Ecco servito il cinepanettone di Natale! Ma gli agguerriti Aldo Giovanni e Giacomo son pronti a farla da padroni

ma-tu-di-che-segno-6-il-trailer-del-film-di-neri-parenti-il-cinema-italianoGIOVEDI, 11 dicembre  ♦
“Ma tu di che segno 6?” (2014, Italia) – Regia Neri Parenti – Con Massimo Boldi, Luigi Proietti, Vincenzo Salemme, Vanessa Hessler, Ricky Memphis, Angelo Pintus, Pio D’Antini, Amedeo Grieco – Commedia – 99 min. Cine panettone dall’umorismo greve per palati amanti della risata grassa. E con tanti attori di talento sprecati. Saturno è un tecnico specializzato nell’installare parabole e terrorizzato dalle donne dell’Ariete: peccato che la sua ragazza ideale appartenga proprio a quel segno zodiacale. E così tutti gli altri interpreti uniti dalla passione tutta italiana per gli oroscopi. Giuliano è un avvocato pronto a difendere i peggiori “zozzoni”, ma una caduta gli farà perdere la memoria e l’istinto prevaricatore. Augusto è un maresciallo dei carabinieri gelosissimo della figlia 17enne la cui missione è allontanare dalla ragazza tutti i possibili fidanzati. Piero e Andrea, infine, sono amici foggiani che sbarcano il lunario l’uno sfornando oroscopi di fantasia, l’altro fingendosi vittima di incidenti stradali per ottenere i denari delle assicurazioni… Tutti legati da un fausto – o infausto – segno zodiacale…

“Il ricco, il povero e il maggiordomo” (2014, Italia) – Regia Aldo, Giovanni, Giacomo, Morgan Bertacca – Con Aldo, Giovanni, Giacomo, Giuliana Lojodice, Francesca Neri, Sara D’amario, Guadalupe Lancho, Massimo Popolizio, Rosalia Porcaro  – Commedia – 102 min.
“Pride” (2014, Regno Unito) – Regia Matthew Warchus – Con: Ben Schnetzer, Bill Nighy, Abram Rooney, Paddy Considine, Imelda Staunton, George MacKay, Jim McManus, Monica Dolan, Matthew Flynn, Andrew Scott, Dominic West, Roger Morlidge, Joseph Gilgun – 120 min.
“Neve” (2013, Italia) – Regia Stefano Incerti – Con Roberto De Francesco, Esther Elisha, Massimiliano Gallo, Antonella Attili, Angela Pagano – Drammatico – 90 min.
“Storie pazzesche” (Relatos salvajes, 2014, Spagna, Argentina) – Regia Damián Szifron – Con Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Darío Grandinetti, Erica Rivas, Julieta Zylberberg, Nancy Dupláa, Oscar Martínez, María Onetto, Rita Cortese, Osmar Núñez –  Commedia, Thriller – 115 min.

 

Povero Goldoni, dilaniato da Pierfrancesco Favino a suon di sganasciate romagnole e canzoni anni Trenta

locandina servo per dueMILANO, mercoledì 10 dicembre   
(di Paolo A. Paganini) Dicono che il goldoniano “Servitore di due padroni”, adattato da Richard Bean con il titolo “One Man. Two Guvnors” (Un uomo. Due padroni), stia registrando da tre anni, a Londra, al National Theatre, un’incontenibile sequela di risate, di applausi, di esauriti. Non l’abbiamo visto e non entriamo nel merito. Ma ora abbiamo visto, al Teatro Manzoni, la versione italiana (tre ore con un intervallo), con una ventina di attori del Gruppo “Danny Rose”, distribuito in due cast, uno fino alla fine di dicembre, l’altro da gennaio a marzo, sempre capitanati dal quarantacinquenne Pierfrancesco Favino (anche regista con Paolo Sassanelli), che ora ha voluto far compagnia dopo tanto cinema (non solo in Italia), televisione e titolare d’un impressionante medagliere di premi. Non si è sentito nessuno borbottare : “Ma chi gliel’ha fatto fare!” La domanda verrebbe spontanea. Ma, si sa, il pubblico vuole divertirsi. Specie in tempi bui. E qui il divertimento è inseguito a tutti i costi. E qualche volta fa centro. Grazie soprattutto a uno spigliato, abile Favino, con un contorno di smaliziati e generosi compagni che gli tengono bordone.
Prendendo allegramente per i fondelli il nume italico Goldoni, se si è di bocca buona, se non si va tanto per il sottile per un facile pecoreccio, se non si ha voglia di sorrisi a bocca stretta per più sottili ironie, se proprio non si è fanatici estimatori di finezze da humor inglese, se insomma siete portati per uno scintillante cabaret non per cervelli fini ma per pance grasse, beh, lo spettacolo garantisce maiuscole risate.
Eppure, si tratta d uno spettacolo sbagliato.
L’impianto drammaturgico (povero Goldoni) traballa da tutte le parti. Esiste come fragile pretesto per tirare a campà e andare su altri versanti, i quali, invece, sono il vero piatto forte di questa sfrontata esibizione. Cominceremo dal gruppo di eclettici musicanti dal vivo, dal curioso nome “Musica da Ripostiglio”. Fanno spettacolo a sé. Già attaccano, accogliendo il pubblico in sala con canzoni anni Trenta, da “Maramao perché sei morto” a “Ludovico sei dolce come un fico”, a “Un sassolino nella scarpa” eccetera. Motivi giustificati dal fatto che lo spettacolo è ambientato proprio nell’epoca di quelle canzoni, nella Rimini di Fellini, con tanto di spiagge e transatlantico Rex, tra amori e amorazzi, tra parvenù, camicie nere, avvocati senza scrupoli e con i noti equivoci goldoniani di scambi di persona, qui-pro-quo, travestimenti e passioni scoperecce a lieto fine.
E con, al centro, la fame atavica di Arlecchino (Favino), che qui, ora, è il sempliciotto Pippo (ma la fame aguzza l’ingegno, e riesce sempre a farla franca). Conduce tutto lo spettacolo in generose quanto scontate performance, che raggiungono il loro apice nella famosa scena del pranzo servito ai due padroni. E qui, onestamente, tra sketch e caratteri da varietà, sincere bordate di schiette risate non si negano a nessuno.
E intanto l’orchestrina (chitarra Luca Giacomelli, banjo Luca Pirozzi, contrabbasso Raffaele Toninelli, percussioni Emanuele Pellegrini) continua a snocciolare (godimento garantito) canzoni tipo “Mille lire al mese” e “Pippo non lo sa”. Sicché, la mela spaccata in due, da una parte l’inconsistente impianto drammaturgico, dall’altra parte le allegre e disinvolte spigliatezze comico musicali da cabaret (quante mai ne abbiamo viste, dal Derby al Refettorio, alla Bullona) lo spettacolo va a ridosso della mezzanotte con un ultimo accenno ai boys e a “Sentimental” e con un’ultima ruffianata da Amarcord, con il Rex che procede sul fondale e se ne va, tra il tripudio delle umane genti.
Si replica fino a San Silvestro.

Enzo Lauretta, un coraggioso senza compromessi. Lasciò la politica per la cultura. Un Maestro. Ora l’ultima sua opera

collage lauretta(di Andrea Bisicchia) Enzo Lauretta, poco prima di lasciarci, aveva curato: “Novella e dramma”, il volume che raccoglie gli interventi di studiosi nazionali e internazionali su alcuni testi pirandelliani e sulle metamorfosi che hanno caratterizzato il passaggio dalla prosa narrativa a quella drammaturgica, oggetto del 51° convegno dall’1 dicembre ad Agrigento.
Come se non bastasse, aveva già definito l’argomento e i relatori del 52° convegno che si svolgerà nel 2015 dedicato a: “Questa sera si recita a soggetto”.
Era un uomo instancabile, proteso sempre in avanti, un uomo che non accettava compromessi di alcun tipo, sia quando ha guidato la città di Agrigento come sindaco DC, sia come Presidente della Provincia, sia quando trattava con l’opposizione, sia quando si scontrava con la mafia agrigentina. Il suo sogno era trasferire la passione politica in una dimensione estetica poiché riteneva la cultura e l’Arte, in genere, l’unico argine al dispotismo del potere.
Cercava sempre un nesso tra storia, società e mondo, ma non era un uomo per tutte le stagioni, tanto che preferì abbandonare la politica per dedicarsi agli studi e alla narrativa. I suoi saggi su Patti, Brancati, Pirandello, e i suoi romanzi sono stati oggetto di studi da parte di specialisti. Con la nascita del Centro Nazionale studi pirandelliani, dette vita a qualcosa di insolito che, nel tempo, é diventato un modello da imitare, ma che nessuno é stato capace di realizzare. Ha pubblicato più di cinquanta volumi che hanno coinvolto studiosi e ricercatori di tutte le parti del mondo, ha liberato Pirandello dalla dimensione provinciale degli anni Sessanta per proiettarlo in un contesto internazionale, ma ha, soprattutto, trasformato una equipe di giovani ricercatori in studiosi alternativi alla grande scuola dei Nencioni, Apollonio, Segre, Getto, Petronio, Luti, Altieri Biagi,tutti attenti all’analisi testuale, condotta con rigore altamente filologico e con una metodologia di impianto linguistico e strutturalista. Ha fatto nascere una nuova scuola di studiosi che ha saputo “sporcarsi le mani” e che, pur portando avanti la lezione dei Maestri, alquanto legata alla scrittura letteraria, ha scelto di dedicarsi alla scrittura scenica.
Gli interventi raccolti nel volume sono l’ennesima testimonianza di questo trapasso che concepisce l’analisi della realizzazione scenica come un linguaggio autonomo rispetto a quello del testo, il cui contributo esegetico è stato determinante per lo svecchiamento dell’interpretazione critica. Il rapporto testo-messinscena si è orientato, così, non più verso l’analisi approfondita del primo, ma verso i risultati critici che offriva il secondo.
Gli argomenti trattati nel volume riguardano la scrittura creativa, per la quale tutto è prassi, esperienza, sperimentazione, e un’indagine su alcuni testi pirandelliani: “Così è se vi pare”, riletto da Tessari, come il realizzarsi di un rito giudiziario violento e crudele, che mi ha fatto pensare al “Processo” di Kafka, motivo investigativo che ho trovato al centro della lettura della novella fatta dalla Mauceri. Quattro sono gli interventi su “La patente” ad opera di Peligra che distingue la scrittura creativa dal saggio critico, di Puppa che individua “indizi zoomorfi” e “sconciature deformanti” nei confronti di avvocati e notai, di Sarah Zappulla Muscarà che introduce il lettore nella genesi di “’A patenti”. Due sono gli interventi su “La sagra del signore della nave” ad opera di Graziella Corsinovi, che si sofferma su Pirandello regista ante-litteram, e di Bronowski che indaga le tecniche narrative della novella; tre gli interventi su “L’uomo dal fiore in bocca”, della Cicala, della Vitti e della Simeone, quest’ultima ci offre una lettura futurista del testo, concepito con la formula del “teatro sintetico”, molto cara a Marinetti.

Enzo Lauretta (a cura di ), “Novella e dramma”, Edizioni Lussografica, 2014 – pagine 164 – €20.

Il “Giardino” di Cechov? Non più il tramonto d’una classe sociale, ma d’una intera società divorata dall’affarismo

Pattavina, MercataliCATANIA, lunedì 8 dicembre   
(di Andrea Bisicchia) La prima regola, quando si porta in scena un classico, è quella di cancellare ciò che si è visto. Trattandosi del “ Giardino dei ciliegi”, la tentazione di pensare alle edizioni di Visconti, Strehler, De Lullo, Dodin, è grande, ma dinanzi alla nuova versione di Giuseppe Dipasquale, che ha inaugurato la stagione del Teatro Stabile di Catania, bisogna ripartire da zero, dato che il regista ha deciso di eliminare ogni forma di cechovismo e di realismo lirico, per ambientare il “suo” Giardino in uno spazio spoglio, con arredi che rimandano al mondo artificiale di oggi: l’armadio della stanza dei bambini è di plexiglas, come lo sono le sedie, piccole e grandi.
Per Dipasquale, Il Giardino ha solo una consistenza economica, nel senso che simboleggia, non più il tramonto di una classe sociale, perché in crisi di identità, quanto quello di una società che non ha più soldi ed è indebitata come la nostra. In questo spazio asettico, i personaggi, lungo i quattro atti, perdono ogni consistenza reale, per diventare spettri di un passato che viene logorato da un presente affaristico, perché tutto è subordinato al denaro.
Il Giardino ha anche un forte impatto visivo perché realizzato con 14 alberi di cellofan che cadono dall’alto, il cui tonfo scandisce non solo il tempo, ma anche il taglio dei tronchi, che grazie alle luci di Franco Buzzanca, si ammantano di una atmosfera  fantasmatica. Dipasquale, con l’apporto di Antonio Fiorentino, ha eliminato ogni riferimento al naturalismo, e ha puntato a una dialettica, non tanto tra personaggi, quanto tra anime morte che sublimano il proprio passato, proprio perché hanno perso ogni rapporto col presente. Non ci rimane che il passato, sembra volerci dire il regista, con un finale tutto inventato che vede i protagonisti, con costumi bianchissimi, apparire come fantasmi, dopo il buio dell’ultima scena, quando Firs (Italo Dall’Orto) si abbandona sul divano, dimenticato da tutti, anche perché vittima predestinata di un futuro inesistente.
Magda Mercatali dà a Liuba toni da sopravvissuta, trovando collaborazione nel Gaev di Gian Paolo Poddighe. Per loro non c’è scampo, perché sopraffatti da palazzinari e petrolieri incombenti come arpie, ben rappresentati da Pippo Pattavina, che si muove come Mastro don Gesualdo, e da Camillo Mascolino. Anche la scelta dei costumi di Elena Mannino, un trionfo di bianco e nero, dà la sensazione di questo trapasso. Una menzione particolare merita Guia Jelo che ha trasformato un personaggio secondario, come Sarlotta Ivavnova, in personaggio primario.
Ottimo, pertanto, il lavoro di Dipasquale sugli attori che hanno evitato di cadere nella maniera, per dare profondità e specularità ai personaggi che interpretano. Giuste, infine, le indicazioni che ha dato a Germano Mazzocchetti per le musiche di scena, funzionali e tendenziose, con lo stridio finale che rimanda al taglio degli alberi di ciliegi. Decisivo l’apporto degli altri attori e degli allievi del IV anno della scuola d’arte drammatica, specie nelle scene corali. Pubblico affascinato e plaudente.