Il Ministero per i Beni Culturali riconosce l’autonomia del Teatro alla Scala. Per l’Expo previsti centinaia di spettacoli

scala 2MILANO, lunedì 5 gennaio 2015   
L’approvazione dello Statuto della Fondazione Teatro alla Scala da parte del Ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini, e quindi il riconoscimento dell’autonomia del Teatro, è un’ottima notizia per iniziare nel migliore dei modi il 2015, anno di Expo in cui la Scala sarà protagonista con centinaia di spettacoli. Il decreto firmato dal Ministro lo scorso ottobre ci aveva già dato la garanzia di questo percorso gestionale. Ora la Fondazione e tutti coloro che lavorano con impegno e passione, hanno visto il riconoscimento di quello che la Scala rappresenta non solo per Milano e per il Paese, ma per tutto il mondo: il tempio della Lirica, un’eccellenza unica nel panorama internazionale”.
Così il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha commentato l’approvazione dello Statuto della Fondazione Teatro alla Scala, da parte del Ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini, e il conseguente riconoscimento dell’autonomia del Teatro.
Il riconoscimento dell’autonomia previsto dal decreto e ottenuto con l’approvazione dello Statuto rappresenta anche la buona gestione della Fondazione, i cui ultimi esercizi si sono chiusi con un pareggio di bilancio”.

Il teatro? Madre e matrice delle arti e dell’emancipazione della donna. Cinquanta studi per Annamaria Cascetta

scena-madre-220492(di Andrea Bisicchia) Sono cinquanta i contributi degli studiosi di diverse università italiane, raccolti nel volume curato da Roberta Carpani, Laura Peja, Laura Aimo: “Scena madre. Donne, personaggi e interpreti della realtà”, scritti in onore di Annamaria Cascetta che, pur avendo come filo conduttore la figura femminile nell’ambito del teatro, spaziano su una diversità di argomenti che, partendo dalla scena archetipica, arrivano ai giorni nostri. Chi frequenta i teatri sa bene che la “scena madre” avviene nel momento culminante di una rappresentazione, quella che maggiormente sintetizza il pensiero dell’autore e la bravura dell’interprete.
I colleghi di Annamaria hanno pensato a lei, non solo come una delle interpreti più autorevoli di autori classici e contemporanei, ma anche come teorizzatrice di alcune categorie teatrali legate alla ritualità, alla tragedia, alla performance, alla pratica teatrale, dai primi saggi, pubblicati durante la militanza con Vita e Pensiero e Comunicazione Sociale, alle monografie su Beckett, Grotowsky, Artaud, Pirandello, Testori, Pasolini, Kantor, alle quali sono seguite le ricerche sul tragico e la tragedia nella drammaturgia contemporanea e quelli, con fini anche didattici, su “La prova del nove. Scritture per la scena e temi epocali nel secondo Novecento”, solo per citare una piccola parte del suo immenso lavoro.
Gli autori del volume che utilizzano una metodologia di carattere multidisciplinare con i loro saggi rimandano, spesso, agli studi citati e al magistero della Cascetta.
Hanno diviso i loro interventi in cinque atti, come se si trattasse di un lungo copione.
Il primo” Alle costole dell’uomo”, contiene una serie di studi sulle figure femminili nella Bibbia, nel Medioevo e nell’immaginario religioso; il secondo:”Donne Fatali” si intrattiene sulle Donne-icone e sulle Icone-donne, su figure femminili note per la loro regalità (Didone abbandonata), per la loro sessualità (Lulù di Wedekind), malvagità (Lady Macbeth), imprenditorialità (Adelaide Ristori), professionalità (Marta Abba, Sarah Ferrati).
Il terzo atto: “Sguardi sul femminile”, sceglie i legami col corpo, con la voce, con lo sguardo, con la bellezza, mentre il quarto atto:”La rivoluzione in rosa” è dedicato ad attrici e registe contemporanee come Marion D’Amburgo, Vanda Monaco,Michela Cescon, Ermanna Montanari, Maria Paiato, Mina Mezzadri, Andrée Ruth Shammah.
L’epilogo è dedicato alle “Mediattrici”, al ruolo della donna nel mondo dei media e della comunicazione, da Valeska Gert a Medea di Lars Von Trier, da Mina, ovvero dal prototipo della performer audiovisiva, a Franca Rame, a Laura Curino.
La scelta di questo tema è opera di Claudio Bernardi, autore di una dotta introduzione, in omaggio agli studi della Cascetta sui Miti al femminile, nella quale espone una tesi accattivante, ovvero che il teatro possa considerarsi “madre e matrice” delle arti e, nello stesso tempo, luogo della emancipazione della donna. A Stefania Bertè si deve l’accurata bibliografia dell’intera Opera di Annamaria Cascetta. Da segnalare , inoltre, il ricco apparato iconografico.

Scena madre. Donne personaggi e interpreti della realtà – Studi per Annamaria Cascetta”, a cura di Roberta Carpani, Laura Peja, Laura Aimo – Ed. Vita e Pensiero 2014 – pp. 554 – €.60

 

Bizzarra e vera storia dell’ingenua pittrice di bimbi dagli occhi immensi (che il marito millantava come opere sue)

big eyes 2(di Marisa Marzelli) Il nuovo film diretto e co-prodotto da Tim Burton, anche se non sta facendo scintille al botteghino americano, ha raccolto tre candidature ai Golden Globes (migliore attrice, Amy Adams; migliore attore, Christoph Waltz; migliore canzone originale, di Lana Del Rey) e una agli Independent Spirit Awards (che promuovono il cinema indipendente) per la migliore sceneggiatura.
Big Eyes è un’opera anomala nella filmografia del regista californiano, noto per fiabe dark e animazione in stop-motion. Intanto perché si rifà ad una storia vera, finita in tribunale; quella della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, diventati famosi negli anni ’60-’70 del secolo scorso. In secondo luogo perché, più della vicenda in sé è intrigante il modo in cui Burton, tra le righe, riflette sul mondo (e soprattutto sulla mercificazione) dell’arte moderna, poco prima che esplodesse il fenomeno della grande commercializzazione profetizzata ed attuata da Andy Warhol.
La vicenda reale è bizzarra e tratta di Margaret (Amy Adams), ingenua casalinga di provincia abile nel dipingere ritratti di bambini dagli enormi occhi tristi, ispirati forse dal viso della figlia. Lasciato il primo marito, madre e figlia arrivano a San Francisco, dove Margaret fa ritratti ai passanti nei mercatini. Qui incontra Walter Keane (Christoph Waltz), uomo tanto affascinante quanto misterioso e manipolatore, che si spaccia per pittore. Dopo il matrimonio, lui cerca di piazzare i quadri della moglie ma le gallerie li rifiutano. Li espone quindi in un bar, dove una sera avviene una rissa, di cui scrive un cronista di gossip (Danny Huston). Un fatterello marginale, ma Walter Keane è abilissimo nello sfruttare l’insperata pubblicità e riesce a creare attorno ai quadretti un enorme interesse mediatico. Quello che oggi, con i media elettronici, definiremmo un effetto virale. I vip comprano i quadri a caro prezzo, tra la gente comune vanno a ruba poster e cartoline, in vendita anche nei supermercati. I Keane diventano rapidamente ricchi e si stabiliscono in una villa con piscina. Ma, siccome i dipinti sono firmati solo con il cognome, l’uomo millanta come sue le opere della moglie. Lei accetta l’imbroglio solo perché il marito l’ha convinta che le donne pittrici non hanno mercato, si vende meglio se la gente ritiene che l’autore sia un uomo. In tempi di femminismo non ancora esploso, la timida Margaret non fa obiezioni e, chiusa in casa, continua a sfornare soggetti più o meno simili, che parte della critica d’arte rifiuta come prodotti kitsch ma che il pubblico, e persino un museo, si contendono. I quadri e Keane sono diventati di moda. Tutto a gonfie vele, finché Margaret, stanca di restare nell’ombra, abbandona il marito e qualche anno dopo lo trascina in tribunale facendogli causa. Il giudice ordina a entrambi di fare in un’ora un nuovo disegno. Walter accampa la scusa di un dolore alla spalla e resta col foglio bianco. Margaret svolge il compito in 53 minuti e vince la causa. Il vero Walter Keane è morto nel 2000, Margaret oggi ha 87 anni e compare nel film in un cameo.
Ben ambientato negli anni in cui il sogno americano era ancora abitato da mogliettine bionde e sottomesse ma stava mettendo le basi la cultura di massa, è proprio su quest’ultimo punto che Big Eyes si fa interessante. Il film, aperto proprio da una dichiarazione di Andy Warhol, secondo il quale i dipinti Keane non potevano essere brutti se piacevano a tanta gente, parla di caccia al successo, degli albori del marketing che si sostituisce al valore dell’opera d’arte e di quella società dell’immagine in cui oggi siamo più che mai immersi. E che fu proprio Andy Warhol a imporre con il trionfo della Pop Art. C’è una scena paradigmatica dove Margaret, al supermercato, vede i poster dei suoi quadri in mostra accanto ai barattoli delle famose zuppe Campbell, che Warhol avrebbe poi reso immortali con le sue riproduzioni in serie.
Ma per il pubblico dei burtoniani doc e degli spettatori distratti, queste finezze dicono poco perché, preso alla lettera, Big Eyes è un film molto tradizionale, appesantito da una voce fuori campo superflua (anche se tipica dell’epoca) e da un’interpretazione di Christoph Waltz sopra le righe. Inoltre, alcuni snodi del racconto non sono chiariti e perché Margaret Keane fosse ossessionata dagli enormi occhi dei suoi bambini dipinti resta un mistero.

Bel canto italiano e valzer viennesi, due concerti di Capodanno a confronto: la condanna del provincialismo

Daniel Harding alla Fenice

Daniel Harding alla Fenice

MILANO, giovedì 1 gennaio 2015   
(di Paolo A. Paganini) Vuoi vedere che Matteo Salvini ha ragione? Vuoi vedere che non siamo fatti per l’Europa?
L’inizio dell’anno, da una vita, è sempre stato celebrato e solennizzato con il classico concerto di Capodanno del Wiener Philarmoniker (oggi diffuso in 90 Paesi), e con il suo immancabile e trascinante finale in sempiterna laude della “Radetzky march” con pubblico accompagnamento di mani. Poi, da qualche anno, Venezia ha voluto competere con Vienna, opponendo all’aulica classicità del valzer viennese il bel canto italiano. Di per sè, l’idea era buona. Noi ci siamo sempre fermati all’idea.
Da un punto di vista pratico, impossibile opporre il nostro geniale pressappochismo, la nostra estemporanea creatività al rigore, alla severità, alla disciplina asburgica. Un’ulteriore prova è stata dunque fornita da quest’ultimo concerto di Capodanno.
Comincia il Teatro alla Fenice di Venezia, sul podio Daniel Harding. RAI 1, ore 12.30, s’è assistito al più sconcertante spettacolo rossiniano, pucciniano etcetera, interessante, sì, ma di una così scarsa professionalità formale (sottolineiamo formale) come mai ci era capitato di vedere.
Qualche considerazione.
Nemmeno nella più sproveduta provincia, durante uno spettacolo, si lascia in piena luce sia la platea sia il palcoscenico. Il luogo deputato del teatro è dove sta l’attore, a meno che non si voglia privilegiare l’esibizionismo di dame ingioiellate e signori più o meno inamidati. E poi, cos’è questo ormai ricorrente vizio registico di voler sempre mettere del proprio anche quando non ce n’è di bisogno. Così si assiste a Mimì che entra cantando dal fondo dell’orchestra per raggiungere sotto podio l’amato bene, Rodolfo, e poi andarsene entrambi alla fine, sempre cantando, con voci a sfumare fuori orchestra, come mai s’era visto in un concerto di canto. E poi ancora: si sentiva proprio la necessità di evocare l’eduardiana “Napoli milionaria” musicata da Nino Rota, del quale (alla Fenice!) viene eseguito il pur curioso boogie-woogie in chiave gershwiniana? E, in ultimo, il balletto della Scala, con un genio della coreografia, tra Palazzo Ducale e campielli goldoniani, come si può lontanamente immaginare che termini con l’esecuzione d’un can-can (da Ponchielli) con la prima ballerina in tanga, a mostrar le pur belle gambe e chiappe! E intanto il coro esibiva ineleganti coccarde da uovo di Pasqua, e al trionfo verdiano del “Libiam” le danzatrici di contorno sembravano andare fiere dei loro candidi abiti a balze decrescenti come tante torte nuziali a più strati!
foto_Zubin-Mehta_Concertio-di-Capodanno-2E così, tra qualche sbuffo e un mortificato amor di patria, siamo passati, un’ora dopo, alle 14.30, RAI 2, al Wiener Philarmoniker, dove un virtuosistico Zubin Mehta, senza spartito, s’è immerso in un repertorio tutto straussiano, davanti a un foltissimo, rispettoso, partecipe pubblico non solo viennese, nella penombra della bellissima sala d’ori e stucchi. Una gioia dello spirito e degli occhi. Anche perché, al trionfo cromatico dell’addobbo floreale (un’esplosione di rossi e di gialli, di rose garofani orchidee), omaggio del Comune di Vienna (ohibò, non ci sono sempre stati i garofani di Sanremo?), facevano riscontro le palpabili atmosfere della severità, della disciplina, dell’eleganza formale, della compostezza. E il corpo di ballo, con delle coreografie in omaggio ai 650 anni dell’Università viennese, la più antica d’Austria, nella policromia delle vesti femminili, sul rosso, bianco, nero, si esibiva con giovanile ironia e grazia muliebre, senza alcun bisogno di mostrare gambe e glutei (grande merito coreografico del milanese Davide Bombana). Il tutto esprimendo il piacere esaltante di una universalità senza più confini…
Per questo abbiamo richiamato, all’inizio, le assurde, anacronistiche sparate antieuropeistiche di Salvini. Soprattutto perché l’aristocratica suggestione di Venezia, e non solo, le glorie antiche e rinascimentali di Roma, la stupenda umanità del popolo napoletano, le trionfali bellezze sicule di una perenne ellenicità, e tutto il resto dell’italica bellezza, e poi la nostra letteratura, l’architettura, la pittura, la musica, tutti i frutti dell’italico ingegno, non meritano di essere ghettizzati nel nostro atavico provincialismo.