Quando l’arte italiana conquistava i viaggiatori europei. Alla Reggia di Monza il fascino di un mito lungo cinque secoli

Scan_20150115_162813MILANO, giovedì 15 gennaio.. 
(di Patrizia Pedrazzini) Da Cranach a Dalì. Da Canova a Marina Abramovic. Da Botticelli a Henry Moore. Passando per l’onnipresente Andy Warhol. Dal Cinquecento al Duemila. Un arco di tempo niente male che, riempito di capolavori della pittura, della scultura e della fotografia, costituirà l’ossatura della mostra “Italia. Fascino e mito. Dal Cinquecento al contemporaneo”, in programma dal 23 aprile al 6 settembre alla Villa Reale di Monza. Secoli differenti, autori fra i più svariati, e un unico filo conduttore: l’Italia, prima di tutto in quanto, per almeno trecento anni, meta privilegiata degli aristocratici e degli uomini di cultura di tutta Europa (e, nel XIX secolo, anche del Nuovo Mondo), e poi in quanto modello, stimolo culturale, fonte di attrazione, per tutti gli stranieri che ne facevano oggetto dei loro viaggi.
Che cosa li affascinava tanto? Che cosa, delle sue bellezze paesaggistiche, dei suoi monumenti, della dolcezza del suo clima, dei suoi colori, della bellezza delle sue donne, li accompagnava quando facevano ritorno ai loro Paesi? Di che cosa non riuscivano più a liberarsi, tanto da rimanerne influenzati nella loro produzione artistica?
A tutto questo intende rispondere la mostra che, nella cornice neoclassica della maestosa dimora di campagna voluta, a partire dal 1777, dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria per il quarto figlio, l’arciduca Ferdinando, proporrà all’attenzione dei visitatori un corpus di circa 120 opere (provenienti da Italia, Europa e America), frutto di una settantina di “prestiti” pubblici e privati (trenta stranieri e quaranta italiani). Dell’Hermitage e del Musée d’Orsay, del Museo di Dublino e di quello di Budapest, del Prado come degli Uffizi.
Quattro le sezioni previste: Il Cinquecento (con la lezione dei grandi maestri); Il mito dell’Italia nell’Europa del Sei e Settecento (con il “colore delle piazze e del popolo”, “del cielo e degli intonaci”); Dal Neoclassicismo al Simbolismo (inclusi “artisti, viaggiatori e collezionisti nei bagliori del Vesuvio”); Il Novecento e il Duemila. Al loro interno, artisti e lavori legati dalla medesima fascinazione, dal medesimo mito del “bello ideale”, da un’ispirazione magari non comune, ma non per questo immune da accostamenti singolari. Come quello tra i “Frammenti dalla volta stellata” di Giotto (staccatisi dall’affresco della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi) e il “Monocromo” blu (pigmento puro e resina sintetica) di Yves Klein.
Nel complesso, e nelle intenzioni, una mostra che, considerata anche l’ambientazione nella Reggia di Monza, si candida come indubbio polo di attrazione per i milioni di visitatori, italiani ma soprattutto stranieri, che affluiranno a Milano per Expo 2015. Attratti dalla medesima “fame” di bellezza e di cultura che muoveva i passi dei loro antenati qualche secolo fa.

Catalogo: Skira Editore

“Italia. Fascino e mito. Dal Cinquecento al contemporaneo”. Monza, Villa Reale, dal 23 aprile al 6 settembre 2015.

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Quando il romanzo non era cosa per brave ragazze. E oggi? Aiuta a sognare una (impossibile) fuga dalla realtà

a La donna che legge  da sx Alessia Giangiuliani, Massimiliano Speziani, Cinzia Spanò - Foto DORKINMILANO, giovedì 15 gennaio  ♦  
(di Paolo A. Paganini) Francesca Serra, scrittrice, critica e studiosa di letteratura italiana, ha tratteggiato un quadro psicologico provocatorio, osservando il singolare atteggiamento delle donne in alcune opere pittoriche del Settecento, raffigurate nell’atto della lettura d’un romanzo: con una mano sorreggono il libro, e l’altra mano la tengono sul sesso. Nella realtà, sostiene la Serra, il romanzo, nel Settecento, fu un vero shock culturale, addrittura definito “prostituzione culturale”, e le donne bollate come “porno lettrici”. Cita anche Jean-Jacques Rousseau, e ne riporta la scandalosa affermazione che i romanzi sverginano le ragazze. Insomma, nel Settecento, nonostante l’imperante illuminismo, il romanzo rappresentò un vero sputtanamento culturale.
Tutto ciò, ad altro ancora, è stato l’interessante prologo, all’Out Off, dello spettacolo “La donna che legge”, che Renato Gabrielli, autore teatrale, sceneggiatore e docente, ha ricavato dal pamphlet di Francesca Serra, “Le brave ragazze non leggono romanzi” (Ed. Bollati Boringhieri, 2011).
Diciamo subito che il testo teatrale non è così intrigante come ci si sarebbe aspettato dopo le parole introduttive, provocatorie e preparatorie della Serra. Semmai è intrigante, ora, solo da un punto di vista della teatralità, e non per questioni di sverginamenti o d’altri sputtanamenti.
In un rigoroso, teso e vagamente angosciante allestimento, a firma di Lorenzo Loris, lo spettacolo (90 minuti senza intervallo) è spiazzante, fuor di sintassi, dodecafonico, scardinato da ogni schema, che non siano quelli dettati da un percorso interiore, fatto di attese, di aspri e ambigui rapporti, secondo la misteriosa grammatica di sentimenti senza un perché, di spiegazioni senza una ragione, di azioni senza uno scopo. Come la vita, insomma, che segue le incomprensibili tracce di misteriosi percosi carsici, per concludersi e sciogliersi nell’inevitabilità di quell’immenso mare finale dove tutto si perde.
La storia prende l’avvio da quanto enunciato nel titolo. C’è una ragazza, che legge accanitamente Joyce, sulla spiaggia d’un sonnolento e provinciale paese di mare. Un maturo e benestante avvocato è attratto dalla visione di quella ragazza immersa nella lettura, e con il tramite d’una ex collega (già partner d’una vecchia storia) propone alla ragazza di risolverle tutti i suoi problemi economici in cambio di poterla contemplare, un’ora al giorno, mentre legge. La ragazza, che odia la morta gora intellettuale di quel suo paese, monotono, abitudinario, accetta anche per la speranza di poterne così evadere, grazie alla munifica offerta dell’avvocato. Ma, si sa, non c’è scampo alla provincia. Intanto, di pagina in pagina, la trama s’infittisce di viscidi avvicinamenti sentimentali, dove i tre personaggi s’incuneano reciprocamente in un privato di grovigli sentimentali “in un’atmosfera di sospensione angosciante … carica di conflitti sottaciuti o inesplosi… un conflitto tra sessi che non deflagra mai veramente...” (Gabrielli).
I tre interpreti dell’inquietante vicenda, sono Massimiliano Speziani, il maturo e psichicamente (?) disturbato avvocato: bravissimo nella sua scatenata irrequietezza; Cinzia Spanò, ex collega ed ex amante, ed ancora inutilmente protettiva intravedendo il disastro finale: brava misurata intensa; e Alessia Giangiuliani, la giovane inquieta smaniosa di fuga e che finirà – ovviamente – per essere fagocitata dalla provincia, sposata bene, grassa e felice, ormai dimentica di evasioni e di letture, specie di Joyce: brava e sensibile nel passare dalle inquietudini alla pace dei sensi.
Calorosi applausi alla fine per tutti, interpreti autore e regista.

“La donna che legge”, di Renato Gabrielli, regia di Lorenzo Loris. Al Teatro Out Off, Via Mac Mahon 16, Milano. Repliche fino a domenica 8 febbraio.

E, dopo le Feste, arrivano i grossi calibri: da “Exodus” di Ridley Scott alla storia del fisico Hawking, e Asterix n. 17

exodus-dei-e-re-il-kolossal-di-ridley-scottGiovedì 15 gennaio 
“Exodus: Dei e Re” (Exodus: Gods and Kings, 2014, Usa, Regno Unito, Spagna) Regia Ridley Scott – Con Aaron Paul, Christian Bale, Sigourney Weaver, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Indira Varma, John Turturro, Ben Mendelsohn, María Valverde, Emun Elliott, Golshifteh Farahani, Ghassan Massoud, Hiam Abbass, Dar Salim, Kevork Malikyan – Drammatico, avventura – 142 min.
Ritratto singolare d’un Mosè guerriero: un film che, prima che di uomini, parla di corpi in azione, macchine di morte e di spettacolo.Come fu per “Il gladiatore” anche questa volta la Storia c’entra poco. Dice Redley Scott: “La vita di Mosè è una delle più grandi avventure e ricerche spirituali di tutti i tempi. Mi piace tutto ciò che è smisurato. Ne “Il gladiatore” sono riuscito a dare un vero respiro al film, a far provare agli spettatori la sensazione di vivere in quell’epoca. In “Exodus – Dei e re” ho voluto dare vita in modo analogo alla cultura egizia e alla storia dell’Esodo, come mai era stato possibile prima d’ora”.

“La teoria del tutto” (The Theory of Everything, 2014, Regno Unito) Regia James Marsh – Con Felicity Jones, Eddie Redmayne, Charlie Cox, Emily Watson, David Thewlis, Harry Lloyd, Maxine Peake, Adam Godley, Simon McBurney, Charlotte Hope – Drammatico – 123 min.
Storia del più grande e celebrato fisico della nostra epoca, Stephen Hawking, che arrivò ad essere chiamato il successore di Einstein. Il film narra anche la sua straordinaria storia con Jane Wilde, la studentessa di Arte di cui si era innamorato mentre studiavano insieme a Cambridge negli anni 60, e che diverrà sua moglie, nonostante la terribile malattia che lo aveva colpito. Il professor Stephen Hawking è considerato uno dei più famosi scienziati della nostra epoca e autore del bestseller “A Brief History of Time”, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.

“Asterix e il regno degli dei” (Astérix: Le domaine des dieux, 2014, Francia) Regia Alexandre Astier, Louis Clichy – Animazione – 85 min.
Diciassettesima storia della serie a fumetti creata da René Goscinny e disegnata da Albert Uderzo. Ecco di nuovo insieme il formidabile duo Asterix e Obelix, impegnati a proteggere il loro villaggio. La minaccia romana è sempre più vicina. Questa volta però Cesare rinuncia al confronto bellico per occupare il piccolo villaggio dell’Armorica. Escogita un piano subdolo per romanizzare i barbari Galli: costruire una città di lussi e comodità, appunto “il regno degli dei”, vicino al loro villaggio, per sedurli e conquistarli. Ma Asterix e Obelix resisteranno alle tentazioni degli invasori romani…

Hungry Hearts” (2014, Italia) Regia Saverio Costanzo – Con Adam Driver, Jake Weber, Natalie Gold, Victor Williams, Victoria Cartagena, Alba Rohrwacher, Cristina J. Huie, Toshiko Onizawa, David Aaron Baker – Drammatico – 109 min.

“Italo” (2014, Italia) Regia Alessia Scarso – Con Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, Tomak, Vincenzo Lauretta, Martina Antoci, Matteo Korreshi, Lucia Sardo, Andrea Tidona, Marcello Perracchio – Commedia drammatica – 100 min.

“Banana” (2014, Italia) Regia Andrea Jublin – Con Marco Todisco, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto, Giselda Volodi, Giorgio Colangeli, Gianfelice Imparato, Andrea Jublin – Commedia – 90 min.

“Striplife – A Day in Gaza” (2013, Italia) Regia Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa, Andrea Zambelli – Documentario – 64 min.

Meraviglioso rebelot alla napoletana, dove Punta Corsara ha impastato Poole, Petito, Shakespeare e forse Pirandello

punta corsara foto lucia baldini  -1384(1)MILANO, mercoledì 14 gennaio.. 
(di Paolo A. Paganini) Con “Hamlet Travestie” (1810), tra satira e parodia, John Poole (1786-1872), uomo di lettere, autore e teorizzatore del primo burlesque shakespeariano, ebbe la disinvoltura di non prendere troppo sul serio il Bardo, cercandone nuovi e inediti risvolti, più effimere leggerezze, tracce sottotesto, interpretazioni ipertestuali, tutto quello insomma che Shakespeare poteva aver nascosto (aver “travestito”) sotto esili tracce di possibili metafore.
Poi c’è stato Antonio Petito (1822-1876) che escogitò un’altra parodia, dove Shakespeare c’entra come i classici cavoli, ma la familiarità terminologica con il genere inventato per primo da John Poole, il burlesque, ispirò a Petito l’idea del “travestimento”, cioè, al posto di Hamlet, introdusse il personaggio Don Fausto Barilotto, e costruì una burlesca parafrasi dell’“Urfaust” di Goethe, intitolato “Don Fausto” in chiave farsesco-popolare. Vi narava del sogno d’un vecchio fuori di testa, o presunto tale, che s’illude di poter possedere l’eterna giovinezza attraverso chissà quale patto col diavolo. La famiglia, per guarirlo dalla sua ossessione escogita di fargli rivivere, grazie a una compagnia d’attori, le stesse avventure di Faust, tra diavoli streghe amori eccetera.
Orbene, di autore in autore, arriviamo all’allestimento della sanguigna compagnia napoletana, Punta Corsara, compagine di attori arrivati al professionismo dal mondo del lavoro. Emanuele Valenti e Gianni Vastarella (autori, registi e attori) si sono dunque ispirati al titolo di John Poole, e alla sua idea del burlesque, prendendo poi spunto dall’idea “curativa” escogitata da Petito per far rinsavire Don Fausto. Ed hanno qui inventato un loro personale e autonomo “Hamlet Travestie” alla pizzaiola, dove viene “travestita” la tragica famiglia reale della Corte di Danimarca con i panni d’una scalcagnata famiglia d’un basso napoletano, che sopravvive al disastro d’una vita sciagurata grazie a una misera bancarella di chissà quali mangerecce fetenzie, e confidando sull’arte dell’arrangiarsi seppur vessati da debiti, strozzini e camorristi.
Fra le tante “allegre” disgrazie – non dimentichiamo che si tratta d’una farsa – questa famiglia ha anche la sciagura d’avere in casa un figlio psicotico, o paranoico, o disturbato mentale che sia. Si chiama Amleto e, purtroppo, si crede proprio l’Amleto shakespeariano. In un suo autistico mutismo, quali pericolose stramberie starà rimuginando? Per farla breve, i famigliari decidono di prendere spunto dall’amletica corte di Danimarca per far rivivere ad Amleto le situazioni della tragica istoria della morte del padre, del matrimonio della madre, dell’assassino fratricida del re, dell’omicidio dell’impiccione Polonio, della sciagurata fine di Ofelia e così via… La cura di rinsavimento sembra aver avuto il suo positivo effetto. Ma era matto davvero questo Amleto? O fingeva di essere matto come l’Enrico IV di Pirandello (il quale alla fine rischiò d’impazzire sul serio)? Ed anche qui, come in Pirandello, alla fine ci scappa il morto. Ora sì che bisogna fare il matto davvero (mia libera citazione!).
I ruoli sono sostenuti da sei formidabili “forze della natura” comica napoletana. In poco più di un’ora inscenano una straordinaria miscela di sapori mediterranei, dove il comico s’intride d’un tragico senso d’amaro e di tragico. È la stupenda anima napoletana! Che sa passare naturalmente dalla farsa al dramma, da Viviani a Eduardo, dalla più nera tammurriata a più solari musicalità, da Pulcinella a Petito, dalle più colorite finezze culturali ai più plebei sberleffi popolari, dal culto di San Gennaro agli altarini di “San Maradona”. Questi attori vanno tutti nominati, essendo il tutt’uno d’un vitalismo, dove ciascuno ha un suo insostituibile mutualismo: Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Carmine Paternoster, Valeria Pollice e i già citati Emanuele Valenti e Gianni Vastarella.
Gran tributo d’applausi alla fine per tutti.

“Hamlet Travestie”, da John Poole, Antonio Petito, William Shakespeare. Compagnia Punta Corsara. Al Teatro Franco Parenti (Sala Tre). Repliche fino a domenica 25

Tournée

27/28 Auditorium Dialma Ruggiero, La Spezia
3/8 febbraio Teatro India, Roma
14 febbraio ITC San Lazzaro di Savena (BO)
15 febbraio, Teatro Turroni, Cesena
20 febbraio Teatro Era, Pontedera
28 febbraio Teatro Comunale di Polistena, Gioia Tauro (Reggio Calabria)
1 marzo Teatro Umberto, Lamezia Terme
7 marzo Teatro Comunale di Casalmaggiore (Cremona)
10 marzo Auditorium Comunale Arzachena (OT)
11/12 marzo Teatro Comunale Sassari
13 marzo Teatro Costantino, Macomer (NU)
28 marzo Cantieri Teatrali Koreja, Lecce
28/29 aprile Teatro Nuovo Napoli