Vassily Kandinsky: a Milano la vita e le opere di un eclettico artista senza confini

Quadro con macchia rossa (1914), olio su tela, cm 130x130

Quadro con macchia rossa (1914), olio su tela, cm 130×130

(di Patrizia Pedrazzini) Non sono molti gli artisti che sono riusciti, nel corso della loro esistenza, a vivere come cittadini di tre Stati diversi. Vassily Kandinsky è stato uno di questi: nato in Russia, a Mosca, nel 1866; celebrato come tedesco al Bauhaus, la prestigiosa scuola di architettura, arte e design che fiorì in Germania fra il 1919 e il ’33; morto francese a Neuilly-sur-Seine, poco fuori Parigi, nel 1944. Un artista senza confini, il cui cammino di viaggiatore, di esploratore di culture, di analista delle ragioni che muovono linee e colori, viene ora riproposto, e ripercorso, nell’ambito della mostra che Milano gli dedica nelle sale di Palazzo Reale. Una grande retrospettiva monografica che, attraverso più di ottanta opere (oli, litografie, xilografie, tempere, linoleografie, linoleum, inchiostri, grafiti, acquerelli, guazzi, puntasecca), provenienti dalla Collezione del Centre Pompidou, racconta, toccandone in ordine cronologico i periodi principali della vita, il viaggio artistico e spirituale di uno dei pionieri dell’arte astratta. Da quando, nel 1896, fresco di studi di economia e diritto romano e russo all’Università, rimane “folgorato” dalla visione de “I covoni” di Claude Monet nella mostra degli Impressionisti che si tenne quell’anno a Mosca, alle esperienze raccolte negli anni trascorsi qua e là in Europa nei decenni fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, fra Rivoluzione russa e affermazione del Nazismo, in un turbine di conflitti, venti di rivolta, instabilità. Ma anche, inevitabilmente, di nuove idee e nuove visioni, a contatto con le quali Kandinsky sviluppa il proprio pensiero artistico, che abbraccia peraltro più campi, dalla pittura alla musica al teatro. Nei quali cerca e difende lo “spirituale nell’arte”, come recita il titolo del suo scritto fondamentale (pubblicato a Londra nel ’14), dove affronta lucidamente, sul piano teorico, il rapporto tra forma e colore, e quello, per lui fondamentale, tra colore e suono, alla base dell’astrazione.

Senza titolo (1917), olio su tela, cm 27.5x31.5

Senza titolo (1917), olio su tela, cm 27.5×31.5

L’esposizione milanese ripercorre tutto questo. A partire dalla prima sala, rivestita di pitture parietali, per passare alle quattro vere e proprie sezioni della mostra (che a loro volta si sviluppano in otto sale): l’esperienza di Monaco (1896 – 1914), il ritorno in Russia (1914 – 1921), gli anni del Bauhaus (1921 – 1933), la permanenza a Parigi (1933 – 1944). Un percorso di evoluzione artistica che è già di per sé un viaggio, verso cambiamenti sempre più marcati e significativi, ma anche sempre ognuno nel solco della stagione precedente. E senza mai abbandonare le radici della tradizione russa. Ecco allora, dopo i primi studi artistici all’Accademia di Monaco, i paesaggi post-impressionistici e le tempere ispirate all’arte “popolare” del Paese natale. Ma anche un’opera come “Improvvisazione III”, del 1909, che già segnala il passaggio verso l’astrattismo. Ecco “Quadro con macchia rossa”, del 1914, l’anno nel quale lo scoppio della Grande Guerra lo costrinse a rientrare a Mosca. E l’ultimo dipinto berlinese, “Sviluppo in bruno”, del ’33, quando già sapeva di dover lasciare la Germania. Fino ad “Accordo reciproco” (1942), nel quale si leggono due figure, una maschile l’altra femminile, che venne esposto accanto al letto di morte del Maestro per volere della moglie Nina. La stessa che, fra il ’76 e l’81, fece dono della collezione al Centre Pompidou.

“Vassily Kandinsky. La collezione del Centre Pompidou”. Milano, Palazzo Reale, fino al 27 aprile 2014. Informazioni:  Vassily Kandinsky

Disegni, incisioni e stampe di artisti delle Venezie del primo 900 in mostra agli Uffizi

Guido Balsamo Stella (1882-1941) “Attitudini di difesa” (Amazzone), 1913 - Acquaforte

Guido Balsamo Stella (1882-1941) “Attitudini di difesa” (Amazzone), 1913 – Acquaforte


A Firenze, nella Sala Edoardo Detti del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi – sotto la direzione di Marzia Faietti e di Giorgio Marini – è stata inaugurata la mostra “Una novella patria dello spirito. Firenze e gli artisti delle Venezie nel primo Novecento”. Rimarrà aperta fino al prossimo 9 febbraio 2014. Con questa mostra si è inteso indagare e valorizzare la speciale attrazione esercitata dalla città di Firenze su molti artisti veneti, friulani e giuliani nei primi decenni del Novecento, quando il capoluogo toscano rappresentò per molti aspetti la sintesi più compiuta della cultura italiana, e non solo figurativa e letteraria. Ne emerge quell’arte del “Bianco e Nero” che proprio allora andava ricevendo nuovo impulso grazie anche ai molti artisti, attirati dal fascino del glorioso passato d’arte della città. Essi contribuirono alla sorprendente vitalità di una stagione particolarmente felice per l’incisione: basti citare la Scuola d’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti, guidata da Carlo Raffaelli e poi da Celestino Celestini che, raccogliendo l’eredità di Fattori, avviò nel 1912, prima in Italia, corsi ufficiali, o la Prima Esposizione Internazionale di Bianco e Nero (1914), e ancora la Seconda Esposizione Internazionale dell’Incisione Moderna (1927), esperienze tutte che fecero di Firenze, per alcuni lustri, l’autentica capitale dell’incisione in Italia. La città viveva la stimolante fioritura delle riviste storiche d’inizio secolo accogliendo un gruppo di intellettuali che dalle regioni non ancora “redente” vi convergevano seguendo il richiamo di una comune cultura “italiana”.
Carlo Cainelli (1896-1925) “Interno di caffè”, 1920 - Acquaforte e acquatinta

Carlo Cainelli (1896-1925) “Interno di caffè”, 1920 – Acquaforte e acquatinta


Ai nomi più noti di Saba, Slataper, Stuparich o Michelstaedter tra i letterati, fanno riscontro quelli dei giovani artisti loro conterranei che vi inseguivano la ricerca di un’identità culturale, trovandovi in alcuni casi una nuova patria d’elezione. Il più emblematico resta quello di Giannino Marchig, ma vanno ricordati anche Rietti, Croatto e Sbisà, cui si aggiunsero i trentini Disertori e Cainelli, e ancora Bianchi Barriviera e Balsamo Stella dal Veneto. La maggior parte di essi trascorse a Firenze gli anni fondamentali della propria formazione, con la conseguenza che molte delle loro opere furono acquisite direttamente alla loro epoca, mentre altre sono frutto di acquisizioni anche molto recenti. Il percorso muove attraverso 66 opere su carta, tra disegni e stampe, che rivelano come nella dimensione intima della lastra o del foglio questi artisti abbiano saputo sintetizzare in maniera mirabile i temi del ritratto, della figura e del paesaggio. Pur con percorsi diversi, tutti trovarono nella speciale valenza “segreta”, lenta e di meditata pazienza della pratica incisoria uno strumento consono a esprimere un loro personale “sentimento del tempo”, per molti ancora sotto gli influssi delle poetiche simboliste.

NOTIZIERE – Tempi duri per i pirati della cultura. L’approvazione del regolamento Agcom. Soddisfazione di Marco Polillo.

Si apre una nuova era per la cultura italiana“. Così ha commentato Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura Italia, all’annuncio dell’approvazione del regolamento da parte di Agcom per contrastare la pirateria online: “La consideriamo una vittoria epocale della cultura italiana contro i pirati e chi li sostiene – ha ribadito Polillo –, della legalità contro la criminalità organizzata, dell’Italia che lavora contro quella che fa demagogia. Ora possiamo serenamente lavorare con le aziende di Information e Communication Technologyper sviluppare nuovi modelli di business e aumentare l’offerta della produzione culturale italiana. L’industria culturale è a disposizione nel rispondere alle esigenze tecnico-operative del provvedimento. Per gli utenti cambierà poco: avranno solo maggiore difficoltà a trovare contenuti pirata online e più facilità a reperire quelli legali. Per i disonesti e per chi si è arricchito a spese di chi lavora per la cultura cambierà invece molto”.

Come sono tristi i funerali di John May nel deserto dei suoi “clienti” dimenticati

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

Eddie Marsan in una scena di “Still Life”, di Uberto Pasolini

(di Paolo Calcagno) Tutti i colori del grigio. Uberto Pasolini (nipote del grande Luchino Visconti, ma nessun legame con l’immenso Pier Paolo) ha una camera con vista sulla vita reale delle classi sociali disagiate, in caduta libera finanziaria e/o morale dagli arroccati privilegi del tempo che fu. Già produttore di successo di film quali “Full Monty” e “Palookaville”, Pasolini è alla sua seconda regia cinematografica dopo l’esordio con “Machan – La vera storia di una falsa squadra”. Con “Still Life” (Natura morta) il cineasta italiano continua a ispirarsi a persone e fatti reali.
Siamo nel South London, ai giorni nostri, dove John May (uno straordinario Eddie Marsan) svolge il suo lavoro di funzionario comunale, incaricato di rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine. Irriducibilmente meticoloso e ossessionato dall’organizzazione, John May va ben oltre il suo dovere nel portare a termine i compiti che gli vengono assegnati. Solo dopo aver verificato tutte le piste e gli indizi ed essersi intrappolato in una serie di vicoli ciechi, si arrende e accetta di chiudere un caso e di organizzare il funerale dei suoi “clienti” dimenticati, per i quali è lui a scegliere la musica più adatta e a scrivere i discorsi celebrativi che nessuno ascolterà mai. È rigoroso nell’assicurarsi che queste anime siano accompagnate all’estremo riposo in modo dignitoso, sia che si tratti di un’anziana donna che, ogni anno, inviava un biglietto di buon compleanno al proprio gatto, sia che si tratti di un signore australiano le cui ceneri vengono spedite nel suo Paese natale per la sepoltura.
Presentato in concorso nella sezioni Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Premio per la regia, “Still Life” è un ritratto etico dolente e spietato della classe media, in questo caso britannica ma riferibile a qualsiasi realtà della società dei consumi. Il pignolo e inarrestabile John May, protetto dalla sua plumbea corazza di funzionario non indietreggia di un centimetro nel suo assalto alla desolazione umana che gli sbarra il passo ogni volta che prova a convincere parenti ed amici a scavare nel fondo della solidarietà e degli affetti, oramai inariditi e impigriti dalle delusioni di esistenze sprecate nella rincorsa alle chimere del benessere.
Quando lessi di questi funerali senza seguito – spiega nelle sue note il regista Uberto Pasolini -, rimasi colpito dal pensiero di tante tombe solitarie e di tante funzioni funebri deserte. È un’immagine molto forte. Mi misi a riflettere sulla solitudine, sulla morte, sul significato dell’appartenenza a una comunità e di come la consuetudine del buon vicinato sia oramai scomparsa per molti di noi. Mentre scrivevo la sceneggiatura mi sono sentito in colpa per non conoscere i miei vicini di casa e la mia comunità locale. E per la prima volta sono andato alla festa di strada del mio quartiere, sentendo il desiderio di partecipare a quel piccolo tentativo di creare un legame tra vicini“. Il senso della mancanza di impegno nei confronti della comunità ha alimentato in Pasolini riflessioni più profonde sulla società contemporanea. “Qual è il valore che la società attribuisce alla vita dei singoli individui? Com’è possibile che tante persone siano dimenticate e muoiano sole? – continua il cineasta – La qualità della nostra società si giudica dal valore che assegna ai suoi membri più deboli e chi è più debole di un morto? Il modo in cui trattiamo i defunti è un riflesso del modo in cui la nostra società tratta i vivi. E nella società occidentale, a quanto pare, è molto facile dimenticare come si onorano i morti. Sono profondamente convinto che il riconoscimento della vita passata di ciascun individuo sia fondamentale per una società che voglia definirsi civile“.
Pasolini ha trasferito le sue riflessioni nello splendido film su John May, funzionario comunale di mezza età, con un’esistenza ordinata e tranquilla, organizzata e ripetitiva in ogni dettaglio: tutti i giorni indossa gli stessi vestiti, percorre lo stesso tragitto per recarsi al lavoro, consuma lo stesso pasto a pranzo e di ritorno a casa si cucina la stessa cena. Ma un giorno gli viene assegnato un nuovo caso: Billy Stoke, un vecchio alcolista, è stato trovato privo di vita nell’appartamento di fronte al suo. E quando John visita l’alloggio del defunto vicino di casa, scopre l’immagine speculare e contraria della propria esistenza: tanta è ordinata la sua mediocre quotidianità quanto sgangherata e malridotta si mostra quella del vicino passato a miglior vita. Le certezze di John incominciano a scricchiolare, il suo tran-tran da automa in mezze maniche va in crisi e una serie di colpi di scena scatenano il suo terremoto interno. Pasolini è duro e impietoso nel descrivere i contorni sociali delle sue storie, ma è sempre positivo e generoso con i suoi protagonisti. E “Still Life” va in questa direzione, diritto e profondo, fino alla candidatura all’Oscar per il miglior film straniero.

“Still Life”, regia di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan. Gran Bretagna, 2013.