Vacanze di lavoro per Spider-Man ♦ Ricucire un rapporto ♦ Un amico da vendicare ♦ Comunismo contro astrattismo

► Da mercoledì 10 luglio

SPIDER-MAN: FAR FROM HOME (USA 2019) di Jon Watts. Con Zendaya, Marisa Tomei, Jake Gyllenhaal. Avventura. ● Spider-Man decide di partire per una vacanza in Europa insieme ai suoi amici. Ma il redivivo Nick Fury gli sta alle costole e non ha intenzione di concedere giorni di ferie quando c’è da salvare il mondo da una minaccia che emerge dalle viscere del pianeta….

► Da giovedì 11 luglio

WELCOME HOME (USA 2018) di George Ratliff. Con Aaron Paul, Emily Ratajkowski, Riccardo Scamarcio. Thriller. 97 min. ● Una coppia decide di trascorrere una idilliaca vacanza nella campagna umbra per cercare di ricucire un rapporto ormai compromesso. Lei è una donna traumatizzata da una relazione violenta; lui non riesce a togliersi dalla testa l’immagine di lei che lo tradisce con un collega di lavoro

DOMINO (Danimarca, Francia, Spagna, Belgio 2019) di Brian De Palma. Con Nikolaj Coster-Waldau, Carice van Houten, Guy Pearce. Thriller. 89 min. ● Un poliziotto danese vuole vendicarsi dell’omicidio di un suo amico e collega e cerca l’appoggio dell’amante dell’amico deceduto, anche lei poliziotta. L’uomo al quale i due danno la caccia è però un infiltrato della CIA

IL RITRATTO NEGATO (Polonia 2016) di Andrzej Wajda. Con Boguslaw Linda, Aleksandra Justa. Biografico. 98 min. ● Nella Polonia del 1948 l’artista e teorico dell’arte Władysław Strzemiński gode di fama e rispetto sia in patria che all’estero. Ha uno straordinario talento artistico, e una grave infermità, che però non gli impedisce produzioni di tele di arte astratta. Ma è osteggiato dalla radicalizzazione del regime comunista

 

Perché Shakespeare non voleva pubblicare i suoi sonetti? Forse ce n’è uno, nascosto, con la chiave del mistero

(di Andrea Bisicchia) Harold Bloom, autore del “Canone occidentale”, ritenne Shakespeare e Dante i due più eccelsi inventori di forme, di modelli, di regole, tali da costituire un “Canone”. Al contrario, il “Codice” è più legato ai “generi” ed è il prodotto di competenze disciplinari che possono essere anche di tipo trasversale. Elvira Siringo ha optato per quest’ultimo, scrivendo: “Codice Shakespeare”, nel quale le sue competenze spaziano dal mondo poetico a quello storico, da quello linguistico a quello biografico, grazie alle quali, indirizza il suo lavoro di ricerca verso un ipotetico sonetto, il 155, non presente nella raccolta pubblicata nel 1609 (anno della peste a Londra) dall’editore Thomas Thorpe, ma non licenziata dall’autore che sembra si mostrasse contrario alla pubblicazione.
In molti si sono chiesti il motivo di tale contrarietà, qualcuno l’ha individuata nella passione omoerotica che trasparirebbe lungo i 126 sonetti che precedono quelli dedicati alla dama nera, detta così per i suoi occhi “neri come corvi”, che sembrano “vestire il lutto”.
Come è noto, i Sonetti sono preceduti da una dedica, firmata T. T. (Thomas Thorpe), ritenuta anch’essa ambigua, che in molti hanno cercato di decodificare. A cosa è dovuto un simile accanimento nei confronti di una dedica che si caratterizza per una particolare disposizione delle lettere e della punteggiatura, oltre che per una certa libertà compositiva che sembra rimandare a Marinetti e ai poeti del Futurismo?
A prima vista, il destinatario della dedica sembra essere William Shakespeare, detto Will. Il problema si infittisce quando, nella terza riga, si legge a “Master W. H.”, tanto da chiederci cosa volesse dire quella H.
È forse da ricondurre a un ignoto e misterioso personaggio, unico ispiratore del Canzoniere? Oppure si trattava di colui che aveva procurato il materiale per l’editore, il quale si apprestava a ringraziarlo? Pur intrattenendosi su questo quesito, Elvira Siringo avanza l’ipotesi che l’edizione del 1609 contenga un sonetto nascosto, il 155 appunto, e che il codice di decifrazione sia da ricercare proprio in questa dedica. La Siringo sostiene anche che “il curatore avrebbe potuto smembrare il sonetto da nascondere, usandone i singoli versi in altri quattordici diversi contesti e avrebbe indicato la posizione fornendoci quattordici coppie di numeri”.
Come si può intuire, il problema non è di carattere filologico, trattandosi di una ipotesi fantasiosa che andrebbe ulteriormente dimostrata. Il volume non si raccomanda solo per questo, dato che contiene la spiegazione dei “Sonetti impresentabili” che erano stati esclusi dall’edizione curata da Ben Benson (1640), il quale aveva persino modificato il frontespizio. Il motivo dell’omissione è ancora da ricercare nel fatto che Shakespeare avesse promesso l’immortalità, attraverso la poesia, all’“amico” morto.
Personalmente sono convinto che l’amico o l’amica in nero (Emilia Bassano?) siano funzioni retoriche che il poeta utilizza per raccontare liberamente le sue trame d’amore e che abbiano a che fare con la rappresentazione, basterebbe leggere il sonetto 110: “Ho creato qua e là\ e fatto di me stesso un buffone di teatro” o ancora il 133, dove il poeta parla dell’“altro mio io”, quello che utilizza per creare un dialogo e, ancora, il 135 dove scrive: “Ogni donna ha quel che vuole, tu hai il tuo Will e un Will ancora e un Will anche di troppo” a dimostrazione di come il poeta sia stato capace di moltiplicarsi.
La Siringo si interessa anche degli alter ego di Shakespeare, da John Dee a John Florio, a Emilia Bassano, tesi sostenuta per quest’ultima da Giovanni Cecchin, nel volume: “Shakespeare, Emilia Bassano e Altri. Un quadro di vita elisabettiano. I Sonetti”, edito da Canova nel 1990, nel quale l’autore parteggia per la Bassano, perché d’origine veneta come lui.

Elvira Siringo, “Codice Shakespeare”, Edizione Independent Publishing 2015, pp 154, € 9.

Ah, la mania delle idee. Far diventare Puccini un mafioso, ma che idea è? Cos’ha capito Woody Allen? Forse niente

“Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini. In primo piano: Ambrogio Maestri (Gianni Schicchi) e Francesca Manzo (Lauretta). Foto Brescia/Amisano

MILANO, domenica 7 luglio(di Carla Maria Casanova) Forse avrebbe fatto bene a realizzare l’idea, seppur pessima, di mettere in scena “Gianni Schicchi” con personaggi tramutati in topolini (vedi Mickey Mouse di Walt Dysney). Press’a poco come avvenne con la “Madama Butterfly dei coleotteri” di Torre del Lago del 2004 (Ciociosan farfalla, a va bene, ma poi Sharpless grillo, Pinkerton scorpione, bonzi e geishe tutti formiche e cicale… Chi fu l’incauto regista?). Almeno si sarebbe potuto fischiare senza sentirsi in colpa.
Ma a Woody Allen, quando acconsentì a cimentarsi in una regia lirica per l’Opera House di Los Angeles (dove fu messa in scena nel 2008) fu detto che i topolini proprio non andavano bene e neanche i personaggi tramutati in ortaggi da vegani con Schicchi vestito da sigaretta (ma come possono venire certe idee?? Se ne facesse venire un’altra). E adesso mi sorge il dubbio che forse c’entrasse per qualche cosa Placido Domingo, che della Butterfly degli insetti a Torre del Lago era il direttore d’ orchestra e pure general director dell’Opera di Los Angeles… Ma è impossibile che suggerisse lui l’idea. Al contrario, memore del non felice esperimento del Festival pucciniano, forse fu lui a scartare l’idea del Mickey Mouse, quando propose a Woody Allen la regìa dello Schicchi.
Comunque sia, il guaio sta proprio nella mania delle idee. Nell’opera lirica le idee ci sono già nel libretto, basta seguirle. Woody Allen, che oltre ad essere un gran seduttore (le vie del Signore sono infinite) è uno dei maggiori registi esistenti, ha allora puntato sul sicuro: il neorealismo italiano. Filone pluripremiato (nel cinema). Purtroppo Gianni Schicchi, personaggio dantesco (compare tra i falsari, nel XXX Canto dell’Inferno) si riferisce ad una vicenda del Trecento fiorentino, epoca nella quale si colloca con precisione, dialoghi ben costruiti dal libretto di Gioachino Forzano. È un episodio vivace, di tipico spirito toscano. Un ricco vecchio di piccola aristocrazia muore lasciando tutto al convento dei frati. Gli altezzosi parenti si disperano. L’astuto plebeo Schicchi propone di sostituire il testamento, ma lo fa appropriandosi lui di tutti i “lotti” più preziosi. L’ambiente è descritto con precisione e minuzia, le reazioni degli avidi eredi anche, con le loro meschinerie e cattiverie. È una commediola comica, nonostante le connotazioni amare che spesso riserva l’ironia, e Puccini la tratta seguendo la tradizione teatrale buffa italiana della commedia dell’arte e della farsa.

Ambrogio Maestri (Maestro di cappella) e Anna Doris Capitelli  (Donna Eleonora) in “Prima la musica e poi le parole” di Salieri (foto Brescia/Amisano).

E Woody Allen cosa fa? Italia spaghetti e mandolino? Quasi ci siamo: Italia della mafia. Ambiente tetro, tutto grigio/nero (scene e costumi di Santo Loquasto) tanto da stupirsi che il panorama riproduca il campanile di Giotto e il cupolone, anziché il Vesuvio fumante. In scena lampeggiano coltelli, persino il ragazzino ne estrae uno minaccioso. Schicchi (Ambrogio Maestri, non nella sua interpretazione più riuscita) veste come un gangster americano, Lauretta indossa un abitino nero da Claudia Cardinale in “Rocco e i suoi fratelli”. Ironia non c’è, farsa men che meno. Proprio non ha capito niente, di quest’opera, Woody Allen grandissimo regista. Sempre molto, molto rischiose le “idee” che imperversano nell’opera lirica. Inoltre, mi è parso che sul versante musicale tutti gridassero a più non posso. Persino un gran baccano in orchestra, diretta con grinta da Ádám Fischer. Nello Schicchi, Puccini è di una modernità assoluta, con guizzi caricaturali e anche aspre dissonanze, ma il tutto tenuto insieme da un tessuto musicale sempre vigile, dove fa capolino qua e là da una sorta di “leit motiv” melodico vecchia maniera. L’abilità della concertazione è straordinaria. Non l’ho sentita. Una sola è l’aria divenuta popolare: quella di Lauretta “O mio babbino caro”. L’ha cantata Francesca Manzo.
È questo l’ultimo spettacolo della stagione scaligera 2018-19 (poi ci sarà la breve sessione autunnale). È il Progetto Accademia, vale a dire attuato dagli allievi del Corso di perfezionamento della Scala. A “Gianni Schicchi” è qui abbinato, in apertura di serata, Prima la musica e poi le parole,  di Antonio Salieri, grandissimo musicista, messo in ombra dall’avvento del genio di Mozart. Però questo Atto unico (65 minuti i cui primi 50 occupati da recitativi) si salva per il quartetto finale. Altrimenti è davvero pallosissimo. La messinscena (scene e costumi di Luigi Perego, regìa di Grischa Asagaroff) dove imperano mega-riproduzioni di vari strumenti, giganteschi violini, violoncelli, tromboni e clarinetti, è elegante e gradevole e i tre cantanti allievi (Maharram Huseynov, Anna-Doris Capitelli, Francesca Pia Vitale) oltre al divo Ambrogio Maestri, sono molto bravi. Però…
Ad ogni modo, non fidatevi del parere altrui (in questo caso, mio).
Chi vuol togliersi la curiosità, vada di persona. Ci sono cinque repliche (8, 10, 15, 17, 19 luglio) Ieri sera è stato un successo.
Quando è uscito Woody Allen, un trionfo. La regìa è ripresa da Kathleen Smith Belcher, che non si è mostrata alla ribalta. Vedere lui in carne e ossa, per molti ha significato un momento importante forse della propria vita. Lui, piccolo e un po’ malfermo, si è subito defilato.

Il folle delirio di vendetta del Capitano Achab contro la Balena Bianca. Ma infine sarà lui a soccombere alla fiocina

VERONA, venerdì 5 luglio ► (di Paolo A. Paganini) L’avventuroso romanzo “Moby Dick” (1851), di Herman Melville (1819-1891), ha avuto larga diffusione e diverse incursioni critiche, alcune di originali fascinazioni. Lo scrittore e poeta Jorge Luis Borges nel 1853 dedicò a Melville una poesia di grande impatto drammatico, sintetizzando in pochi versi la disperata caccia del Capitano Achab, così prossimo all’Ulisse dantesco, ma Borges aveva anche intuito anche singolari affinità con Shakespeare (e perfino parentele con Lucrezio e a Kafka), in una potentissima metafora della vita, rappresentata dall’inafferrabile Balena Bianca, irraggiungibile come la verità, entrambi, sia in Omero sia in Dante, così simili nel tessere la propria perdizione in un’oscura ansia di morte.
Del racconto di Melville e dell’ossessione di Achab, oltre a Borges, scrissero, tra gli altri, Harold Bloom e Cesare Pavese (che nel 1930 tradusse in italiano “Moby Dick”).
Il cinema se ne impossessò. Da citare almeno Gregory Peck (Capitano Achab) e Richard Basehart (Ismaele, il marinaio unico sopravvissuto), con la regia di John Huston (1956). Indimenticabile.
E, in teatro, c’è stato un impatto altrettanto tragico e inquietante, con il vecchio cacciatore di balene, personaggio scolpito nell’immaginario collettivo, così vicino alla grandezza di certi eroi shakespeariani, da Re Lear a Prospero, a Macbeth.
Ricorderemo Vittorio Gassman, tragico Achab (con il figlio Alessandro nel ruolo di Ismaele), che, nel Porto Antico di Genova, in occasione dell’Expo 1992, allestì un epico kolossal dal “Moby Dick” di Melville, con l’allusivo titolo “Ulisse e la Balena Bianca”. Partecipava una “ciurma” di ventitré interpreti, nel realistico impianto scenico di Renzo Piano (come una nave baleniera di 40 metri), e con le musiche di Nicola Piovani. Un avvenimento memorabile.
Ora, al Teatro Romano di Verona è la volta di Franco Branciaroli (con la Compagnia Teatro degli Incamminati, regia di Luca Lazzareschi), che, con il suo “Moby Dick” di Melville, recupera massimamente sia Ulisse sia Shakespeare, e soprattutto, riprendendo Jorge Luis Borges, le sue “dos enormas cosas: la balena y los mares que largamente surca…”. Ma Borges aggiunse un’altra “enorme cosa”: “aquel otro mar, que es la Escritura”, che in Melville si estende per 135 capitoli in 600 pagine.
In questo vasto mare di parole, ora, Franco Branciaroli – immenso affabulatore – naviga, per due ore (con un intervallo di quindici minuti). Occupa la scena, con gaudiosa e temeraria volontà di sfida, andando verso ed oltre Capo Horn, le sue personali Colonne d’Ercole, per inseguire, a modo suo, il sogno dantesco di Ulisse nel cercare “virtute e conoscenza”, prima di infrangere vanamente la sua folle ossessione di vendetta contro la mostruosa Balena Bianca. E trascinando con sé, in un delirio di morte, l’equipaggio della baleniera Pequod. Eccetto uno, il marinaio Ismaele, che servirà da narratore e testimone.
Lo spettacolo, nell’adattamento dello stesso Branciaroli, tutto impostato su notturne penombre, fra otto panche e uno schermo di sfondo, monotematico e opalino fra azzurri mari e cieli in tempesta, si snoda come una liturgia ora raccontata, ora imprecata, ora maledetta. L’azione è solo scenicamente accennata. Basta la parola. Così come basta la parola ad alludere al moncone di gamba del capitano Achab, con un normale Branciaroli in scena sulle sue gambe.
Eppure, quella gamba, maciullata anni prima fra le fauci di Moby Dick, è il segno tangibile di un tormento di vendetta, diventando, il vecchio baleniere, simbolo di un’umanità divorata nella lotta implacabile contro il male, contro le proprie Balene Bianche, non solo per divoranti vendette, ma per bisogno di conoscenza e di verità, o per misurarsi con il mistero della ragione, o con le forze della natura, o per confrontarsi con il Cielo. E in questa inutile e irraggiungibile ricerca di verità, un uomo, Achab per esempio, diventa emblematica figura, terribile e blasfema come una divinità pagana, storditamente e fatalmente avviata al suo destino di morte. La Balena Bianca prevarrà in eterno.
Ciò premesso, la storia trascende l’epicità del racconto d’avventura, per diventare simbolicamente una pena e una condanna ritualizzata in una funerea evocazione di morte. E in questo mare affogano tutte le velleità dell’uomo Achab, per il quale a nulla valgono ricordi d’affetti, debiti d’amore, desideri di pace, quando prevalgono odio dolore vendetta e morte. Perfino il tenero capitolo della parafrasi di Lear, in uno dei tanti riferimenti shakespeariani, quando per il vecchio Re, condannato a inutili pentimenti dopo le ingiustizie del suo stolido comportamento paterno, rimarrà solo l’umana tenerezza del suo giullare, il saggio e fedele Matto, in un inutile e ormai vano risarcimento di buoni sentimenti. La partita ormai è persa. Non rimane che la dannazione. O l’amarezza d’un addio. E a poco serviranno anche i sospiri di tenerezza dell’eterea Ariel – altro rimando shakespeariano – per convincere Prospero a rinunciare alle proprie magie.
E ora, a sua volta, il mozzo Pip fuori di testa a nulla servirà con il suo piccolo affetto per Achab, ormai perso nella sua delirante sete di vendetta.
Al Teatro Romano il testo di Melville diventa teatro di parola, non d’avventura. È un atto di coraggio e di temerità. Il coraggio di sottintendere una Balena Bianca, che mai si vedrà (nemmeno su quell’inutile telone di sfondo). Come si accennerà soltanto alla gamba di legno di Achab, il quale deambulerà normalmente. Ma l’operazione è anche temeraria, nel voler opporre alla immaginifica suggestione della fisicità dei mari, della natura, delle tempeste, e del mostro bianco, la sola parola quando diventa sfoggio di effetti, di volumi, di tonalità, facendo di Franco Branciaroli, generoso e potente, eroico e patetico, uno strumento vocalico di portentosi ancorché pletorici effetti chiaroscurali. Quasi a voler competere idealmente con gli stupefacenti exploit dell’indimenticato Carmelo Bene, qui addirittura surclassato dallo spasmodico trionfo di phoné di Branciaroli.
Eccessivo, eppure affascinante nei suoi funambolismi acrobatici.
Ma i più sottili significati esegetici e filosofici dell’opera di Melville vengono stravolti da un feticistico gusto sacrale della parola, in un pirotecnico repertorio di bravura. A scapito dell’avventura. Condannata all’immobilismo.

Prima dello spettacolo, è stato conferito a Ottavia Piccolo il 62° Premio Renato Simoni per la fedeltà al Teatro di Prosa (ma anche al Cinema e alla TV). Riconoscendo in lei anche il suo impegno in molte lotte civili e di impegno politico. Applausi e sorrisi alla sua amabile e straordinaria simpatia.

 

“Moby Dick” di Herman Melville, adattamento di Franco Branciaroli (Achab). Compagnia degli Incamminati, con Gianluca Gobbi (Ismaele), Sergio Basile (Stubb/Padre Mapple), Luigi Mezzanotte (Elia/Fedallah), Valentina Violo (Pip/Ariel), Francesco Migliaccio (Peleg/Carpentiere/Capitano Rachele), Marko Bukaqeja (Queequeg), Edoardo Rivoira (Tashtego) e Jacopo Morra (Daggoo). Scene e costumi sono di Domenico Franchi, luci di Cesare Agoni, musiche di Germano Mazzocchetti. Regia di Luca Lazzareschi, che sul palco veste i panni di Starbuck. Al Teatro Romano di Verona. Repliche il 5 e il 6 luglio.

Info tel. 0458077500.
www.estateteatraleveronese.it