XII edizione di Rondò: in cartellone 37 appuntamenti di concerti, laboratori e incontri dedicati alla musica d’oggi

Gorli.S.RIGHT_MILANO, martedì 13 gennaio
Si alza il sipario sulla XII edizione di Rondò, la stagione di musica contemporanea di Divertimento Ensemble, realizzata con la direzione artistica e musicale di Sandro Gorli e organizzata con il patrocinio del Comune di Milano. 37 gli appuntamenti in programma con concerti, laboratori e incontri. Si parte al Nuovo Auditorium San Fedele di Milano, il 21 gennaio.
La rassegna durerà fino al 17 settembre 2015. Il cartellone di Rondò, sempre più ricco, si presenta nel 2015 con 24 appuntamenti milanesi articolati su palcoscenici diversi: un modo per coinvolgere sempre più il tessuto culturale e sociale della città e renderla partecipe della vivace realtà musicale contemporanea internazionale. A questi si affiancano ancora i 7 concerti di Rondò in Monferrato – la ministagione annessa al Corso di direzione d’orchestra – e i 3 concerti dell’International Workshop for young composer (Bobbio, 12-19 luglio), un nuovo progetto di Rondò 2015 rivolto ai compositori under 35 di tutto il mondo: i dieci compositori selezionati parteciperanno al laboratorio che contempla giornate di analisi, commento, studio ed esecuzione delle partiture da loro presentate, masterclass, incontri pubblici e concerti.
Il concerto inaugurale di Rondò 2015, il 21 gennaio, ore 21,  al Nuovo Auditorium San Fedele di Milano, sarà eseguito da Divertimento Ensemble sotto la direzione di Sandro Gorli affianca i nomi di due giovani compositori italiani, Matteo Franceschini e Daniele Ghisi a quelli di Salvatore Sciarrino e Beat Furrer. Ospite del concerto, il soprano Laura Catrani.

Per informazioni e programmi dettagliati:
www.divertimentoensemble.it

 

L’invidia blasfema del mediocre Salieri per l’odiato Mozart, sguaiato e volgare, ma inarrivabile genio di divina bellezza

collage amadeusMILANO, venerdì 9 gennaio   
(di Paolo A. Paganini) Dal celeberrimo film (8 Oscar) di Milos Forman (1984) e da una non meno bella edizione teatrale con Umberto Orsini, Giuseppe Cederna, Valentina Sperlì, regia di Mario Missiroli (1987) sappiamo che “Amadeus”, testo teatrale di Peter Shaffer (1978), è la storia (pura fantasia poetica) dell’odiosa e mortale invidia di Antonio Salieri, musicista di Corte a Vienna, per il più dotato Wolfgang Amadeus Mozart, che sarebbe perfino stato avvelenato dal compositore veneto. Salieri, così facendo, avrebbe alla fine imprecato (sempre nella finzione): “Se non per la fama sarò ricordato per l’infamia…”.
Il dramma di Shaffer, anche se la verità storica va a farsi benedire, è stupendo.
I due piani portanti dell’opera si dichiarano subito da soli.
Il primo piano di lettura è il rapporto Salieri-Mozart alla Corte di Vienna: la mediocrità contro il genio, il duro lavoro di schiena e di cesello contro la leggerezza e la facilità di un genio toccato da una scintilla divina; una vita votata alla virtù e al sacrificio contro un volgare libertino, sguaiato, scanzonato, irrispettoso, osceno fanciullo mai cresciuto, coprolalico, compulsivo, incontinente adoratore di ogni istinto materiale, eppure ingenuo e in possesso di una angelicata semplicità. Che poi sapeva tramutare in divine armonie, in esaltanti composizioni, in divine melodie di alta e sublime spiritualità.
Il secondo piano di lettura è il blasfemo patto d’un Faust alla rovescia, che, anziché contorcersi in Satana, si rivolge direttamente a Domineiddio, ch’è un po’ più potente di qualsiasi Mefisto. Pressappoco Salieri fa un patto di questo tipo: “Tu, Signore, dammi il dono della musica, dammi il genio, e io ti prometto che mi farò artefice della tua gloria presso le umane genti per tutta la vita che mi concederai”. E il Signore gli ha dato, sì, il dono della musica, ma il genio l’ha invece riservato per quel piccolo insignificante irrispettoso Mozart. Massima, insopportabile ingiustizia. La letteratura ha preclari esempi di “ingiustizie” divine, il metro imperscrutabile del Signore è diverso da quello degli uomini. Per esempio, la prostituta, peccatrice Taide (di Anatole France) muore redenta in purezza e santità di spirito, mentre il virtuoso monaco Pafnuzio, divorato dalla fede, dall’amore di Dio, e da una passione salvifica e redentrice, si danna per l’eternità. Amen.
Veniamo dunque a questo “Amadeus” (Mozart) visto al Teatro Elfo Puccini, in due tempi di un’ora ciascuno. Il titolo, come già è stato notato, dovrebbe essere incentrato su Salieri. Ma è una questione di poco conto. Il testo, dicevamo, ha una struttura sublime. Non scopriamo niente. Ma la recitazione, ch’è sempre difficile imbroccarla, qui è semplicemente scintillante, entusiasmante. Da una parte, dunque, c’è lo sguaiato monello, Mozart, senza rispetto per niente e per nessuno (ah, come vittimizza e umilia il povero Salieri: “Sì, sì, ho sentito la sua ultima opera, ma perché, quando sporca, poi non pulisce?”, e così via). Una bella sorpresa l’incontenibile, irrefrenabile interpretazione di Aldo Ottobrino! E dall’altra parte c’è l’austero, ieratico, luciferino Salieri, che, anche se non avvelenerà materialmente il povero Mozart, ormai abbandonato da tutti, specie dopo il tradimento massonico del “Flauto magico”, lo avvelenerà moralmente, facendogli il vuoto intorno, portandolo alla disperazione, alla morte.
Salieri è interpretato da Tullio Solenghi, attore brillante, se non comico, che amiamo e stimiamo da tempi immemori, ma qui, come attore drammatico, ci ha tolto il fiato dal piacere, dall’ammirazione, dallo stupore per la sua performance di drammatica e patetica potenza espressiva. C’è nella sua interpretazione una non sprecata e manifesta indicazione didattica a rappresentare tutto il marcio possibile di un’anima invidiosa, meschina, cattiva, e tuttavia di successo. Se ne può ricavare una morale. Apodittica espressione della malvagità, eloquente metafora universale senza tempo di come il successo sia sempre raggiungibile anche senza genio. Basta saperci fare. Qualche ipocrisia, qualche leccata, e il gioco è fatto. Qui, lui, attore genovese, costruisce un Salieri veneto senza cedere al macchiettismo, al comico. Ma si eleva in ogni battuta a un’ironia che ammicca sempre all’intelligenza. S’imbruttisce, coraggiosamente, dentro e fuori, e costruisce un Salieri che rimarrà nella memoria.
Intorno a lui, con la corretta, rispettosa regia di Alberto Giusta, citeremo Arianna Comes, nel ruolo della moglie Costanza, tenera, generosa e semplice (se non sempliciona), sempre “prona” a soddisfare i capricci e le monellerie di Amadeus; e poi: Roberto Alinghieri, Davide Lorino, Elisabetta Mazzullo, Andrea Nicolini, e gli altri.
Successo strepitoso alla fine per tutti.

“Amadeus”, di Peter Shaffer, regia di Alberto Giusta. Al Teatro Elfo Puccini. Corso Buenos Aires 33, Milano – Repliche fino a domenica 18 gennaio.

Tre pasticcioni fuori di testa, tipo Fantozzi a stelle e strisce. Commediola demenziale n. 2 (con una punta di noir)

come ammazzare 1(di Marisa Marzelli) La commediola Come ammazzare il capo… e vivere felici, diretta nel 2011 da Seth Gordon, costò sui 35 milioni di dollari e ne incassò 209. In casi di tale successo, il sequel è quasi obbligatorio. Ed ecco ora Come ammazzare il capo 2 (nella versione italiana ha perso la seconda parte del titolo, mentre l’originale resta Horrible Bosses, con l’aggiunta del numero 2). Stavolta la regia passa a Sean Anders (autore di un’altra commedia fuori di testa: Come ti spaccio la famiglia e co-sceneggiatore di Scemo & + scemo 2) mentre i protagonisti restano Jason Bateman (Nick), Charlie Day (Dale) e Jason Sudeikis (Kurt).
Sono tre impiegatucci pasticcioni e vessati, una sorta di Fantozzi a stelle e strisce. Se nel film precedente cercavano di eliminare gli insopportabili datori di lavoro, stavolta per evitare problemi si mettono in proprio. Inventano una doccia che distribuisce anche il sapone e la reclamizzano maldestramente in televisione. Arriva subito la prima offerta di commercializzazione. In realtà, l’investitore (Christoph Waltz) è uno squalo intenzionato a fare l’affare quando i tre sprovveduti saranno falliti per mancanza di liquidità e la loro azienda andrà all’asta. Ancora una volta, Nick, Charlie e Kurt sono rimasti vittime di un sistema che solo in apparenza offre a tutti le stesse opportunità. Ma i tre non si arrendono e decidono di sequestrare il figlio viziato (Chris Pine) dell’infido industriale e chiedere il riscatto, per recuperare quanto è stato loro sottratto con l’inganno. Il rapimento riserverà molte sorprese.
Il film presenta un’abbastanza inedita commistione tra la commedia demenziale (palesi gli ammiccamenti alla serie Una notte da leoni, con annesso corollario di trash e doppi sensi) e la commedia nera. Moderatamente divertente, perché parecchie situazioni sono già viste o prevedibile, ma con un retrogusto amaro nel mostrare come i ricchi e cinici pescicani mettano nel sacco la gente comune.
Se i tre interpreti principali non hanno il carisma per reggere da soli tutto il film, vengono loro in aiuto diverse star nel ruolo di comprimari. Quindi ritroviamo dal capitolo precedente Jennifer Aniston (la dentista ninfomane), Kevin Spacey (il capo finito in galera) e Jamie Foxx (l’unico malvivente professionista, consulente dei protagonisti). Delude invece la new entry Christoph Waltz, poco incisivo e inesistente sul versante comico. Quanto a Chris Pine (è il nuovo volto del comandante Kirk nella serie Star Trek di ultima generazione), bella presenza ma non sono questi i suoi ruoli.

E per nove giorni Modena diventa lo scrigno dell’antiquariato (ma con un occhio alle moderne eccellenze di Ferrari e Pavarotti)

collage modena antquariaMILANO, giovedì 8 gennaio
(di Patrizia Pedrazzini) Gli italiani? Un popolo di potenziali collezionisti. Gente che, se avesse più denaro in tasca, comprerebbe molto più di quanto fa. “Personalmente, sono uno statalista convinto, ma bisogna riconoscere che gran parte della conservazione dei beni culturali e del patrimonio storico nazionale è, per fortuna, in mano ai privati”. Perché, soldi permettendo, “ogni italiano ha, in fondo all’anima, una piccola scintilla di Lorenzo il Magnifico. Anche se fa il garagista”.
Così il critico d’arte Philippe Daverio, intervenuto a Milano alla presentazione della XXIX edizione di “Modenantiquaria”, il Salone dell’alto antiquariato che la città emiliana, erede del collezionismo d’arte della famiglia estense, ospiterà dal 14 al 22 febbraio prossimi.
Circa 150 galleristi, un’area espositiva di 15.000 metri quadrati all’interno delle strutture attrezzate di Modenafiere, e un unico imperativo: la qualità. Che troverà riscontro nel valore delle tante opere presenti, dal “Genio Rezzonico” di Antonio Canova (un busto gigante in gesso alto 165 cm, calco del genio giacente situato sul lato destro del monumento a Clemente XIII Rezzonico in San Pietro) alla “Natura morta con violino, libro e frutta”, dipinto attribuito a Cristoforo Munari; dall’imponente dipinto, di Guercino e scuola, raffigurante Francesco I d’Este alla coppia di figure femminili in legno intagliato e dorato rappresentanti la Primavera e l’Estate e riconducibili alla bottega genovese di Filippo Parodi (seconda metà del Seicento).
Per passare a “Excelsior”, il salone di settore affiancato a “Modenantiquaria” e specificatamente dedicato alla pittura italiana del tardo Ottocento, con piccole incursioni nell’arte del primo Novecento. E qui saranno almeno da segnalare il raffinato “Nudo di donna con calze nere” di Giovanni Boldini, la “Giornata di vento a Chioggia” di Leonardo Bazzaro, la “Veduta di Capo Noli” di Angelo Morbelli.
E ancora “La vertigine del collezionismo. Tesori nascosti dalla Galleria Estense”: un’affascinante selezione di bronzi, ceramiche, cammei, vetri, avori, terrecotte, ma anche disegni e dipinti, di differenti epoche e provenienze. In tutto, 35 “pezzi” chiamati ad anticipare, ai visitatori di “Modenantiquaria”, quel vero e proprio scrigno di tesori che la Galleria Estense, chiusa dal maggio 2012 per i danni subiti dal terremoto, promette di ripresentare a partire dal maggio prossimo quando, dopo tre anni di lavori, potrà finalmente riaprire i battenti.
E poi ancora “Petra”, il salone di antiquariato e decorazioni per parchi, giardini e ristrutturazioni. E, tanto per non perdere l’occasione di unire eccellenza a eccellenza, l’opportunità di visitare anche il Mef, lo spettacolare museo che la città ha dedicato a uno dei suoi più illustri cittadini, Enzo Ferrari, e che per l’occasione ospiterà una mostra sulle affinità che sono state alla base del successo dell’ingegnere e di un altro grande modenese, il tenore Luciano Pavarotti.
Insomma, una manifestazione dal cuore antico, che considera il collezionismo l’anima della storia artistica e culturale d’Europa, ma mossa da uno spirito attento alle nuove dinamiche e alle più attuali esigenze del mercato, degli antiquari e del pubblico.

www.modenantiquaria.it