Accadimenti orrendi di dolore e di morte. Come l’immenso orrore dell’Olocausto. Eppure, le immagini non dicono tutto

(di Andrea Bisicchia) Qual è il confine tra visibile e invisibile? Tra ciò che si vede e ciò che si legge? Tra ciò che si conosce e ciò che si cerca di occultare? Qual è la funzione dell’immagine quando cerca di attraversare questo confine, specie se riguarda gli orrori della Storia? Gli scontri di civiltà sono tutti segnati da lutti orrendi, testimoniati da immagini che trascendono gli stessi accadimenti, di tragedie che sono riuscite a mitizzare il dolore e persino la morte. Come sono stati trasmessi gli orrori dell’Olocausto? Come sono stati perpetuati dalle immagini rimaste?
Michele Guerra in: “Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini”, edito da Cortina, si è chiesto quali siano stati i processi di costruzioni delle immagini che hanno raccontato l’orrore della Shoah, anche attraverso il “non tutto”, secondo una definizione di Georges Didi-Huberman, quello che ci permette di vedere solo “porzioni” di verità che alimentano certi “vuoti di conoscenza” che, a loro volta, rendono lacunoso il nostro sapere e che necessitano, pertanto, di ricreare un più oculato rapporto tra vedere, immaginare e sapere, tra ciò che l’immagine mostra e ciò che l’immagine occulta, ma, soprattutto, sul nostro comportamento, dinanzi all’immagine, dopo che è trascorso un lungo tempo dai fatti accaduti.
Michele Guerra non è un mediologo, bensì uno storico del cinema che ama uscire fuori dalla sua disciplina, per orientarsi verso gli studi di Régis Debray, il quale ha cercato di “perorare la causa dell’invisibile”, intendendo la parola “causa” come difesa, ma anche come “origine”, per poter spiegare il buio che attraversa ciò che non è visibile. Come è noto, il secolo XXI si è caratterizzato per l’uso e l’abuso dell’immagine, sempre alla ricerca, non di una verità reale, ma di una verità che fa scandalo. Ebbene, secondo Guerra, è arrivato il momento di accedere a una ricerca multidisciplinare con l’utilizzo di codici diversi del “mostrare”, scandagliando gli aspetti visuali delle fonti primarie che, spesso, sono più potenti di quelli concettuali.
Ha diviso il suo studio in cinque capitoli che fa precedere da una premessa dove espone il metodo del suo lavoro e dove asserisce che la Shoah va raccontata da prospettive diverse che non debbano avere a che fare col consumo o col successo di un protagonista come Schindler, anzi bisogna partire dagli insuccessi, da ciò che non si vuole vedere, varcando la soglia dell’espressione verbale, per analizzare quanto di buio c’è dentro l’immagine e renderlo trasparente. Egli analizza il romanzo biografico di Elie Wiesel: “La notte” (1956), dove l’autore affida, spesso, al semplice fatto di aver visto qualcosa, la possibilità di restituire l’immensità di ciò che sente di dovere raccontare. La notte non è altro che l’oscurità della deportazione, il suo scandalo.
Successivamente ricorda alcuni film documentari, per meglio capire l’oggetto della sua ricerca, si tratta di “Notte e nebbia” (1956) di Resnais, dove è palese il modo diverso di costruire, attraverso l’immagine, un racconto, evitando l’estetizzazione o la spettacolarizzazione, come è accaduto per molti film sulla Shoah, a cominciare da “Kapò” (1959) di Gillo Pontecorvo.
Resnais fa ricorso a immagini di repertorio, in bianco e nero, che sono immagini di smarrimento e di disperazione, che mette in contrapposizione con il colore, con cui filma l’atrocità dei campi liberati, offrendo allo spettatore una prova saggistica su cosa intenda per visione, dimostrando, nel frattempo, come l’obiettivo alterni la “non mediabilità” della Shoah, con la possibilità di portare l’invisibile dentro qualcosa che i nostri occhi percepiscono.
Un altro film che rispecchia questo modo di procedere è “Il figlio di Saul” (2015) che concede ben poco al racconto tradizionale e all’impossibilità di mediare, visto che il vero scopo del regista è quello di diseppellire le testimonianze non dette.
Diversi sono gli altri documenti presi in esame: “Austerlitz” di Sergei Loznitsa, “Stelen” di Adelman e “Yolocaust” di Shapira, dove l’argomento è l’uso contemporaneo che si fa dello spazio della memoria, oltre che la sua profanazione, benché, grazie a questa, luoghi “invisibili”, diventino visibili. A Guerra interessa dare una teoria dell’immagine che sappia difendere, soprattutto, “la causa dell’invisibile”.

Michele Guerra, “Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini” – Cortina Editore 2020 – pp. 150 – € 16

Il Festival di Cannes, che si sarebbe svolto dal 12 al 23 maggio, non ci sarà. L’opinione di un membro del CdA

E così salterà anche il Festival cinematografico di Cannes. Il più importante appuntamento cinematografico del mondo non conoscerà l’edizione 2020.
Quasi certamente la decisione sarà presa il 15 aprile, nell’ambito di una riunione tra gli organizzatori, la città e i servizi di Stato, e sarà probabilmente comunicata il giorno dopo, il 16 aprile, dopo la conferenza stampa che avrebbe dovuto annunciare i film selezionati e i membri della giuria del 73mo Festival di Cannes. Ma i giochi sono fatti. Il grande appuntamento annuale della settima arte, che doveva svolgersi dal 12 al 23 maggio, non ci sarà. Un membro del consiglio di amministrazione ha detto: “Sarà difficilissimo, per non dire impossibile, selezionare film venuti dalla Cina, dalla Corea, dall’Iran, dall’Italia e da una cinquantina di Paesi, sapendo che gli attori e i registi non potranno venire a rappresentarli. E non ci sarà l’autorizzazione di proiettare dei film in una sala di duemila posti (il grande auditorium Louis Lumière conta 2.300 posti), sapendo peraltro che la minima apprensione potrà preoccupare i festivalieri. E che cosa dice Spike Lee, presidente della Giuria? Si conosce l’ipersensibilità di Hollywood in fatto di igiene. Io la vedo male stare quindici giorni in mezzo a una simile folla con una situazione sanitaria non controllata…”

(Jérôme Béglé. Dal settimanale francese “Le Point”, 14 marzo 2020)

Anche il teatro alla Scala, in materia di contenimento del contagio da Covid-19, rivede il calendario degli spettacoli

MILANO, mercoledì 11 marzo – In ottemperanza al decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’8 marzo 2020 in materia di contenimento del contagio da Covid-19, anche il Teatro alla Scala ha sospeso le rappresentazioni e l’attività artistica fino al giorno 3 aprile. (Lo stesso Museo Teatrale alla Scala resterà chiuso fino al 3 aprile.)
Inoltre, la Direzione del Teatro rende noto che, per l’impossibilità di radunare le masse artistiche per le prove degli spettacoli che avrebbero dovuto essere preparati nel corso del mese di marzo, anche il calendario di aprile subirà di conseguenza delle modifiche.
In attesa di poter comunicare una programmazione certa e definitiva sono state cautelativamente sospese le vendite degli spettacoli d’Opera Pelléas et Mélisande di Claude Debussy (in cartellone dal 4 al 24 aprile), e Tannhäuser di Richard Wagner (dal 23 aprile al 27 maggio); il Balletto Madina di Fabio Vacchi e Mauro Bigonzetti (dal 22 marzo al 16 aprile; il Concerto Sinfonico previsto in aprile con la Filarmonica della Scala diretta da Iván Fischer; le rappresentazioni de La Cenerentola per i bambini del 4 e del 5 aprile e del concerto della Piccola Filarmonica lo stesso 5 aprile.
La nuova programmazione e le informazioni relative a biglietti e turni di abbonamento saranno comunicate non appena disponibili. Tutte le informazioni saranno pubblicate anche sul sito:
www.teatroallascala.org

Nella terra degli antichi miti. Sulle tracce delle divinità e degli eroi, narrati da Omero, Eschilo, Sofocle ed Euripide

(di Andrea Bisicchia) Gli studi sul mondo greco non hanno mai sosta, anzi sono ritenuti sempre più necessari, perché costituiscono quella trasmissione del sapere che sta a base delle origini della civiltà occidentale, ecco il motivo per cui viene scandagliato in tutti i suoi particolari, sia a livello filosofico che storico, con ampio spazio dedicato al teatro, dove non c’è argomento che non abbia un perspicace rapporto col mito.
Anzi, tutte le riflessioni erudite sui modelli epici, lirici, drammatici, hanno, come fonte, immensi materiali provenienti da racconti mitici che, a loro volta, sono diventati imprescindibili per qualsiasi ricerca successiva.
Giulio Guidorizzi e Silvia Romani si sono già addentrati, in questo mondo, con studi di carattere filologico. Oggi hanno sentito il bisogno di liberarsi di un tipo di erudizione, per utilizzarne una più pratica, andando a conoscere i luoghi che conservano i miti del passato. Hanno così scritto: “In viaggio con gli dei,” edito da Cortina, utilizzando una metodologia che in Italia era stata applicata alla letteratura da parte di illustri studiosi come Walter Binni e Natalino Sapegno: “Storia letteraria nelle regioni d’Italia”, Sansoni, 1968; come Carlo Dionisotti: “Geografia e storia della letteratura italiana”, Einaudi, 1967; e come Giulio Ferroni che ci racconta Dante attraverso un “Viaggio nel paese della Commedia”, La Nave di Teseo, 2020.
“In viaggio con gli dei”, come sostiene il sottotitolo, “Guida mitologica della Grecia”, non è da intendere come guida turistica, ma come un vero e proprio studio che ha a che fare con la geografia dei luoghi abitati da divinità ed eroi, ricchi di miti, così come ce li hanno tramandati, non solo i poeti, ma anche gli antichisti che si sono interessati di questa materia.
A dire il vero, ogni civiltà vanta dei costruttori di miti, grazie a loro, si possono conoscere le origini culturali dei popoli. Il viaggio dei due escursionisti inizia da Creta e, quindi, da Teseo, col mito del Minotauro, è un viaggio che si prolunga fino ai giorni nostri, come si evince dal capolavoro di Borges: “La casa di Asterione”, dove la figura sanguinaria del Minotauro è stata trasformata in una creatura gentile e sfortunata. Ciò che colpisce, del popolo cretese, è l’uso della danza, ovvero di quella forma spettacolare che precede i testi scritti, e che vedeva impegnati i giovani cretesi ballare, muovendosi in cerchio, tenendosi i polsi per mano, con le fanciulle che indossavano costumi di veli leggeri, con in testa corone di fiori, mentre i ragazzi indossavano chitoni raffinati, con spade dorate e cinture d’argento, notizie che i due autori ricavano dall’Iliade di Omero.
Dopo aver attraversato Pilo, nel cui palazzo si era recato Telemaco per avere, da Nestore, notizie sul padre Ulisse a cui (è ancora Omero a raccontarlo nell’Odissea) Policaste, la bellissima figlia del re prepara il bagno, per ungerlo, successivamente, d’olio, in modo da farlo apparire come un dio, si arriva a Bassae, terra di centauri e amazzoni, quindi sarà la volta di Olimpia, dove la vita è una sfida continua, grazie ai famosi giuochi ginnici. Nel cuore d’Arcadia, Guidorizzi e Romani si imbattono nel monte Liceo, la terra dei Lupi, ma anche del dio Pan, quindi fanno sosta a Epidauro, la città dei sogni, oltre che del famoso teatro, un grande cerchio spalancato sulle pendici del colle Kinortion dall’acustica mirabile, per grandezza pari a quello di Siracusa.
Attraverso Micene, la rocca degli eroi, si arriva a Corinto, nota per i suoi cavalli e per il tempio di Afrodite, di cui è rimasta una colonna solitaria, al contrario di Delfi dove è visibile il noto santuario che ne fece una capitale religiosa, grazie anche alla molteplicità di tombe sacre, tra le quali, si crede, ci sia quella di Dioniso. Non molto lontano è da ammirare il teatro, quasi a sottolineare il connubio tra riti religiosi e riti drammatici, certamente più piccolo di quello di Epidauro, ma di una bellezza straordinaria, dove, tra altro, si tenevano i giochi pitici.
Il viaggio con gli dei non poteva non concludersi che ad Atene, col suo Aeropago, e con il Teatro di Dioniso, dove trovarono spazio rappresentativo i personaggi immortali creati da Eschilo, Sofocle ed Euripide. Da notare il fatto che il teatro ateniese fu il primo teatro di Stato, in cui le rappresentazioni erano regolate dall’Arconte.
Ogni capitolo, con la dicitura “Invito al viaggio”, propone una essenziale bibliografia. Il volume contiene speciali illustrazioni ad opera di Michele Tranquillini, una oculata iconografia e dei “crediti” fotografici che corredano le avventure narrate da Guidorizzi e dalla Romani.

Giulio Guidorizzi, Silvia Romani, “In viaggio con gli dei”, Editore Cortina 2019, pp. 270, € 19.