“Il peccato” della nuova Cina insanguinata da corruzione e violenza

San Marino. Xhao Tao, vincitrice del Titano d’Oro per il Cinema (foto di Mattia Celli)

San Marino. Xhao Tao, vincitrice del Titano d’Oro per il Cinema (foto di Mattia Celli)


(di Paolo Calcagno) La Cina di Jia Zhang-ke è molto diversa da quella che raccontano i film epici di Zhang Yimou (“Lanterne rosse”, “La foresta dei pugnali volanti”, La città proibita”) o gli struggenti melò sulle passioni impossibili di Kar Wai (“In the mood for love”, “2046”, “Un bacio romantico”). Jia Zhang-ke, vincitore del Leone d’oro a Venezia, nel 2006, con “Still Life”, è nativo della regione di Shanxi e ama mostrare la vita dura di tutti giorni delle comunità contemporanee di contadini e operai dell’interno del Paese, il disagio dell‘esistenza costretta a subire ingiustizie quotidiane che feriscono a morte l’identità e la dignità, la tensione che scatena l’istinto alla ribellione contro lo sfruttamento, la violenza feroce del capitalismo selvaggio e quella implacabile che assale certe vittime della corruzione che s’improvvisano giustizieri.
E la violenza del crimine, inteso come motore della società che si sviluppa economicamente, ma senza etica né disciplina, è il tema del nuovo film di Jia Zhang-ke “Il tocco del peccato”, premiato quest’anno al Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura. Fra i 4 episodi da 30 minuti ciascuno troviamo per l’ottava volta come protagonista dei film di Jia Zhang-ke, sua moglie Xhao Tao, 36 anni, considerata la principale attrice cinese dei nostri giorni. Già vincitrice del David di Donatello, nel 2012, per la sua interpretazione nel film di Andrea Segre “Io sono Li”, Xhao Tao è stata premiata il 18 novembre scorso al San Marino Film Festival (dove, peraltro, l’anno scorso trionfò il film di Segre) con il Titano d’oro per il Cinema ed omaggiata con l’anteprima de “Il tocco del peccato”.
“E’ un film che propone 4 storie di persone normali, realmente accadute in 4 diverse città della Cina sotto l’attuale economia sviluppata – mi ha detto Xhao Tao -. Sono storie di una violenza che si contrappone alla violenza prodotta dalla pressione dovuta al capitalismo invasivo. Con questo film la regia cerca e affronta la realtà con l’intento di capirla, conoscerla e risolverla attraverso il Cinema”. Già giornalista, produttrice, laureata presso il Dipartimento di Danza Folk Cinese della Pechino Dance Academy, dopo aver vinto numerosi premi in gare di danza nazionali, Xhao Tao sta vivendo nel cinema il momento più alto della sua carriera artistica che, oltre ai film del marito, l’ha portata a girare in Italia e in Gran Bretagna. “Come artista sento molto la sofferenza dei miei personaggi – mi ha confidato la bravissima attrice cinese -. Nel caso de “Il tocco del peccato” mi trasformo in giustiziera per reazione alla violenza subita da un cliente mafioso che vuole costringermi a prostituirmi sebbene io sia solamente l’addetta alla reception di un club di benessere”. Xhao Tao mi ha anche svelato che con il suo episodio il film ha voluto rendere omaggio al Kung-Fu dello storico film cinese “A Touch of Zen”, di King Hu, prima opera cinese a uscire oltreconfine, nel 1971, al Festival di Cannes, rievocata anche nel titolo “A Touch of Sin”. “Nel nostro film, la storia di ZhengXiaoyu, che io interpreto, il suo modo di raccogliere i capelli, gli abiti che indossa e il sacco in spalla sono riferimenti allo Hsu Feng di “A Touch of Zen”. Il brano di Opera nella nostra scena finale si chiama YuTangChun, e parla di una ragazza accusata ingiustamente di omicidio, che alla fine riconquista la libertà. È un’Opera molto conosciuta in Cina e, sì, King Hu ne ha diretto una versione nel suo secondo film. Il senso che esprime è che la stessa storia può ripetersi più volte in tempi diversi e in condizioni sociali differenti. Si possono vedere moltissimi paralleli tra le pressioni per la sopravvivenza nella Cina contemporanea e le situazioni in cui i cinesi si sono trovati nei secoli passati”.
Tre storie di omicidi e un suicidio scandiscono “Il tocco del peccato”, generosamente esaltato da Le Monde come il film cinese più bello che si sia mai visto, ma certo un’opera di grande valore per contenuti e stile narrativo. Frettoloso è anche il richiamo a Tarantino, oramai chiamato sempre in causa quando sullo schermo si spara a volontà. Ma nel film di Jia Zhang-ke non si spara nel mucchio e la violenza non dilaga verso il “tutti ammazzano tutti”, come predilige il grande Quentin. Qui non tutti sono colpevoli e il furore non è cieco. Piuttosto, i “vendicatori” di Zhang-ke propongono una riflessione sulla Cina contemporanea, mostrando come un gigante dell’economia viene intossicato dalla violenza. Nel primo episodio, un minatore pieno di rabbia si ribella alla corruzione dei capi villaggio. Nel secondo, un emigrante di ritorno a casa per il Capodanno scopre le infinite possibilità offerte da un’arma da fuoco. Nel terzo, la graziosa receptionist di una sauna è spinta oltre ogni limite quando viene molestata da un ricco cliente. Infine, un giovane operaio cambia lavoro nella speranza di migliorare la sua vita. Quattro persone, quattro diverse regioni. La storia di apertura di Dahai si svolge nello Shanxi, ampia provincia agricola della Cina del Nord; la seconda storia ha luogo a Chongqing, città sud-occidentale sul fiume Yangze vicina alle TreGole. La terza storia è nello Hubei, nella Cina centrale. L’ultima ha luogo a Dongguan, città della provincia del Guangdong nella zona di “libera impresa” sulla costa sub tropicale della Cina del Sud. “Il modo in cui queste quattro storie coprono una parte così vasta del paese mi fa pensare indirettamente alla pittura cinese tradizionale di paesaggio – commenta nelle sue note il regista cinese -. I pittori classici hanno sempre cercato di rappresentare panorami di tutto il Paese. Io condivido questo impulso estetico e mi piacerebbe che il film fosse come un fluente giro visivo della Cina. La società cinese è in questo momento in una fase di migrazioni interne. La gente lascia le case d’origine in cerca di lavoro o di una vita migliore. Un gran numero di giovani delle aree interne lavora oggi nelle fabbriche ‘internazionali’ a Dongguan. Il flusso di gente ha portato a nuove connessioni sociali. La mia speranza è che il film mostri come persone disparate abbiano collegamenti nascosti”.

“Il tocco del peccato”, regia di Jia Zhang-ke, con Wu Jiang, Baoqiang Wang, Vivien Li, Jia-yi Zhang, Lanshan Luo, Xhao Tao. 2013

In un covo di maschi erotomani arriva l’ape regina. Ecco il Pinter di Peter Stein al Piccolo Teatro

 

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).


(di Paolo A. Paganini) “Il ritorno a casa” (1965), di Harold Pinter, non è proprio il ritorno biblico del figliol prodigo. Anche perché quando Teddy, professore di filosofia, dopo sei anni di prestigiosa carriera negli Stati Uniti, di passaggio a Londra, arriva notte tempo nella casa del padre, per un fugace saluto, nessuno si aspetta di vederlo anche con la giovane mogliettina, della quale non sapevano niente. Nella casa paterna di soli uomini (altri due fratelli, il vecchio padre autoritario e il fratello di lui), tutti più o meno erotomani e tutti in possesso di una singolare morale, per la quale tutto è in comune, è ovvio e naturale che, ciascuno sbavando ora senza alcun ritegno per la giovane donna, tutti tentino di farsela. E lei ci sta. Ma nessuno dei cinici e abbastanza animaleschi personaggi poteva immaginare che la donna, da concupita, si sarebbe ben presto trasformata in ape regina. Al marito non rimarrà che tornarsene in America agli amati studi e ai tre figli ancor piccoli che invano attenderanno la madre, dominatrice e regina nella sua nuova casa con quei larvatici sudditi, plagiati e inebetiti.
Harold Pinter (1930-2008), forse il più importante drammaturgo inglese, attore, autore di una trentina di opere, quasi tutte di successo, sceneggiatore d’una cinquantina di produzioni anche famose sul piccolo e sul grande schermo, impegnato politicamente, Nobel nel 2005, largamente conosciuto anche in Italia (da “Tradimenti” a “Il guardiano”, da “L’amante” a “Vecchi tempi”, da “Terra di nessuno” a “Ceneri alle ceneri”), con le sue pièce fra il buio delle anime e il surreale della vita, denunciò, anche con spietata crudezza, il dramma della condizione umana, descrivendone l’ipocrisia, le ambiguità e la distorsione dei rapporti, le insicurezze, talvolta, scavando in un passato senza futuro, adombrando un angoscioso senso da terra di morti, dove i grandi sentimenti, nel bene ma più spesso nel male, vengono modernamente banalizzati in un tormento interiore senza passione.
Ora, al Piccolo Teatro, in due tempi di cronometrica precisione di un’ora e tredici ciascuno, Peter Stein ha messo in scena “Il ritorno a casa” con un eccezionale staff di attori, dopo quello relativamente recente (il maggio scorso) di Luc Bondy, con Bruno Ganz e Emmanuelle Seigner. Due allestimenti stilisticamente assai diversi. Più mediterraneizzato e volgarizzato quello con Bruno Ganz, più “inglese” e di più grottesca ironia questo di Peter Stein. Anche per la presenza di un importante nucleo attoriale estremamente eterogeneo e felicemente amalgamato. Paolo Graziosi è il grande vecchio, laido e cinico, di apparente decrepitezza ma ancora capace di imprevedibili e compensative violenze verbali. Dei figli, Alessandro Averone interpreta un untuoso e dialettico damerino, forse magnaccia e piccolo imprenditore; Rosario Lisma è il suonato pugilatore, facile ma piacevole; Andrea Nicolini è il professore invertebrato (che saprà “vendicarsi”… perfino mangiando di nascosto il panino al formaggio di Lenny, mentre gli altri si divorano lamoglie). E poi c’è Elia Schilton, lo zio un po’ sognatore, un po’ effeminato, quindi di vocazione vittima, nel ruolo dello zio Sam. E infine c’è Arianna Scommegna, non più come nella precedente scorsa edizione bionda fatale sciupauomini, ma qui, piuttosto, abbastanza comune, dall’apparenza bigotta, acqua cheta, quindi pericolosa nella sua volitiva imprevedibilità e determinatezza. Entusiastici applausi alla fine per tutti.

Milano, Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2 – fino a domenica 1 dicembre.

La tournée
Piacenza, 3 – 4 dicembre
Lucca, 6 – 8 dicembre
Siena, 10 – 12 dicembre
Massa, 13 – 15 dicembre
Mestre, 8 – 9 gennaio 2014
Vicenza, 10 – 11 gennaio 2014
Roma, 14 – 26 gennaio ’14 Lecco, 28 gennaio ’14
Cuneo, 29 gennaio ‘14

Tre classici rivisitati da Irina Brook al Teatro dell’Arte di Milano fino all’8 dicembre

Dopo aver debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto, Irina Brook e la sua giovane compagnia multietnica, “Irina’s Dreamtheatre”, approda in esclusiva a Milano con “Trilogia delle Isole”, tre diversi spettacoli, le cui vicende ruotano intorno a storie di naufragi, che si alternano, sera dopo sera, sul palcoscenico del Teatro dell’Arte, ideati, adattati e diretti dalla stessa Irina Brook. “Tempête!”, da Shakespeare (21 e 22 novembre, dal 26 al 28 novembre, 30 novembre, dal 4 al 7 dicembre) , “L’île des esclaves” di Marivaux (23 e 24 novembre) e “Une Odyssée”, da Omero (29 e 30 novembre, 1 dicembre, 7 e 8 dicembre), sono tre spettacoli indipendenti dal punto di vista narrativo, ma connessi l’uno all’altro tematicamente, come tappe di uno stesso percorso di scoperta. Ogni spettacolo è un’isola e ogni isola è un mondo diverso. I tre spettacoli, che si avvalgono di semplici scenografie visionarie, sono interpretati da un gruppo di attori provenienti da paesi, culture e lingue differenti, dalla Francia all’Italia, dal Canada al Marocco. Figlia d’arte (il padre è il regista Peter Brook e la madre l’attrice Natasha Parry), Irina ha avuto un autonomo percorso formativo ed ha trovato una chiave tutta personale nel mescolare l’elemento popolare, il circo, il varietà, il comico, il grottesco.

Triennale di Milano Teatro dell’Arte, Viale Alemagna 6 – 20121 Milano
www.crtmilano.it

Le “prime” teatrali della settimana 18/24 novembre. E c’è anche Scarpetta che parla italiano

Martedì 19, al Teatro Studio, va in scena “Shakespeare, streghe, ribelli e altre passioni”, ispirato alle tre streghe di “Macbeth”, di/con Laura Curino, che descrive queste terribili anime nere shakespeariane, orride sorelle, erroneamente marginali, che dicono sempre le loro fatali verità.
Nuova produzione del Piccolo Teatro di Milano, al Teatro Studio, Via Rivoli 6 – Repliche fino a domenica 1 dicembre.

“Il martedì al Monoprix” di Emmanuel Darley, con Enzo Curcurù. Commedia acclamata al Festival di Avignone e di Edimburgo, affronta la difficile tematica della differenza e dell’esclusione, mettendo in scena il conflitto fra un figlio transessuale e suo padre nella cornice della vita quotidiana. “Il martedì al Monoprix”, di E. Darley, con E. Curcurù, regia di Raffaella Morelli (scene Moretti, costumi Napolitano).
Teatro Elfo Puccini (Sala Bausch), Corso Buenos Aires 33, Milano. Dal 19 al 24.

Da mercoledì 20 novembre, debutta “Ritorno a casa” di Harold Pinter al Piccolo Teatro Grassi. Dopo l’inquietante versione di Luc Bondy, la scorsa stagione, con Bruno Ganz ed Emmanuelle Seigner, questo nuovo allestimento è ora proposto da Peter Stein con Paolo Grazosi e Arianna Scommegna.
Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello, Milano. In scena fino all’1 dicembre.

“Prodigiosi deliri”, in prima nazionale, ispirato a due studi di Sigmund Freud e Ludwig Binswanger, affronta i casi del dott. Schreber e di Ellen West, forse i due capitoli più emblematici di tutta la psichiatria moderna. Nella diversa patologia nervosa (paranoica quella di Schreber, isterica quella di Ellen), sono stati cercati e sviluppati quegli elementi teatrali utili a un disegno drammaturgico e scenico.
“Prodigiosi deliri”, con Mario Sala, Patrizia Zappa Mulas, regia Lorenzo Loris, al Teatro Out Off, Via Mac Mahon 16, Milano. Dal 20 novembre al 22 dicembre.

Giovedì 21, al Teatro Franco Parenti, “Miseria e nobiltá”, di Eduardo Scarpetta, uno dei titoli più famosi della drammaturgia partenopea. Cavallo di battaglia dei più grandi attori napoletani (e non) del secolo scorso, viene ora presentato integralmente in italiano, nella riduzione di Geppy Gleijeses. La commedia ha come protagonista Felice Sciosciammocca, celebre maschera di Eduardo Scarpetta, e la trama gira attorno all’amore del giovane nobile Eugenio per Gemma, figlia di Gaetano, un cuoco arricchito. Il ragazzo però è ostacolato dal padre… “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta, con Geppy Gleijeses, Lello Arena e Marianella Bargilli, e con Gina Perna, Antonio Ferrante, Gino De Luca, Loredana Piedimonte, Antonietta D’Angelo, Vincenzo Leto, Jacopo Costantini, Silvia Zora, Francesco De Rosa; regia Geppy Gleijeses.
Teatro Franco Parenti – Sala Grande – Via Pier Lombardo 14. Milano – Repliche fino a domenica 1 dicembre