Dodici classici di film restaurati, in margine alla Biennale del Cinema di Venezia (e a prezzi stracciati per gli studenti)

VENEZIA, sabato 29 febbraio – La Biennale organizza a Venezia, al Cinema Rossini, una rassegna cinematografica dal titolo Classici fuori Mostra, appuntamento settimanale di film classici restaurati rivolto in prevalenza agli studenti (biglietto ridotto studenti 2 euro, abbonamento studenti 20 euro, biglietto intero 7,50 euro). Prevista dal 5 marzo al 28 maggio (la rassegna potrà subire delle variazioni nelle date, in considerazione delle misure prese per l’emergenza epidemiologica).
Il programma della prima edizione di questo Festival permanente del cinema restaurato prevede dodici capolavori del passato, in versione originale con sottotitoli in italiano, con una selezione effettuata fra le migliori e più recenti operazioni di restauro condotte dalle principali cineteche e società di produzione di tutto il mondo. Tutti i film saranno preceduti dalla presentazione di un autore o un critico, e seguite da una discussione sul film.
Tutti gli studenti che assisteranno alla rassegna saranno invitati, al termine di ciascuna proiezione, ad esprimere il proprio giudizio assegnando un voto da 1 a 5, tramite la scheda di partecipazione che sarà distribuita all’ingresso. Al termine della rassegna, al film che avrà ottenuto il punteggio più alto verrà attribuito il premio del pubblico Best Biennale Classic (Miglior Classico Biennale).
“Il crescente successo della sezione Venezia Classici – ha dichiarato il Direttore del Settore Cinema, Alberto Barbera – che ha fatto registrare la massima partecipazione di spettatori nel corso dell’ultima edizione della Biennale Cinema, conferma l’esistenza di un pubblico, in prevalenza di giovani e universitari, fortemente interessato alla riproposta di film classici del patrimonio storico mondiale. La possibilità di vedere o rivedere sul grande schermo opere che hanno segnato lo sviluppo del linguaggio e dell’estetica della Settima Arte costituisce un’occasione preziosa per il pubblico in generale, mentre si arricchisce di contenuti formativi per gli studenti in particolare.”

IL PROGRAMMA
(Le proiezioni si terranno alle ore 19)

5 marzo
DON’T LOOK NOW (A Venezia… un dicembre rosso shocking) di Nicolas Roeg, con Julie Christie, Donald Sutherland, Hilary Mason, Massimo Serato; GB/Italia, 1973, 110’ – Restauro curato da StudioCanal
Presenta Luca Guadagnino

12 marzo
FAT CITY (Città amara) di John Huston, con Stacy Keach, Jeff Bridges, Susan Tyrrell, Candy Clark, Nicholas Colasanto; USA, 1971, 100’ – Restauro curato da Sony Pictures Entertainment
Presenta Gianni Amelio

19 marzo
A CIASCUNO IL SUO di Elio Petri, con Gian Maria Volonté, Irene Papas e Gabriele Ferzetti; Italia, 1967, 99’ – Dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia, uno dei primi film sulla mafia. – Restauro curato da Museo Nazionale del Cinema di Torino
Presenta Marco Bertozzi

2 aprile
ALIEN di Ridley Scott, con Sigourney Weaver, Yaphet Kotto, Veronica Cartwright, Ian Holm, Tom Skerritt, Harry Dean Stanton, John Hurt. GB/USA, 1979, 116’ – Uno dei capisaldi del cinema di fantascienza anni ’80.  Restauro curato da 20th Century Fox
Presenta Adriano De Grandis

9 aprile
MIRACOLO A MILANO di Vittorio De Sica, con Francesco Golisano, Emma Gramatica, Paolo Stoppa, Guglielmo Barnabò, Brunella Bovo; Italia, 1951,100’ – Adattamento del romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini – Restauro curato da Cineteca di Bologna e Compass Film
Presenta Giuseppe Ghigi

16 aprile
RAINING IN THE MOUNTAIN (Pioggia opportuna sulla montagna vuota) di King Hu, con Hsu Feng, Sun Yueh, Shih Chun; Hong Kong/Taiwan, 1979, 120’ – Uno dei capolavori del Maestro del cinema di arti marziali di Hong Kong – Restauro curato da Taiwan Film Institute
Presenta Elena Pollacchi

23 aprile
THE GO-BETWEEN (Messaggero d’amore) di Joseph Losey, con Julie Christie, Alan Bates, Margaret Leighton, Michael Redgrave, Dominic Guard, Michael Gough, Edward Fox, Richard Gibson; GB, 1971, 110’ – Restauro curato da StudioCanal
Presenta Emanuela Martini

30 aprile
KANAL (I dannati di Varsavia) di Andrej Wajda, con Teresa Izewska, Tadeusz Janczar, Wienczyslaw Glinski, Tadeusz Gwiazdowski, Stanislaw Mikulski; Polonia, 1957, 95’ – Restauro curato da Malavida Films
Presenta Marco Dalla Gassa

7 maggio
DANS LA VILLE BLANCHE (Nella città bianca) di Alain Tanner, con Bruno Ganz, Teresa Madruga, Julia Vonderlinn, José Carvhalo; Svizzera/Portogallo, 1982, 107’ – Restauro curato dall’Association Alain Tanner e Cinémathèque Suisse
Presenta Piera Detassis

14 maggio
DETOUR (Deviazione per l’inferno) di Edgar G. Ulmer, con Tom Neal, Ann Savage, Claudia Drake, Edmund MacDonald; USA, 1945, 67’. Realizzato in 6 giorni, con tutte le scene in strada, divenne il film di culto più famoso della categoria del cinema povero – Restauro curato da Academy Film Archive e Film Foundation, in collaborazione con Cinémathèque Royale de Belgique, Museum of Modern Art e Cinémathèque Française, con finanziamenti per il restauro forniti da George Lucas Family Foundation
Presenta Carmelo Marabello

21 maggio
L’APE REGINA – UNA STORIA MODERNA di Marco Ferreri, con Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini; Italia/Francia, 1963, 93’ – Denunciato e sequestrato dalla censura che impose tagli, modifiche ai dialoghi e l’uscita con un titolo diverso – Restauro curato da Cineteca di Bologna
Presenta Roberta Novielli

28 maggio
TONI di Jean Renoir, con Charles Blavette, Jenny Hélia, Célia Montalvan, Edouard Delmont; Francia, 1935, 84’ – Restauro curato da Gaumont
Presenta Goffredo Fofi

Per ulteriori informazioni
Ufficio Stampa Biennale di Venezia
Tel. +39 041 5218 – 857/859

E, accanto ai templi, su pendii di rocce, tra cavea e tribune, sorsero i nuovi teatri. Perché il sacro convivesse col profano

(di Andrea Bisicchia) La nascita dei primi teatri in legno e, successivamente, di pietra, coincide con la nascita della civiltà occidentale, quando verrà sovvertita la concezione tribale del rito, per dare spazio, alla nascente societas, di convivere con apparati di intrattenimento sociale, per i quali saranno necessari le codificazioni delle leggi, delle religioni e anche dei teatri, concepiti come luoghi di rappresentazione e di dibattito pubblico.
A dire il vero, anche le società tribali avevano una loro idea di spettacolo, fondata sull’uso del corpo e della danza e su un “non spazio”, poiché questo era disignato direttamente dai loro movimenti ritmici.
Il “nuovo teatro” si distinse non solo per l’uso della parola, ma anche per le forme architettoniche che utilizzavano pendii di roccia dai quali si ricavavano le tribune, la cavea, l’orchestra e la scena. Erano costruiti accanto ai templi, affinché il sacro e il profano potessero convivere in una sorta di dialettica tra il rituale e il sociale. Questi luoghi si distinsero, non certo per il prestigio della polis, ma per il senso di appartenenza a una cultura comune.
Nicola Savarese, a cui dobbiamo un fondamentale studio su “Teatro e spettacolo tra oriente e occidente” Laterza, e che ha contribuito al progetto del libro, nella sua introduzione, ne elenca più di mille, di cui 881 documentati, restaurati e conservati, oltre che visibili, e ben 124 identificati e localizzati, utilizzando fonti letterarie, iscrizioni, etc. A questi vanno aggiunti 257 anfiteatri e, più o meno, 60 circhi. Si tratta di un patrimonio immenso che è anche testimonianza delle civiltà che si sono susseguite e che, pur con notevoli cambiamenti architettonici, testimoniano una forma di necessità, quella di vedere rappresentata la storia dell’umanità sullo sfondo di rivolgimenti politici, sociali, religiosi, poetici che hanno trovato, sulla scena, il luogo di divulgazione.
Vincenzo Blasi ha raccolto queste testimonianze in un volume, edito da Cue Press: “Teatri greco-romani in Italia”, utilizzando l’ordine alfabetico, città per città, fornendoci un dizionario di circa 250 monumenti adibiti a spettacoli teatrali, segnalando quelli già accertati, oltre quelli identificati su basi epigrafiche o letterarie. Si tratta di un libro prezioso, una specie di vademacum tra il colto e il popolare che permette al lettore di conoscere le particolari costruzioni, grazie a una puntuale iconografia sui teatri esistenti, arricchita da “schede” che mettono in risalto le differenze architettoniche, oltre che estetiche. Il volume contiene una terminologia specifica e una bibliografia che riguarda le fonti cronologiche delle costruzioni. Si va da Acerra a Zagarolo, con i loro teatri, anfiteatri, circhi, odeon, con le varianti che li hanno contraddistinti, tra spazi grandi, come quello di Siracusa e spazi piccoli come quello di Palazzolo Acreide.
Parecchi di questi sono da ritenere “preziosi” o “stravaganti”, come quelli raccolti da Michele Roberto e Liliana Chiari, riguardanti i teatri italiani costruiti dopo l’Olimpico di Vicenza, quando, tra il 1500 e il 1600, furono realizzati, su modelli antichi, teatri come quello di Sabbioneta, del Farnese di Parma, o quelli ricavati da Ville reali, da Fortezze, da Chiese o da Palazzi signorili.
Tra questi vorrei segnalare il teatro intestato a Rosso di San Secondo, di Caltanissetta, costruito all’interno del Palazzo Moncada, sorto nel 1650, su progettazione dell’architetto Carlo D’Angelo, in stile barocco, con influssi rinascimentali, dove si può ammirare una Scena Frons tutta in pietra d’epoca, una vera e propria scenografia seicentesca, con ampie finestre che Paolo Mandala ha voluto rimanesse sempre tale nella sala grande del Teatro, mentre nei corridoi si possono ammirare dei portali, sempre d’epoca, che costituiscono quella “preziosità” o “stravaganza” che caratterizza un simile spazio, assente dalla nostra storiografia e che meriterebbe che vi entrasse con tutti gli onori.

Vincenzo Blasi, “TEATRI GRECO-ROMANI IN ITALIA”. Prefazione di Nicola Savarese. Ed. Cue Pres 2019, pp. 374, € 42.99.

“Il Turco in Italia”. Un’opera buffa? Forse no, magari malinconica. Tragico invece “Il Trovatore”: in tutti i sensi

MILANO, domenica 23 febbraio (di Carla Maria Casanova) Eppure, Black milk (andato in scena per sole tre sere al Teatro dell’Arte quattro anni fa) con le donne travestite da mucche, corna in testa e colorati vestitini leggeri, era stato uno spettacolo geniale, forte ma pieno di poesia. Così, appena avvistato il nome del regista lettone, Alvis Hermanis, nel cartellone della Scala – “Il trovatore” di Giuseppe Verdi, produzione del Festival di Salisburgo – mi sono apprestata a segnarlo in rosso in agenda. Avendo perso per contrattempi le prime recite, ho fatto di tutto per beccarne almeno una, prima che sparisse dalla programmazione.
Mal me ne incolse.
All’intervallo sono tornata a casa. In oltre 60 anni di militanza nell’opera lirica non ricordo evenienza analoga. La storia è rivisitata, ma ne abbiamo viste di peggio. Qui la trasposizione (l’originale sarebbe Spagna, 1400) avviene in un grande museo pullulante celebri tele che vengono illuminate via via, la vicenda cita un guerriero, una dama, una zingara ecc. corrispondente a colui/colei che sta cantando. E fin qui, anche se Leonora, nella fattispecie cantante piccola e rotonda, vestita goffamente come severa inserviente di sala, non è il massimo del fascino. Poi, tutti cambiano abito e si trovano (sempre nel museo) in piena epoca storica. La regìa (per la serie “tutti possono sbagliare”) soccombe a una confusione epocale. Il coro corre qua e là. Non si capisce niente. Il peggio di tutto, comunque, è che i cantanti lanciano berci pazzeschi. A metà primo atto qualcuno urla dal loggione l’usato “è una vergogna”. Irrilevante a chi la protesta sia diretta. Va bene per chiunque. Allora, via. Pazienza per l’acuto della “pira”.  Forse è l’età a impormi che non è più il caso di sprecare tempo prezioso. In cartellone rimangono 3 recite.

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Tutta un’altra musica (in senso figurato e letterale) “Il Turco in Italia di Gioachino Rossini, andato in scena ieri sera. Allestimento secondo l’onesta tradizione, con regolari costumi stile Impero (l’opera è del 1814) però splendidi.
Le solite trite situazioni con gioco degli equivoci delle opere buffe non mancano, ma sono gestite magistralmente – regia di Roberto Andò, scene di Gianni Carlucci, costumi di Nanà Cecchi, video di Luca Scarzella -. E poi tanto buffa quest’opera non è. A volte malinconica, con un percorso che tocca riflessioni e sentimenti, finisce con la sua bella morale per nulla ridanciana. D’altronde il libretto di Felice Romani definisce “Il Turco: “dramma buffo”.
Assente dalla Scala da 23 anni, “Il Turco in Italia” non è tra i titoli rossiniani più frequentati. Dopo il clamoroso successo de “L’italiana in Algeri”, questi harem, sultani e caimacani incominciavano a stufare e il pubblico ci mise un po’ ad accettare un nuovo soggetto consimile. Anzi, passò addirittura più di un secolo, finché Gianandrea Gavazzeni gli ridiede lustro rilanciandolo con la Callas protagonista, a Roma, nel 1950 e poi alla Scala nel 1954, con una memorabile regìa “tutta brio, pepe e languori”, firmata da un giovanissimo Zeffirelli.
Due atti ma tosti, per un totale, intervallo compreso, di 185 minuti.
L’ avventura si dipana su due piani: un Poeta (Prosdocimo) è in cerca di un soggetto (“Ho da far un dramma buffo/ e non trovo l’argomento”), lo trova grazie all’incontro con certi personaggi dagli amori insicuri e tormentati, e lo racconta, intervenendo con loro in palcoscenico.
La musica forse non raggiunge le vette sfolgoranti del Barbiere e di Cenerentola, ma è decisamente pregevolissima, senza cali. Dopo una turgida sinfonia che già ti mette di buonumore, è un equilibrato susseguirsi di recitativi secchi, arie, cavatine, duettini, cori, quintetti, due strepitosi finali. Travolgente quello del primo atto, splendida la grande aria di don Geronio (spesso non eseguita, qui ripristinata) e il quintetto con coro “Guardate che accidente”, e la prodigiosa aria finale della protagonista, che sta alle grandi pazzie donizettiane, prodigiosamente cantata dalla Feola.
A dirigere è un superesperto: Diego Fasolis. Il maestro avrebbe amato eseguire l’opera con strumenti storici “ma molti maestri dell’orchestra Scala suonano con i miei barocchisti e c’è comune prassi esecutiva». Infatti, l’orchestra si manifesta con grande talento e Fasolis fraseggia con i cantanti trovando per ciascuno la tinta espressiva più appropriata.
Gli interpreti, per dirla alla buona, uno più bravo dell’altro. Eccezionale la protagonista la casertana Rosa Feola, autentica rivelazione. La voce è di timbro seducente, di estrema gradevolezza, facile nel registro acuto e di grande musicalità, non disgiunta da una certa arguzia, sottolineata da un versatile, elegantissimo gioco scenico. Le sta intorno una ruota di interpreti pregevoli, dal collaudatissimo Alex Esposito (Selim) premio Abbiati già nel 2007 come “miglior cantante dell’anno” a Giulio Mastrototaro, “sempliciotto” don Geronio (però la vince lui), allo svettante tenore Edgardo Rocha (don Narciso), a Mattia Oliveri (Prosdocimo) reduce da uno splendido Mercutio in Roméo et Juliette, a Laura Verrecchia (viperina Zaide) e fino al giovane Manuel Amati (classe 1996) nel defilato ruolo di Albazar qui rimesso in luce grazie al ripristino dell’aria “Zaida infelice”, da lui eseguita con una mimica irresistibile.
Certo, anche merito del regista (di cinema, opera e prosa) Roberto Andò, per la prima volta alle prese con il Turco, in “libera costrizione”, come ha felicemente definito il suo lavoro. Infatti, non forza niente. L’unica “libertà” sono le entrate in scena dei personaggi, da botole, su carrelli… L’ambiente è piacevole, e si evince “molto lavoro nato in falegnameria”. Ma soprattutto è pregevole il lavoro psicologico che Andò ha operato sui personaggi, vestiti e acconciati con elegantissima fantasia da Nanà Cecchi.
Lo spettacolo ha avuto esito trionfale. Ovazione, meritata, per Rosa Feola.
Repliche 25, 28 febbraio, 4,13,15,17,19 marzo (CORONAVIRUS PERMETTENDO)

www.teatroallascala.org

L’audace colpo dei soliti “tonti” truffati dal sistema corrotto. In una commedia spassosa e amara targata Argentina

(di Patrizia Pedrazzini) In patria, dove ha appena vinto il Premio Goya per il miglior film latino-americano, lo hanno paragonato a “Ocean’s Eleven” o, più indietro nel tempo, al quasi leggendario “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” di William Wyler. E in effetti “Criminali come noi”, dell’argentino Sebastiàn Borensztein, ben si inserisce nel fortunato filone degli heist movie, i film di rapina: “colpi” sulla carta magari senza speranza, tuttavia destinati ad andare, quasi sempre, a buon fine. Con in più, di qua dall’oceano, qualche buon richiamo ai nostrani “Soliti ignoti”, e qualche discreta pennellata in stile Armata Brancaleone.
Con il titolo originale di “La Odisea de los Giles” (“L’odissea dei tonti”, ben più calzante della traduzione italiana), la pellicola mette in commedia, ammantandola di una comicità non di rado spassosa e risibile, una storia in realtà amara.
Argentina, vigilia dell’infausto 19 dicembre 2001. Fermìn Perlassi decide, con la moglie Lidia e il fido amico Fontana, di rilevare dei vecchi silos agricoli abbandonati per mettere in piedi una cooperativa. Vari abitanti del paesino mezzo spopolato nel quale tutti vivono aderiscono all’iniziativa, consegnando all’uomo, chi più, chi meno, il denaro che possono investire nel’impresa. È tutta gente perbene, desiderosa di una vita migliore. La cifra che Fermìn riesce a raccogliere è considerevole, circa 160.000 dollari, e sufficiente per ottenere, dalla banca, il mutuo necessario a coprire l’intero investimento. Ma il direttore dell’istituto di credito è un corrotto e, al corrente dell’imminente crisi economica che l’indomani sconvolgerà il Paese, convince l’uomo a depositare l’intero importo, non in una cassetta di sicurezza, come Fermìn vorrebbe, ma su di un conto corrente. Dal quale, immediatamente, insieme al denaro di tutti gli altri clienti della banca, l’ingente somma prenderà il volo per finire nelle mani di Manzi, un disonesto avvocato locale, che lo conserverà in una cassaforte strablindata e allertatissima collocata in un bunker fatto scavare sotto un appezzamento di terreno agricolo. La notte stessa, il sistema bancario dell’Argentina collassa: il governo decide il congelamento dei conti, con un prelievo consentito, per ciascun cittadino, di 250 pesos al giorno. La truffa è servita.
E fin qui la prima parte del film. La seconda è l’esilarante storia del “colpo” che Fermìn e soci metteranno in piedi per riprendersi ciò che è loro, e anche molto di più. Un “di più” (quantificato in milioni di dollari) che però i nostri fin dall’inizio si ripromettono di dare in beneficenza: non sono volgari ladri, loro, e ad animarli è solo il desiderio di giustizia.
Gag, situazioni comiche, qui pro quo non si fanno attendere, e scivolano via con naturalezza e maestria. Anche perché la variegata compagnia è di tutto rispetto: oltre al serio, tutto d’un pezzo Fermìn (Lidia muore in un incidente mentre è in auto col marito, sconvolto e stressato dopo aver appreso della colossale truffa), il figlio Rodrigo, che lascia l’università per stare accanto al padre rimasto solo, l’anarchico Fontana, che ogni due per tre tira in ballo Bakunin (e non gli sembra vero di fare veramente un “colpo”), il peronista nostalgico Belaùnde (grandissimi amici, i due, fede politica permettendo), un’imprenditrice locale tostissima ma con figlio a carico fannullone (e, teme lei, poco affidabile), e due-tre campesinos non propriamente svegli, tuttavia animati da tanta buona volontà. Personaggi anche buffi, ma sempre a metà tra il serio e il faceto: una compagnia di “tonti”, nel senso di poveri cristi, ingenui e quindi facili da ingannare, fregati dal sistema, ma che alla fine dimostreranno come, a guardar bene, i veri “tonti” non siano loro. Magari con l’aiuto di una ruspa abbandonata e di qualche cassa di dinamite a lungo nascosta, chissà poi perché, in un posto sicuro…
Fra gli interpreti, tutti sconosciuti da noi, nei panni di Fermìn, Ricardo Darìn, ex stella di telenovelas oggi punta di diamante del cinema argentino.