L’arte di governare? Primo: conoscere l’opinione dei cittadini. Secondo: più sentimento e meno ragione (Hume)

copertinaandrea(di Andrea Bisicchia) Lo studio di Luca Cobbe: “Il governo dell’opinione. Politica e costituzione in David Hume”, Edizione dell’Università di Macerata, non è un ennesimo contributo per approfondire il pensiero politico di Hume, bensì qualcosa di diverso, perché il filo conduttore della ricerca intende dimostrare come l’idea di opinione(doxa), presente nella speculazione di Hume, possa contribuire al funzionamento e alla stabilità di uno Stato, avendo, il filosofo scozzese, ben capito, quanto, al di là dell’importanza della costituzione, fosse incerto l’equilibrio di uno Stato repubblicano se incapace di intercettare l’opinione mutevole dei cittadini, se non la previene per evitare di rendere precaria la governabilità.
Hume era convinto che da quando, nel mondo anglosassone, si era affermato il regime parlamentare, attento a dialogare con le opinioni dei cittadini, il commercio, le manifatture, l’agricoltura, l’industria, avessero ottenuto un notevole incremento, favorito da una perfetta armonia costituzionale tra le forze politiche e quelle sociali, anzi dice qualcosa di più e di molto diverso, ovvero che lo sviluppo culturale di un popolo dipende dalla capacità di ascolto da parte dei governanti. Luca Cobbe conosce interamente l’Opera di Hume, nella sua ricerca, spesso, mette a confronto i suoi contributi con quelli di illustri studiosi, in particolare, con quello di Giuseppe Giarrizzo, al quale dobbiamo, forse, il primo studio veramente approfondito in Italia: “David Hume politico e storico”, Einaudi,1962.
Cobbe accetta molte delle sue tesi, anche quelle che riguardano la contraddittorietà fra elementi liberali e conservatori, sebbene, a suo avviso, il vero merito di Giarrizzo fosse stato quello di aver fatto conoscere al lettore la storia politica del secolo illuminista in cui Hume ebbe modo di trasformare le sue idee in trattati, con la consapevolezza di trovarsi dinanzi a una società in continua trasformazione, grazie al processo di transizione tra capitalismo commerciale e capitalismo industriale, del quale egli osservava le contraddizioni e le rapportava alle forme di governo. Simili contraddizioni stavano a base del suo stesso pensiero, tanto da rendere difficile capire il suo parteggiare tra Stato e cittadini, tra ragione e passione, tra società aperta e società chiusa.
La modernità di Hume, però, secondo Cobbe, non va cercata in simili contraddizioni, quanto nella lucidità avveniristica di certe sue osservazioni, nel suo procedere a vasto raggio, come risulta dai suoi saggi sulla morale, sull’intelletto umano, sulla religione naturale. Egli era contro i saperi astratti, contro le idee innate,contro la causalità, da cui deriverebbe il suo ben noto scetticismo, contro la stessa ragione, se non è corroborata dal sentimento. Hume credeva, soprattutto, nell’opinione, nel consenso e nella morale, il cui dovere può essere infranto solo se a beneficiarne fosse lo Stato. Cobbe entra in contatto con tutte le problematiche, disseminate nei vari trattati, e decide di attribuire una rilevanza politica al concetto di opinione, il solo che possa determinare il successo o l’insuccesso di un uomo di governo.

Luca Cobbe, “Il Governo dell’Opinione. Politica e costituzione”, Edizioni Università di Macerata. 2014 – pp.350 – €19,00

Dopo dieci anni di silenzio, finalmente riapre il Giordano di Foggia con un concerto di Muti

Teatro Umberto GiordanoFOGGIA, martedì 18 novembre 
Dopo quasi dieci anni di tormentato silenzio (restauri infiniti e ripetuti, messe a norma, perizie giudiziarie…), il Teatro “Umberto Giordano” di Foggia riaprirà il 10 dicembre con una inaugurazione a sorpresa: un concerto dell’Orchestra sinfonica “Luigi Cherubini” diretta da Riccardo Muti.
La stagione partirà ufficialmente il 13 dicembre, quando andrà in scena “Il fu Mattia Pascal”, da Pirandello, versione di Tato Russo. Il nuovo anno del secondo teatro più antico del Mezzogiorno dopo il San Carlo di Napoli (sotto il nome di Reale Teatro Ferdinando, il “Giordano” fu inaugurato il 10 maggio 1828 con la rappresentazione de “La sposa fedele” di Giovanni Pacini) sarà aperto da “Il mondo non mi deve nulla” di Massimo Carlotto, con Pamela Villoresi e Claudio Casadio, regia di Francesco Zecca, in programma il 7 e 8 gennaio. Il 13 e il 14 toccherà a Beppe Fiorello con “Penso che un sogno così…”. Il 31 e il primo febbraio, Luca De Filippo porterà in scena “Sogno di una notte di mezza sbornia”, di Eduardo De Filippo. Il 17 e il 18, “Romeo e Giulietta” di Shakespeare con l’adattamento della Compagnia Factory.
Il 28 e il primo marzo, Pierfrancesco Favino con “Servo per due (One Man, Two Guvnors)” di Richard Bean, tratto da “Il servitore di due padroni” di Carlo Goldoni. Il 14 e il 15, Antonio Albanese con “Personaggi” per la regia di Giampiero Solari. Il 27 e il 28, Ambra Angiolini con “La misteriosa scomparsa di W”. Infine, il 14 e il 15 aprile, Filippo Timi porterà in scena “Favola. C’era una volta una bambina, e dico c’era perché ora non c’è più”.
Fuori abbonamento, il “Re Lear” di Michele Placido, che è anche direttore artistico del teatro, in programma il 10 e l’11 febbraio.

È scomparso Serge Moscovici, un rinnovatore della psicologia sociale, Premio Balzan 2003

Domenica 16 novembre è scomparso Serge Moscovici, insignito nel 2003 del Premio Balzan per la psicologia sociale. Moscovici, che era nato a Braila in Romania nel 1925, naturalizzato francese, era stato premiato con questa motivazione: “I lavori di Serge Moscovici sono caratterizzati dalla loro grande novità: hanno ribaltato i paradigmi canonici della disciplina, rinnovato i suoi metodi di ricerca e i suoi orientamenti, creato una tradizione europea in psicologia sociale la cui originalità è universalmente riconosciuta. Nelle scienze dell’uomo e della società Serge Moscovici occupa ormai il posto eminente che, fino alla fine degli anni ’60, fu di Jean Piaget”.

“La poesia della luce”: disegni veneziani dalla National Gallery of Art di Washington al veneziano Museo Correr

Giovanni-Battista-Piazzetta_Due-giovani-amanti_1743-circaVENEZIA, martedì 18 novembre  
In mostra a Venezia, al Museo Correr dal 6 dicembre 2014 al 15 marzo 2015, giungono della National Gallery of Art di Washington: oltre centotrenta opere realizzate tra il XVI e il XIX secolo a Venezia, quando la città dei Dogi e la terraferma rappresentavano la culla dei più raffinati artisti italiani. Disegni preparatori, schizzi, modelli e studi per la bottega ma anche composizioni finite, opere autonome capaci di proporre una poetica diversa: fatta di linee, ombre, chiaroscuri, lumeggiature, esplorazione delle infinite possibilità della luce.
Un percorso affascinante che attraversa quattro secoli dell’arte veneziana, dal Cinquecento all’Ottocento, rivelando la capacità grafica di sommi autori; e sullo sfondo c’è Venezia: non solo centro di produzione artistica ma anche soggetto vero e proprio, fonte d’ispirazione, mito perenne.
L’esposizione, curata da Andrew Robison, Senior Curator del dipartimento di disegni e stampe della National  Gallery of Art di Washington, è organizzata dalla stessa National Gallery in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia e con il contributo della The Gladys Krieble Delmas Foundation.
Ospitata al Museo Correr nel cuore e nel luogo simbolo della città lagunare, la mostra, si apre con i disegni dei più importanti maestri del Rinascimento: Andrea Mantegna, Giovanni Bellini e Vittore Carpaccio.
Quindi uno straordinario foglio raffigurante un immaginario imperatore orientale, eseguito da Dürer durante il suo soggiorno veneziano e poi i disegni di Giorgione, di Domenico Campagnola e Gerolamo Romanino.
Non potevano mancare, nel percorso, disegni di Lorenzo Lotto e Tiziano e neppure un magnifico foglio con un angelo e un profeta di Sebastiano del Piombo.
Opera chiave è anche il rarissimo disegno a gessi colorati di Jacopo Bassano, che introduce la selezione di lavori del Cinquecento maturo. Il “Cristo deriso” è uno dei disegni più raffinati tra i sei dedicati dall’artista alla vita di Gesú: tutti di dimensioni insolitamente grandi, eseguiti in gessi policromi su carta azzurra veneziana. Seguono, nel percorso, studi di figura e composizioni anch’esse di mirabile fattura di Jacopo Tintoretto, Paolo Veronese e Palma il Giovane, di Sebastiano Ricci, Antonio Guardi e Antonio Pellegrini, di Giambattista Piazzetta.
In mostra anche ben dodici opere di Giambattista Tiepolo, una selezione semplicemente imponente che copre quasi tutto l’arco cronologico della sua attività documentando ogni aspetto della produzione grafica dell’artista – studi compositivi a penna, il disegno del nudo, le caricature – e quindi una speciale sezione dedicata ai paesaggi.
La parte finale della mostra ci porta nel mito, in quel sogno che ha costruito e diffuso nel mondo l’immaginario romantico di Venezia, non più Serenissima ma sempre unica.
Non a caso, la mostra si chiude, con alcuni suggestivi disegni di James McNeill Whistler e di John Singer Sargent, entrambi amici di Henry James, dove la stessa luce si fa poesia.
Informazioni
www.correr.visitmuve.it

Nella foto: “Due giovani amanti”, di Giovanni Battista Piazzetta (1743 circa)