La rivoluzione di Grassi/Vilar. E nel dopoguerra il teatro divenne servizio pubblico, strumento di elevazione sociale

Desktop5LUNEDI 28 LUGLIO
(di Andrea Bisicchia) È vero che in nome del popolo si compiono, spesso, delle nefandezze, ma senza questo interlocutore, tutte le economie, compresa quella culturale, andrebbero a picco. Ogni uomo di potere, persino un piccolo rappresentante politico, si appella al fantomatico popolo, per giustificare le proprie magagne, se non le proprie scelleratezze, specie se fa parte di una classe politica di basso rango.
Uomini di teatro come Paolo Grassi e Jean Vilar hanno fatto appello al popolo, però, in maniera diversa, per coinvolgerlo in un’idea culturale, inventando il “Teatro Popolare” e il “Teatro come servizio pubblico”, ponendo le basi, non solo della stabilità, ma anche di una diversa maniera di concepire il teatro, rispetto a quello proposto e consumato dalla borghesia del primo Novecento.
Valentina Garavaglia, in un volume ben documentato, con un ricco apparato bibliografico, si è posta il problema di come Francia e Italia, proprio nel 1947, abbiano iniziato insieme una storia teatrale che è diventata,non solo metodo, ma anche esempio, per chi ha fatto, del teatro, la propria professione: “Paolo Grassi e Jean Vilar. Due esperienze in Europa tra economia e conoscenza”; Ledizioni, offre al lettore la possibilità di imbattersi in due esperienze irripetibili nei processi organizzativi e creativi della scena europea, in due “profeti”, come li definisce Maurizio Porro nella prefazione. Vilar, nel 1947, fondò il Festival d’Avignone e divenne, quattro anni dopo, direttore del Théâtre Nazional Populaire, Paolo Grassi, insieme a Giorgio Strehler, fondò il Piccolo Teatro, entrambi ebbero la stessa visione, entrambi ritennero che la conoscenza fosse un bene comune, entrambi teorizzarono la funzione del teatro come servizio pubblico, per andare incontro alla “formazione” di un popolo e di una nazione dopo il disastro bellico, un popolo da non utilizzare demagogicamente, magari andandolo a cercare col decentramento. Intrapresero delle vere e proprie battaglie contro quei politici che non digerivano di acculturare i propri elettori.
Per loro,il teatro doveva essere concepito come forma di conoscenza, oltre che di coscienza. Valentina Garavaglia percorre i primi anni della loro esperienza rivoluzionaria: quelli del “servizio pubblico”, inteso come necessità collettiva, come “processo” e non come “prodotto”.
Grassi non smise di scontrarsi con gli “improvvisatori”, specie durante il ’68, quando si scagliò contro il malcostume delle sovvenzioni che venivano accordate senza selezionare il merito, a prescindere, quindi, dal carattere artistico delle messinscene, non risparmiò le finte avanguardie, definendole “retroguardie”, né le facili gestioni di certi assessori che teorizzavano la mercificazione del prodotto teatrale.
Sia lui che Vilar furono accusati, dalla destra, di utilizzare soldi pubblici a scopi politici. In verità, entrambi ritenevano la mente umana una risorsa produttiva, tanto da contrapporre l’economia della conoscenza a quella aziendale. Trattandosi di un prodotto immateriale, l’allestimento apparteneva di diritto all’impresa culturale, ben diversa dall’impresa che pensa soltanto al profitto.
Valentina Garavaglia, “Paolo Grassi e Jean Vilar”-Due esperienze in Europa tra economia e conoscenza”, Ed. Ledizioni – 2013 – pp 100 – Euro 14.

Violenze sangue e sparatorie nella notte delle follie: tutto è lecito e ciascuno ha il permesso di uccidere

anarchia 1GIOVEDI 24 LUGLIO
Anarchia – La Notte del Giudizio”. (The Purge: Anarchy, 2014, Usa). Regia James DeMonaco. Con Zach Gilford, Michael K. Williams, Frank Grillo – Horror – Durata: 103’. È il sequel di “La notte del giudizio”, uscito nel 2013, e diretto dallo stesso DeMonaco. È un film di sangue e sparatorie all’impazzata. Nel 2022, per una notte, le autorità permettono che si combatta per le strade, che la gente possa uccidere altra gente, insomma che regni il caos. Il film, insomma, è un susseguirsi di scontri a fuoco fra cattivi e cattivissimi. Nessuno è dalla parte dei cosiddetti buoni. Salvo un gruppetto, anche questo armato fino ai denti, che incontra un supereroe nelle vesti del «buono senza paura»...
22 Jump Street” (22 Jump Street, 2014, Usa). Regia Phil Lord, Christopher Miller. Con Channing Tatum, Jonah Hill, Ice Cube – Azione, Commedia, Crime – Durata: 112’. Il film è il sequel di “21 Jump Street” del 2012, basato sull’omonima serie televisiva degli Anni 80 e 90. Agli agenti Schmidt e Jenko viene affidato l’incarico di svolgere una missione sotto copertura in uncollege locale per indagare su un’associazione criminale all’interno di una confraternita studentesca. Contrariamente alle aspettative, ribaltando la situazione del primo film, è Jenko a trovare il suo momento di gloria nella squadra di football, mentre Schmidt ha qualche difficoltà ad ambientarsi, nonostante un breve flirt. I rapporti tra i due si faranno sempre più tesi, mentre cercheranno di rintracciare la fonte di una pericolosa nuova droga.
ALTRI FILM IN PROGRAMMAZIONE 
I
o rom romantica” (Profumo di pesche, 2014, Italia). Regia Laura Halilovic . Con Marco Bocci, Claudia Ruza Djordjevic, Lorenza Indovina, Antun Blazevic, Dijana Pavlovic, Giuseppe Gandini, Zema Hamidovic, Sara Savoca, Simone Coppo – Commedia – Durata: 80′.
Mistaken for Strangers” (Mistaken for Strangers, 2013, Usa) Regia Tom Berninger. Con Scott Devendorf, Bryan Devendorf, Aaron Dessner, Matt Berninger, Tom Berninger, Bryce Dessner – Documentario, Musicale – Durata: 80′
Provetta d’amore” (the babymakers, 2012, Usa). Regia Jay Chandrasekhar. Con Olivia Munn, Noureen DeWulf, Aisha Tyler, Desi Lydic, Kevin Heffernan, Paul Schneider – Avventura, Commedia – Durata: 95′
Una notte in giallo” (Walk of Shame, 2014, Usa). Regia Steven Brill. Con Elizabeth Banks, James Marsden, Gillian Jacobs – Commedia – Durata: 95′.

Tutto serve. Anche un cartoccio di pane e formaggio. In treno, su quella stessa carta, Eduardo scrisse “Sik-Sik”

Desktop5MARTEDI 22 LUGLIO
(di Andrea Bisicchia) Su Eduardo esiste una bibliografia sterminata, pari a quella di Pirandello, solo che entrambi costituiscono una fonte di ricerca inesauribile che permette agli studiosi di confrontarsi con puntuali scoperte e contributi, magari apparentemente piccole, ma grandi dal punto di vista interpretativo.
Il contributo a cui mi riferisco è quello di Giulio Baffi, critico e saggista, oltre che archivio vivente del teatro napoletano, il quale raccolse, nel 1979, in un registratore, il testo di “Sik-Sik l’artefice magico”, che Eduardo ripropose, al teatro San Ferdinando, di Napoli , insieme a “Il berretto a sonagli” di Pirandello.
Il testo era stato scritto nel 1929, in forma di appunti in treno, durante un viaggio Roma-Napoli, sulla carta dove erano stati accartocciati un pezzo di pane, un po’ di formaggio e una pera, si trattava di una farsa di pochi minuti, da inserire in uno spettacolo di rivista: ”Pulcinella principe in sogno”, andata in scena nel 1930. Fu un successo inaspettato, perché il pubblico non smetteva di ridere, tanto che Eduardo lo tenne sempre in mente fino a trasformarlo in un atto unico.
Quando lo ripropose a 79 anni, per due mesi, a teatro sempre esaurito, il testo rimase quello definitivo che conosciamo grazie all’apporto decisivo di Giulio Baffi che ora lo ripropone in volume, edito da Guida, corredato da un CD.
Vidi lo spettacolo a Milano, l’anno successivo (1980), non più con “Il Berretto a sonagli”, bensì con “Gennariniello” e “Dolore sotto chiave”. Il miracolo fu lo stesso, come il pubblico di Napoli, anche quello di Milano, tutto in piedi, non finiva di applaudire. In tanti fummo testimoni di una serata indimenticabile, con alcuni spettatori che volevano toccare l’autore-interprete così come si tocca un santo, mentre altri urlavano: “Eduardo, sei tutti noi”.
In verità, il teatro, in quanto spettacolo dal vivo, è il solo capace di trasmetterti simili emozioni. Cosa aveva di magico Sik-Sik? Non certo la storia, che è quella di un prestigiatore, morto di fame che, trovandosi, improvvisamente, senza la “spalla”, da dover sostituire, all’ultimo momento, con un malcapitato, stava per causare la morte della moglie incinta, rinchiusa in un baule, da cui non poteva uscire perché non si trovavano le chiavi giuste.
Certamente a determinarne il successo furono il linguaggio, con i suoi strafalcioni, con le sue onomatopeie e cacofonie, e l’interprete che utilizzò la buffoneria come arma per denunziare la miseria morale della società che rideva di se stessa. Non per nulla, nell’ultima battuta, quando il lazzo stava per concludersi felicemente, Eduardo dirà: “Ho fatto un giuoco di metaforfora”, alludendo alla metafora del suo plot, apparentemente sgangherato costruito sulla deformazione linguistica, come farà Peppino col personaggio di Pappagone.
Chi ama Eduardo non può non essere riconoscente a Giulio Baffi, non solo per aver “raccolto” il testo, ma per averlo pubblicato con le recensioni del ‘79-‘80, e per averlo corredato con un glossario, con una fraseologia e con l’elenco di tutte le commedie, con le date di composizione e di rappresentazione.
“Sik-Sik l’artefice magico”, di Eduardo De Filippo, testo registrato e raccolto da Giulio Baffi – Guida Editore 2013, pp 120, Euro 15

L’imprevedibile Branciaroli con coraggiosi compagni d’arme ha voluto fare il salto mortale d’una parodia della parodia

dipartitaMARTEDI 22 LUGLIO
(di Paolo A. Paganini) Una parodia è il rovesciamento in scherzo satira burla sberleffo, o quel che volete, di un testo o di un modo di essere o di parlare di norma considerati seri e rispettabili. Li si prende, li si mette alla berlina e ci si ride sopra.
Per esempio, “Finale di partita” di Beckett, tragica parodia di un mondo in agonia, con quattro disperati sopravvissuti a una conflagrazione nucleare o al fatale esaurimento della vita sulla terra.
Ora, Franco Branciaroli, eclettico sperimentatore di generi e situazioni drammatiche tra le più assurde e provocatorie, passando dalla fedele sottomissione ai testi classici ai più spavaldi e stralunati travestimenti, dall’uso di una voce di straordinarie coloriture alle più smaccate ed esilaranti imitazioni (da Gassman a Carmelo Bene) si è cimentato in un altro gioco di prestigio: la parodia di una parodia. Ha preso, cioè, il citato “Finale di partita”, di per sé una parodia, l’ha girato come un calzino, e, oplà, è venuto fuori “Dipartita finale”, da lui scritto interpretato e diretto nella Sala grande del milanese Teatro Franco Parenti facendo agire in scena lo straordinario 94enne Gianrico Tedeschi, invasato e irrefrenabile, corre, smania, fa passi di danza, un vero miracolo di longevità e di giovanile vitalità (con il sospetto d’un utilizzo registico un po’ impietoso). Qui fa il servo (Clov in “Finale di partita”) agli inamovibili Ugo Pagliai (76 anni), che interpreta l’amico cieco (Hamm in Beckett) che dorme e russa, e al misterioso Massimo Popolizio ch’è il più giovane del gruppo (53 anni) e, forse, destinato all’immortalità (o a qualcosa del genere) come i più fortunati e privilegiati abitanti della Terra, emigrati su un altro pianeta (qui figureranno come divinità d’un novello Olimpo, fra gli attoniti indigeni, divertendosi a cambiare, nei ricorsi della Storia, l’antica vicenda greca, facendo vincere i Troiani. E poi anche Napoleone!).
Fra questi tre sopravvissuti allo sfinimento della Terra arriva infine Franco Branciaroli (67 anni), che interpreta la Morte, a sua volta stanca ed esausta dopo tanto lavoro con la falce. Si gioca un pokerino con Tedeschi (altra parodia del “Settimo sigillo” di Bergman) mettendo sul piatto la vita o un caffè. Finirà con la morte della Morte, con le ossa fracassate a bastonate dall’immortale Popolizio (scena comica di parossistica bellezza). Fine.
Dopo un’ora e dieci senza intervallo, con la sala del Parenti piena di appassionati sostenitori, diciamo che lo spettacolo di Branciaroli è stato un deludente esperimento parodistico. Impastato di ammiccamenti testoriani (dall’Ambleto a “Gli angeli dello sterminio”), insaporito senza misura con voluti dialettismi personali (dal toscano al romanesco), buttando lì qualche ciliegina erudita (il parodista dissacratore Cecco Angiolieri) o qualche scardinata icona catechistica, e finendo, in conclusione, con un monologo, più irritante che giustificato, d’un Popolizio (che continuavamo a chiederci cosa ci stesse a fare lì sdraiato da un’ora senza fiatare) “Dipartita finale” dà più l’impressione d’una scherzosa bambinata, o d’una nobile goliardata. I protagonisti dicono che si sono tanto divertiti. E allora prendiamolo anche noi come un estivo divertissement.
Applausi entusiasti alla fine, come se fosse un capolavoro, probabilmente dovuti all’indubbia stima professionale verso i quattro interpreti. Si replica solo fino a sabato 25.
“Dipartita finale”, di/con Franco Branciaroli, e Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Massimo Popolizio. Al Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo, Milano.