Testi di autori pugliesi in una intensa stagione del teatro italiano del secondo Novecento. Poi finiti nel dimenticatoio

(di Andrea Bisicchia) Di Rino Bizzarro avevo letto: “È di scena Don Pancrazio Cucuzziello”, Edizioni Levante, 1983, si trattava del primo tentativo di ricostruzione completa delle origini della prima “maschera” pugliese che faceva pensare, data la ricchezza e l’avarizia del personaggio e dato il suo desiderio senile di poter amoreggiare con donne giovani, all’Arpagone molieriano o al Pantalone della Commedia dell’Arte.
Bizzarro da anni lavora attorno alla drammaturgia pugliese. Da questa sua febbrile ricerca è nato il volume “Su il sipario. Viaggio nella drammaturgia pugliese del secondo Novecento”, Edizioni Levante, dove sono raccolti testi inediti di nove autori che hanno vissuto, ciascuno a suo modo, una stagione intensa del teatro italiano, ma che sono finiti nel dimenticatoio.
Bizzarro ha circoscritto la sua ricerca nel secondo Novecento, anche perché non è stata scritta una vera storia del teatro pugliese a livello accademico, vista anche la scarsa bibliografia al riguardo, benché ne esista una incompleta, opera di un libraio barese, Pasquale Sorrenti (1927-2003).
Forse vale la pena ricordare che, nel primo Novecento, Luigi Chiarelli (Trani,1880-1941) ebbe un successo europeo con “La maschera e il volto” e che Cesare Giulio Viola (Taranto,1886-1958) visse un momento fortunato tra il 1920-1930, mentre, nel secondo Novecento, troviamo due out-sider come Carmelo Bene (Campi Salentina, 1937- 2002) ed Eugenio Barba (Brindisi, 1936), allievo di Grotowski e fondatore dell’Odin Teatret. Se vogliamo passare al terzo millennio, l’autrice-attrice che ha fatto parlare di sé è Licia Lanera (Bari, 1982), vincitrice di un premio Ubu.
Degli autori raccolti nel volume, oltre che Rino Bizzarro e Maurizio Micheli, livornese di origine, ma di formazione pugliese, ho conosciuto Vincenzo Di Mattia, di cui avevo visto, al Piccolo Teatro, con la regia di Puecher, “La Lanzichenecca” (1965) e “I confessori”, al Pier Lombardo, oggi Franco Parenti, con la regia di Bruno Cirino, per Teatro Oggi. In quella occasione, Roberto De Monticelli, sul Corriere della sera” (14 febbraio 1979), scrisse: “Se la nostra civiltà teatrale fosse di largo respiro… Di Mattia sarebbe un autore importante ormai inserito in un rapporto normale col pubblico”.
Nicola Manzari aveva vissuto una sua magnifica stagione tra il 1940 e il 1950, commedie come “Una donna troppo onesta”, “Il trionfo del diritto”, “Tabù”, “Partita a quattro”, furono messe in scena da primarie compagnie e da attori come Enrico Maria Salerno e Nino Manfredi.
Di Nicola Saponaro, avevo visto: “Giorni di lotta con Di Vittorio”, regia di Scaparro, col Teatro Stabile di Bolzano (1974) e “Rocco Scotellaro”, con la regia di Bruno Cirino, al Teatro Tenda di Roma (1979), tutto esaurito, con la presentazione, sul palco, di Dario Fo, visto il particolare argomento della commedia. Di Saponaro esiste una raccolta dei suoi testi, a cura di Franco Perrelli, pubblicata da Spirali. La scelta dei nove autori è anche testimonianza della qualità della loro scrittura, i testi sono: “Le trou et l’epée” di Nicola Manzari, “Petruzzelli” di Vincenzo De Mattia, “Morire a Milano” di Vito Maurogiovanni, “Contratto con l’assassino” di Nicola Saponaro, “Nella penombra” di Rino Bizzarro, “Il Lupo”, di Maurizio Micheli, e Maria Marcone con “Benedetto Petrone” e “Un sabato mattina di fine agosto”, Antonio Rossano con “La storia non scritta”, Daniele Giancane con “La repubblica di Fanty”.
Il volume contiene una prefazione di Egidio Pani che si sofferma, oltre che su gli autori citati, anche su altre realtà, come la nascita del Teatro d’Arte al Sud e, in particolare, quella dei Gruppi e delle Cooperative nate sulla scia del’68, come Puglia Teatro, che daranno largo impulso al teatro pugliese e che meriterebbero un maggiore approfondimento per una storiografia più completa sull’attività produttiva di questo teatro.

Rino Bizzarro (a cura di), “Su il sipario. Viaggio nella drammaturgia pugliese del secondo Novecento”, Editori Levante 2005, pp. 360, € 28

Riacquistata la vista dopo un brillante intervento, scopre un mondo sgradevole e minaccioso. Meglio tornare alla cecità

TORINO, giovedì 27 agosto – Debutta al Teatro Carignano di Torino, martedì 1 settembre, ore 21 – repliche fino a domenica 6 settembre – la nuova produzione del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale: “MOLLY SWEENEY” di Brian Friel, con Orietta Notari, Michele Di Mauro, Andrea Di Casa, per la regia di Valerio Binasco.
Valerio Binasco dopo “Una specie di Alaska” mette in scena un altro testo ispirato al lavoro di Oliver Sacks, in un delicato e appassionante progetto al cui centro ci sono due allestimenti tratti dalle opere di Harold Pinter e Brian Friel, drammaturghi tra i più significativi del teatro del nostro tempo, che rielaborano esperienze cliniche di lunghi isolamenti dalla realtà e di ritorni, spesso drammatici e faticosi, alla vita nella sua forma più piena.
Oliver Sacks ha mostrato come scienza e letteratura possano coesistere in un virtuoso scambio di suggestioni e di decodificazione della realtà: il “poeta laureato”, come lo descrisse il New York Times, ha sommato in sé competenze neurologiche e psichiatriche, che ha saputo abilmente traslare in best seller internazionali (“Risvegli”, “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”), a metà strada tra la divulgazione scientifica e la narrativa pura. Come Harold Pinter, che con “Una specie di Alaska” fece propria la vicenda di “Risvegli”, così Brian Friel ha saputo riprendere il fascino della narrazione di Sacks, l’acutezza dello scienziato, l’empatia del medico, con un testo teatrale di grande successo, “Molly Sweeney”, ispirato a un caso clinico descritto dal medico in “Vedere e non vedere”.
A partire da un’esperienza personale (nel 1992 Friel venne operato agli occhi e fu in quell’occasione che lesse il saggio di Sacks “Vedere e non vedere”) il drammaturgo descrive un inaspettato ritorno alla luce, quello di Molly Sweeney, che riacquista la vista dopo un brillante intervento chirurgico. Passata l’euforia inziale, Molly scopre un mondo più sgradevole e minaccioso di quello che lei aveva immaginato e padroneggiato con la sola esperienza tattile. La donna preferisce tornare a rifugiarsi nella cecità: a poco a poco, cioè, regredisce verso quella che gli specialisti definiscono «visione cieca», un raro fenomeno neurologico per cui il malato vede, ma nessuna delle cose che vede arriva alla sua coscienza. Molly realizza un percorso inverso: il suo nuovo stato non le appartiene, così lontano da una coscienza che si è plasmata nel buio. Paradossale e paradigmatica, la vicenda smaschera molte illusioni sul progresso scientifico e apre contraddizioni per ogni essere umano.

TEATRO CARIGNANO. Piazza Carignano 6, Torino – tel 011 5169484 – 011 5169555. – “MOLLY SWEENEY”, di Brian Friel, con Orietta Notari, Michele Di Mauro, Andrea Di Casa. Regia Valerio Binasco, scene e luci Jacopo Valsania, costumi Sandra Cardini. 1 / 6 settembre, ore 21 – Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Ecco “Tenet”: spy story, fantascienza e Armageddon. Ma Nolan ha il diritto di chiedere tanta fatica per capire un film?

(di Marisa Marzelli) È il primo grande evento cinematografico di quest’anno sciagurato per ogni forma di aggregazione dal vivo. Il più recente e attesissimo film di Christopher Nolan, Tenet, ce l’ha fatta ad uscire in sala (almeno in alcuni Paesi, mentre nelle sale americane arriverà a settembre e solo in certe città). Il britannico Nolan ha tenuto duro, non ha accettato proiezioni sulle piattaforme digitali, e intanto la curiosità cresceva, alimentata da uno spasmodico battage promozionale.
Vedremo se Tenet (costato oltre 200 milioni di dollari) avrà la forza di riconciliare gli spettatori con la fruizione “di massa” nelle sale cinematografiche, dopo mesi di reclusione casalinga.
Ed eccolo, il gioiello annunciato.
In perfetto stile Nolan, al limite delle capacità di prestare attenzione e districarsi in un groviglio narrativo di indizi e depistaggi.
Scritto e diretto dallo stesso autore, Tenet è una spy-story che sconfina nella fantascienza.
A grandi linee la trama sembra relativamente semplice: c’è un agente segreto (John David Washington, figlio di Denzel, identificato solo come “il protagonista”), aiutato da un giovane collega (Robert Pattinson, già bel vampiro della saga Twilight), impegnato a salvare il mondo da un oligarca russo (Kenneth Banagh) intenzionato a distruggere l’umanità. Potrebbe scapparci la terza guerra mondiale. Il fatto è che, a differenza dei vari Bond ed epigoni, Washington deve muoversi tra piani temporali differenti, affrontando l’inversione temporale: il passato che interagisce con il presente, l’uno speculare all’altro. Insomma, un’interpretazione palindroma del tempo. Da qui tutta una serie di opportunità narrative, di dettagli da ricomporre come in un rompicapo, mentre l’azione procede frenetica e spettacolare.
La prima conseguenza è che lo spettatore (anche quello concentrato e attentissimo) non ce la fa a star dietro a tutto, gli sfugge sempre parecchio nell’arco di 150 minuti di proiezione. Quasi tutti si concentrano solo su alcuni elementi (possono essere i dettagli da incastrare o le azioni dei protagonisti, o i dialoghi) ma il quadro generale resta sfocato. Nessuno esce dalla sala senza convincersi che per capirci di più è necessario rivedere Tenet almeno una seconda volta.
Mi permetto di riferire un’esperienza personale: dopo la proiezione eravamo in otto a discutere del film e ognuno sottolineava qualche particolare visivo o frase di dialogo che agli altri erano sfuggiti.
Questo suo undicesimo è il film più ambizioso di Nolan, evoluzione coerente di tutta la sua poetica cinematografica (non poco cerebrale), nonché della sua maestosa capacità di filmare scene impossibili. Si ritrovano schegge, tra l’altro, di Memento (2000, su un uomo che ha perso la memoria a breve e tenta di ricostruirla per piccolissimi frammenti), The Prestige (2006, su come un prestigiatore inganni la percezione della realtà con i trucchi), Inception, (2010, sogni dentro altri sogni si mescolano alla realtà), Interstellar (2014, la terra sta morendo e alcuni scienziati viaggiano verso un cunicolo spazio-temporale nell’universo), Dunkirk (2017, spazio e tempo agiscono su un fatto reale come l’evacuazione di Dunkerque nella seconda Guerra Mondiale). E si ritrova “la mania” di Nolan di ammantare di spiegazioni scientifiche le imprevedibili evoluzioni della mente umana nell’interpretare e rendere visivamente i pensieri.
C’è tanto, troppo in Tenet (parola palindroma che suggerisce un flusso, un’interrelazione costante da una parte all’altra) e lo spettatore può anche interrogarsi se un regista abbia diritto di chiedergli tanto impegno e dedizione per tentare di capire un film. Sorge il dubbio che Nolan, com’era già successo a David Lynch, sia troppo avanti nell’esplorare il cervello umano perché il pubblico sia invogliato a seguirlo.
Ci si può anche chiedere: alla fine, un film così denso che cosa vuole dirci? Ce lo siamo chiesti, con i sette amici fermatisi a chiacchierare a fine proiezione (ma stavamo a distanza, formando un cerchio piuttosto ampio). Forse influenzati dalle mascherine impugnate o pendule attorno al collo, ci siamo detti che forse Nolan vuole informare l’umanità che l’Armageddon è già iniziato tempo fa. Ora dobbiamo combattere anche contro noi stessi del recente passato per cercare di disinnescarlo.
Non sarà una risposta esaustiva ma forse aiuta a decifrare la spettacolare sequenza iniziale d’azione dove in un teatro dell’opera in Cecenia, mentre gli orchestrali accordano gli strumenti, irrompe un commando terroristico e si vede il pubblico addormentato (o morto?) perché è stato diffuso in sala un gas. Se qualcuno ha buona memoria, si ricorderà del sequestro avvenuto in un teatro di Mosca nel 2002 da parte di un commando ceceno; le forze speciali russe introdussero dal sistema di ventilazione un agente chimico e ci furono oltre un centinaio di morti.

Due attori in tournée: viaggi in seconda, pane e mortadella, frati sbronzi, cani randagi, alberghetti per scaricatori di porto

Gianrico Tedeschi (1920-2020) è venuto a mancare un mese fa, la sera del 27 luglio. Aveva compiuto cento anni da poco. In settant’anni di carriera aveva lavorato con i più grandi registi, Squarzina, Visconti, Patroni Griffi, Falqui, Ronconi, Garinei e Giovannini. Nel 1946, ancora studente all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, debuttò, in “Sotto i ponti di New York”, regia di Strehler. E con Strehler recitò poi in “Sofonisba” (1950), “La vedova scaltra” (1953), “Arlecchino servitore di due padroni”1960 e 1973) e “L’opera da tre soldi” (1973).

IL RICORDO AFFETTUOSO D’UN AMICO E COLLEGA NEL TRIGESIMO DI GIANRICO TEDESCHI

♦ MILANO, martedì 25 agosto ► (di Giancarlo Dettori) C’eravamo messi d’accordo la sera prima, a cena, dopo lo spettacolo (mi pare di ricordare che stavamo recitando “Androclo e il leone” di G.B. Shaw). Quello, che si sveglia prima, chiama l’altro. “Naturalmente chi si alza prima, si alzava e si alzerà per sempre prima, sono sempre stato io”. Gianrico ha sempre dormito fino a tardi. Certi giorni alle 14 del pomeriggio dormiva sereno come nel primo sonno. Che cosa straordinaria poter recuperare, così, la stanchezza del teatro! Ma questo è Gianrico Tedeschi. Lui è uno che recupera, lui non ha ansie, lui è sereno. Lui è diverso, insomma lui è lui. E di lui, così, non ce ne sarà più nessuno. Insomma, non ce ne sarà mai un altro. Di Tedeschi dicevano un po’ tutti: Gianrico è l’unico uomo sulla terra che non ha il sistema nervoso. Eppure…

Ho deciso di buttare giù qualche appunto su di lui perché mi sembra un dovere, e poi penso, in fondo, che sia divertente raccontare qualche briciola della nostra vita, vissuta insieme.
Noi siamo stati molto amici, e la nostra simpatia reciproca nacque nel bar della televisione in via Teulada, a Roma. Stavamo prendendo un caffè, ognuno per conto suo. Lui era già molto “lui”, io ero solo un giovane attore. Lo guardavo con la coda dell’occhio, certo di non essere visto ma anche con la speranza che mi notasse; all’improvviso lui prende la tazzina del caffè, fa una specie di spaccata, allontana il braccio con il caffè e in uno scomposto affondo, come se avesse il fioretto in mano, comincia a bere. Io non resisto e lo imito. Non so perché lo feci. Così d’istinto. Lui mi vede, mi guarda, ma non vede quello che sto facendo, come se tutto fosse normale.
“Stai facendo una commedia in televisione?” Mi dice. Io rispondo: “Sì, sto registrando”. E lui: “Anch’io”.
Comincia a parlare e ne salta fuori un rapporto che è durato anni, parecchi anni, ma non per tutta la vita. Perché gli attori, quando cambiano compagnia, non si vedono più. Da quel momento devono frequentare una nuova famiglia e tutto si concentra sul nuovo spettacolo che dovrà andare in scena. Il nostro è un mestiere che ti permette pochissimi rapporti profondi, personali. Ti obbliga ad un lavoro molto attento, assoluto. Non c’è spazio che per il personaggio che stai preparando, e le grandi amicizie sono veramente rare. Ma io e Gianrico siamo stati molto amici. Quando i nostri destini ci hanno portati lontano, abbiamo nascosto un po’ i nostri pensieri dentro di noi, nell’ombra, ma la nostra storia di vita è rimasta per sempre. Perché siamo stati molto uniti nel gioco, nella follia e nella bella condivisione di un momento delle nostre vite…

Quando si viaggia in treno, quel rumore continuo delle ruote sulle rotaie, finisce per essere una musica, un po’ ossessiva, ma infine bella, perché lentamente ti rasserena. Quel suono, tac tac tac tac tac tac, è come una compagnia, cancella tutti i pensieri e non rimane che un dolce suono di una strana orchestra a percussioni che ti accompagna nella carrozza di 2a classe verso il tuo destino. Gianrico dormiva, come al solito, profondamente, io lo osservavo con una invidia pazzesca, e mi chiedevo: come si fa a dormire cosi? Arrivati a Pisa gli avevo chiesto se voleva venire con me in un convento di frati vicino alla città. Purtroppo non avevamo la macchina e non ci restava che prendere un taxi. La sua Citroen DS21 si era guastata in zona e lui aveva deciso di lasciarla parcheggiata in un garage. Nessun ordine di riparazione. Saltiamo su un taxi e via… in convento!
Io volevo porre una serie di domande per le mie continue crisi sulla Chiesa Cattolica e tanto altro. Il vecchio priore ci accolse con un sorriso, era un omone alto e barbutissimo, con una fraternità pretesca stampata in faccia e uguale per tutti. In definitiva, interpretava il personaggio del frate buono ma devo riconoscere che come interpretazione era un po’ scarsa. Il priore mi accompagnò verso una cella dove un frate vietnamita mi aspettava; o meglio, aspettava chiunque volesse cercare di capirlo; parlava malissimo l’italiano. E Gianrico? “Sarà seduto nel parlatorio ad aspettarmi”. Rimasi con il vietnamita parecchio tempo anche perché io non capivo lui e lui non capiva quasi nulla di quello che gli dicevo, per cui la conversazione era veramente difficilissima. Passato questo tempo interminabile, capimmo che era impossibile andare avanti. Eravamo in un punto di non ritorno. Ci salutammo, ma, in quel momento, lo facemmo con un affetto vero, profondo e fu solo quella la ragione positiva di questo incontro nel piccolo convento vicino a Pisa. Quindi, via. “E Gianrico dove sarà?”. Mi avviai verso l’ingresso guardando e cercando. In una stanza attigua alla portineria, delle voci molto sonore mi colpirono, allora mi avvicinai; il priore e Gianrico, seduti su un bancone, con di fronte una grande vasca, dove giaceva il famoso nocino dei frati, si davano pacche sulle spalle e canticchiavano una canzoncina d’obbligo: “Tu scendi dalle stelle”. In poche parole, erano tutti e due sbronzi duri. Salutai il priore, allegrissimo, mi caricai sul fianco Gianrico e con il taxi andammo al garage dove giaceva in coma profondo la Citroen DS21…

Giancarlo Dettori (1932), diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’ di Roma (1956). L’anno successivo, nel 1957, Giorgio Strehler lo volle al Piccolo Teatro in “Coriolano”. E già nel 1958 recitò in ben quattro produzioni del Piccolo: “L’opera da tre soldi” (ripresa anche nel ’73), “Arlecchino servitore di due padroni” (anche edizioni 1964 e 1973), “Goldoni e le sue sedici commedie nuove”, “L’anima buona di Sezuan”. La sua collaborazione con Strehler durò quattro decenni, fino alla scomparsa del regista (1997).

Arrivati al garage la super macchina, come avevo detto, dormiva il sonno del giusto, ma Gianrico non dava segni di volerla riparare; così andammo in albergo. Entrando in camera mia mi aspettavo qualche decisione da parte sua, sulla riparazione: nulla. Eravamo in tournée con uno spettacolo estivo e la macchina era indispensabile e io dipendevo interamente da lui. Non avevo macchina.
L’indomani mattina, dopo una nottata rasserenante (soprattutto per lui) tornammo al garage, e Gianrico fece chiamare un carro attrezzi del luogo. Dopo un quarto d’ora arrivò un toscanissimo autista con un traballante trainatore, Gianrico gli chiese se poteva accompagnarci durante il nostro giro dei teatri in zona, con il carro attrezzi. Il maledetto toscano purtroppo rispose di sì. Così, noi abbiamo fatto quattro piazze della tournée di quella estate trainati dal carro attrezzi.
Arrivati finalmente a Firenze portammo la macchina trainata alla sede Citroen e finalmente (sereno io), andammo in albergo. Lui era sempre tranquillo e tutto quello che era successo gli sembrava assolutamente e banalmente normale…

In Emilia Romagna ci sono ancora degli alberghetti, frequentati spesso da attori, che hanno il sapore di un tempo che fu, dove può accadere di vedere uscire da una cameretta una bella signora formosotta con il figlio vestito da balilla. Questi alberghi sono costruiti quando c’era lui, il capoccione, li aveva fatti un po’ tutti uguali alla piacentina. Oggi sono un po’ decaduti ed è per questo che si spende meno. Quindi quello che ci vuole per noi teatranti.
In quel periodo, non ho mai capito perché, Gianrico aveva deciso che dovevamo depurarci. Praticamente non mangiavamo mai, bevevamo solo dei frullati di verdura e di frutta. Eravamo ridotti al lumicino, pronti ad entrare in un campo di sterminio. Ma una mattina io decisi con fermezza sarda che dovevamo mangiare almeno un panino. Ci mettemmo alla ricerca di un posto ove mangiarlo e finalmente trovammo un luogo qualunque, in una strada qualunque con un gerente qualunque, rigorosamente con i capelli bianchi. Entriamo, e io, quasi gridando, dico: “Ci fa due panini con una mortadellata abbondantissima?”. Il barista si mette al lavoro, ma, ogni tanto ci sorrideva e guardava Gianrico (che era già molto noto nel teatro italiano). Di colpo lascia il suo lavoro, e mi chiede: “Quel signore che è con lei chi è?”. E io: “Beh, è Tedeschi”. La risposta arriva immediata: “Andate a dar via il culo tutti e due”. Evidentemente quel signore non aveva ancora digerito l’odio per l’invasione tedesca… o forse era un ex partigiano…

Gianrico è l’inventore dello zainetto sulle spalle che oggi tutti hanno. Fino dagli anni ’60 il suo abbigliamento era: vestito rigorosamente marrone di velluto Visconti di Modrone e zainetto (in quel periodo a Genova da un certo Lucarda nei carrugi del porto, lui comprava un sacco per marinai pieno di mutande e maglie approssimativamente adatti alla durata della tournée teatrale e si faceva anche dare un contenitore vuoto. Ogni giorno passava la maglia e le mutande sporche nel contenitore vuoto).
Mi pare che quell’anno facesse un caldo terrificante. Restavamo in camera nelle ore bollenti. Le giornate sempre uguali, il primo che si svegliava l’indomani mattina, aveva l’ordine di chiamare l’altro ma non prima del fatidico orario: ore 13. Verso le 12 decisi di andare a dirgli che uscivo a fare due passi.
Non riesco a ricordarmi se stavamo viaggiando sulle colline piacentine o della Lucchesia. Non me lo ricordo. Avevamo appena finito lo spettacolo e decidemmo, con il solito panino, che saremmo andati nella prossima piazza per dormire subito e stare tranquilli fino alla sera dopo in albergo, all’orario dello spettacolo. Ottima scelta. Da me condivisa. La DS21 Citroen viaggiava, molleggiatissima, su una provinciale collinare deserta e tranquilla. Gianrico non ha mai guidato più veloce dei 50 km/h. Era la sua velocità spericolata. I finestrini erano aperti, in quella bellissima notte. All’uscita di un paese, di cui non ricordo più il nome, ad una curva, sentimmo un lamento molto forte sulla sinistra della guida. Fermiamo la macchina, scendiamo, cerchiamo nel buio, ma quasi subito vediamo un cane riverso in un canale che guaiva dal dolore. “Andiamo a prenderlo”. Scendemmo, Gianrico lo prese in braccio. Era un setter, non credo giovanissimo, che forse era stato investito da una macchina. Azzardai: “E adesso che facciamo?”. Tornammo a piedi verso il paese con il cane in braccio. Gianrico mi dice: “Suona quel campanello”. Ma nessuno rispose. “Allora andiamo avanti. Passiamo ad un’altra casa, magari là in fondo c’è qualcuno”. E finalmente dal primo piano si affaccia un signore nervosissimo: “Ma cosa cavolo volete a quest’ora?” La risposta di Gianrico fu: “Abbiamo un cane che è ferito molto gravemente”. E l’altro: “Ma io cosa ci posso fare?”. Ci voltiamo per andarcene ma quel signore ci richiama: “Guardate in te in quella casa là in fondo abita un veterinario molto bravo. Provate lì. Forse avrete fortuna”.
Cosi facciamo. Suoniamo, e solo dopo parecchio tempo si affaccia un signore. E anche lui: “Cosa volete a quest’ora?”. E noi: “Questo cane sta molto male”. “Tornate domattina”. Allora Gianrico: “Questo povero cane sta morendo. Le do quello che vuole”. Alle parole “le do quello che vuole”, il veterinario scese subito. Curva, lo chiamammo così, perché in curva lo avevamo trovato, per fortuna non aveva niente di rotto. Così lo caricammo sulla DS21 Citroen e, per più di un mese Curva ha viaggiato con noi. Era un cane molto strano… dormiva sempre, un po’ come Gianrico.
Ma quando ogni tanto apriva gli occhi, e ci guardava negli occhi, ci raccontava delle sue giornate di caccia ai fagiani e alle pernici e noi stavamo attenti ad ascoltarlo. Lui era un grande nostro amico sempre riconoscente. Un giorno, Curva sparì. Abbiamo chiesto a tutti ma non l’abbiamo mai più trovato. Peccato. È stata una bella “curva”. Ed è Gianrico che lo ha salvato per restituirlo alla sua vita di cane errabondo. Non mi aveva mai detto che amava gli animali. Io pensavo che non gli piacessero per niente e invece… Vai a capirlo. Li amava…

Arrivati a Genova al Teatro Stabile, avevamo un periodo di semi pace almeno per due settimane. Gianrico doveva portare il sacco pieno di maglie e mutande da lavare e comprare da Lucarda nei vecchi carrugi del porto di Genova un nuovo sacco di biancheria. La vicenda vestiario per Gianrico funzionava così. Io avevo proposto di andare in un albergo bello, e scelsi l’Eliseo collocato vicino al teatro. Lì ci saremmo rimessi in ordine, avremmo sfoderato qualche vestito e la sera dopo lo spettacolo tutti a deliziarci nel ristorante in galleria. Insomma, finalmente un’oasi di felicità. Qualche giorno prima di arrivare a Genova, Gianrico aveva riunito i 3-4 componenti la compagnia che appartenevano un po’ al suo gruppo, per illustrarci una sua nuova idea. Aveva trovato una pensione dove abitavano gli scaricatori del porto, e probabilmente qualche prostituta di Genova, ma dove si spendeva veramente pochissimo. Perché questa follia? Io e i miei compagni ci chiedevamo perché finire in una pensione squallida, forse poco pulita e chissà quante altre cose negative. D’altra parte, fa sempre piacere spendere meno e così alla fine, dopo la riunione, finimmo per dire di sì, e accettammo questa avventura. Andiamo a vedere come vivono gli scaricatori del porto di Genova, ma soprattutto, andiamo a spendere mille lire per notte. Ormai non era più il caso di discutere e per Gianrico era il grande affare della nostra tournée. Le sue scelte non sono mai state per caso, ma ponderate, pensate e forse riflettute molto a lungo. Così ci ritrovammo dopo la prima notte di semi sonno, vissuta in camerette veramente terrificanti, con l’asciugamano su una spalla, il sapone in mano, in fila con i portuali di Genova per poterci lavare la faccia. Nessuno ha mai saputo perché tutto questo è successo, ma forse io lo so. Aveva maturato nuove idee esistenziali, forse particolari, e voleva capire che cosa era vivere in quella povertà, o magari chissà, forse stava leggendo una nuova commedia e aveva adocchiato un personaggio da portare in teatro nella stagione successiva…

Gianrico era sempre stato più grande. Anche quando durante la prigionia in Germania aveva organizzato una piccola filodrammatica e doveva mettere in scena l’Amleto di Shakespeare, ma, non avendo il testo, lo riscrisse completamente, solo che Polonio era il vero protagonista e Amleto un personaggio di contorno…

Gianrico è lombardo-milanese. Il padre era un commesso di uno dei negozi più eleganti in Piazza Duomo: Galtrucco. Era un uomo semplice ma non rinunciava mai alle ferie a Miradolo (piccolo centro di bagni termali a pochi chilometri da Milano). Alle 6 del mattino svegliava tutti, e in bicicletta la famiglia Tedeschi si metteva in viaggio verso le terme di Miradolo. In due ore pedalando in modo robusto, si poteva arrivare nel piccolo parco delle terme. Lì, si andava a cercare un angolino, all’ombra di un albero maestoso, dove mangiare il panino di lusso, edizione ferie estive. Le ferie di Gianrico erano quindi così. Dopo il pomeriggio un riposino nella frescura, dove c’era ogni giorno ovviamente l’assalto delle zanzare affamate, e quindi, altre 2 orette in bicicletta per tornare a casa. E l’indomani, dato che la famiglia Tedeschi era in ferie per circa 7-8 giorni, sveglia alle 6 del mattino e tutti insieme verso le fantastiche terme di Miradolo…

Questo racconto me lo ha fatto Gianrico, con uno sguardo lontano, perso nei suoi ricordi come se le sue ferie le avesse vissute sulla Costa Azzurra nel Grand Hotel. C’erano nelle sue parole un amore profondo per la terra lombarda, e la gioia assoluta di quei risvegli nell’alba milanese per godere di quella semplicità, di quella bella vita meravigliosamente pulita, onesta e serena.
Nel raccontarla lui ci metteva tutta la sua nostalgia. Non esiste altra alba, se non nella campagna della Lomellina, quando il primo sole occhieggia tra le piantagioni e dove l’aria fresca del mattino gli dava la grande gioia di essere nato…