Due attori in tournée: viaggi in seconda, pane e mortadella, frati sbronzi, cani randagi, alberghetti per scaricatori di porto

Gianrico Tedeschi (1920-2020) è venuto a mancare un mese fa, la sera del 27 luglio. Aveva compiuto cento anni da poco. In settant’anni di carriera aveva lavorato con i più grandi registi, Squarzina, Visconti, Patroni Griffi, Falqui, Ronconi, Garinei e Giovannini. Nel 1946, ancora studente all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, debuttò, in “Sotto i ponti di New York”, regia di Strehler. E con Strehler recitò poi in “Sofonisba” (1950), “La vedova scaltra” (1953), “Arlecchino servitore di due padroni”1960 e 1973) e “L’opera da tre soldi” (1973).

IL RICORDO AFFETTUOSO D’UN AMICO E COLLEGA NEL TRIGESIMO DI GIANRICO TEDESCHI

♦ MILANO, martedì 25 agosto ► (di Giancarlo Dettori) C’eravamo messi d’accordo la sera prima, a cena, dopo lo spettacolo (mi pare di ricordare che stavamo recitando “Androclo e il leone” di G.B. Shaw). Quello, che si sveglia prima, chiama l’altro. “Naturalmente chi si alza prima, si alzava e si alzerà per sempre prima, sono sempre stato io”. Gianrico ha sempre dormito fino a tardi. Certi giorni alle 14 del pomeriggio dormiva sereno come nel primo sonno. Che cosa straordinaria poter recuperare, così, la stanchezza del teatro! Ma questo è Gianrico Tedeschi. Lui è uno che recupera, lui non ha ansie, lui è sereno. Lui è diverso, insomma lui è lui. E di lui, così, non ce ne sarà più nessuno. Insomma, non ce ne sarà mai un altro. Di Tedeschi dicevano un po’ tutti: Gianrico è l’unico uomo sulla terra che non ha il sistema nervoso. Eppure…

Ho deciso di buttare giù qualche appunto su di lui perché mi sembra un dovere, e poi penso, in fondo, che sia divertente raccontare qualche briciola della nostra vita, vissuta insieme.
Noi siamo stati molto amici, e la nostra simpatia reciproca nacque nel bar della televisione in via Teulada, a Roma. Stavamo prendendo un caffè, ognuno per conto suo. Lui era già molto “lui”, io ero solo un giovane attore. Lo guardavo con la coda dell’occhio, certo di non essere visto ma anche con la speranza che mi notasse; all’improvviso lui prende la tazzina del caffè, fa una specie di spaccata, allontana il braccio con il caffè e in uno scomposto affondo, come se avesse il fioretto in mano, comincia a bere. Io non resisto e lo imito. Non so perché lo feci. Così d’istinto. Lui mi vede, mi guarda, ma non vede quello che sto facendo, come se tutto fosse normale.
“Stai facendo una commedia in televisione?” Mi dice. Io rispondo: “Sì, sto registrando”. E lui: “Anch’io”.
Comincia a parlare e ne salta fuori un rapporto che è durato anni, parecchi anni, ma non per tutta la vita. Perché gli attori, quando cambiano compagnia, non si vedono più. Da quel momento devono frequentare una nuova famiglia e tutto si concentra sul nuovo spettacolo che dovrà andare in scena. Il nostro è un mestiere che ti permette pochissimi rapporti profondi, personali. Ti obbliga ad un lavoro molto attento, assoluto. Non c’è spazio che per il personaggio che stai preparando, e le grandi amicizie sono veramente rare. Ma io e Gianrico siamo stati molto amici. Quando i nostri destini ci hanno portati lontano, abbiamo nascosto un po’ i nostri pensieri dentro di noi, nell’ombra, ma la nostra storia di vita è rimasta per sempre. Perché siamo stati molto uniti nel gioco, nella follia e nella bella condivisione di un momento delle nostre vite…

Quando si viaggia in treno, quel rumore continuo delle ruote sulle rotaie, finisce per essere una musica, un po’ ossessiva, ma infine bella, perché lentamente ti rasserena. Quel suono, tac tac tac tac tac tac, è come una compagnia, cancella tutti i pensieri e non rimane che un dolce suono di una strana orchestra a percussioni che ti accompagna nella carrozza di 2a classe verso il tuo destino. Gianrico dormiva, come al solito, profondamente, io lo osservavo con una invidia pazzesca, e mi chiedevo: come si fa a dormire cosi? Arrivati a Pisa gli avevo chiesto se voleva venire con me in un convento di frati vicino alla città. Purtroppo non avevamo la macchina e non ci restava che prendere un taxi. La sua Citroen DS21 si era guastata in zona e lui aveva deciso di lasciarla parcheggiata in un garage. Nessun ordine di riparazione. Saltiamo su un taxi e via… in convento!
Io volevo porre una serie di domande per le mie continue crisi sulla Chiesa Cattolica e tanto altro. Il vecchio priore ci accolse con un sorriso, era un omone alto e barbutissimo, con una fraternità pretesca stampata in faccia e uguale per tutti. In definitiva, interpretava il personaggio del frate buono ma devo riconoscere che come interpretazione era un po’ scarsa. Il priore mi accompagnò verso una cella dove un frate vietnamita mi aspettava; o meglio, aspettava chiunque volesse cercare di capirlo; parlava malissimo l’italiano. E Gianrico? “Sarà seduto nel parlatorio ad aspettarmi”. Rimasi con il vietnamita parecchio tempo anche perché io non capivo lui e lui non capiva quasi nulla di quello che gli dicevo, per cui la conversazione era veramente difficilissima. Passato questo tempo interminabile, capimmo che era impossibile andare avanti. Eravamo in un punto di non ritorno. Ci salutammo, ma, in quel momento, lo facemmo con un affetto vero, profondo e fu solo quella la ragione positiva di questo incontro nel piccolo convento vicino a Pisa. Quindi, via. “E Gianrico dove sarà?”. Mi avviai verso l’ingresso guardando e cercando. In una stanza attigua alla portineria, delle voci molto sonore mi colpirono, allora mi avvicinai; il priore e Gianrico, seduti su un bancone, con di fronte una grande vasca, dove giaceva il famoso nocino dei frati, si davano pacche sulle spalle e canticchiavano una canzoncina d’obbligo: “Tu scendi dalle stelle”. In poche parole, erano tutti e due sbronzi duri. Salutai il priore, allegrissimo, mi caricai sul fianco Gianrico e con il taxi andammo al garage dove giaceva in coma profondo la Citroen DS21…

Giancarlo Dettori (1932), diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica ‘Silvio D’Amico’ di Roma (1956). L’anno successivo, nel 1957, Giorgio Strehler lo volle al Piccolo Teatro in “Coriolano”. E già nel 1958 recitò in ben quattro produzioni del Piccolo: “L’opera da tre soldi” (ripresa anche nel ’73), “Arlecchino servitore di due padroni” (anche edizioni 1964 e 1973), “Goldoni e le sue sedici commedie nuove”, “L’anima buona di Sezuan”. La sua collaborazione con Strehler durò quattro decenni, fino alla scomparsa del regista (1997).

Arrivati al garage la super macchina, come avevo detto, dormiva il sonno del giusto, ma Gianrico non dava segni di volerla riparare; così andammo in albergo. Entrando in camera mia mi aspettavo qualche decisione da parte sua, sulla riparazione: nulla. Eravamo in tournée con uno spettacolo estivo e la macchina era indispensabile e io dipendevo interamente da lui. Non avevo macchina.
L’indomani mattina, dopo una nottata rasserenante (soprattutto per lui) tornammo al garage, e Gianrico fece chiamare un carro attrezzi del luogo. Dopo un quarto d’ora arrivò un toscanissimo autista con un traballante trainatore, Gianrico gli chiese se poteva accompagnarci durante il nostro giro dei teatri in zona, con il carro attrezzi. Il maledetto toscano purtroppo rispose di sì. Così, noi abbiamo fatto quattro piazze della tournée di quella estate trainati dal carro attrezzi.
Arrivati finalmente a Firenze portammo la macchina trainata alla sede Citroen e finalmente (sereno io), andammo in albergo. Lui era sempre tranquillo e tutto quello che era successo gli sembrava assolutamente e banalmente normale…

In Emilia Romagna ci sono ancora degli alberghetti, frequentati spesso da attori, che hanno il sapore di un tempo che fu, dove può accadere di vedere uscire da una cameretta una bella signora formosotta con il figlio vestito da balilla. Questi alberghi sono costruiti quando c’era lui, il capoccione, li aveva fatti un po’ tutti uguali alla piacentina. Oggi sono un po’ decaduti ed è per questo che si spende meno. Quindi quello che ci vuole per noi teatranti.
In quel periodo, non ho mai capito perché, Gianrico aveva deciso che dovevamo depurarci. Praticamente non mangiavamo mai, bevevamo solo dei frullati di verdura e di frutta. Eravamo ridotti al lumicino, pronti ad entrare in un campo di sterminio. Ma una mattina io decisi con fermezza sarda che dovevamo mangiare almeno un panino. Ci mettemmo alla ricerca di un posto ove mangiarlo e finalmente trovammo un luogo qualunque, in una strada qualunque con un gerente qualunque, rigorosamente con i capelli bianchi. Entriamo, e io, quasi gridando, dico: “Ci fa due panini con una mortadellata abbondantissima?”. Il barista si mette al lavoro, ma, ogni tanto ci sorrideva e guardava Gianrico (che era già molto noto nel teatro italiano). Di colpo lascia il suo lavoro, e mi chiede: “Quel signore che è con lei chi è?”. E io: “Beh, è Tedeschi”. La risposta arriva immediata: “Andate a dar via il culo tutti e due”. Evidentemente quel signore non aveva ancora digerito l’odio per l’invasione tedesca… o forse era un ex partigiano…

Gianrico è l’inventore dello zainetto sulle spalle che oggi tutti hanno. Fino dagli anni ’60 il suo abbigliamento era: vestito rigorosamente marrone di velluto Visconti di Modrone e zainetto (in quel periodo a Genova da un certo Lucarda nei carrugi del porto, lui comprava un sacco per marinai pieno di mutande e maglie approssimativamente adatti alla durata della tournée teatrale e si faceva anche dare un contenitore vuoto. Ogni giorno passava la maglia e le mutande sporche nel contenitore vuoto).
Mi pare che quell’anno facesse un caldo terrificante. Restavamo in camera nelle ore bollenti. Le giornate sempre uguali, il primo che si svegliava l’indomani mattina, aveva l’ordine di chiamare l’altro ma non prima del fatidico orario: ore 13. Verso le 12 decisi di andare a dirgli che uscivo a fare due passi.
Non riesco a ricordarmi se stavamo viaggiando sulle colline piacentine o della Lucchesia. Non me lo ricordo. Avevamo appena finito lo spettacolo e decidemmo, con il solito panino, che saremmo andati nella prossima piazza per dormire subito e stare tranquilli fino alla sera dopo in albergo, all’orario dello spettacolo. Ottima scelta. Da me condivisa. La DS21 Citroen viaggiava, molleggiatissima, su una provinciale collinare deserta e tranquilla. Gianrico non ha mai guidato più veloce dei 50 km/h. Era la sua velocità spericolata. I finestrini erano aperti, in quella bellissima notte. All’uscita di un paese, di cui non ricordo più il nome, ad una curva, sentimmo un lamento molto forte sulla sinistra della guida. Fermiamo la macchina, scendiamo, cerchiamo nel buio, ma quasi subito vediamo un cane riverso in un canale che guaiva dal dolore. “Andiamo a prenderlo”. Scendemmo, Gianrico lo prese in braccio. Era un setter, non credo giovanissimo, che forse era stato investito da una macchina. Azzardai: “E adesso che facciamo?”. Tornammo a piedi verso il paese con il cane in braccio. Gianrico mi dice: “Suona quel campanello”. Ma nessuno rispose. “Allora andiamo avanti. Passiamo ad un’altra casa, magari là in fondo c’è qualcuno”. E finalmente dal primo piano si affaccia un signore nervosissimo: “Ma cosa cavolo volete a quest’ora?” La risposta di Gianrico fu: “Abbiamo un cane che è ferito molto gravemente”. E l’altro: “Ma io cosa ci posso fare?”. Ci voltiamo per andarcene ma quel signore ci richiama: “Guardate in te in quella casa là in fondo abita un veterinario molto bravo. Provate lì. Forse avrete fortuna”.
Cosi facciamo. Suoniamo, e solo dopo parecchio tempo si affaccia un signore. E anche lui: “Cosa volete a quest’ora?”. E noi: “Questo cane sta molto male”. “Tornate domattina”. Allora Gianrico: “Questo povero cane sta morendo. Le do quello che vuole”. Alle parole “le do quello che vuole”, il veterinario scese subito. Curva, lo chiamammo così, perché in curva lo avevamo trovato, per fortuna non aveva niente di rotto. Così lo caricammo sulla DS21 Citroen e, per più di un mese Curva ha viaggiato con noi. Era un cane molto strano… dormiva sempre, un po’ come Gianrico.
Ma quando ogni tanto apriva gli occhi, e ci guardava negli occhi, ci raccontava delle sue giornate di caccia ai fagiani e alle pernici e noi stavamo attenti ad ascoltarlo. Lui era un grande nostro amico sempre riconoscente. Un giorno, Curva sparì. Abbiamo chiesto a tutti ma non l’abbiamo mai più trovato. Peccato. È stata una bella “curva”. Ed è Gianrico che lo ha salvato per restituirlo alla sua vita di cane errabondo. Non mi aveva mai detto che amava gli animali. Io pensavo che non gli piacessero per niente e invece… Vai a capirlo. Li amava…

Arrivati a Genova al Teatro Stabile, avevamo un periodo di semi pace almeno per due settimane. Gianrico doveva portare il sacco pieno di maglie e mutande da lavare e comprare da Lucarda nei vecchi carrugi del porto di Genova un nuovo sacco di biancheria. La vicenda vestiario per Gianrico funzionava così. Io avevo proposto di andare in un albergo bello, e scelsi l’Eliseo collocato vicino al teatro. Lì ci saremmo rimessi in ordine, avremmo sfoderato qualche vestito e la sera dopo lo spettacolo tutti a deliziarci nel ristorante in galleria. Insomma, finalmente un’oasi di felicità. Qualche giorno prima di arrivare a Genova, Gianrico aveva riunito i 3-4 componenti la compagnia che appartenevano un po’ al suo gruppo, per illustrarci una sua nuova idea. Aveva trovato una pensione dove abitavano gli scaricatori del porto, e probabilmente qualche prostituta di Genova, ma dove si spendeva veramente pochissimo. Perché questa follia? Io e i miei compagni ci chiedevamo perché finire in una pensione squallida, forse poco pulita e chissà quante altre cose negative. D’altra parte, fa sempre piacere spendere meno e così alla fine, dopo la riunione, finimmo per dire di sì, e accettammo questa avventura. Andiamo a vedere come vivono gli scaricatori del porto di Genova, ma soprattutto, andiamo a spendere mille lire per notte. Ormai non era più il caso di discutere e per Gianrico era il grande affare della nostra tournée. Le sue scelte non sono mai state per caso, ma ponderate, pensate e forse riflettute molto a lungo. Così ci ritrovammo dopo la prima notte di semi sonno, vissuta in camerette veramente terrificanti, con l’asciugamano su una spalla, il sapone in mano, in fila con i portuali di Genova per poterci lavare la faccia. Nessuno ha mai saputo perché tutto questo è successo, ma forse io lo so. Aveva maturato nuove idee esistenziali, forse particolari, e voleva capire che cosa era vivere in quella povertà, o magari chissà, forse stava leggendo una nuova commedia e aveva adocchiato un personaggio da portare in teatro nella stagione successiva…

Gianrico era sempre stato più grande. Anche quando durante la prigionia in Germania aveva organizzato una piccola filodrammatica e doveva mettere in scena l’Amleto di Shakespeare, ma, non avendo il testo, lo riscrisse completamente, solo che Polonio era il vero protagonista e Amleto un personaggio di contorno…

Gianrico è lombardo-milanese. Il padre era un commesso di uno dei negozi più eleganti in Piazza Duomo: Galtrucco. Era un uomo semplice ma non rinunciava mai alle ferie a Miradolo (piccolo centro di bagni termali a pochi chilometri da Milano). Alle 6 del mattino svegliava tutti, e in bicicletta la famiglia Tedeschi si metteva in viaggio verso le terme di Miradolo. In due ore pedalando in modo robusto, si poteva arrivare nel piccolo parco delle terme. Lì, si andava a cercare un angolino, all’ombra di un albero maestoso, dove mangiare il panino di lusso, edizione ferie estive. Le ferie di Gianrico erano quindi così. Dopo il pomeriggio un riposino nella frescura, dove c’era ogni giorno ovviamente l’assalto delle zanzare affamate, e quindi, altre 2 orette in bicicletta per tornare a casa. E l’indomani, dato che la famiglia Tedeschi era in ferie per circa 7-8 giorni, sveglia alle 6 del mattino e tutti insieme verso le fantastiche terme di Miradolo…

Questo racconto me lo ha fatto Gianrico, con uno sguardo lontano, perso nei suoi ricordi come se le sue ferie le avesse vissute sulla Costa Azzurra nel Grand Hotel. C’erano nelle sue parole un amore profondo per la terra lombarda, e la gioia assoluta di quei risvegli nell’alba milanese per godere di quella semplicità, di quella bella vita meravigliosamente pulita, onesta e serena.
Nel raccontarla lui ci metteva tutta la sua nostalgia. Non esiste altra alba, se non nella campagna della Lomellina, quando il primo sole occhieggia tra le piantagioni e dove l’aria fresca del mattino gli dava la grande gioia di essere nato…

Todi Festival 2020 (3/6 settembre): quattro giorni di teatro, musica, arti visive, incontri, mostre, dibattiti e laboratori

TODI, lunedì 24 agosto – La XXXIV edizione di Todi Festival – teatro, musica e arti visive – si svolgerà dal 3 al 6 settembre, con un cartellone quest’anno ridotto a quattro giorni, a causa dei noti problemi sanitari, che hanno coinvolto ogni settore della vita artistica e produttiva italiana.
Con la direzione artistica di Eugenio Guarducci, sono previste opere inedite, debutti nazionali ed esclusive regionali, sia presso il Teatro Comunale sia in Piazza del Popolo, sia nella Sala delle Pietre, situata al primo piano del Palazzo del Popolo, dove sarà organizzata una mostra di Roberto Bernardi e Raphaella Spence (autori del manifesto del Todi Festival 2020).

GLI APPUNTAMENTI DI TODI FESTIVAL 2020

TEATRO COMUNALE

Giovedì 3 settembre alle ore 21, debutto nazionale di “Era un fantasma”, un testo inedito di Arianna Mattioli, messo in scena da Lorenzo Lavia, che è anche uno dei quattro protagonisti insieme a Lodo Guenzi.

Venerdì 4 settembre, sempre alle ore 21, debutto nazionale di “Enrico IV – A scuola di re”, spettacolo liberamente ispirato a William Shakespeare, drammaturgia di Andrea Pennacchi, anche interprete, insieme a Jenni Lea Jones. musiche dal vivo di Giorgio Gobbo

Sabato 5 settembre, ancora un debutto nazionale, ore 21, con “The darkest night”, che vede in scena Maria Pia Calzone e Francesco Montanari, drammaturgia e regia di Davide Domenica 6 settembre alle ore 18.00, debutto nazionale de “L’amore indagato”, reading teatrale in Omaggio a Raffaele La Capria, con Ida Di Benedetto (foto a qui a sinistra) e Marta Bifano, accompagnate dalla regia di Pierpaolo Sepe.

PIAZZA DEL POPOLO

Domenica 6 settembre alle ore 21, nella splendida cornice di Piazza del Popolo, con Max Gazzè e il suo #ScendoinPalco Tour (v. foto in alto). Max Gazzè scende in palco in un momento molto delicato per il settore dei live e lo fa accompagnato dalla sua band storica. Tutti di nuovo sul palco per rilanciare la filiera della musica dal vivo. La scaletta proporrà sia i successi dei primi album che i brani più recenti.

INOLTRE, PRESSO IL TEATRO NIDO DELL’AQUILA E TERRAZZA ESTERNA, avrà luogo la quarta edizione di Rassegna Todi Off #4, seguitissima rassegna di teatro contemporaneo orientata sin dalla sua nascita alla formazione di pubblico e artisti per un loro avvicinamento al teatro di ricerca. A cura di Teatro di Sacco, diretto da Roberto Biselli con il supporto organizzativo di Biancamaria Cola, Todi Off si articolerà in quattro giornate dedicate al teatro contemporaneo, con altrettanti spettacoli – di cui tre debutti nazionali e un debutto regionale – e incontri di formazione degli spettatori, che ogni mattina si ritroveranno per commentare quanto visto la sera precedente.

INFINE, SONO PREVISTE QUATTRO MASTERCLASS, dal 3 al 6 settembre, presso lo splendido Palazzo del Vignola: Laboratorio di drammaturgia condotto da Letizia Russo, Semplice 2020 con Elena Bucci e i suoi Giorni di studio intorno alla semplicità complessa delle arti dal vivo e sulla loro documentazione, il Workshop condotto da Michele Sinisi e il laboratorio di Scrittura scenica e intermedialità nel teatro performativo contemporaneo guidato da Lino Strangis.

Per ogni informazione e per gli spettacoli a pagamento (al Teatro Comunale e in Piazza del Popolo), e inoltre per tutte le altre iniziative in programma – rassegne, laboratori di scrittura critica e giornalismo teatrale, incontri, mostre e dibattiti – rivolgersi al sito:
www.todifestival.it

Verrà la morte… Fu il tormento di Cesare Pavese. Non gli bastarono gloria e amori. Infine, prevalse il “vizio assurdo”

(di Andrea Bisicchia) Tra il 1960 e il 1967, “Il vizio assurdo”, di Davide Lajolo, fu pubblicato in due edizioni, nella collana del Saggiatore e in quella dei “Gabbiani”, inoltre, nella riduzione fattane insieme a Diego Fabbri, fu rappresentato nel 1974, al Teatro Verdi di Padova, con la regia di Giancarlo Sbragia. Doveva debuttare a Torino, ma il Teatro Stabile si oppose, forse su pressione della casa editrice Einaudi e di alcuni intellettuali che ruotavano attorno a essa che non accettarono quella versione per la scena. Vidi lo spettacolo al Nuovo di Milano, ricordo, alla fine, Luigi Vannucchi scendere in platea mentre, rivolgendosi al pubblico, diceva le notissime parole lasciate scritte da Pavese: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”.
Quattro anni dopo, Vannucchi si toglierà la vita.
Lo spettacolo era diverso del libro, nella collezione teatro, gli Associati pubblicarono il testo che evidenziava la tesi di Fabbri, ovvero che Pavese, prima di suicidarsi, avesse fatto delle telefonate agli amici, ma che nessuno rispondeva alla sua richiesta di aiuto. Lo spettacolo inscenava gli ultimi momenti di chi si era autocondannato a morte, in attesa di qualcuno che potesse aiutarlo.
Lajolo, nel suo libro, non va in cerca di una drammatizzazione, avendo scelto di lavorare col bisturi per sezionare il mondo interiore di Cesare, le sue ansie, le sue paure, le difficoltà con le donne, per le quali, diceva, non valeva la pena uccidersi. Del resto, Pavese stesso gli aveva confidato, a proposito della sua biografia: “Coglieresti soltanto la parte migliore, quella che c’è nei miei libri, ma io ho altro qui dentro”.
È questo altro che Lajolo indaga, soprattutto, attraverso le pagine del Diario, allora non ancora pubblicato, dato che la prima edizione risale al 1964, col titolo: “Il mestiere di vivere”.
Il volume è diviso in 16 capitoli, il ritratto di Pavese inizia con la sua nascita in campagna, a Santo Stefano Belbo, quindi gli anni a Torino, in una casa di periferia, gli studi al liceo D’Azeglio, le prime poesie, l’Università, l’incontro con la donna dalla voce rauca che tanto lo farà soffrire, fino a vendicarsi delle altre donne. Sono anche gli anni di formazione che lo vedono deambulare tra campagna e città e che gli fanno scoprire le fabbriche, la fatica del lavoro, la miseria. Lajolo ricostruisce questi momenti, scegliendo pagine tratte dai racconti, dai romanzi, dal Diario e dalle lettere. Si intravede, da lontano, la ferita subita da Torino, con l’eccidio del 1922 quando, tra le sedi devastate, ci fu “Ordine Nuovo”, mentre Gramsci veniva minacciato di fucilazione. Lajolo indaga l’uomo e lo scrittore, la sua formazione accanto ad Augusto Monti, l’amicizia con Massimo Mila, con Mario Sturani, di cui riporta una parte dell’epistolario, l’amore per i classici e per la letteratura americana, l’odio per la scienza, e l’interesse per il cinema e, ancora, le frequentazioni con Leone Ginzburg e Norberto Bobbio.
In un ampio capitolo, Lajolo ci racconta l’amore, non corrisposto, con la donna dalla voce rauca, “dal fisico aspro e dagli atteggiamenti mascolini” e la ricerca di un rifugio nel Mito. Un altro tema affrontato è quello dei suicidi, della loro presenza in alcuni racconti, da leggere come un preludio al suo, non certo per colpa della donna americana. In verità, sono tantissime le donne protagoniste dei suoi romanzi, ciascuna con un proprio carattere, con le proprie ambizioni, con le proprie voglie di concedersi o non concedersi.
Sono intense le pagine dedicate al confino, con l’analisi del romanzo “Il carcere” e delle lettere, in gran parte riportate nel volume, e quelle dedicate ai successi editoriali, anche se questi non serviranno a riscattarlo dal vizio assurdo e dall’epilogo atroce.
Il volume contiene una postfazione di Andrea Bajani
Pavese morì il 27 agosto 1950, lo ricordiamo a settanta anni dalla scomparsa.

Davide Lajolo, “Il vizio assurdo – Storia di Cesare Pavese”; Minimun Fax 2020, pp. 380, € 19,50

L’apertura della Mostra del Cinema di Venezia (2 settembre) in diretta nei cinema italiani. Con proiezione del film “Lacci”

VENEZIA, sabato 22 agosto – La Biennale di Venezia annuncia che, grazie alla collaborazione con l’ANEC – Associazione Nazionale Esercenti Cinema, con la Rai Radio Televisione Italiana e Rai Gold – Rai Movie, la cerimonia di apertura della 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che si svolgerà mercoledì 2 settembre 2020 in Sala Grande (Palazzo del Cinema, Lido di Venezia), sarà trasmessa in diretta nelle sale cinematografiche italiane.

Non poteva mancare in questo contesto un segnale forte di supporto alle sale cinematografiche”, dichiara il Direttore della Mostra, Alberto Barbera. “Grazie a chi ci ha proposto di portare nelle sale la cerimonia di apertura e a chi lo sta rendendo possibile. L’iniziativa, senza precedenti, nasce dal desiderio di offrire un gesto di concreta solidarietà all’industria del cinema, così duramente colpita dalla crisi generata dal Coronavirus e, in particolare, all’esercizio cinematografico, elemento imprescindibile per la conoscenza, la fruizione e la circolazione dei film”.

La trasmissione in diretta della cerimonia di apertura sarà arricchita da un altro momento straordinario e altrettanto importante: grazie alla disponibilità dei produttori e della casa di distribuzione, le sale aderenti all’iniziativa, previ accordi con 01 Distribution, proietteranno in contemporanea con la presentazione a Venezia il film di apertura fuori concorso, “Lacci”, diretto da Daniele Luchetti e interpretato da Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Adriano Giannini, Linda Caridi.