Un salto nel ‘74 ♦ Ragazze adescatrici ♦ Gli occhi d’un cane ♦ Furto per rivalsa ♦ Buzzati in cartoon ♦ N. Y. sommersa

Da giovedì 7 novembre ◄  

LA BELLE ÉPOQUE (Francia 2019) di Nicolas Bedos. Con Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant. Commedia. 110 min. ● Disegnatore disoccupato e disilluso accetta l’invito di un’agenzia che gli offre la possibilità di vivere un giorno della sua vita nell’epoca prediletta. L’uomo sceglierà di rivivere il 16 maggio 1974, quando, una sera, in un café di Lione, conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie, con la quale ha ora un momento di crisi…

PARASITE (Corea del Sud 2019) di Bong Joon-ho. Con Song Kang-ho, Sun-kyun Lee. Drammatico. 132 min. ● Un giovane vive, con sua sorella e i suoi genitori, in un disagevole appartamento sotto il livello della strada. Svolgono lavoretti umili per sbarcare il lunario, ma sempre con orgoglio e con qualche furbizia. La svolta arriva quando inizia a lavorare come insegnante d’inglese per la figlia di una ricca famiglia

LE RAGAZZE DI WALL STREET – BUSINESS I$ BUSINESS (USA 2019) di Lorene Scafaria. Con Jennifer Lopez, Constance Wu. Drammatico. 110 min. ● Un gruppo di lap dancer di Wall Street, travolto dalla crisi finanziaria del 2008, decide di mettersi in proprio per adescare e derubare ricchi clienti. Ma non sono avide, manca loro la fame di denaro. E una materia scabrosa e incandescente si perde per strada in un godibile intrattenimento di classe…

GLI UOMINI D’ORO (Italia 2019) di Vincenzo Alfieri. Con Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli. Noir. 110 min. ● A un impiegato delle Poste mancano tre mesi per andare in pensione e dedicarsi finalmente a una vita di sogno in Costa Rica. Ma, quando l’età pensionabile viene spostata di dieci anni avanti, l’impiegato decide di prendere il destino nelle sue mani. E, insieme con due amici, rapinerà l’ufficio postale

ATTRAVERSO I MIEI OCCHI (USA 2019) di Simon Curtis. Con Milo Ventimiglia e Amanda Seyfried. Drammatico. 109 min. ● La storia d’un cane che, attraverso il legame con il suo proprietario, un aspirante pilota di Formula Uno, acquisisce una straordinaria conoscenza della condizione umana, comprendendo che le tecniche necessarie in pista possono essere usate con successo anche nello straordinario viaggio della vita…

MOTHERLESS BROOKLYN – I SEGRETI DI UNA CITTÀ (USA 2019) di Edward Norton. Con Edward Norton, Willem Dafoe. Drammatico. 144 min. ● Lionel, nella New York degli anni 50, lavora presso un detective privato, che l’ha salvato dall’orfanotrofio. Lionel ha una memoria prodigiosa e una capacità estrema di collegare gli eventi. Ma soffre di un disturbo mentale: sente continuamente in testa una voce, che gli fa dire, fuori controllo, versi e parolacce. In questa condizione dovrà scoprire i motivi e i mandanti dell’omicidio dell’investigatore privato, al quale era affezionatissimo

LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA (Francia, Italia 2019) di Lorenzo Mattotti. Con Toni Servillo, Antonio Albanese, Linda Caridi. Animazione. 82 min. ● Trasposizione dell’opera di Buzzati in un film per grandi e piccini. Tonio, il figlio del re degli orsi, viene rapito dai cacciatori nelle montagne della Sicilia. In seguito a un rigoroso inverno che minaccia una carestia, il re decide di invadere la piana dove vivono gli uomini. Con l’aiuto del suo esercito e di un mago, riesce a vincere e a ritrovare Tonio. Presto, però, si renderà conto che gli orsi non sono fatti per vivere nella terra degli uomini…

UNA CANZONE PER MIO PADRE (USA 2018) di Andrew Erwin, Jon Erwin. Con J. Michael Finley, Brody Rose. Biografico. 110 min. ● Bart Millard, a 18 anni, è costretto a lasciare il football a causa di un grave incidente in campo. Fortunatamente, grazie a un’insegnante di musica, scopre di possedere uno straordinario talento per il canto. Dopo alcuni anni, raggiunto il successo, scrive una celebre canzone, “I Can Only Imagine”, in onore del padre, con il quale c’erano state delle incomprensioni giovanili ed ora riconciliato nel ricordo, dopo la sua morte

DEEP – UN’AVVENTURA IN MEZZO AL MARE (Spagna, Svizzera, Belgio, USA, Cina, Gran Bretagna 2017) di Julio Sot o Gurpide. Con Stephen Hughes, Anna Vocino, Phil LaMarr. Animazione. 92 min. ● Nel 2100 il mondo è ormai un’immensa distesa d’acqua abitata solo da creature marine. Il coraggioso polpo Deep e i suoi amici vivono con la loro colonia nelle profondità dell’oceano. Quando un incidente distrugge la loro casa, comincerà un avvincente viaggio, alla scoperta di luoghi mozzafiato, dall’Artico alla città sommersa di New York, passando per il relitto del Titanic…

Un affascinante libro. Da sfogliare (e da leggere). Come visitare una mostra. A inebriarsi dei quadri di Antonio Saliola

(di Andrea Bisicchia) Negli anni Settanta, quando lo Spazialismo, la Pop Art, l’Informale si erano imposti, cercando di scardinare ogni forma di figurazione per dare una svolta alla Storia dell’Arte Italiana un po’ succube, a dire il vero, dell’ Arte americana, l’unica reazione era stata quella del Gruppo Corrente, che, con Guttuso, Migneco, Gauli, Treccani, proponeva una diversa forma di figurazione, ricorrendo all’uso di un linguaggio dai timbri forti, tali da far pensare a un Espressionismo italiano che non voleva dire ritorno al passato. E ben chiaro che è sempre stata la realtà, oggetto della loro ricerca, indagata, però, con una sensibilità diversa e non con la volontà di denigrarla o di essere originali a tutti i costi.
Anche in teatro si cercava di essere originali, dopo il lungo predominio degli Stabili che venivano accusati di accademismo e di perseguire un puro formalismo. I nuovi gruppi volevano, a loro volta, essere originali a tutti i costi, giustificando, questa loro volontà, con l’esigenza di un nuovo impegno sociale da affidare al teatro di ricerca, tanto che sia Paolo Grassi che Giorgio Strehler sentirono il bisogno di intervenire sostenendo che l’idea di una teatralità diffusa, senza un metodo, finisse per distruggere la recitazione, rendendo le loro messinscene artificiali.
Lo sperimentalismo, diceva Strehler, l’ho sempre fatto all’interno dei testi e delle loro interpretazioni sceniche, senza ricorrere a vacui proclami. Come dire che tutte le avanguardie, non sostenute da competenze ben dimostrabili, finivano per sapere di provincialismo, come erano provinciali i critici che li sostenevano.
Ritengo questo preambolo necessario, perché Antonio Saliola (Bologna 1939), uno dei massimi pittori del secondo Novecento, inizia in quegli anni, la sua avventura artistica, mettendo in pratica, involontariamente, il pensiero di Strehler. Egli conosceva bene la ricerca artistica italiana e internazionale, solo che non si sentiva di tradire la sua idea di pittura, contrabbandando il soggetto con l’oggetto. Non voleva, cioè, essere alla moda con lo spirito divertito di Benedetto Marcello, che nel suo poemetto “Il teatro alla moda” satireggiava sulla artificiosità delle trame, sullo stile stereotipato, sulle macchinerie e sulla volgarità di certi artisti.
Saliola, che non volle appartenere a nessuna “tribù”, né a nessuna “corrente”, attua la sua sperimentazione direttamente sul colore, con una pennellata robusta, rincorrendo una nuova oggettivazione che rispondesse ai canoni di un figurativo con tendenze oniriche, fiabesche, metafisiche, sempre sul solco di quanto la Natura, non “morta”, ma “viva”, capace di coniugare divinazione con paganesimo, potesse offrire ai suoi colori.
In un volume pubblicato da Allemandi: “Antonio Saliola: il paziente pellegrino del sogno”, curato da Antonio Faeti, con un saggio critico illuminante e con interventi di Luigi Carluccio, Giovanni Arpino, Giorgio Soavi. Tonino Guerra, Pupi Avati, sono raccolte una serie di composizioni che vanno dal 1976 al 2018, tanto da credere di assistere a una vera e propria mostra, grazie anche alla qualità tipografica delle opere riprodotte. Però, è nel suo Studio che scopri la grandezza di Saliola, dove si possono ammirare opere già compiute, con altre in via di composizione.
Il suo Atelier non è disordinato come quello di certi artisti che vogliono essere originali anche in questo, bensì ordinato come la materia che tratta, come i temi che racconta che riguardano, soprattutto, interni ed esterni che hanno, come trame, stanze affollate di oggetti, di libri, di fiori, di animali, di orti o “quasi orti”, che mettono in pratica un detto cinese: “La vita inizia il giorno in cui si incomincia un giardino”.
I quadri sono attraversati da un gusto seduttivo, nel senso che Antonio Saliola, oltre a essere un geniale pittore, è anche un seduttore, dato che le sue immagini seducono, per la compostezza e per l’armonia del dettato pittorico, oltre che per quella vena sensuale che li attraversa, come accade in “Eros nell’Atelier” (1986), o in “La nuova modella” (2007), ma anche per il sostrato culturale che troviamo evidenziato in “Biblioteca d’amore” (1999) o in “Lettori notturni”, grazie anche alla costruzione di interni che sembrano pronti per uno spettacolo di Ibsen o di Pirandello. Del resto, il palcoscenico è il luogo dove ambienta: “Il teatro delle fate” (2003), quasi a teorizzare la componente drammaturgica e favolistica che occupa un posto particolare nella sua produzione pittorica, quella che gli permette di trasformare la realtà in un luogo di fantasia, dove tutti gli elementi concorrono alla creazione di una atmosfera misteriosa.
Un pittore immenso, dunque, conosciuto, non solo nelle Gallerie italiane, in particolare quelle bolognesi, milanesi e torinesi, ma anche nelle Gallerie di Parigi, Londra, Montecarlo, Buenos Aires, Chicago, New York.

“Antonio Saliola: il paziente pellegrino del sogno”, di Antonio Faeti – Umberto Allemandi Editore 2008 – pp 236, € 70.

In “Macbeth”, l’anima veramente nera, si sa, è quella della Lady. Ma lui, sarà pure un pecorone, va anche oltre di suo

COMO, venerdì 1 novembre ► (di Carla Maria Casanova) Quella di Macbeth è una storia che più au noir non si può. Si fa sempre notare che l’anima veramente nera sia quella della Lady, perché lui in fondo è un pecorone imbelle sobillato dalla orribile moglie. Infatti le donne, quando ci si mettono, battono chiunque. Si son visti casi di simile plagio anche in terrificanti delitti di cui i media si sono impadroniti con bramosia.
Però mi si lasci dire che Macbeth, di suo, non scherza.
Già infilare un pugnale nel cuore del suo ospite perché la moglie gliel’ha suggerito, non è da tutti.
Ma Macbeth va oltre per conto proprio.
Passato il primo smarrimento per la “vista orribile” dell’assassinato, immediatamente, la stessa notte medita (e ordina) un nuovo assassinio “forz’è che scorra un altro sangue”. Questa volta si tratta dell’amico Banco e di suo figlio. E questo perché le “spirtali donne” hanno profetato che i figli di Banco regneranno.
Ma qui si innesta un nonsenso. Se le prime profezie si sono avverate, e la terza l’ha aiutata Macbeth, lui dovrebbe oramai essere sicuro del potere di queste streghe, e farsene una ragione là dove i verdetti non coincidono con i suoi desideri (infatti, tanto per cominciare, se Banco viene ucciso, il figlio riesce a fuggire, confermando il realizzarsi della profezia di diventare re). Invece Macbeth si intromette, forza le cose, fa enormi pasticci. È un sanguinario e in più cretino. Personaggio completamente scaduto. L’atmosfera di terrore serpeggia comunque in tutta la tragedia shakespeariana e l’opera di Verdi ne sottolinea l’inesorabile catarsi fin dalle note ambigue, inquietanti di apertura (prima apparizione delle streghe). Si sente che succederà qualcosa. E di molto brutto.

Sulla vocalità voluta da Verdi per i suoi personaggi (in primis la Lady) è cosa nota che richiedesse una interprete aggressiva, “con voce aspra, soffocata, cupa”, però anche capace di “recitare” quello che stava dicendo. E così per il protagonista, che avrebbe dovuto cantare con “voce muta, sempre più piano (però anche) con forza, espansione…”  Una parola!
Eppure, con il Macbeth del circuito Opera Lombardia (dopo il debutto a Pavia, è approdato ieri sera con successo a Como e poi passerà a Brescia e Cremona) ci siamo andati vicino.
Il più grande stupore è per Silvia Dalla Benetta che debutta come Lady con un curriculum che parla di Liù, Violetta, Micaela, ma anche Lucia di Lammermoor e Norma. Quindi il registro alto c’è tutto. Negli anni l’organo vocale si è irrobustito e affrontare Macbeth, se appariva rischioso, è una prova superata a pieni voti, anche in considerazione del forte temperamento interpretativo e scenico. Poi, d’accordo, la Callas è un’altra cosa, ma sono paragoni improponibili.
Angelo Veccia (Macbeth), baritono affermato, ha un sostanzioso passato di basso, eppure il timbro non è scuro ed è capace di raffinate morbidezze.
È poi risultato particolarmente convincente il basso Alexey Birkus nella sia pur breve parte di Banco.
Svetta con furore, nell’unica aria del IV atto, Macduff, che risponde al nome di Giuseppe Distefano (però scritto tutto attaccato, altrimenti era il caso di cambiarsi nome perché dei Big non sono accettabili repliche).
Sul podio Gianluigi Gelmetti, maestro che di Verdi conosce molto se non tutto, ma ci è parso un po’ distratto, non capace di far rendere al meglio l’Orchestra dei Pomeriggi che, se non è quella dei Berliner, può fare assai di più. Ha agito con maggiore proprietà il Coro.

L’allestimento è in coproduzione con il Teatro São Carlos Lisbona (regìa Elena Barbalich, scene e costumi Tommaso Lagattolla). È dignitoso, gradevole. A mezza via tra il tradizionale e l’avveniristico, vale a dire con costumi storici e in scene pochi elementi ma significativi. Molte proiezioni e luci mirate. Domina il buio. Al centro, un grande cerchio attorno al quale si svolgono tutti i misfatti (è via via specchio che le streghe infrangeranno in mille pezzi acuminati, tavola del banchetto delle apparizioni, pozzo sinistro da dove sorgeranno i re che Macbeth aveva tentato di annientare…).
Una innovazione intelligente è la lettura della lettera di Macbeth affidata a una voce maschile fuori campo anziché alla Lady, che la riceve. Lo spettacolo si dipana veloce e sicuro. Forse fin troppo sicuro. Manca, mi è parso, il lato thriller. È tutto regolare, risaputo. Incomincia così e finisce così, come doveva essere. Vincono i buoni, muoiono i cattivi. Amen.

“Macbeth” di Giuseppe Verdi – Como, Teatro Sociale, replica sabato 2 novembre. Repliche successive Brescia teatro Grande 14 e 16 novembre, Cremona Teatro Ponchielli 22 e 24 novembre.

www.teatrosocialecomo.it

Katharina Blum, da Heinrich Böll, apre a Verona il “Grande Teatro”. Otto spettacoli nel cartellone del Teatro Nuovo

VERONA, giovedì 31 ottobre – È in programma al Teatro Nuovo di Verona, dal 5 novembre al 22 marzo – per complessive quarantotto rappresentazioni – la trentaquattresima edizione della rassegna IL GRANDE TEATRO, organizzata dal Comune di Verona e dal Teatro Stabile di Verona.
La rassegna sarà aperta da “L’onore perduto di Katharina Blum”, spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Heinrich Böll del 1974, tradotto in più di trenta lingue. Andato in scena in prima nazionale al Rossetti di Trieste lo scorso 22 ottobre e rappresentato in questi giorni (dal 29 ottobre al 3 novembre) al Teatro Giovanni Verga di Catania, arriva a Verona due settimane dopo il debutto. Ne sono protagonisti Elena Radonicich, apprezzata nella recente Rai fiction La porta rossa, e Peppino Mazzotta ineccepibile ispettore Fazio nella serie tv del Commissario Montalbano. Accanto a loro, sei attori della Compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia che produce lo spettacolo insieme agli Stabili di Napoli e di Catania: Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra e Maria Grazia Plos. Regia di Franco Però. «Chi si serve pubblicamente delle parole – diceva Heinrich Böll nel 1959 – mette in movimento mondi interi e nel piccolo spazio compreso tra due righe si può ammassare talmente tanta dinamite da farli saltare in aria questi mondi». Con questa frase il celebre scrittore tedesco (premio Nobel per la letteratura nel 1972) nato nel 1917 e morto nel 1985, anticipava alcuni suoi importanti contributi al dibattito sulla violenza terroristica degli anni Settanta che scatenarono contro di lui calunniose campagne di una parte della stampa. Tra i contributi maggiori al dibattito un suo articolo su Der Spiegel e la pubblicazione, nel 1974, del romanzo L’onore perduto di Katharina Blum. Il libro uscì in Italia nel 1975 ed ebbe una trasposizione cinematografica in quello stesso anno con la regia di Volker Schöndorff e di Margareth von Trotta.
Narra la storia dell’irreprensibile segretaria Katharina Blum, che, a un ballo di carnevale, incontra Ludwig Götten, un piccolo criminale, sospettato di essere un terrorista. Trascorre la notte con lui e l’indomani, non del tutto consapevole della situazione, ne facilita la fuga. Katharina viene brutalmente interrogata dalla polizia con la quale collabora solo in parte. Nel frattempo, la stampa scandalistica, attraverso lo spietato giornalista Werner Tötges, violando ripetutamente la privacy di Katharina e manipolando le informazioni raccolte, ne fa prima una complice del bandito e poi una vera e propria terrorista. A questo punto la vita di Katharina viene sconvolta: riceve minacce e offese, i suoi conoscenti vengono emarginati, il suo onore viene definitivamente compromesso. In sua difesa la polizia e lo Stato fanno poco o nulla. Dapprima disperata, poi lucida nel suo isolamento, Katharina Blum dovrà arrangiarsi da sola…

CALENDARIO DELLA RASSEGNA GRANDE TEATRO

Dal 5 al 10 novembre: L’ONORE PERDUTO DI KATHARINA BLUM, da Heinrich Böll, adattamento di Letizia Russo, regia di Franco Però. Con Elena Radonicich, Peppino Mazzotta.
Dal 19 al 23 novembre: VINCENT VAN GOGH – L’ODORE ASSORDANTE DEL BIANCO di Stefano Massini. Con Alessandro Preziosi. Regia di Alessandro Maggi.
Dal 10 al 15 dicembre: FALSTAFF E IL SUO SERVO di Nicola Fano e Antonio Calenda che cura anche la regia. Con Franco Branciaroli e Massimo De Francovich.
Dal 14 al 19 gennaio 2020: SI NOTA ALL’IMBRUNIRE (SOLITUDINE DA PAESE SPOPOLATO) di Lucia Calamaro, anche regia. Con Silvio Orlando.
Dal 28 al 1 febbraio: DRACULA, di Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini, dal romanzo di Bram Stoker del 1897. Protagonisti Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini (che cura anche la regia).
Dal 18 al 22 febbraio: JEZABEL, dal romanzo del 1936 della scrittrice ucraina Irène Némirovsky (1903-1942) morta nel campo di concentramento di Auschwitz. Protagonista Elena Ghiaurov con la regia di Paolo Valerio.
Dal 3 al 7 marzo: ANTIGONE di Sofocle, con Sebastiano Lo Monaco, Barbara Moselli. La regia è di Laura Sicignano.
Dal 17 al 21 marzo: MINE VAGANTI, di Ferzan Özpetek, con Francesco Pannofino.

Teatro Nuovo, piazza Viviani 10, Verona – Tel. 045 8006100