Quando la passione si sublima nell’arte e diventa rito, liturgia, religione della bellezza: cioè Van Gogh

collage pistilloMILANO, lunedì 22 settembre
(di Paolo A. Paganini) Non sempre l’ambiguità è negativa. Spesso indica un atteggiamento dell’anima spalancata sull’immaginazione. Prendi il titolo dell’ultimo libriccino di Carmelo Pistillo, eclettico ed inquieto uomo d’arte, di lettere e di spettacolo: “Passione Van Gogh. È ambiguo perché il termine “passione” lo puoi riferire sia allo scrittore (“passione per Van Gogh”), sia al tormentato pittore (“passione di Van Gogh”). Eppure, a fare del sofisma, sta in piedi sia in un senso sia nell’altro. Anche se, a sua volta, il lemma “passione” è un capolavoro di ambiguità, in positivo (spesso) e in negativo (talvolta): si va dalla passione di nostro Signore all’essere schiavo di una passione etcetera.
Ebbene, tutto questo, nel bene e nel male, in un senso o nell’altro o in quant’altri vogliate, si trova nell’operazione Van Gogh di Pistillo, che si snoda su due fronti, uno logico razionale (una stupenda Prefazione dello stesso autore, un commosso trattato sui sucidi nell’arte, angoscioso sciagurato mistero dell’anima umana, pittori poeti ed alienati, da Kirchner a Borromini, da Pavese a Hemingway, da Dino Campana a Nitzsche), e sull’altro fronte, immaginifico e creativo (una concreta allucinata e ben strutturata liturgia scenica sulla passione e morte di Van Gogh).
In Pistillo, la passione (ancora!) per Van Gogh fu all’inizio un sentimento di ammirata esaltazione (1984) e, poi, un’idea fissa, che covò per tredci anni, quando nel 1997 si decise a mettere per iscritto l’eccitazione, la non più trattenibile urgenza dei suoi pensieri. Attaverso i due tempi di un’azione drammaturgica, mette a nudo le ferite dell’anina e della mente di questo mistico della pittura (passò dall’esaltazione di Dio all’esaltazione per il colore), facendo vivere, come spezzoni, come schegge infuocate, gli amori, dolenti e deludenti, Kee, la prostituta Sien, Margot, gli incontri, con il fedele e amoroso fratello Theo e con il collega e antagonista Gauguin. E poi la miserevole vita, i casini e le case di cura, le ferite al corpo, la mano sul fuoco, il taglio dell’orecchio, il colpo di pistola che metterà fine ai suoi tormenti.
Carmelo Pistillo, con una compartecipazione che va oltre la pietas, e che appalesa – forse – dolorosi anfratti della sua stessa anima, traccia, da abile teatrante, un’agile, coinvolgente successione di scene, che, al di là di un sicuro contributo artistico per una maggiore conoscenza di Vincent Van Gogh, esprime anche e soprattutto un atto d’amore per l’arte, il teatro, la poesia. Generosa solitaria “passione”. In questo sciagurato mondo di poveri piccoli uomini feroci.
“Passione Van Gogh”, di Carmelo Pistillo. Postfazione di Virgilio Patarini – Book Time 2014 – pp 76 – € 12.

Ed ecco “Dirty Dancing”, sensuale kolossal con 23 ballerini, una cinquantina di canzoni e orchestra dal vivo

Desktop3MILANO, venerdì 19 settembre
(di Emanuela Dini) Il film ha quasi 30 anni (uscì il 21 agosto 1987) ed è un titolo cult, con schiere di fan che ne conoscono a memoria ogni singola battuta e canzone (“The time of your life” ebbe l’Oscar per la miglior canzone); la versione musical è del 2004 (debutto in Australia e tournée in tutto il mondo) e adesso “Dirty Dancing – The classic story on stage” arriva in Italia, al Barclays Teatro Nazionale di Milano – unica tappa italiana – dove sarà in scena dal 9 ottobre al 28 dicembre.
La vicenda è ambientata negli anni ’60 e racconta l’incontro e la storia d’amore tra un maestro di ballo (Johnny Castle) e una ragazza di buona famiglia (“Baby”), in vacanza con i genitori nel villaggio vacanze “Da Kellermann”, dove non si comporterà proprio “da buona famiglia”. D’altra parte quel ballo “dirty” lascia intendere molte cose. Tra il sensuale e il proibito. A buon intenditor…
«Più ricco e più bello del film, con l’aggiunta di scene, balletti e canzoni», ha spiegato l’autrice Eleanor Bergstein, che ha supervisionato e selezionato personalmente i ballerini.
“Dirty Dancing – The classic story on stage” in versione italiana ha un cast di 23 ballerini, con Sara Santonastasi nel ruolo di Frances “Baby” Houseman e Gabriele Gentilini nel ruolo di Johnny Castle.
Le canzoni sono 49 e un’orchestra di otto elementi suona dal vivo le celebri musiche dello spettacolo. I dialoghi sono in italiano, mentre le canzoni in inglese.
Le aspettative della produzione sono altissime. «Il titolo è di forte richiamo e in grado di portare a teatro anche chi non ci era mai venuto prima», ha dichiarato Federico Bellone, produttore esecutivo e direttore artistico e, proprio nell’ottica di avvicinare al teatro un pubblico “nuovo” c’è la possibilità di comperare non solo il biglietto dello spettacolo (prezzi da € 21 a € 76), ma anche un “pacchetto” – DDE, Dirty Dancing Experience – che comprende, oltre al biglietto, la visita al backstage, l’incontro col cast, gadget, servizio guardaroba e free drink.
Dirty Dancing – al Barclays Teatro Nazionale – Piazza Piemonte 12, Milano. Dal 9 ottobre al 28 dicembre 2014.

Per informazioni e prevendite:
www.dirtydancingmilano.it

 

Gli ex pastori della moderna ‘ndrangheta al centro di antiche faide sanguinarie tra odi non sopiti e nuove vendette

Una scena del film “Anime Nere”, di Francesco Munzi

Una scena del film “Anime Nere”, di Francesco Munzi

(di Paolo Calcagno) C’è un’Italia che conosciamo soltanto attraverso le cronache nere di giornali e tv che ci raccontano di faide spietate con i fratelli che si ammazzano l’un l’altro, di sequestri di persona (bambini compresi), di riti barbarici, di pastori a mano armata, di contiguità diffusa con la ‘ndragheta, di donne piegate dal dolore e, comunque, devote ai maschi di famiglia, di sterminati e selvaggi paesaggi, di sentimenti aspri, di rancori insanabili (anche e, soprattutto, verso lo stato “colonizzatore”). È un’Italia, quella dell’Aspromonte calabrese, che conosciamo solamente da lontano, per sentito dire, e che facciamo fatica a riconoscere come terra nostra, casa nostra, cultura nostra. Con le immagini cupe e potenti di “Anime Nere”, Francesco Munzi ci porta in quelle terre sfortunate, povere, abbandonate, senza regole, se non quelle ancestrali dei legami familiari e della violenza, dove in buona sostanza regna sovrano il flusso del sangue, quello impazzito dei vivi e quello in grumi dei morti ammazzati.
Liberamente tratto dal romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino editore), “Anime Nere” racconta la storia di tre fratelli, figli di un pastore dell’Aspromonte (ucciso in un episodio malavitoso finito tragicamente), che cercano la loro emancipazione, sociale e, nel caso di Luciano, anche etica. Tutto si muove intorno al crimine: Luigi, il più giovane, è di casa ad Amsterdam dove sbriga i suoi affari di trafficante internazionale di droga; Rocco, dai modi e dai lussi borghesi, copre con la sua attività di imprenditore milanese il flusso di soldi “sporchi” di Luigi; Luciano, il più anziano, è sepolto nel suo ideale di una Calabria preindustriale, dove è rimasto a vivere, insegue la purezza continuando l’antico mestiere di famiglia e allevando capre, esorcizza l’impulso della vendetta in un rapporto malinconico e solitario con il passato e l’assassinio del padre. La scelta di vita di Luciano è apertamente disprezzata da Leo, suo figlio ventenne, che in “Anime Nere” rappresenta la generazione perduta, senza identità. Il ragazzo, invece, ha una sorta di venerazione per lo zio Luigi e sogna sia di bagnare nel sangue la vendetta sospesa di famiglia, sia di fuggire da Africo (roccaforte fatiscente dell’Aspromonte dove il film è stato ambientato e girato con la convincente partecipazione di gente del luogo) per unirsi all’emancipazione moderna dell’esistenza dello zio. Ma una lite banale spinge Leo a un gesto violento contro un bar protetto dal clan rivale. Il ragazzo, di notte, spara contro le vetrate del locale: in qualsiasi altro posto quel gesto sarebbe stato archiviato come una bravata adolescenziale, ma in Aspromonte, ad Africo, riaccende il focolaio dell’antico odio e riattiva impulsi e tensioni, mai completamente superati, dell’antica faida. Male e bene, amore e odio si mescolano indistinguibilmente nel dipinto straordinario e realistico di un archetipo tragico e antico che dilaga e travolge tutto e tutti, come il ripetersi del destino maledetto, insanguinato, senza grazia e senza perdono, degli antichi Atridi, per raccontare il quale non basterebbe il canto dolente di Omero, ma occorrerebbero i versi bui e disperati di Euripide.
Munzi che, pur senza ottenere premi importanti, è stato accolto con gratificanti manifestazioni di consenso da pubblico e critica, sia a Venezia, sia a Toronto, per meglio rappresentare sullo schermo l’archetipo dilaniante e distruttivo del suo film, ha efficacemente conservato nei dialoghi il dialetto nativo dei personaggi e ha affidato questi ultimi alle interpretazioni di attori dotati di facce e temperamento “giusti” più che di nomi di richiamo.

 “Anime Nere”, regia di Francesco Munzi, con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane. Italia, 2014.

Decimo anno di VIE, un Festival che attraversa i comuni emiliani con diciassette giorni di spettacoli

VIE FESTIVALMODENA, venerdì 19 febbraio
“VIE festival” compie dieci anni. Si inaugura giovedì 9 ottobre e si conclude sabato 25, passando, in questa edizione, da nove a diciassette giorni. Lo Stabile Regionale dell’Emilia-Romagna disegna un grande festival di settacoli internazionali, facendosi anche produttore di alcune delle proposte più interessanti del nuovo programma, come Angélica Liddell, già invitata nel 2011 (il cui lavoro è stato riconosciuto lo scorso anno dalla Biennale di Venezia con il Leone d’Argento): Ert produce il suo ultimo lavoro, You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia) basato sull’omonimo sonetto shakespeariano.
VIE compie dieci anni, e da dieci anni VIE è un luogo di incontro, di scambio, di ascolto, di visione di eventi, momenti, spettacoli del teatro di oggi”, spiega Pietro Valenti, direttore di ERT. “è un festival che lavora sul territorio, che sviluppa la sua programmazione tra il capoluogo regionale, Modena, e altri comuni, con l’impegno di offrire il meglio della scena contemporanea europea”. E gli altri comuni sono, oltre Modena e Bologna: Finale Emilia, Novi di Modena, Cavezzo, Carpi, Vignola, Rubiera, Casalecchio di Reno, Castelfranco Emilia, San Felice sul Panaro, Mirandola. La festa di VIE non dimentica i comuni colpiti dal terremoto ai quali affida l’apertura di questa edizione oltre a una maratona di spettacoli nelle due giornate conclusive e un laboratorio fotografico sul territorio.
Anche in una superficiale visione, il cartellone di questa rassegna, spalmato sul territorio regionale, offre subito il senso e la qualità di alcuni spettacoli internazionali di particolare rilevanza, anche politica:
Red Forest, che segna il ritorno di Belarus Free Theatre, compagnia costretta ad abbandonare la Repubblica Bielorussa a causa delle persecuzione politica e che coraggiosamente porta avanti il suo lavoro in tutto il mondo.
One Flew over the Kosovo Theater , il lavoro che il regista Jeton Neziraj dedica alla storia recente del suo Paese.
Il duo franco-israeliano Winter Family Jerusalem Plomb Durci, voyage halluciné dans une dictature émotionnelle.
Il giapponese Toshiki Okada, che presenta Super Premium Soft Double Vanilla Rich.
Oskar Gómez Mata, regista e primo attore della compagnia multiculturale svizzera L’Alakran, che propone Kaïros, sisyphes et zombies.
 Lo Zagreb Youth Theatre, già insignito di cinquanta premi tra nazionali e internazionali, presenta in prima nazionale Galeb, libero adattamento da Il gabbiano di Cechov.
Tra gli italiani:
Pippo Delbono con due lavori: l’anteprima del suo concerto con Enzo Avitabile Bestemmia d’amore e, in chiusura del festival, uno spettacolo-concerto.
Danio Manfredini porta in scena il nuovo Vocazione, una riflessione sul tema dell’attore di teatro e la sua vita.
Babilonia Teatri, di cui alcuni ricorderanno il sorprendente The End, debutta a VIE con Jesus.
Il coreografo toscano Virgilio Sieni con Dolce Vita_Archeologia della passione  e Deposizione e Crocifissione, due dei 27 quadri del progetto “Vangelo secondo Matteo” il cui debutto è avvenuto lo scorso luglio alla Biennale Danza.
Il Teatro delle Albe con la prima assoluta di Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, dedicato alla figura di questa donna mite quanto determinata, premio Nobel per la pace.
Per il programma completo e per più dettagliate informazioni:
www.viefestivalmodena.com