Ora aperta anche al pubblico la Pinacoteca Manfrediniana di Venezia

Apre al pubblico la Pinacoteca Manfrediniana del Seminario Patriarcale di Venezia, uno spazio museale interamente rinnovato e per la prima volta presentato ai residenti della città lagunare e ai suoi visitatori da tutto il mondo. Era il 1829 quando il marchese Federico Manfredini moriva lasciando al Seminario Patriarcale, per espressa volontà testamentaria, la sua collezione di pittura. Nelle tre sale trovano spazio i dipinti, italiani ed europei, dal XV al XVIII secolo collezionati da Manfredini insieme ad altri giunti al Seminario attraverso successive eredità e doni da parte di ecclesiastici e illustri personaggi veneziani. Un tesoretto finora sconosciuto ai più che, grazie anche al finanziamento regionale che ha permesso il restauro della sua sede, viene finalmente valorizzato e reso fruibile. La Pinacoteca Manfrediniana e le altre raccolte d’arte conservate al Seminario alla Salute (il lapidario e la raccolta archeologica) saranno visitabili su appuntamento a partire dal prossimo 14 ottobre.
Dettagli e contatti sono disponibili sul sito www.seminariovenezia.it

Il’900, da Matisse a Bacon, al Palazzo Reale di Milano fino al 9 febbraio 2014

Ha aperto il 25 settembre a Milano a Palazzo Reale una grande mostra. Oltre ottanta straordinari capolavori – ritratti e autoritratti del XX secolo del Centre Pompidou di Parigi -, sono in esposizione al Palazzo Reale di Milano fino al 9 febbraio 2014: capolavori assoluti di artisti celebri, come Matisse, Bonnard, Modigliani, Magritte, Music, Suzanne Valadon, Maurice de Vlaminck, Severini, Bacon, Delaunay, Brancusi, Julio Gonzalez, Derain, Max Ernst, Mirò, Léger, Adami, De Chirico, Picasso, Giacometti, Dubuffet, Fautrier, Baselitz, Marquet, Tamara de Lempicka, Kupka, Dufy, Masson, Max Beckmann, Juan Gris.

Un esilarante soufflé comico di Eduardo con Imparato/Esposito al Manzoni

Gianfelice Imparato, al centro, in “Uomo e galantuomo” (foto Studio Azais)

Gianfelice Imparato, al centro, in “Uomo e galantuomo” (foto Studio Azais)


(di Paolo A. Paganini) Farsa acerba del giovanissimo Eduardo De Filippo, eppure percorsa da qualche ingombrante brivido pirandelliano, “Uomo e galantuomo”, scritta nel ’22, ma rivisitata e andata in scena undici anni dopo nell’interpretazione dei tre fratelli Eduardo, Peppino e Titina, è tuttora tanto piacevole quanto palesemente squilibrata nella sua struttura drammaturgica. Si ha oggi un bel dire che non è soltanto una farsa, che il nocciolo duro è pur sempre l’umanissima filosofia popolare di Eduardo, con le sue pieghe amare, con la sua indulgente pietas verso l’innocenza del vulgo, ma tira di qua, tira di là, l’abito dei presupposti contenuti si sbrindella, si lacera tutto, e rimane a nudo la farsa pura e semplice. E allora godiamocela così com’è, come con un pizzico appena di seriosità l’ha registicamente impostata Alessandro D’Alatri, ma come poi Gianfelice Imparato e Giovanni Esposito l’hanno stravolta in un ilare e giocoso divertimento. Almeno nelle intenzioni, perché i tre atti della commedia scandiscono anche tre piani di lettura non sempre felici. Il primo atto contempla una compagnia di scavalcamontagne, più affamati che talentosi, arrivati in ameno luogo di villeggiatura, per rappresentare un dramma all’aperto con l’esito di spernacchianti dissensi. Ma c’è una scena dove, a ruota libera, questi guitti fanno le prove sul terrazzo dell’albergo che li ospita (e ciascuno mettendoci del suo): da tenersi la pancia dal ridere. Merita tutto lo spettacolo. Il secondo atto, inquietante e allappante rispetto al primo, contempla il cedimento della farsa in dramma. Per salvare l’onore della donna amata e malmaritata, l’amante della fedifraga si finge pazzo (lectio magistralis di Ciampa nel pirandelliano “Berretto a sonagli”). Il terzo atto contempla la catarsi. Tutti in carcere dove un perplesso delegato di polizia tenta di capirci qualcosa tra sani che si fingono pazzi e pazzi che improvvisamente rinsaviscono. Il finale? Ovviamente riprende il ritmo della farsa che rivendica i suoi diritti: tutti si fingono pazzi, chi per non pagare il conto d’albergo, chi per nascondere la vergogna delle corna, chi per camuffarsi “da uomo in galantuomo”. Naturalmente, in questo soufflé alla napoletana, Gianfelice Imparato e Giovanni Esposito sono stati gli straordinari cucinieri nel confezionare bocconi di saporita ineguagliabile fragranza comica. Il contorno attoriale, nell’eterna felicità della lingua napoletana, è stato senz’altro all’altezza, da Antonia Truppo a Valerio Santoro, a tutti gli altri. Successo da grande soirée nel milanese teatro Manzoni.

Si replica fino a domenica 27 ottobre.

Il gusto napoletano di Luigi De Filippo per l’operetta e il vaudeville

Luigi De Filippo al Carcano di Milano

Luigi De Filippo al Carcano di Milano


(di Paolo A. Paganini Io non so se Eduardo Scarpetta, nel 1901, si sia ispirato al vaudeville e all’operetta per scrivere “Cani e gatti – Marito e moglie”. Ma Luigi De Filippo, che ora ha messo in scena questa scoppiettante commedia napoletana, forse ci ha fatto un pensierino. E comunque poco importa. Non è fondamentale e niente aggiunge alla singolare gradevolezza dell’operazione. Anche perché De Filippo, come protagonista e regista, pur rispettoso dell’ambientazione, l’ha adattata non dico ai tempi nostri ma a un certo gusto contemporaneo sul piano dei tempi comici e della velocità delle battute, che spesso sono sornione, ma il più delle volte esplosive come fuochi d’artificio. Dicevamo dell’operetta. Ebbene, qui, il porgere è ora tutto spumeggiante e operettistico: voci nitide e ben impostate. Oh dio, adesso cantano, abbiamo pensato. Ma non ce n’è stato di bisogno. La lingua napoletana è già musica, si legge su un ideale pentagramma. E poi, dicevamo, il vaudeville. Entrate, uscite, colpi di scena, personaggi che hanno qualche cadavere nascosto negli armadi, sempre per questioni di corna, prima o poi scoperte con conseguenti risse e litigi forsennati, fino al bacio finale e promesse di eterno amore (fino alla prossima occasione) di tre coppie di sposi: due freschi marito e moglie con fedelissimo apparato genitoriale di lei, alla fin fine altrettanto litigioso, più un’altra coppia: un avvocato in buonafede ma con moglie gelosamente viperina. Ecco, la commedia (due ore con un intervallo) è tutta qui, una storia di gelosie muliebri, con accattivante morale partenopea: donne, state al vostro posto, curate il desco e non rompete le scatole ai mariti, perdonando qualche scappatella. Suvvia, che è mai? La commedia scarpettiana rivela, tuttavia, un’altra qualità, altrettanto cara al gusto mediterraneo del racconto. Scavi psicologici, teorie del profondo, approfondimenti eccetera qui non sono di casa. Si racconta, si narra, si spiegano le vicende in una continua gioiosa affabulazione, che Luigi De Filippo prosegue anche a fine spettacolo, raccontando di sé, dei suoi meravigliosi 83 anni, con aneddoti e storie di famiglia. Uno spasso, e il pubblico del milanese teatro Carcano, stracolmo, se l’è goduto beato.Applausi finali per tutti (e tutti meritevoli per affiatamento, generosità e per quel certo gusto pulcinellesco della maschera e della caricatura). Almeno li nomineremo in ordine di apparizione: Fabiana Russo, Vincenzo De Luca, Claudia Balsamo, Riccardo Feola, Giorgio Pinto, Michele Sibilio, Lorena Semeraro, Luca Negroni, Stefania Aluzzi, Stefania Ventura, Luigi De Filippo, Francesca Ciardiello, Paolo Pietrantonio. Un’ultima considerazione sul diritto degli attori di essere almeno nominati. E’ assolutamente disdicevole (prassi sempre più diffusa) che non venga pubblicato non dico un programma di sala (con i tempi che corrono…) ma almeno un foglietto da distribuire in sala. A chi tocca? Al teatro o alla compagnia? Si replica fino a domenica 20.