La deformata realtà della follia vista, secondo Alberto Oliva, dalla mente malata di Enrico IV

Milano. Una scena di “Enrico IV” di Pirandello, regia di Alberto Oliva, al Teatro Litta (foto Gianni Congiu)

Milano. Una scena di “Enrico IV” di Pirandello, regia di Alberto Oliva, al Teatro Litta (foto Gianni Congiu)

(di Paolo A. Paganini) Si può sperimentare Pirandello? Come no. Tutto si può sperimentare. In questi ultimi tempi abbiamo visto ogni tipo di sperimentazione, Pirandello o Shakespeare o che altro fosse. Quasi nessun allestimento ne è immune. I registi (delirio di onnipotenza?) son presi da una forma di nevrosi creativa che li porta a reinventare qualsiasi sacro testo, a sperimentare, senza soggezione, qualsiasi classico. Ci si dovrà dunque ora scandalizzare perché il regista Alberto Oliva ha preso l’”Enrico IV” di Pirandello, rivoltandolo per bene secondo una personale prospettiva? E poi c’è da fare un’ulteriore digressione sul diritto alla sperimentazione, a seconda del grado di cultura e di passione che anima i pervicaci manipolatori di testi altrui. Alberto Oliva è un appassionato di teatro. Ed è anche uomo di cultura. E qui, dunque, nel giorno della perdonanza ha una prima assoluzione.
La seconda e definitiva assoluzione è un po’ più complessa, perché bisogna entrare nell’intima struttura della sua sperimentazione, che – per definizione, superato il periodo delle avanguardie – consiste nel cercare mezzi stilistici e linguistici diversi da quelli ereditati dalla tradizione.
Il nostro Enrico IV, essendo caduto da cavallo sbattendo la testa, e avendo indosso abiti medievali di carnevale, come gli altri amici della combriccola, risvegliandosi crede di essere l’antico imperatore di Germania. E siccome i matti han sempre ragione, tutti glielo lasciano credere. Per quasi vent’anni vivrà in questa sua dolce follia, circondato da comparse di servi e consiglieri in abiti curiali, finché un tentativo di guarigione, quando però, nel frattempo, già era diventato savio, lo farà tragicamente ripiombare nella follia.
Non finisce proprio così. Ma il regista Oliva accetta questa soluzione per un motivo che ne legittima le scelte.
Partendo dal punto di vista del personaggio Enrico IV, immagina che il mondo circostante sia visto come appare nella mente malata del poveretto. Esseri grotteschi, burattini di carne, immaginaria orgia di maschere secondo una consequenzialità di una logica deformata tutta personale, sono dunque scenicamente rappresentati come si suppone possano essere visti e vissuti da Enrico, che parimenti vede gli antichi amici (e qualcuno meno amico), che ora tentano di risvegliarlo, ahimè, dal suo schizofrenico stato mentale.
In un’ora e quaranta senza intervallo, l’assunto di Oliva è realizzato, sperimentato diremo dunque, con efficace e suggestivo utilizzo di esasperati suoni “mentali”, fra dissonanze e turbinio di decibel. Le scene di Alessandro Chiti, come paratie che si aprono scoprendo altri anfratti mentali, sono decisamente belle. Il punto debole di tutta l’operazione sta nella recitazione degli attori, più per scelte registiche, forse, che per limiti personali, anche se ormai l’uso della voce è diventata un’utopia, e a nessuno importa più un granché. Qui però, ora, o si disperde in rivoli di incomprensibilità o in una sguaiata gazzarra di grida disordinate. Ma, si dirà, così è nella mente del folle Enrico. E va be’, teniamola per buona. Come teniamo per buono un inutile sprazzo di virile nudità per il compiacimento visivo di timorate fanciulle o di altri guardoni.
Gli attori, che almeno nomineremo, sono da elogiare per la generosa accettazione di una recitazione in maschera, idea non nuova negli allestimenti pirandelliani: Mino Manni, Davide Lorenzo Palla, Giancarlo Latina, Daniele Nuotolo, Sonia Burgarello. Dovizia di applausi alla fine per tutti.
“Enrico IV” di Pirandello, regia di Alberto Oliva, al Teatro Litta, Corso Magenta 24, Milano. Repliche fino a domenica 16 febbraio.
Tournée
20-21 febbraio, Teatro Giacosa di Ivrea (TO);
23 febbraio, Teatro Verdi, Castel San Giovanni (Piacenza);
24 febbraio, Teatro Comunale di Cossato (Biella);
15 aprile, Teatro Nuovo Teatro da Udine, Udine.

Commercio e circolazione delle opere d’arte: problemi giuridici, economici, fiscali. E non solo

Il secondo volume dell’opera “Il Diritto dell’Arte”, a cura di Gianfranco Negri-Clementi e Silvia Stabile, è dedicato alla “circolazione delle opere d’arte” e fornisce un’ampia esposizione dei profili economico-finanziari, giuridici e fiscali legati alla movimentazione, allo scambio, alla compravendita e alla valorizzazione delle opere d’arte e dei beni culturali all’interno di un sistema socio-economico sempre più globale. Gli argomenti affrontati nel secondo volume riflettono la complessità del sistema dell’arte avendo riguardo alle implicazioni di carattere giuridico, delle relazioni tra artisti, mercanti, collezionisti, musei e istituzioni culturali, pubblici e privati. Viene offerta altresì adeguata rilevanza all’analisi di questioni correlate all’acquisto e alla vendita di opere d’arte e, più in generale, al sistema delle gallerie, delle case d’asta e dei mercanti d’arte contemporanea, analizzando nel dettaglio i modelli più innovativi di investimento e di tutela, affermatisi in campo internazionale, come, ad esempio, il trust di opere d’arte, i fondi di opere d’arte, il prestito e il noleggio di opere d’arte. Tra i vari argomenti vengono approfonditi gli aspetti economico-finanziari del mercato dell’arte contemporanea, il collezionismo d’impresa e la tematica relativa alle opere d’arte come strumento di operazioni finanziarie.
Il Diritto dell’Arte La circolazione delle opere d’arte “(vol. 2), a cura di Gianfranco Negri-Clementi e Silvia Stabile – pagg 304 .Ed. Skira, 2013 – € 35

Nella casa del padre arriva un satanasso che seduce tutte le donne di casa

Milano. Massimo Popolizio e Marco Foschi in una scena di “Visita al padre”, con la regia di Carmelo Rifici, al Piccolo Teatro Studio (foto Marasco)

Milano. Massimo Popolizio e Marco Foschi in una scena di “Visita al padre”, con la regia di Carmelo Rifici, al Piccolo Teatro Studio (foto Marasco)

(di Paolo A. Paganini) La vicenda è presto detta. Un figlio, dopo oltre vent’anni, fa visita alla casa del padre, un mediocre professore tutto dedito all’epica e vana traduzione dall’inglese dei dodici libri del “Paradiso perduto”, dove John Milton narrava la vendetta di Satana, portatore di morte e dannazione come pena per la disobbedienza del frutto proibito. Il figlio, che arriva non si capisce bene da dove, forse dall’America, non sarà un arcangelo Michele che annuncia, con la venuta del Messia, redenzione e salvezza. Sarà piuttosto un perfido Satana, assetato di vendetta, essendo il frutto illegittimo di una ragazza, sedotta a sedici anni dal nostro traduttore. Ora vuol fargliela pagare. Ma il padre, come un innocente Adamo, non sapeva nulla di questa paternità, che la giovane madre gli aveva sempre nascosto (e rivelata al figlio solo in punto di morte).
Ora, il già attempato genitore accoglie il giovane con ingenua e gioiosa ospitalità. Qui, nella casa del padre vivono la moglie, due figlie, una nipote, una professoressa in visita con figlia… Per farla breve, come la propria madre-bambina fu vittima di una seduzione, così ora verranno sistematicamente, scientificamente, freddamente, indifferentemente sedotte, giovani e meno giovani: una strage sessuale dell’harem paterno. Quando alla fine la tragedia incombe tra minacce di fucile e furor di coltelli, il giovane se ne andrà per sempre, lasciando dietro di sé dannazione e infelicità. Senza la speranza d’un Messia.
In quasi due ore e mezzo con un intervallo, “Visita al padre”, del quarantasettenne drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig, al Piccolo Teatro Studio, è decantata come “l’identità negata delle nuove generazioni”, e recita, onesto e veritiero sottotitolo, “scene e bozzetti”. In realtà, mancando una logica narrazione sequenziale, non è un dramma, non una tragedia, non una commedia, non una satira. Dovrebbe essere, visto l’assunto, “teatro politico” o “teatro documento”: né l’uno né l’altro. Frantumato in una serie di performance con la vocazione del monologo, ne rivela tristemente la sindrome, risultando spesso una successione di sfoghi e di ragioni personali. E la tesi unitaria, sullo sbandamento dei giovani nell’isola delle sperdute identità, e degli anziani, incapaci di ricordare il passato e di vivere il presente, tesi unitaria e di drammatica attualità, che qui dovrebbe essere tenacemente sostenuta, e sostenente, si schianta frantumandosi in una congerie d’incandescenti spezzoni anche di possente e suggestivo impatto, ma spesso sfuggenti e incomprensibili, in questa maledetta acustica del Teatro Studio o in questa ormai incapacità attoriale di tirar fuori e sostenere la voce.
La regia di Carmelo Rifici è di ottima impostazione, grazie anche alle belle scene di Guido Buganza. Massimo Popolizio, maschio dominante scalzato dal figlio (Marco Foschi) e Anna Bonaiuto (la moglie) sono la terna (con)vincente di questo ambizioso allestimento. Generoso e partecipe il resto dell’harem: la molto concupita Alice Torriani, Sara Putignano, Mariangela Granelli, Caterina Carpio, Paola Bigatto. Calorosi applausi.
“Visita al padre”, di Roland Schimmelpfennig, regia di Carmelo Rifici. Piccolo Teatro Studio, Via Rivoli, Milano. Repliche fino a domenica 16 febbraio.

Ripresa del mercato cinematografico italiano dopo due annate negative

Sono positivi i dati del mercato cinematografico italiano nel 2013 che segna un’inversione di rotta dopo due annate negative. Secondo i dati Cinetel, che rileva il 90% dell’intero mercato, i biglietti venduti sono stati 97.380.572, con un incremento del 6,56% rispetto al 2012, e gli incassi hanno raggiunto la cifra di 618.353.030, con una crescita dell’1,45%. Aumenta anche la quota di mercato del cinema italiano che in termini di presenze nel 2013 arriva al 31,02%, contro il 26,5% del 2012.
Cresce peraltro il numero di film distribuiti che nel 2013 sono stati 453, a fronte dei 364 del 2012 (+89 film), anche per merito della digitalizzazione delle sale. Sette i film italiani nelle prime venti posizioni della classifica, due dei quali si attestano al primo e al terzo posto.
Tra i dati positivi c’è anche la diminuzione del prezzo medio del biglietto, pari a 6,08 euro, contro i 6,21 del 2012. Dal punto di vista delle sale, positiva la crescita in termini di presenze e di incassi delle strutture multisala da 5 a 7 schermi e dei multiplex, mentre è tendenzialmente stabile il risultato delle monosale e delle strutture da 2 a 4 schermi. A fine 2013 risulta digitalizzato il 75% circa degli schermi cinematografici italiani.
Importante l’incremento delle presenze in sala al giovedì: nel 2013 i biglietti staccati sono aumentati infatti del 25,74%, grazie alla decisione delle associazioni di concentrare tutte le prime uscite dei film in questa giornata.
Il trend positivo prosegue anche nel 2014: dal primo al 12 gennaio i biglietti staccati, rispetto all’omologo periodo del 2013, sono infatti aumentati del 35% e gli incassi del 36,5%, con una quota di mercato per i film italiani pari al 39,33%.