La travolgente musica gitana con l’Orchestra No Smoking di Emir Kusturica dà il via al San Marino Film Festival

SAN MARINO, giovedì 23 ottobre
(di Paolo Calcagno) Un eccezionale Concerto d’apertura con Emir Kusturica e la No Smoking Orchestra inaugurerà, domani venerdì, la terza edizione del San Marino Film Festival che si svolgerà, fino al primo novembre, nel Palazzo del Cinema di Serravalle. Oltre all’imperdibile concerto di musica gitana (con replica sabato 25, a Riccione), al Cinema Teatro Turismo, dell’Orchestra guidata dal celebre regista Kusturica, vincitore sia del Leone d’Oro a Venezia, sia della Palma d’oro a Cannes, il cartellone della rassegna annuncia tre concorsi, ospiti internazionali, la retrospettiva dedicata a Luigi Comencini e una mostra fotografica in omaggio a Giulietta Masina.
Nato nel 2012, il San Marino Film Festival dopo il biennio firmato da Romeo Conte, per scelta del suo patron, l’imprenditore Roberto Valducci, cambia guida e si propone in una veste completamente rinnovata sotto la Direzione Artistica di Maurizio Zaccaro, regista, sceneggiatore e produttore, vincitore del David di Donatello nel 1997 con Il carniere e, nel 1999, con Un uomo perbene. Nuova anche la sigla del festival, realizzata dal veterano del cinema d’animazione italiano, Bruno Bozzetto.
Il festival prevede tre sezioni principali: il Concorso Ufficiale con 8 titoli inediti; il Concorso Scuole di Cinema (16 film provenienti dalle migliori scuole di cinema di tutto il mondo) e il Concorso Single Drama (8 film prodotti da grandi Tv internazionali, come HBO, BBC, ZDF, RAI, RTF, ARTE, SVT). Ogni sezione avrà la propria giuria incaricata di assegnare i premi finali. Infine, il Premio Tonino Guerra alla migliore sceneggiatura originale e inedita, nel ricordo del grande sceneggiatore italiano.
La retrospettiva del festival, realizzata in collaborazione col Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, sarà dedicata ad uno dei registi italiani più amati della commedia all’italiana, Luigi Comencini. Oltre alla proiezione di sei lungometraggi diretti da Comencini – La ragazza di Bube, Tutti a casa, Incompreso, Lo scopone scientifico, Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova veneziano e La donna della domenica – sarà allestita una mostra fotografica dedicata al Cinema del grande regista, alla presenza delle sue figlie, Cristina, Eleonora, Francesca e Paola.
In occasione dei vent’anni dalla sua scomparsa e a sessant’anni dall’uscita de La Strada, il festival ha voluto dedicare un omaggio a Giulietta Masina con la mostra fotografica “Giulietta Masina, l’Oscar di Federico Fellini”, articolata in quattro sezioni che raccolgono le immagini dei film di Fellini in cui la Masina recitò: La Strada, Le notti di Cabiria, Giulietta degli Spiriti e Ginger e Fred. Senza dimenticare Il Bidone e gli altri successi interpretati da Giulietta Masina. Lo Spirito di Giulietta è invece il titolo del readingmche, lunedì 27 ottobre, l’attrice Marina Massironi dedicherà alla grande attrice, attraverso un’amorevole selezione di testi.
Dopo Sophia Loren e Catherine Deneuve, madrina della terza edizione del San Marino Film Festival sarà Claudia Cardinale, eccezionale icona del cinema italiano. Fra gli ospiti, che saranno tutti intrattenuti sul palco da Lucrezia Lante Della Rovere, spiccano David Warren (regista di fortunate serie tv tra cui Desperate Housewives),  Ermanno Olmi che sarà protagonista, il 30 ottobre, di un evento speciale, assieme a Carlo Lucarelli e Massimo Bubola, Marco Cocci, Alessandro Bergonzoni, Stefania Rocca, Roberta Torre, Bruno Bozzetto.
“La sezione Concorso Ufficiale offre assoluti capolavori, molti dei quali rappresentativi per nazionalità alla corsa per gli Oscar al miglior film straniero 2015 – ha commentato il neo Direttore Artistico Maurizio Zaccaro -. È il caso del georgiano Corn Island, del greco Little England, dello spagnolo Vivir es facil con los ojos serrado, dell’indiano Liar’s Dice”.

Sugli schermi il documentario di Salgado con la collaborazione di Wim Wenders. E le foto in mostra a Milano

GIOVEDI 23 OTTOBRE
“Il sale della terra” (The Salt of the Earth, 2014, Francia, Germania, Portogallo). Regia Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders. Con Sebastiao Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado – Documentario – 110 min. Sebastião Salgado, il fotografo brasiliano nato nel 1944 ad Almorés, firma di punta della agenzie Sygma, Gamma e Magnum, quindi fondatore della “Amazonas Images”, sta anche esponendo la sua opera fotografica, fino al 2 novembre, al Palazzo della Ragione di Milano nell’ambito della mostra “Genesi”. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una suggestione sobria e drammatica. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e nello stesso tempo gli orrori causati dall’uomo e testimone della miseria e della fatica di vivere umana.

Gli altri film della settimana

“Guardiani della galassia” (Guardians of the Galaxy, 2014, Usa). Regia James Gunn. Con Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Lee Pace, Michael Rooker, Karen Gillan, Djimon Hounsou, John C. Reilly, Glenn Close, Benicio del Toro – Fantascienza – 212 min.
“The Judge” (2014, Usa). Regia David Dobkin. Con Robert Duvall, Robert Downey Jr., Vera Farmiga, Vincent D’Onofrio, Jeremy Strong, Dax Shepard, Billy Bob Thornton, Melissa Leo, Ken Howard, Emma Tremblay – Drammatico – 141 min.
“Boyhood” (2014, Usa). Regia Richard Linklater. Con Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Ethan Hawke, Lorelei Linklater – Drammatico – 165 min.
“Soap Opera” (2013, Italia, Croazia). Regia Alessandro Genovesi. Con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Ale e Franz, Caterina Guzzanti, Diego Abatantuono – Commedia – 86 min.
“Buoni a nulla” (2014, Italia). Regia Gianni Di Gregorio. Con Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano, Gianfelice Imparato, Marco Messeri, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto – Commedia – 87 min.
“Is the Man Who Is Tall Happy? An Animated Conversation with Noam Chomsky” (Conversation animée avec Noam Chomsky. 2013, Francia). Regia Michel Gondry – Animazione, documentario – 88 min.

Il più straordinario e spassoso bailamme comico dai tempi di “Rumori fuori scena”, ma con “Il vizio dell’arte” ancor di più

collage vizio arteMILANO, martedì 21 ottobre 
(di Paolo A. Paganini) Dopo il successo di “The History Boys” (2004), la superpremiata commedia di Alan Bennett e strepitoso successo nel 2010/11 di quelli dell’Elfo, al Puccini, Ferdinando Bruni e Elio De Capitani ripescano un altro Alan Bennett, con uno dei suoi ultimi lavori, “Il vizio dell’arte”, sempre al Puccini, che oltre all’arte, che quando ti prende diventa un vizio e non ti lascia più, parla di altri vizietti, anch’essi tenaci assai, tra maschietti escort, pompinari e marchettari.
Qui, l’espediente narrativo è dato, teatro nel teatro, dalle prove della messinscena di un incontro di due consacrate glorie dell’arte, cioè dei due ormai ultrasessantenni amici, che si rivedono dopo una ventina d’anni, o forse trenta: il poeta britannico Wystan Hugh Auden e il musicista Benjamin Britten (sepolti nella basilica londinese di Westminster), e omosessuali in allegria.
Ora si penserà: chissà quale spregiudicato e pruriginoso allestimento sarà venuto fuori, visti i caratteri dell’argomento in questione (e, magari, chissà mai quale messaggio si tenterà di contrabbandare viste le recenti battaglie sui diritti civili di cui si parla e straparla i giorni nostri). Niente di tutto ciò. O, meglio, che i due omosessuali siano una realtà scenica è assodato, che ci sia un giovane e patetico marchettaro è un’altra inalienabile realtà, che si parli di “estetica” dell’omosessualità, tipo, per capirci, “Morte a Venezia” di Thomas Mann (del quale Auden era cognato e Britten si preparava a metterne in musica la scabrosa storia), di tutto questo,certo, si parla, eccome. Ma con spassosa ironia. E, soprattutto, si parla di arte, di poesia, di musica, e – essendo l’artificio drammaturgico, come s’è detto, una messa in prova dell’incontro dei due vecchi artisti (che hanno perso il pelo ma non il vizio) – si parla di teatro, ci sono illuminanti passaggi tecnici, stilistici e interpretativi di assoluta bellezza.
Dallo sdoppiamento tra interpreti e personaggi, si scatenano una baraonda di generi in esilarante commistione, un bailamme di macchiette, di eccentriche personalità, di caratteri stralunati, di isterie primattoriali, passando dalla disperazione dell’Autore presente alle prove, che vede stravolgere la propria creatura letteraria, alle velleità di giovani attori, che si rifiutano di essere solo secondari e “di servizio”, dai tecnici e dai suggeritori, che sbagliano le entrate e mettono lingua anche quando non dovrebbero, ai rissosi battibecchi su come interpretare una battuta, dalle velenose cattiverie dei cari colleghi alle consolatorie parole di pace per far andare avanti la macchina teatrale… E, se non bastasse: siparietti comici da varietà, assoli da teatro dell’assurdo, rughe che parlano e mobili che disquisiscono; e, ancora, qui-pro-quo d’imbarazzante felicità.
Per capirci – e la gente di teatro mi perdonerà, essendo i paragoni sempre antipatici – non s’è mai riso tanto dai tempi di “Rumori fuori scena”, di Michael Frayn, allestito nell’82 da Attilio Corsini con la compagnia Attori&Tecnici”.
Nell’elogio, non si può non mettere in evidenza lo straordinario affiatamento e i perfetti tempi scenici di tutti gli interpreti. Elio De Capitani, sdoppiato fra attore e personaggio, fa un Britten tenero, affettuoso, d’impacciata simpatia: da manuale. Ferdinando Bruni (che, con Francesco Frongia, firma la regia) è uno spassoso, spregiudicato, tagliente interprete/personaggio, di abissale bravura nelle sue perdite di memoria, come attore che non studia la parte e come Auden, con i segni di qualche precoce demenza senile, pasticcione disordinato e (come fanno realmente molti attori) un po’ porcello nel pisciare nel lavandino. Ida Martinelli, nella parte dell’aiuto regista (ed altre perfomance) è semplicemente perfetta. Una piacevolissima sorpresa sono i due giovani interpreti Umberto Petranca (il Biografo) e Vincenzo Zampa (l’Attrezzista). Ma bene: Alessandro Bruni Ocaña, Michele Radice, Matteo De Mojana (suona dal vivo alla tastiera).
Una spassosa, intelligente e geniale operazione da non perdere. Lo spettacolo in due tempi di un’ora e dieci ciascuno forse andrebbe rivisto con qualche taglio, specie nella parte finale, che risente di troppi scampoli di decadente ripiegamento sentimental-romantico. Ferdinando Bruni, sul far del finale, recita un’appassionata poesia di Auden, e poi commenta: “Io finirei qui!” Avrebbe avuto ragione.
Un subisso di applausi e di risate a scena aperta, e alla fine tutti in scena in un tripudio di osanna.
“Il vizio dell’arte” di Alan Bennett, uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Con Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Ida Marinelli. Al Teatro Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche fino a domenica 16 novembre.

E con il megafono della politica, il neoliberismo ha imposto il vangelo del consumo e il culto del superfluo

collage Galino(di Andrea Bisicchia) C’era una volta il capitalismo industriale, quello che assecondava l’intreccio tra economia e politica, oltre che una speciale convivenza. Poi venne il post capitalismo, nato per adeguarsi al postmoderno, quindi arrivò il neoliberismo, contrabbandato come dottrina politica, rivestita con i panni della teoria economica, adottato dai governi di tutto il mondo, senza possederne il DNA, senza, cioè, presagire i risultati deleteri e il conseguente flagello, essendo stato la matrice del turbo capitalismo o di quello che Luciano Gallino ha definito il “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”, Einaudi.
Già ordinario di sociologia, Gallino si era intrattenuto sul tracollo finanziario nel volume precedente: “Il colpo di Stato di banche e governi”, Einaudi 2013, nel quale sosteneva la tesi, a lui cara, secondo la quale, è necessario riportare la finanza al servizio dell’economia e non viceversa. Oggi ritorna sull’argomento, col solito rigore scientifico, ma con una chiarezza di scrittura che permette al lettore di capire quanto sia accaduto nell’ultimo ventennio, come si possa essere partecipi della disfatta dell’odierna civiltà,avendo, questa, scelto di essere asservita al sistema finanziario.
Come è potuto accadere tutto ciò? Finanziarizzando l’economia globale, quella che ha speculato sui debiti internazionali, accumulando ingente produzione di denaro per mezzo del denaro stesso, a scapito della produzione di merci. La politica, impotente dinanzi a una tale calamità, ha dovuto prendere atto di una simile trasformazione e accettare che le società si adattassero al potere smisurato e totalitario dell’economia, fino a vedere affossata l’idea stessa di democrazia. Tutto ciò è potuto accadere grazie a un investimento di tipo culturale che ha visto insigni luminari, di prestigiose università, conferire competenze professionali di neoliberismo a una classe dirigente che si è schierata con una dottrina vantaggiosa soltanto alle proprie tasche.
Le teorie neoliberiste, diffuse attraverso il megafono della politica, hanno coinvolto i cittadini, imponendo loro il vangelo del consumo, trasformandoli in “infantili consumatori”, grazie a miliardarie campagne di pubblicità con offerte di micro oggetti superflui. I guai sono iniziati quando i salari non bastavano per arrivare alla fine del mese, evidenziando quanto fosse stata spregiudicata la liberalizzazione del mercato.
Luciano Gallino, con competenza e lucidità, ci dimostra come il neoliberismo, in circa trent’anni, sia riuscito a riorganizzare il mondo a sua immagine e somiglianza, imponendo una nuova fede in cui credere o morire, sfruttando l’invisibilità del sistema finanziario, le cui attività sono, a fatica, discernibili persino dagli esperti, tutto ciò grazie a investitori istituzionali che posseggono metà delle società quotate in borsa. La politica ha abdicato, anche perché molti dei suoi esponent  lavorano fianco a fianco dei potenti Istituti e degli investitori istituzionali, dimostrandosi incapaci di governare una economia malsana, ai limiti del malavitoso. Ne è conseguita una crisi di civiltà, anch’essa invisibile, perché diventata planetaria, come l’economia, del resto, e una crisi della qualità della vita, resa sempre più mediocre, se non pessima.
Come reagire? Creando dei cittadini consapevoli, liberandoli dal culto del superfluo, dall’infantilismo, rendendoli cittadini attivi e non dei robot, capaci di reagire a ogni forma di speculazione. Occorre una vera resistenza che restituisca all’uomo il suo carattere sociale, il senso della responsabilità, per non farsi pianificare o schiacciare dalle megamacchine, fonti di fragilità, grazie ai mutui facili, ai derivati, alle cartolarizzazioni,alle bolle speculative. È necessario liberare le imprese da questo intreccio mortale, inventare delle strategie correttive, ma soprattutto, sostiene Gallino, bisogna combattere il consumismo sfrenato, convinto che soltanto i consumatori possano liberarsi dal consumismo. Questo non vuol dire abbattere i consumi, dato che tutte le recessioni sono sempre state precedute da un tale abbattimento, bensì proteggerli senza lasciarsene sopraffare. Per farlo, secondo Gallino, bisogna “incivilire” il finanzcapitalismo, ovvero ridurne il dominio illimitato che ha reso l’economia una scienza “patologicamente irrazionale”, fare in modo che il trasferimento del reddito e della ricchezza avvenga, non più dal basso verso l’alto, ma viceversa, favorendo una democratizzazione della globalizzazione e progettando un capitalismo basato sulla conoscenza e non sulla finanza.

Luciano Gallino, “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”, Einaudi 2011, pp 322, euro 12,50