La prima volta d’una pellicola straniera. “Parasite” conquista tutti e si aggiudica la più ambita statuetta per il miglior film

LOS ANGELES (U.S.A.), lunedì 10 febbraio Per la prima volta nella storia dell’Oscar, una pellicola in lingua non inglese vince la statuetta più ambita, quella per il miglior film. Al Dolby Theatre di Los Angeles, California, è stata la notte di “Parasite”, del sud-coreano Bong Joob-ho, che ha messo tutti a tacere aggiudicandosi quattro riconoscimenti: Miglior sceneggiatura originale, Miglior film internazionale, Miglior regia, Miglior film; tallonato dai tre Oscar, attesissimi, di “1917”, che ha sbaragliato nel Sonoro, negli Effetti speciali e nella Fotografia.
Come da previsioni la statuetta al Miglior attore protagonista è andata a Joaquin Phoenix per la straordinaria performance in “Joker”. Mentre Renée Zellweger si è aggiudicata l’Oscar alla Miglior attrice per aver fatto rivivere sullo schermo la vita e la figura di Judy Garland.
Come l’edizione precedente, la cerimonia non ha avuto un presentatore ufficiale, sono stati i vari ospiti che, di volta in volta, hanno annunciato i vari premi. Tra gli altri, Spike Lee, sul red carpet, ha ricordato, a poche settimane dalla scomparsa, Kobe Bryant, il campione di basket che due anni fa aveva vinto un Oscar con il cortometraggio “Dear Basketball”, basato sulla lettera con cui aveva annunciato il suo ritiro dallo sport.
A partire dalla presente edizione, il premio per il miglior film in lingua straniera viene rinominato “Premio Oscar al miglior film internazionale”. E il Premio per il “Miglior trucco e acconciatura” è passato da tre candidati a cinque.

Qui sotto tutti i premi assegnati.

MIGLIOR FILM
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho

MIGLIORE REGIA
Bong Joon-ho – Parasite (Gisaengchung)

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA
Joaquin Phoenix, Joker (qui la nostra recensione)

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Renée Zellweger – Judy

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA
Brad Pitt – C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time… in Hollywood) (qui la nostra recensione)

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Laura Dern – Storia di un matrimonio (Marriage Story)

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite (Gisaengchung)

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Taika Waititi – Jojo Rabbit

MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE
Parasite (Gisaengchung), regia di Bong Joon-ho (Corea del Sud)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Toy Story 4, regia di Josh Cooley

MIGLIORE FOTOGRAFIA
Roger Deakins – 1917 (qui la nostra recensione)

MIGLIORE SCENOGRAFIA
Barbara Ling e Nancy Haigh – C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time… in Hollywood)

MIGLIOR MONTAGGIO
Andrew Buckland e Michael McCusker – Le Mans ’66 – La grande sfida (Ford v Ferrari)

MIGLIORE COLONNA SONORA
Hildur Guðnadóttir – Joker

MIGLIORE CANZONE
(I’m Gonna) Love Me Again (Elton John, Bernie Taupin) – Rocketman

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI
Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron – 1917

MIGLIOR SONORO
Mark Taylor e Stuart Wilson – 1917

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO
Donald Sylvester – Le Mans ’66 – La grande sfida (Ford v Ferrari)

MIGLIORI COSTUMI
Jacqueline Durran – Piccole donne (Little Women)

MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA
Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji – Bombshell – La voce dello scandalo (Bombshell)

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Made in USA – Una fabbrica in Ohio (American Factory), regia di Steven Bognar e Julia Reichert

A Milano la luce e il buio di La Tour, il Caravaggio francese. Popolani, santi, mendicanti. Al bagliore fioco di una candela

MILANO, sabato 8 febbraio (di Patrizia Pedrazzini) Oggi che il mondo artistico internazionale lo ha ormai da decenni ampiamente riscoperto e studiato (anche se ancora non completamente), non stupisce che venga definito il “Caravaggio francese”. Ma, fino al primo Novecento, di Georges de La Tour, nato in un borgo della Lorena nel marzo del 1593 e morto il 30 gennaio del 1652 in un paese poco lontano della stessa regione, si conosceva ben poco. Se non fosse stato per lo storico dell’arte tedesco (e grande esperto del barocco italiano) Hermann Voss, che nel 1915 pubblicò un articolo nel quale gli assegnava la paternità di alcuni dipinti, il pittore francese sarebbe rimasto quello che fino ad allora era stato: un nome senza opere. Al più corredato dalla fama di uomo dal carattere difficile e dalla vita agitata, facile alla violenza (un po’ alla Caravaggio), padre di dieci figli, e abituato a condividere la casa con un gran numero di cani randagi.
Ma, appunto, non è andata così, e ora Milano dedica a quella che è a tutti gli effetti una gloria nazionale francese la mostra “Georges de La Tour. L’Europa della luce”, nelle sale di Palazzo Reale fino al prossimo 7 giugno.
Un’ottima occasione per ammirare i lavori di questo maestro della luce, i suoi bagliori al lume di candela, le sue suggestioni, la sua tavolozza fatta di ombre e di profili illuminati, modelli assorti e silenziosi. Ma anche le sue figure crudamente realistiche, i volti segnati dalla miseria, dall’ignoranza e dalla povertà, oltre che dall’inesorabile scorrere del tempo. In tutto 33 opere, 16 delle quali del pittore lorenese, le altre di altri artisti del tempo.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano, da Palazzo Reale e da MondoMostre Skira (che ne ha curato anche il catalogo), l’esposizione ha come polo d’attrazione la bellissima “Maddalena penitente”, prestito della National Gallery of Art di Washington D.C. (ve ne sono altre tre attribuite a La Tour, a New York, a Los Angeles e a Parigi). Diversamente dai contemporanei, più portati a sottolineare, della donna, i lati popolani e carnali, il pittore colloca Maddalena in una stanza austera, nella quale il profilo nitido e delicato, i capelli scuri e lisci e lo sguardo assorto di chi è profondamente immerso nei propri pensieri emergono dalla penombra creata dalla fiamma esile e tremolante di una candela. La mano destra a sostegno del viso, la sinistra a sfiorare un teschio. E un piccolo specchio, a ricordare la natura effimera della vita terrena.

Georges de La Tour, “Giobbe deriso da sua moglie”, 1650 ca – olio su tela, 145 x 97 cm (Musée départmental d’Art ancien et contemporain – Epinal, Francia)

Più orientati invece al drammatico realismo della vita popolare, attraverso anche il ricorso a modelli presi dalla strada, gente di basso rango, mendicanti, altri dipinti in mostra. Da “La rissa tra musici mendicanti” a “I giocatori di dadi”, e soprattutto a “Il denaro versato”, dove ancora l’artista – qui per sottolineare la tensione che accompagna il rapporto fra gli uomini e i soldi – fa ricorso alla luce di una candela, conferendo alla tela un chiaro impatto caravaggista (anche se ancora non si sa se La Tour abbia mai avuto modo di vedere le opere di Michelangelo Merisi, vissuto fra il 1571 e il 1610).
Né potevano mancare i quadri di argomento religioso, su tutti il singolare, per certi versi moderno, “Giobbe deriso dalla moglie”: una donna alta, maestosa e vestita di un raffinato abito rosso, che occupa con la sua figura la gran parte del quadro e che sovrasta, illuminandolo con una candela che tiene nella mano destra, un povero uomo nudo, vecchio e malato seduto su uno sgabello. Mentre ancora lampi di luce accarezzano il corpo immerso nella solitudine di “San Giovanni Battista nel deserto”. E sempre il lume fioco di una candela è il protagonista dell’elegante “Educazione della Vergine”: la piccola Maria che, in un interno domestico intimo e frugale, con discrezione si avvicina alla madre, per attendere educatamente alle attività femminili cui è destinata: la tessitura e la lettura delle Sacre Scritture.
In Italia non è conservata alcuna opera di Georges de La Tour. La mostra è stata resa possibile grazie ai prestiti concessi da 26 musei, fra Europa e America.

“Georges de La Tour. L’Europa della luce”, Milano, Palazzo Reale, fino al 7 giugno 2020.
www.latourmilano.it

Quando l’incomunicabilità diventa la trama d’un “silenzio grande”. E, fra giallo e commedia, infine si sfiora la tragedia

MILANO, venerdì 7 febbraio ► (di Paolo A. Paganini) La vita è fatta di silenzi piccoli, quelli che ciascuno tiene dentro di sé, che agli altri non servono o non interessano. Sono piccoli misteri, che, in silenzio, possono essere consolatori o disperati, angelici o tenebrosi, nobilitanti o infami. Nostri problemi quotidiani, problemi piccoli. Ma il fatto è che tanti problemi piccoli fanno un problema grande; tanti misteri piccoli fanno un mistero grande; tanti silenzi piccoli fanno un silenzio grande. E tutto diventa ingestibile. Per non averne parlato prima. Per averne escluso chi ci vuol bene.
La nostra vita, impastata di silenzi piccoli, di misteri piccoli, di problemi piccoli, forma così l’illusoria tela di una rassegnata incomprensione, mosaico di tutte quelle tessere piccole che la compongono.
I silenzi piccoli sono uno sciame fastidioso e innocuo. Li comprendiamo e, per pigrizia, indolenza o incapacità, pensiamo di tenerli in pugno. Ma quando diventano grandi si fanno ingombranti e inesorabilmente ingestibili. Eppoi, tutto sommato, i silenzi piccoli sappiamo cosa sono. Un mistero grande cos’è?
Se l’è domandato Maurizio de Giovanni, scrittore napoletano, autore di noir, di mistery e creatore delle inchieste del Commissario Ricciardi, ma anche romanziere, autore di racconti e soggettista. Ed ora drammaturgo. Appunto con “Il silenzio grande”, in scena al Carcano: più di 2 ore con un intervallo.
Praticamente un dramma spaccato in due.
La prima parte ha l’andamento formale della commedia eduardiana, ironica e di astuta scrittura, anche se scontata.
Narra di uno scrittore di successo. Vive sepolto nel suo studio/biblioteca, con vista sul Golfo. Tiene famiglia, ma non gliene frega più di tanto. Contraccambiato. Ha due figli, un trentenne inetto, di buona istruzione e gay; e una figlia ventenne, adorante del celebre padre, del quale ricerca tracce, con bramosie sessuali, in vecchi amanti in mutande. Da uno di loro, intellettuale, mediocre e sposato, rimane incinta. E poi c’è la moglie, infelice, che da anni si arrabatta a far quadrare i conti di famiglia. In questo eremo di polvere e libri, lo scrittore conduce vita monastica, desolata e sterile. Senza più vena e vocazione. La sua unica consolazione è la fedele domestica, ignorante ma sensibile e comprensiva. Sua è la frase: “Tanti piccoli silenzi danno vita a un silenzio grande”.
E il giorno del “silenzio grande” arriva.
È il giorno in cui tutti i silenzi piccoli si ricompongono in una trama unica e grande, fatale e inesorabile. E tutto precipita in un sol giorno. Quando arriva la folgorazione di un dramma impensato. Così, si rivelano allo stordito scrittore confessioni sena pudori: il figlio non l’ama, è gay, e non sopporta il padre; la figlia, pur amatissima, è una specie di Lolita senza pace e con un figlio ingombrante in grembo; e la moglie, infelice e persa, gli rivela che son finiti i soldi, la stessa domestica non  è pagata da due anni, le banche non fanno più crediti, e bisogna vendere la vecchia, grande e bella casa.
Dopo un’ora e dieci, fine della prima parte.
Maurizio de Giovanni, come in un giallo, ha creato il climax incalzante di una tensione che va dalla commedia all’incombenza della tragedia. Ma come venirne fuori? Il primo tempo ha già la sua naturale conclusione nella catastrofe, in una fine inesorabile. Senza speranze. È giunto il momento del silenzio grande. Non c’è più nulla da dire. Zitti.
Ma un giallista, una vecchia volpe come De Giovanni, sa che non può finire così.
E il secondo tempo – da rimanere sconcertati, senza parole – lo lasceremo tutto alla curiosità dei lettori e degli spettatori. Come ogni buon giallo che si rispetti.
La compagnia, diretta da Alessandro Gassmann (sempre più bravo e d’imprevedibili magie: vedasi anche l’utilizzo di fantasmici e stupendi ologrammi), è composta da cinque attori, che stanno al gioco in un affascinante dentro e fuori nello studio dello scrittore, in quello strano, unico e fatidico giorno, in cui, dopo tanti anni, tutti i silenzi piccoli di quella incomunicabile famiglia diventano l’agghiacciante rivelazione d’un unico tragico silenzio grande. Quando ormai non c‘è più nulla da fare.
Massimiliano Gallo è il celebre scrittore, ormai vinto, piegato, sopraffatto, patetico e dolente. Che bravo. Ha, tra l’altro, una “spalla” drammaturgicamente perfetta, la domestica (Monica Nappo): origliatrice e misteriosa, sa tutto, capisce tutto, angelo consolatore e confidente. Stefania Rocca, la moglie, Jacopo Sorbini (il figlio) e Paola Senatore (la figlia), personaggi abbozzati ma incisivi, non al centro dell’azione, fanno la loro bella figura. E di più non avrebbero potuto. Bene.
Pubblico da grandi occasioni. E tutti infine felicemente plaudenti.

IL SILENZIO GRANDE di Maurizio de Giovanni. Regia di Alessandro Gassmann. Con Massimiliano Gallo, Stefania Rocca, Paola Senatore, Jacopo Sorbini, Monica Nappo. Al Teatro Carcano, Corso d Porta Romana 63, Milano – Prenotazioni: 02 55181377 | 02 55181362 – Repliche fino a domenica 16 febbraio.
www.teatrocarcano.com

TOURNÉE
Como, Teatro Sociale (18 e 19 febbraio);
Rimini, Teatro Amintore Galli (20 – 22 febbraio).

Biennale Venezia 2020. Calendario delle sezioni di Danza, Architettura, Teatro, Musica. E della 77ma Mostra del Cinema

VENEZIA, 6 febbraio – Il Cda della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, ha comunicato le date delle attività della Biennale 2020.

Questo il calendario delle manifestazioni:

17ma Mostra Internazionale di Architettura, diretta da Hashim Sarkis – 23 maggio – 29 novembre;
Biennale Danza, diretta da Marie Chouinard, 5 – 14 giugno;
Biennale Teatro, diretta da Antonio Latella, 29 giugno – 13 luglio;
77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, diretta da Alberto Barbera, 2 – 12 settembre;
Biennale Musica, 25 settembre – 4 ottobre, diretta da Ivan Fedele.

Sono inoltre previste le attività denominate Biennale College, nonché le attività permanenti dell’Asac e Educational.