1944, amore e Resistenza ♦ Il leone e la bimba ♦ Maria di Scozia ♦ Sesso in rete ♦ Agenzia salva corna ♦ Migranti

Da giovedì 17 gennaio ► 

LA DOULEUR (Francia,Belgio, Svizzera 2017) di Emmanuel Finkiel. Con Mélanie Thierry, Benoît Magimel. Drammatico. 127 min. ● Giugno 1944, la Francia è sotto l’occupazione tedesca. Uno scrittore, il maggiore rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La giovane moglie, per ritrovare il marito, accetta una relazione con un agente francese della Gestapo

MIA E IL LEONE BIANCO (Francia 2018) di Gilles de Maistre. Con Daniah De Villiers, Mélanie Laurent. Drammatico. 98 min. ● Mia, una bambina insofferente e ribelle, è costretta a trasferirsi dall’Inghilterra al Sudafrica per seguire il lavoro del padre zoologo in un allevamento, dove nasce un raro esemplare di leone bianco. Si stabilisce subito un’incredibile amicizia tra la bambina e il leoncino. Il leone bianco crescerà insieme con lei – con qualche problema – nei tre anni di lavorazione del film

MARIA REGINA DI SCOZIA (Gran Bretagna 2018) di Josie Rourke. Con Saoirse Ronan, Margot Robbie. Storico. 124 min. ● Maria Stuart di Scozia diventa sposa sedicenne del Re di Francia, che muore dopo solo due anni. La giovane vedova decide di far ritorno nella terra natia e rivendicare il trono d’Inghilterra, andato a sua cugina Elisabetta I. Nasce una rivalità che porterà a un tragico epilogo…

GLASS (USA 2019) di M. Night Shyamalan. Con Anya Taylor-Joy, James McAvoy. Drammatico Fantascienza. 129 min. ● Un vigilante di mezza età incrocia il proprio destino con quello di Kevin Wendell, affetto da una forma estrema di schizofrenia per cui ha ben 24 differenti personalità, l’ultima delle quali è La Bestia, una sorta di super-cannibale…

SEX COWBOYS (Italia 2016) di Adriano Giotti. Con Francesco Maccarinelli, Federico Rosati, Nataly Beck’s. Drammatico. 73 min. ● Due giovani, una spagnola e un italiano, s’incontrano a Roma. Ed è subito sesso. A corto di soldi, per vivere e per pagare l’affitto decidono di vendere i loro rapporti in rete…

L’AGENZIA DEI BUGIARDI (Italia 2019) di Volfango De Biasi. Con Giampaolo Morelli, Massimo Ghini, Alessandra Mastronardi. Commedia. ● Tre componenti di una geniale agenzia inventa alibi per i propri clienti. Il loro motto è “Meglio una bella bugia che una brutta verità”. Ma tra corna, scappatelle, incontri casuali e situazioni imbarazzanti, le cose talvolta si complicano

DOVE BISOGNA STARE (Italia 2018) di Daniele Gaglianone, Stefano Collizzolli.  Con Jessica Cosenza, Lorena Fornasier, Georgia Borderi, Elena Pozzallo. Documentario. 98 min. ● Sono quattro volontarie italiane, impegnate nell’accoglienza dei migranti. Cercano di dare conforto e aiuto, tra penose situazioni, inauditi casi di sofferenze, odissee impensabili, difficoltà burocratiche. Anche contro strumentalizzazioni politiche dei problemi migratori…

Rosso di San Secondo, la crisi del dramma moderno e del teatro borghese. E la donna non fu più una candida creatura

(di Andrea Bisicchia) Rosso di San Secondo ha vissuto una straordinaria stagione tra il 1918 e il 1932, quando tutti i suoi testi venivano messi in scena dalle Compagnie primarie del tempo e acclamate in tutti i teatri d’Italia, alcuni con aperto dissenso.
Negli anni Cinquanta, fu la Compagnia Merlini-Cialente a riproporre “Marionette, che passione”, che vide il debutto di Franco Parenti, mentre nel 1955, alla Biennale di Venezia, si registrò un inatteso successo con “La scala”, regia di Squarzina, protagonosti Gianni Santuccio e Lilla Brignone. Lo Stabile di Catania ha proposto, più volte, Opere di Rosso negli anni seguenti, come lo Stabile di Palermo, sotto la Direzione di Pietro Carriglio che ha prodotto ben quattro testi di Rosso.
C’è da dire che, nel decennio 1980-1990, molte sono state le messinscena anche di Compagnie private, dove spicca la regia di Sepe di “Marionette, che passione”(1988) con Tieri- Lojodice, a cui è seguita quella di Carriglio (2010) con Luca Lazzareschi, Magda Mercatali, Sergio Basile e Liliana Paganini.
Perché questo preambolo? Perché Maria Dolores Pesce, nel suo interessante saggio sulla figura femminile nel Teatro di Rosso di San Secondo, dal titolo “Cose di carne”, Editoria & Spettacolo, avanza l’ipotesi che abbiano avuto più successo Massimo Bontempelli, a cui la Pesce ha dedicato uno studio illuminante, e Italo Svevo.
Non è così.
In questo volume, nella prima parte, la Pesce fa ricorso a un metodo comparativo tra questi tre protagonisti della letteratura e della scena italiana del Primo Novecento, ai quali riconosce, con modalità diverse, il superamento dei canoni appartenenti al teatro naturalista e a quello borghese, ma ciò che particolarmente interessa alla studiosa è il problema linguistico e quello della crisi del “dramma moderno”, secondo le indicazioni di Peter Szondi, crisi intercettata, non solo da Pirandello, ma anche da Rosso, Svevo e Bontempelli e, in Europa, da Ibsen, Strindberg, Wedekind, Maeterlink, Hofmannsthal, Andreev.
I nostri tre “eccentrici” avevano capito quanto fossero insufficienti e inadeguate la lingua e le forme del teatro di fine Ottocento e inizio Novecento, tanto che il loro impegno fu rivolto al superamento, se non allo sfascio, di queste forme, destrutturandole dall’interno, come, del resto, aveva fatto Pirandello, ed estendendole al linguaggio scenico. Questa destrutturazione coinvolse anche la sintassi drammatica, oltre che linguistica, che orbitava tra elementi psicotici, onirici e favolistici, e che produsse anche quella del canone femminile, dando vita alla donna ribelle, amante incontrollabile, candida creatura che muta vita col semplice mutare dell’abito, o ancora che passa da un bordello a una rispettabile casa borghese.
Per Dolores Pesce, la figura femminile diventa l’immagine del “perturbante”, non limitata al rapporto tra i sessi, ma anche all’epoca in cui queste strane eroine agiscono. Sono, infatti, loro che si scagliano contro lo spirito soporifero del tempo, sono loro che rendono succube l’uomo e che ribaltano, con la loro eccentricità, con la loro carnalità, anche quando assume connotati marionettistici, la concezione scenica, proprio perché percepiscono il malessere sociale che combattono con le loro pulsioni inconsce. Nei tre autori, l’autrice riscontra l’ansia dell’introspezione, tanto che l’analisi, spesso, prende il posto della rappresentazione, alimentando la crisi del dramma.
Nella seconda parte del volume, la Pesce analizza tre capolavori di San Secondo: “Marionette, che passione”, “La Bella addormentata”, “Lo spirito della morte”, evidenziando la sua tesi, secondo la quale, la scissione esistenziale del drammaturgo di Caltanissetta si proietta nelle sue eroine femminili, oltre che nella trascrizione linguistica, sciogliendo l’enigma della donna come “postulato di sensualità e di maternità” che era rimasto irrisolto e rinvenendo, nella contraddittorietà, lo specifico della drammaturgia sansecondiana.
Nella Appendice si può leggere la corrispondenza tra Rosso e Silvio D’Amico.
Come studioso di San secondo consiglio di leggere il volume della Pesce e quello, ancora più recente, di Calogero Rotondo, che è anche un compendio su quanto è stato scritto sull’autore in esame.

Marta Dolores Pesce, “Cose di carne. Il femminile nel teatro di Rosso di San Secondo” – Editoria & Spettacolo 2011 – pp 182 – € 16.

Grande spettacolo di tradizione. Violetta? Tutto ok. Ma La Traviata delle fuoriclasse è ormai una categoria estinta

Marina Rebeka e Francesco Meli (foto Brescia/Amisano)

MILANO, sabato 12 gennaio
► (di Carla Maria Casanova)
La traviata di Giuseppe Verdi. L’opera per antonomasia. Per eccellenza. Il compendio dell’intero universo melodrammatico. La Scala l’ha messa in scena per la decima volta nella edizione del 1990 (Cavani / Ferretti / Pescucci). Nel 2013 c’è stato un tentativo di novità, con la regìa di Tcherniakov, passata alla storia come “La traviata delle zucchine” (che venivano triturate in cucina dal furibondo Alfredo abbandonato da Violetta).
Normalmente, La traviata si definisce con il nome dell’interprete. Ci fu La traviata “della Tebaldi”, ricordata non per la sua eccelsa interpretazione né per il direttore che era, guarda caso, Victor De Sabata, ma per quella recita in cui al soprano mancò un attimo la voce. Ma era il 1951, e francamente pochi se la ricordano ancora. Poi ci fu “La traviata di Callas/Visconti”. 1955. (Gli “altri” del cast, tanto per dire, erano di Stefano/ Bastianini, direttore Giulini e, nei panni di Annina, quella Luisa Mandelli divenuta famosa in questi ultimi anni, solo per aver rispolverato il ricordo di aver fatto parte di quella storica edizione). Questa del 1955 è rimasta, negli annali, “La traviata”,  inamovibile punto di riferimento di tutte le Traviate e non per il celebre “lancio delle scarpette” (che poi lancio non era) che Visconti aveva imposto a Violetta dopo la festa del primo atto. Rimase “La traviata della Callas” quale pietra miliare. In molte tentarono di riattivarla. Fu sempre un disastro, a incominciare dall’infelice ripresa (1964) con Mirella Freni poi Anna Moffo (dirigeva von Karajan, tanto per dire).

Marina Rebeka, Francesco Meli, Caterina Piva (foto Brescia/Amisano)

Il titolo sparì dal cartellone scaligero. Finché Muti, con coraggio da leone, la ripropose come “La traviata dei giovani”. Era il 1990. Violetta era la sconosciuta Tiziana Fabbricini, che tenne cartellone per tre riprese (91/92/95). È l’ultima cantante, dopo la Callas, che si ricordi come titolare del ruolo: “La traviata della Fabbricini”. Fine. Nelle ulteriori 8 riprese, fino all’attuale, si sono alternate Violette anche non da buttar via (vedi Mariella Devia, Diana Damrau, Anna Netrebko…), ma chi se le ricorda, queste Traviate? Dov’è la fuoriclasse. Ieri siamo corsi per sentire Marina Rebeka (soprano léttone, graziosa, voce gradevole, canta correttamente). Non ha lasciato segno (almeno, nel mio immaginario). Alfredo, Francesco Meli (uno dei tenori attualmente più ricercati, specie per Verdi. Bell’aspetto, esibizione impeccabile). Germont, Leo Nucci (molto amato dal pubblico. Persona squisita e artista serio, dopo l’incidente di un infarto, è tornato a cantare con irreprensibile proprietà. Adesso la voce si sfibra e lui sopperisce con una intensa recitazione, a volte un po’ caricata. Però a questo punto, dopo oltre cinquant’anni di carriera…). Flora, Chiara Isotton (ah già, c’era anche Flora). Da segnalare che nella minima parte di Gastone figura Riccardo Della Sciucca, tenore allievo della Accademia della Scala. È da tenere d’occhio. Sul podio una garanzia: Myung-Whun Chung.
Lo spettacolo (Cavani/Ferretti ecc) è quanto di più soddisfacente possa immaginare uno spettatore amante della tradizione. Bellissimi sontuosi ambienti e costumi ottocenteschi. Taglio cinematografico tipo Gattopardo.
Si segnala che in alcune repliche ci saranno sostituzioni: Sonya Yoncheva (Violetta), Placido Domingo (Germont), Marco Armiliato (direttore). La traviata di ieri sera alla Scala ha sortito un successo al limite del delirio.
Tutti contentissimi. Ma perché, accidenti, a me vien voglia di piangere? Sarà l’età…

Repliche: 13, 16, 20, 22, 27 gennaio; 2, 5, 8 febbraio; 12, 14, 17  marzo.
www.teatroallascala.org

E dopo lo shock di una tempesta sul mar Baltico, il fuggitivo Wagner, incalzato dai creditori, scrisse “L’olandese volante”

FIRENZE, venerdì 11 gennaio (di Carla Maria Casanova) È l’opera wagneriana autobiografica per eccellenza, la giovanile “Der Fliegende Holländer” (L’Olandese volante, alias Il vascello fantasma). Come in una pagina di diario, racconta soprattutto di una tempesta. Quella che il ventiseienne Richard subì a bordo della goletta Thetis nella traversata del mar Baltico, compiuta insieme con la moglie Minna, in fuga da Riga perché assediato dai creditori. La tempesta fu tale che l’imbarcazione, diretta a Londra, si salvò trovando riparo nel fiordo norvegese di Sandwike.
Wagner tradusse il trauma di quell’esperienza con i mezzi che gli erano propri: la musica. Iniziò a comporre l’opera due anni più tardi, nel 1841, inserendo l’episodio vissuto nella saga nordica dell’Olandese volante, dal poema di Heinrich Heine. Rappresentata a Dresda nel 1843, ottenne un successo cordiale. È la prima pietra della grande epopea wagneriana (prima, c’era stato “Rienzi”, subito dopo sarà il capolavoro: “Tristano e Isotta”).
Il compositore presentò l’Olandese a Luigi di Baviera come “un’opera tutto sommato di poche pretese, e tuttavia già pervasa dal mio vero stile…” Poche pretese?! Basterebbe l’eccitante roteare dell’arcolaio che accompagna l’ossessiva Ballata delle ragazze (atto secondo) o il formidabile scontro corale degli equipaggi delle due navi, per annunciare l’inizio di una nuova era nella storia della musica. Ed è già presente anche il concetto centrale che diverrà, da adesso in poi, un Leitmotiv della poetica wagneriana: la redenzione.
La storia è nota. Un capitano di ventura, a seguito di una maledizione, è condannato a vagare per i mari sul suo vascello maledetto fino al giorno del Giudizio, a meno che una donna gli giuri, beninteso mantenendo il patto, amore ed eterna fedeltà. La possibilità di redenzione avviene un solo giorno, ogni sette anni.
L’ho fatta breve. In verità la vicenda è più complessa ed è corroborata dal mistero della leggenda che aleggia sulle ragazze da marito, con l’attesa paranoica di Senta che si sente predestinata, l’arrivo reale dell’Olandese, il malinteso creato da Erick, innamorato della ragazza e a conclusione dell’immolarsi di lei seguendo l’Olandese nei flutti, affinché sia redento.
Opera in tre atti di insolita brevità per Wagner (al totale due ore e mezza di musica), l’Olandese è andata in scena ieri al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (un solo intervallo dopo il primo atto – edizione originale con sottotitoli).
L’allestimento, affidato a Paul Curran regista, Saverio Santoliquido scene, Gabriella Ingram costumi, David Martin Jacques luci, gioca con fluttuanti proiezioni su cielo e mare, onde e nubi per un tutto procelloso gravido di sinistri presagi. Soprattutto il mare imperversa spaventoso, finché compare il tremolante fantasma del vascello. Grande buio. Primo e terzo atto paiono svolgersi di notte. Nel secondo, le ragazze che tessono il corredo sgambettano su macchine Singer anziché all’arcolaio, e la ballata che cantano non è molto gioiosa anche perché Senta, che sbeffeggiata dalle amiche insiste a rimirare il ritratto dell’ipotetico innamorato, la prende molto sul serio. E fa bene, giacché lui arriva per davvero. L’incontro che immobilizza i due colpiti dal fatale coup de foudre, 5 minuti a guardarsi senza parlare, è di emozione travolgente.
Ma c’è qualcosa di magico che è mancato, in questo incontro. Curran (attivo anche in Italia da oltre vent’anni) nelle note di regìa individua la scelta di Senta nella solita ottica della “donna moderna” (ma quando mai l’amore ha seguito strade diverse in tempi antichi o moderni?) e spiega che – parole di Curran – “forse dovremmo prestare attenzione a quel che chiediamo, perché potremmo essere condannati ad ottenerlo e a conviverci” parole il cui significato mi sfugge. Da un punto di vista tecnico, Curran opera una confusione nel finale: Senta se ne va e la si immagina buttarsi nel flutti per ricongiungersi con l’Olandese, ma ecco che riappare, illuminata, sullo scoglio, mentre l’Olandese, da terra, tende invano le mani verso di lei. Scambio di ruoli?
Sul podio c’è Fabio Luisi, direttore musicale del Maggio e per la prima volta in Italia alle prese con Wagner. Luisi è un grande direttore. È anche un grande direttore wagneriano? Lo è certo nel sostenere lo scontro vigorosissimo tra i due cori dei marinai (Coro del Maggio e Coro Ars Lyrica di Pisa), nel diffondere la forza e l’impeto degli elementi, forse lo è meno nel raccontare il senso del destino e lo struggimento romantico dei due innamorati. I quali sono Thomas Gazheli – Olandese, all’inizio vocalmente scomposto, poi riassettatosi nel corso dell’opera – e Marjorie Owens, soprano dal timbro bellissimo, con linea di canto solida e flessibile (peccato quella immensa stazza fisica, oggi quasi improponibile). Daland è il giovane russo Michail Petrenko, figlio d’arte provvisto di voce possente, mentre il fidanzato Erik, figura di solito di secondo piano, è stato interpretato alla grande da Bernhard Berchtold (in sostituzione del tenore Peter Tantsist che, alla prova generale, si era difeso strenuamente, con rara passionalità di accento, da un’incipiente indisposizione). Teatro esaurito, grandi applausi per tutti.
Repliche il 13, 15, 17.