitati. E tutti con guanti e mascherine

MILANO, mercoledì 3 giugno – Dal 16 giugno fino al 5 luglio, “PACTA SALONE allestisce in cortile uno spazio teatrale- E diventa, per l’estate, Teatro a CieloAperto” (sempre in assoluta sicurezza, secondo le ultime indicazioni ministeriali, con ingresso 45 minuti prima dell’inizio degli spettacoli, presentandosi al cancello d’ingresso muniti di mascherina e guanti).
È previsto un cartellone con tre spettacoli, firmati PACTA, più tre spettacoli per bambini.
Il programma – commenta la direttrice artistica Annig Raimondi – prevede spettacoli per tutti e spettacoli per bambini, in cui grande letteratura, musica e poesia restituiscano sogni e magia a un pubblico che vuol uscire da questa tempesta epocale. Non siamo che all’inizio di un percorso, obbligatoriamente differente da prima, che vogliamo ci conduca lontano, portandoci dietro solo ciò che è realmente importante. Noi di PACTA abbiamo unito energie, desideri e gesti per un intento comune: ritrovare il nostro pubblico e offrigli la possibilità di respirare un po’ di arte e di bellezza, accolti da una struttura in sicurezza che rispetterà tutti gli accorgimenti previsti. Abbiamo fatto ciò che, nella situazione, si deve fare, forti di quella libertà che si realizza nel fare qualcosa di ciò che il destino ha fatto di noi”.
Nel rispetto delle necessarie precauzioni, secondo le indicazioni ministeriali, agli spettacoli presenzierà un massimo di 50 spettatori ben distanziati. In scena, un numero limitato di attori.

IL PROGRAMMA

Dal 16 al 20 giugno: “JUKEBOX LETTERARIO, Ovvero il titolo lo scegli tu”: 15 brani di grandi autori classici e contemporanei selezionati, tra i quali il pubblico potrà scegliere un massimo di nove pezzi che verranno interpretati da Alessandro Pazzi e Lorenzo Vergani;

Dal 23 al 27 giugno: VENERE & ADONE il poemetto di Shakespeare, traduzione di Roberto Sanesi, in scena Riccardo Magherini con Nicola Lanni, Gabriele Palimento. Musiche dal vivo Nicola Lanni. Voci registrate Maria Eugenia D’Aquino, Vladimir Todisco Grande, Francesca Lolli, Suso Colorni

Dal 30 giugno al 4 luglio: MADAME BOVARY di Gustave Flaubert, scrittura scenica di Annig Raimondi anche interprete con Antonio Rosti. Musiche originali Les violons di Emma Maurizio Pisati

La domenica pomeriggio, alle 16.30, nel cortile del PACTA SALONE, sono in programma, sempre secondo le indicazioni di sicurezza sanitaria, tre spettacoli interattivi della Ditta Gioco Fiaba per bambini dai 3 ai 10 anni:
21 giugno: “IL GIGANTE BLU”,
28 giugno: “IL BIBLIOTECARIO E IL MOSTRO DEI LIBRI”;
5 luglio: “CAVOLI A MERENDA”.

PACTA SALONE “a CieloAperto” – via Ulisse Dini 7, 20142 Milano – Orari degli spettacoli, da martedì a venerdì ore 21.30; sabato ore 19.00 e ore 21.30. Sarà necessario presentarsi 45 minuti prima dell’inizio al cancello d’ingresso muniti di mascherina e guanti.
Per informazioni: www.pacta.org – tel. 0236503740 – Acquisto biglietti online: Vivaticket.com. Biglietti: Intero € 12 | Ridotto € 10 | per gli spettacoli per bambini biglietti € 7 per tutti.
Ampio parcheggio di fronte al teatro – Mezzi pubblici: MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa – Tram 3 e 15 – Autobus 65, 79 e 230

L’Arcadia, come paradigma di libertà e di giustizia. Contro le contraddizioni del mondo e la violenza predatoria del potere

(di Andrea Bisicchia) In una società imbarbarita come la nostra, in cui l’idea di potere tende sempre più a condizionare i bisogni della vita umana, plasmando la mente dei cittadini, pensare che possa esistere un’idea di potere che favorisca la salute, la felicità, l’eguaglianza, potrebbe sembrare un’assurdità. In verità, solo la vita felice può opporre una forma di resistenza al potere.
Quale vita? Quale potere?
Roberto Fai in “Pastorale arcadica. Per un regno giusto”, Mimesis, partendo da un testo di Monica Ferrando, “Il regno errante. L’Arcadia come paradigma politico”, pubblicato da Neri Pozza, si sofferma, non solo sul concetto di Arcadia, ma anche e, soprattutto, su quello di Nomos nel suo triplice significato di Legge, Canto, Pascolo. Legge, però, che non si impone con la prepotenza, ma che si tramanda attraverso il canto che, all’origine, era quello dei pastori.
Roberto Fai, trattando il testo della Ferrando come un classico, ha deciso di dedicargli un saggio, allineandosi al disegno dell’autrice e, nello stesso tempo, approfondendolo con alcune sue considerazioni sul concetto di “paradigma politico”. Pertanto, la sua lettura dell’Arcadia evita la superficialità settecentesca dei damerini vestiti da pastori, per intrattenersi su una regione impervia e agreste, abitata da ninfe e pastori,da intendere come modello di un particolare rapporto tra città e territorio, nel quale vengono elaborati forme non autoritarie di potere che permettono agli abitanti di essere protagonisti, non di una vita utopica, quella che Aristofane teorizza negli “Uccelli”, bensì di una vita in cui l’azione non è concepita come patimento ( Eliot diceva: agire è patire), proprio perché fondata sul Nomos, sulla Legge che ha come fine l’armonia, da raggiungere attraverso il canto e la distribuzione delle terre, ovvero il Pascolo.
Nelle società delle origini, prima dell’avvento della scrittura, si comunicava attraverso il corpo, la danza, il canto, il sacrificio, quest’ultimo ti metteva a contatto col divino. L’area d’incontro avveniva tra la sfera del potere e quella della vita non sottoposta ad alcun controllo, quello che diventerà un affare della politica. L’Arcadia tendeva alla ricerca di “un regno giusto”, che sarà cantato da Teocrito col suo “Syracosius versus”, con la sua idealizzazione della natura, priva di manierismi che ritroveremo nelle “Bucoliche”, dove Virgilio esaltava il potere della poesia di fronte a quello della politica, realizzato nella regione arcadica dove non era necessario lavorare la terra per sostenersi, perché la Natura generosa provvedeva a donare all’uomo il necessario per vivere e per amare, non per nulla Platone, nel “Simposio”, darà la parola a Diotima di Mantinea (città dell’Arcadia), per parlare d’amore.
Roberto Fai ripercorre, in quindici capitoli, il lungo itinerario che, dalla dimensione mitica arriva alla filosofia, alla giustizia, non quella che teorizzerà Carl Schmitt, con la sua tendenziosa lettura del Nomos, bensì quella teorizzata da Foucault, fondata sull’idea di libertà che si raggiunge attraverso il pensiero, convinto che il pensare sia già un gesto di libertà. L’Arcadia ci appare, così, in una nuova veste, meta ideale da una fuga dal mondo e dalle sue contraddizioni, regno errante appunto, ma anche regno giusto, attraversato da pastori che sono anche nomadi, dove mithos e logos riescono a convivere e dove nasce la vocazione politica della poesia presente, soprattutto, nell’opera di Virgilio che denuncerà la finalità predatoria del potere, tanto che, a suo avviso, l’Arcadia si smarca dal potere politico per esaltare quello del canto, finalizzato a risvegliare la sacralità della terra, ponendosi come antidoto a ogni sguardo predatore, grazie anche alla sua energia visionaria che permette la nascita di uno spazio veramente democratico in cui è il popolo a deliberare, inventando una ideologia che Aristotele ricorderà nel suo trattato sulla politica, benché  gli arcadi prestassero, nei suoi confronti, poca attenzione, a meno che non si trattasse di una politica in funzione della vita e non viceversa, ovvero in funzione di un “regno giusto”.

Roberto Fai, PASTORALE ARCADICA. PER UN REGNO GIUSTO, Editore Mimesis 2020, pp. 150, € 14.

Talento, disciplina, perfezionismo. Un artista inimitabile. E dal pianoforte scaturiva un canto che sapeva di infinito

(di Andrea Bisicchia) Ero presente all’ultimo concerto tenuto da Arturo Benedetti Michelangeli alla Scala, in un palco di quarta fila. Non ricordo come riuscii ad avere il biglietto, ricordo le quattro persone che erano con me, che non conoscevo, ma che parlavano del Maestro come se sapessero tutto, il mito ormai aveva contaminato tutti. Ricordo ancora il silenzio del teatro esaurito in ogni ordine di posti, col pubblico che tratteneva il respiro ancor prima che il concerto iniziasse. Qualcuno dubitava persino della sua presenza.
Mai vissuta una atmosfera del genere, lo dico da assiduo frequentatore della Scala.
Nel centenario della nascita, era nato a Brescia nel 1920, la città che aveva dato i natali a Papa Montini (1897) e a Emanuele Severino (1929), Roberto Cotroneo lo ricorda in un volume appena pubblicato da Neri Pozza, “Il demone della perfezione. Arturo Benedetti Michelangeli, l’ultimo dei romantici”. Non si tratta di un saggio, perché la scrittura non è di tipo accademico e perché non c’è alcun cenno bibliografico, bensì di un racconto costruito con brevi capitoli di due pagine appena, nei quali l’autore assembla le sue conoscenze del pianismo di Michelangeli e di altri illustri, ma ben diversi, colleghi, un pianismo che definisce demoniaco, ovvero una somma di talento, di disciplina, di perfezionismo, di regole che, a loro volta, non erano altro che una miscela di alto artigianato, di meccanica, di esercizi, di intelletto.
Benedetti Michelangeli, sin dalla giovane età, definito da Cortot: “il nuovo Liszt”, era capace di trasmettere, attraverso il pianoforte, l’infinito che c’è in noi, oltre che il senso della profondità. Cotroneo è ben consapevole che questo senso non esiste più e che la sua assenza ha creato una sorta di smarrimento, come se l’umanità di oggi si fosse condannata alla superficialità. Il libro nasce da questa consapevolezza che non nasconde una certa rabbia e, per dimostrare che esista il sentimento del profondo, ci racconta un modello, a suo modo, inimitabile.
Cotroneo evita la tecnica biografica, ne accenna qualche volta, solo che si deve rintracciare tra le righe, sia quando ci descrive Michelangeli vincitore di concorsi, sia quando ricorda la sua attività durante gli anni del fascismo, del postfascismo, della repubblica. Arturo Benedetti Michelangeli non si sentiva di appartenere a nessuna ideologia, diceva di essere un monarchico, amante della aristocrazia. Durante gli ultimi anni del fascismo, Cotroneo fa cenno al concerto tenuto al teatro Adriano di Roma (1942), stracolmo, con oltre 2500 spettatori, solo per citare il giudizio di un archeologo illustre, Ludwig Curtius, che, pur ritenendo l’uomo un po’ impacciato e timido, come pianista riuscì, scrisse, a trasformare “Al chiaro di luna” in un vero e proprio “canto”.
Silvio D’Amico in “Il tramonto del grande attore” attribuì a Ruggero Ruggeri questa stessa capacità: “Ruggeri non recita, canta”. Nel sottotitolo, Cotroneo definisce Benedetti Michelangeli: “l’ultimo dei romantici”, benché non rispecchiasse il comportamento dei romantici veri, perché era alquanto umorale, imprevedibile, antipatico, qualità dei sommi geni, basterebbe ricordare Giorgio Strehler a cui si attribuivano le stesse definizioni. L’autore ricorda ancora l’amicizia con Paolo VI e il concerto che Michelangeli tenne in suo onore, nella Sala Nervi del Vaticano, suonando “Gaspar de la nuit” di Ravel, uno dei pezzi più difficili scritto per pianoforte, con risultati che lasciarono il pubblico sconvolto. E, a proposito di pontefici, ricorda come Giovanni XXIII lo considerasse un figlio a cui, una volta, aveva regalato un testo di ascesi medievale: “Imitazione di Cristo”, che Benedetti Michelangeli lesse durante la sua malattia cercando, in esso, il vero conforto, quello che non trovava nei testi di Agostino o di Tommaso. Forse anche per questo, qualche critico definì “mistico” il suo modo di suonare.

Roberto Cotroneo, “Il demone della perfezione. Arturo Benedetti Michelangeli, l’ultimo dei romantici”, Neri Pozza editore 2020, pp. 140, € 16,50.

Mascherine, spettatori distanziati. E non più di 200 persone tra pubblico, tecnici e attori. Anche il Carcano non riaprirà

MILANO, venerdì 22 maggio(di Fioravante Cozzaglio) In questo mese di maggio avremmo dovuto portare a termine la nostra sesta stagione; il prossimo 9 giugno avremmo dovuto presentare la stagione 2020-2021.
Niente di tutto questo è accaduto e accadrà, per le note vicende epidemiche. Ma soprattutto non sappiamo quando e come il nostro lavoro e il nostro periodico ritrovarci potrà tornare alla sua tranquilla normalità.
È vero, nell’ultimo decreto si dice che i teatri potranno riaprire dal 15 giugno, ma il contesto di questa riapertura è ancora molto vago e problematico, non sufficiente per decidere con certezza come e quando riaprire l’attività.
Dietro le quinte non siamo fermi: il teatro italiano lavora ogni giorno per costruire scenari possibili, ogni giorno si discutono normative, si fanno incontri, ma il quadro è e rimane per ora quello delineato dal Comitato tecnico-scientifico:

Negli eventi organizzati in luoghi chiusi, ferme restando le misure sopra raccomandate ed in relazione alla garanzia delle misure di distanziamento richieste e dei sistemi di aerazione disponibili, il numero massimo di persone non deve superare il numero di 200. In particolare, gli spettatori dovranno mantenere la distanza tra di loro di almeno un metro ed indossare la mascherina di comunità, oltre ad evitare di accedere in presenza di sintomi respiratori e/o temperatura corporea < 37,5 C; lo stesso criterio dovrà essere applicato agli artisti, alle maestranze e a ogni altro tipo di lavoratore presente nel luogo in cui lo spettacolo si tiene.”

Duecento persone, comprese le maestranze, gli attori, le cassiere, il direttore di sala e le maschere non permettono di aprire un teatro da mille posti; le mascherine imposte anche agli attori rendono inutile ogni tentativo di fare spettacolo dal vivo. Non contestiamo le regole, che sono evidentemente necessarie, ma prendiamo atto che per ora le nostre comunità hanno difficoltà a riunirsi, che possiamo comunicare soltanto con i mezzi che la tecnologia per fortuna ci offre, che i tempi sono stati più lunghi del previsto e che da qui ai primi mesi dell’autunno dobbiamo pensare a come mantenere un minimo di rapporto.
Tra poco comunque arriverà l’estate, che tradizionalmente per noi è un momento di pausa, di manutenzione e di riflessione: adoperiamola tutti per prepararci alla stagione che verrà, ma soprattutto per imparare a convivere con questa emergenza che si trasforma in normalità.

(Fioravante Cozzaglio – direttore artistico del Teatro Carcano)