Tragicomica narrazione delle (dis)avventure picaresche di Pancrazio, in un “romanzo non romanzo” di Luigi Pistillo

Scan_20141230_084823(di Paolo A. Paganini) Si ha subito una piacevole sorpresa. Nella prima parte di “Il paradosso di Pancrazio”, di Luigi Pistillo, ci si imbatte in simpatici intercalari di vernacolo meneghino. Al di là del colore, sono, in fondo, un’accattivante prova d’amorosi sentimenti meneghini, qui ancor più apprezzati, visto che l’eclettico Pistillo è nato a Campobasso. Ma, si sa, ormai, siamo tutti più o meno “foresti”, in questa contraddittoria città, Milano, suscitatrice di profondi amori, ma anche di odiosi moti d’insofferenza, d’insopportabili disagi. Sottolineiamo questi caratteri perché emergono con divertita crudezza in questo lavoro di Pistillo, cresciuto a Milano, ma d’indole giramondo. Tra amore e odio, comunque, è stato scelto il primo. E l’autore ci si sguazza dentro, nel bene e nel male. E, questa volta, più nel male che nel bene.
A leggere questo suo romanzo (dovremmo intenderci su questo termine, avendo qui la struttura di racconti concatenati a capitoli a sé stanti, con un sottofondo picaresco, che ben delinea i dominanti caratteri cialtroneschi del mondo contemporaneo, non solo milanese) si prova di primo acchito, come accennato, un piacevole godimento linguistico, come una specie di omaggio all’ormai tramontata milanesità popolare, con i suoi umori, con le sue strepitose esternazioni dialettali, da “Se gh’è?” a “Mi capissi nagott…”, da “L’è conscià de sbatt via” a “Gira e rigira l’è sémper la stessa menada”, fino al classico “Va’ da via i ciapp”, o, al massimo dell’incazzatura, “Ma va’ a dar via el cu!”…
E c’è il rimpianto per aver perso, con il dialetto, tante altre cose, a Milano.
Nel romanzo, il padre di Pancrazio, degustatore del meneghino, si lamenterà, giustamente: “Nessun milanes. El me tocca parlà solament in italian…”
Si diceva del romanzo. All’inizio, si ha l’impressione di leggere le corpose didascalie d’un canovaccio teatrale. Pistillo spiega, a uno a uno, caratteri natura e vizi dei maggiori personaggi, soprattutto il protagonista Pancrazio, che poi, via via, sarà il massimo artifex delle sue storie.
E la “commedia” inizia, quindi, con il padre del Pancra, per passare poi agli altri personaggi: la madre, l’amico Franco eccetera. Basta. Infine descrive amori, amorazzi e storiacce. E la magica atmosfera popolaresca, creata all’inizio, va a farsi benedire, sperdendosi fra le grevi nebbie di una giovinezza sbalestrata, che ben presto incoccerà in cialtroneschi fanfaroni del sottobosco politico. Altro che sperare in qualche generosa raccomandazione! Svanisce presto per tutti il sogno precario di almeno una paga per un lesso.
Pancrazio, emblematico e smagato antieroe di quel (questo) mondo giovanile, svuotato d’ideali, ma ingenuo e avido di esperienze, si limita a veleggiare lungo un dorsale di “piccole ricompense… baci, palpeggiamenti, occhiate lascive eccetera…” o cedendo alle sirene degli immensi e fasulli spazi delle chat, tra bidonanti illusioni di fatali incontri amorosi. Ci saranno, ahinoi, con un lungo corteo di donnacce, stregoni, gay, siringhe, disavventure sanitarie e intriganti storie di vicinato. Storie di Milano, insomma…
Luigi Pistillo, scrittore, attore, organizzatore di eventi artistici, ha qui il gusto della “situation comedy” a puntate, con battute che spesso ti sfrecciano con un accecante baluginio che ti fa perdere il senso del reale. Va detto, che le suddette situazioni ci sembrano, talvolta, un po’ tirate per i capelli. Ma se si considera che la morale di questo “romanzo non romanzo” sta nel risvolto d’una narrazione che si muove sul tragico orlo del vuoto contemporaneo, guardando sul fondo s’intravedono solo le macerie d’un mondo “paradossale”, dove vermificano, ridendoci sù, la povertà degli ideali, l’angoscia del vivere quotidiano, l’avidità, la volgarità, la violenza.

“Il paradosso di Pancrazio”, di Luigi Pistillo. Prefazione di Andrea G. Pinketts. Ugo Mursia Editore, 2014 –  pp 240 – 16.

Ah, il delizioso scrocchiare della carta mentre cantano i versi di Alfonso Lotito, sintetiche brevità di trattenuti pudori

copertina lotito alfonso(di Paolo A. Paganini) Quanti percorsi mentali si possono fantasticamente rintracciare, leggendo un libro di poesie? Infinite associazioni. Com’è giusto. Viviamo, ovviamente, in una società di crediti. Un testo ne richiama un altro, anche senza necessità di parentele. Uno stile è sempre diacronicamente legato a un altro. Ogni rivoluzionaria innovazione si aggancia sempre a un contrario, negato o rinnegato. È la bellezza della lettura.
Questo per dire quanto ci sono piaciuti i possibili giochi di rimandi leggendo a piccoli sorsi le epigrammatiche gocce poetiche di Alfonso Michele Lotito, nella raccolta “La mandorla acerba” (Prefazione di Vincenzo Guarracino – Edizioni La Vita Felice, 2014 – pp 94 – € 12).
Lotito è uno studioso foggiano, appassionato docente, acuto ricercatore (dalla patristica alla letteratura mediolatina), saggista e scrittore. E poeta. La sua non è una voce fatta di clamori, di trucchi, di sguaiate provocazioni pur di farsi leggere. È una voce di sommesse melodie, di silenziosi sussurri, impreziositi da una sintetica brevità, come raffrenati da un trattenuto pudore. Rimandano a recondite tenerezze, a sottili piaceri dello spirito. Come potrebbero dare, ma più ferocemente e su più alte sfere, ben altri distici, frammenti ed epigrammi, ma senza le celebrative mordacità, o i risvolti ironici, o politici, o sensuali di un Catullo, o di un Marziale, o di un Voltaire, ma piuttosto avvicinandosi al dolore di vivere di Montale o, meglio ancora, dell’innovatore Ungaretti, nel senso di una concisa essenzialità, prosciugata da ogni enfasi.
Si guardi, per esempio, alla breve lirica “La mandorla acerba” (che dà il titolo alla raccolta poetica): “La nostra felicità / è una mandorla acerba: / ha nel cuore il suo frutto, / per goderlo / devi rompere il guscio coi denti”. Oppure, ancora, con dolente disincanto: “Ispirazione è credere / che questi segni lividi / siano davvero qualcosa”.
E il canto si fa via via sofferto e meditato senso della vita, attraverso la nostalgia, quando non diventa rimpianto, o riscatto consolatorio da un tempo ladro e impietoso (“Nella carezza della solitudine / io nutro frutti acerbi di parole / che di dolore in dolore maturano”), o che attraversa lande indimentiche di giovinezze agresti (“Sui tratturi assolati…”) o di antichi affetti domestici (“Ci fu un tempo in cui vissi / col riso stretto in gola…”).
Uno per pagina, questi brevi componimenti ci dicono anche un’altra cosa, ch’è come uno struggente tributo d’amore contro gli imperversanti cinguettii mediatici di una virtualità senz’anima.
Lotito, uomo di lettere, eleva implicitamente un ideale monumentum a un umile e prezioso supporto: la carta! Se così lo si vuol vedere, è come se avesse voluto onorare quanti, come nell’antico indovinello “parebant boves…”, dedicarono vita e ingegno sulle sudate carte, testimoniando e creando la storia dell’umanità, fino a noi tramandando la paziente traccia di antichi scribi, la fulgida laboriosa dedizione di silenti monaci, intenti in miniati manoscritti e incunaboli. Quale viatico di meditandi piaceri ci suggerisce la carta!
Così, con questo spirito, ci è piaciuto leggere le pagine sulle quali Lotito pubblica quei versi, appena solcati, in alto, in poche righe, come “bagliori… scampati a un antico naufragio…”.
E tutto il resto è silenzio, per provare ancora il gaudioso piacere, ormai dimenticato, del dolce fruscio delle pagine, “su carte avoriate di pura cellulosa”, come chiosa amorevolmente il colophon dell’editore.

E il prezioso dipinto di Dalì fa da sfondo a equilibristi acrobati e clownerie in uno spettacolo di raffinata poesia

1418812274_Verità_Dalì2MILANO, domenica 28 dicembre   
(di Emanuela Dini) Circo, danza, musica, poesia, pittura e acrobazie. C’è di tutto, con un filo conduttore di elegante surrealismo e raffinatezza cromatica in La verità, spettacolo sognante e magicamente festoso in scena al Piccolo Teatro Strehler, scritto e diretto dal regista, autore e coreografo svizzero Daniele Finzi Pasca (classe 1964, autore, tra le tante sue creazioni, anche della cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Torino del 2006).
Uno spettacolo che nasce come una fiaba, quando due anni fa, proprio la vigilia di Natale, una Fondazione d’arte europea propone a Daniele Finzi Pasca (presente in platea la sera della prima milanese, emozionato e soddisfatto. “Siamo qui, al Piccolo, meglio di così….”) di utilizzare un telone-fondale dipinto da Salvador Dalì (1904-1989) negli anni ’40, a New York, per una versione surreale del Tristano e Isotta di Richard Wagner e rimasto inutilizzato e dimenticato fino al 2010.
E quel fondale -“Un vero Dalì di 9 metri per 15 metri, tutti penseranno che sia una copia, ma è autentico e bello da togliere il fiato” spiega Finzi Pasca- fa da filo conduttore e ispirazione per tutto lo spettacolo.
A partire dall’emozionante danza-corrida sulle stampelle e col muso di toro su un carretto, per proseguire poi con situazioni surreali e giochi di luce con corpi giganteschi e deformati, equilibri impossibili su scale sospese, acrobazie da togliere il fiato, grotteschi ballerini maschi in tutù e piume di struzzo, danze tribali con tamburi e bastoni, intervalli di clownerie con costumi improbabili e copricapi da divinità egizie tempestati di strass.
Uno spettacolo dove la componente circense presentata con poesia e eleganza (sulla scia del Cirque du Soleil) lascia a bocca aperta: acrobazie al limite dell’impossibile, danze di trapezisti appesi con le dita dei piedi a strutture ondeggianti, contorsionisti stupefacenti in equilibrio su una stampella appoggiata su un pianoforte, momenti di autentica poesia come la danza col manichino, e divertente bravura come i virtuosismi dei giocolieri con le palline.
Su tutte, la suggestiva e commovente scena-clou della danza coi nastri (con un acrobata contorsionista che esegue numeri mozzafiato avvitandosi sui nastri appeso a testa in giù…), su un fondale bianco-paradiso col contorno di giganteschi soffioni e una musica che si richiama al Tristano e Isotta di Wagner.
Due ore (più intervallo di 20 minuti) di danza e acrobazie, con siparietti che richiamano gli artisti di strada o le gag dei trasformisti, pubblico entusiasta ed eterogeneo che applaude a scena aperta, e le parole di Salvador Dalì a spiegare la magia del teatro: “La verità  è tutto quello che abbiamo sognato, che abbiamo vissuto, che abbiamo inventato, tutto quello che fa parte dei nostri ricordi”.
“La verità”, scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca. Al Piccolo Teatro Strehler, Largo Greppi 1, Milano – Repliche fino a domenica 11 gennaio.

Sono programmate visite guidate al Fondale di Salvador Dalì: sabato 3 gennaio 2015; domenica 4 gennaio; domenica 11 gennaio, ore 11. Durata 30 minuti circa. Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, con prenotazione alla biglietteria telefonica del Piccolo Teatro 848.800.304.

Tipico humour britannico del clandestino orsetto Paddington sbarcato a Londra dal Perù. Che delizioso regalo di Natale!

paddington 4Martedì 23 dicembre  ♦
(di Marisa Marzelli) Paddington è un classico titolo delle feste per tutta la famiglia. Di ottima fattura, sa parlare – in modo diverso – sia ai bambini che agli adulti. E non è poco. L’orsetto protagonista del film, diretto e co-sceneggiato da Paul King, è realizzato in computer grafica, con mimica e movimenti deliziosi, ma interagisce con personaggi live-action.
In Gran Bretagna Paddington è conosciutissimo da tutti i bambini. Le sue avventure sono raccontate, a partire dal 1958, dallo scrittore Michael Bond in una serie di best-seller per l’infanzia tradotti in molte lingue e venduti in oltre trenta milioni di copie. Il film è una fiaba dal tocco surreale (e non solo perché Paddington parla, indossa un montgomery blu e un cappello rosso, va matto per la marmellata d’arance e interagisce con gli umani) che parla di diversità, solidarietà, del calore di una famiglia ma anche di società multietnica e problemi di integrazione. La fotografia è pastellata e tutto l’impianto visivo e contenutistico ha grazia ed eleganza intrise del tipico humour britannico.
All’inizio l’orsetto, che vive nel misterioso Perù, entra in contatto con un esploratore inglese e resta incantato dalle meraviglie della cultura britannica (l’umorismo sull’Impero e le colonie è sottile). Anni dopo, a causa di un terremoto, la zia per salvarlo lo fa imbarcare clandestinamente per l’Inghilterra e gli mette al collo un bigliettino per chiedere che qualcuno si occupi di lui. Arrivato allo scalo feroviario di Paddington, viene adottato dalla famiglia Brown, che gli dà appunto il nome della stazione. Ma abituarsi alla vita cittadina non è semplice; candido e ingenuo, si troverà a contatto con marchingegni misteriosi, come le scale mobili e i sanitari del bagno, ma la storia prende anche una piega più dark.
Nel cast, Nicole Kidman interpreta la perfida imbalsamatrice intenzionata a catturare l’orsetto per farne un trofeo, mentre i genitori della famiglia Brown, sono Hugh Bonneville (protagonista dell’acclamata serie tv inglese Downton Abbey) e Sally Hawkins (la si ricorderà nel ruolo della sorella di Cate Blanchett in Blue Jasmine di Woody Allen). Il produttore è lo stesso della saga di Harry Potter e di Gravity. Nella versione italiana dà la voce a Paddington, in modo convincente, Francesco Mandelli. E pensare che è diventato famoso, in coppia con Fabrizio Biggio, per i politicamente molto scorretti Soliti idioti.