“Les Troyens” alla Scala: 5 ore e 20 di assoluta bellezza, e i cantanti “galleggiano sulla musica”

Milano. Daniela Barcellona (Didone) in una scena di “Les Troyens” di Berlioz, alla Scala. Nell’altra foto, un’imponente inquadratura del fatale Cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo (foto Bill Cooper)

Milano. Daniela Barcellona (Didone) in una scena di “Les Troyens” di Berlioz, alla Scala. Nell’altra foto, un’imponente inquadratura del fatale Cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo (foto Bill Cooper)

(di Carla Maria Casanova) L’errore, nel presentare lo spettacolo, è stato segnalare con vivacità, forse un po’ ironica, la durata: 6 ore (che poi sono 5 ore e 20, il che fa differenza). D’altra parte, bisognava pur dirlo e la stessa ora di inizio in pieno pomeriggio -17,30- voleva una spiegazione. Ma la notizia ha sortito occhi al cielo e le usate battute “Sai che bella dormita!” e “Non ti invidio” e “Preparati”, “Me, non mi prendono” eccetera. Si sta parlando di “Les Troyens” di Hector Berlioz, opera andata in scena alla Scala ieri sera con delirante, unanime successo. E davvero peccato per quanti non si sono “lasciati prendere” (in teatro, infatti, molte poltrone e molti palchi vuoti. Imperdonabili, questi ultimi).
“Les Troyens”, opera data in edizione originale e integrale, consta di due parti, quasi due opere distinte: “La prise de Troie” (I e II atto, durata 90 minuti) e Les Troyens à Carthage” (III, IV e V atto, durata complessiva 195’ compresi due intervalli di 20’ cad). Tra la prima e la seconda parte, un intervallo di 35 minuti. Adesso che si è capito come funziona (o no?), resta la parte più difficile da raccontare. Quando infatti qualcosa non va (e Dio sa cosa non è andato, quest’anno alla Scala) si fa in fretta a far la battuta abrasiva. Ma quando tutto, proprio tutto, è meraviglioso, il rischio di incappare nella retorica, o nella piaggeria, sta in agguato.
Morale: chi può, vada a vedere questi Troiani e tanti saluti. Ma necessita qualche maggiore dettaglio. Per la cronaca, i commenti – nel ridotto, fuori, persino ancora in metropolitana- trasudavano la felicità di aver ascoltato un’esecuzione musicale di assoluta bellezza. E benché “Les Troyens” non sia titolo popolare, è data anche la consolazione di riconoscere motivi orecchiabili, rimasti da qualche parte nella memoria, magari senza sapere a che cosa appartenessero, come la festosa“caccia reale”, leit motiv dell’opera, o lo struggente “duetto d’amore” dove – dice Pappano – “i cantanti galleggiano sulla musica”.
194_K65A3542Pappano, (pardon) sir Antonio Pappano, è il direttore. Se non è il migliore (oggi, al mondo) poco ci manca. Non saprei comunque chi altro mettergli davanti. “Ho lavorato come un matto”, lui dice come per spiegare il travolgente risultato, lì, tutto da sentire. E che compagnia di canto. Per andar per le spicce, ne cito solo tre: Anna Caterina Antonacci, una Cassandra tragica, eroica, inquieta, “come dieci Anna Magnani” ha detto Pappano; Daniela Barcellona, Didone trafitta dalla consapevolezza del suo destino di dolore, voce di colore lussureggiante; Gregory Kunde, Enea, al quale si riesce a perdonare di aver abbandonato Didone in virtù della sua commovente credibilità e della gloriosa sicurezza vocale. In locandina, ci sono altri 25 interpreti. Ineccepibili.
Lo spettacolo viene da Londra, il regista è David McVicar (sir anche lui), che con le scene di Es Devlin e i costumi di Moritz Junge (tutti e tre anglosassoni) ha creato un meccanismo possente. Scene plumbee, quasi truci per Troia. (Il fatale cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo, fa una apparizione impressionante). Cartagine arriva gioiosa, con luci e colori del deserto e palme e fiori del Mediterraneo, e costumi etnici rapinosi. Purtroppo il finale deve essere, anche qui, luogo di dolore. 18 minuti di applausi.
Oltre alle 5 repliche (fino al 30 aprile) di “Les Troyens”, sir Antonio Pappano dirige i tre concerti con la Filarmonica (il 9, il10 e l’11 aprile, sempre alle ore 20). In programma Maurice Ravel “Ma mère l’oye”); Hector Berlioz (“Symphonie fantastique”) e Riccardo Panfili (“L’Aurora”, probabilmente, prima assoluta, del Teatro alla Scala).
www.teatroallascala.org

L’incapacità di vivere d’un ingenuo “misantropo” nell’immenso circo delle ipocrisie molieriane

Milano. Marco Isidori, tormentato Alceste nel “Misantropo” all’Out Off

Milano. Marco Isidori, tormentato Alceste nel “Misantropo” all’Out Off

(di Paolo A. Paganini) Verità e diplomazia, savoir faire e schiettezza, sincerità e ipocrisia: sono gli estremi di antagonismi irriducibili. Sono opposti inconciliabili, come il diavolo e l’acqua santa. Sotto questo punto di vista, “Il misantropo” di Molière diventa una paradossale parabola, un colossale paradigma morale, una gigantesca apoteosi della verità, della sincerità e della schiettezza, vissute come un martirio, perché l’integerrimo Alceste, proprio per queste sue esasperate virtù, è visto come il diavolo, anzi come un povero diavolo, in un mondo di cicisbeismi, adulazioni, ipocrisie. E Alceste, incapace di adeguarsi, è visto – ed è – come un insopportabile e un po’ ottuso rompiscatole, un misantropo appunto, inidoneo a farne parte.
Alceste non capisce che l’adorata Celimene è una fraschetta, una maldicente damerina che spettegola e taglia i panni a chicchessia; non capisce che basterebbe poco a fingere che il sonetto propinatogli da Oronte non fa proprio schifo, e così se lo toglierebbe dai piedi; non capisce che, in un processo, è da stolti affidarsi ciecamente al diritto e all’equità, perché un conto è la giustizia, un altro conto sono i giudici… Basta, s’è detto anche troppo di questo “Misantropo”, visto nella sala milanese dell’Out Off. E non vale la pena di dilungarsi oltre anche perché, trattandosi d’una mess’in scena della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, storica compagnia di celebri sperimentazioni, viene ora offerta un’altra superba prova di geniale manipolazione.
Come s’intuirà, la fedeltà contestuale all’originale diventa qui un pretesto drammaturgico, in bilico fra tentazioni operettistiche, performance di cabaret e stentorei straniamenti da teatro epico. Ambientato in una specie di circo, con pedane semoventi a spinta, al posto delle tigri si esibiscono, in un’ora e quarantacinque senza intervallo, sette attori (voci e chitarre) in abiti barocchi, più lui, Alceste, in completo nero impiegatizio contemporaneo, che non è il domatore ma la vittima sacrificale. Marco Isidori – firma anche la regia – è Alceste, e, in un ensemble di straordinario affiatamento, emerge con la sua straziata umanità di sconfitto, un sofferto Don Chisciotte, conscio della propria incapacità di vivere in quel (questo) mondo di ciniche ipocrisie, e tuttavia incapace di adeguarsi.
In una bella (e non so quanto ingenua) dimostrazione di affascinante ed accattivante teatralità, Isidori non riesce a trattenere, usando solo il labiale, le battute dei compagni, quasi a volerli psicologicamente sostenere nelle innegabili difficoltà di un testo martoriato ma sempre di adamantina fascinazione e dalle tante sovrapposizioni di novella inventiva.
Insieme con Marco Isidori, alla fine, sono stati calorosamente salutati tutti gli interpreti, bravi e generosi, che almeno nomineremo nell’ordine della locandina: Virginia Mossi, Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Lauretta Dal Cin, Valentina Battistone, Stefano Re, Giacomo Simoni. Una giusta segnalazione anche alle singolari scene e costumi di Daniela Dal Cin.
“Misantropo”, con Marco Isidori, anche regia. All’Out Off, via Mac Mahon 16 – Milano. Repliche fino a domenica 13 aprile.
Tournée
Teatro Alfa di Torino, dal 6 all’11 maggio.
Il prossimo autunno, al Teatro Vascello di Roma (in date da definire nel mese di novembre

Il musical “Raffaello e la leggenda della Fornarina” in scena a Roma al Salone Margherita per tutto maggio

Dopo il debutto al Teatro Argentina di Roma e l’altrettanto apprezzata performance nei Saloni dei Musei Capitolini in Campidoglio, torna in scena il musical in due atti: “Raffaello e la Leggenda della Fornarina”, per tutto il mese di maggio 2014. La romantica storia d’amore tra il famoso pittore Raffaello Sanzio e la sua modella Fornarina in una delle più classiche strutture romane sarà ospite del Salone Margherita (Bagaglino). Scritto da Giancarlo Acquisti (libretto e musiche) e Alessandro Acquisti (liriche), diretto da Marcello Sindici (regia e coreografie), sarà interpretato da Brunella Platania (Fornarina) ed Enrico D’Amore (Raffaello Sanzio), e con la parteciazione di Mino Caprio, Simone Sibillano, Luciana Turina e un ensemble e corpo di ballo di 12 elementi. Ricchi costumi di scena ed effetti visivi di luci e proiezioni completano lo spettacolo che si ispira ad una storia popolare romana mantenendo un taglio moderno ed attuale adattandosi quindi ad un pubblico di tutte le età. “Raffaello e la leggenda della Fornarina” si rivolge, oltre che al pubblico locale di Roma, anche ai turisti in transito nella capitale.
“Raffaello e la leggenda della Fornarina. Musical in 2 atti. Dall’1 maggio 2014 al Teatro Salone Margherita (Bagaglino) – Via Due Macelli 75 – Roma

I numeri di Fibonacci e la Polifonia di Bach nella folle sfida del desiderio della ninfomane di Lars von Trier

Una scena di “Nymphomaniac”, di Lars von Trier

Una scena di “Nymphomaniac”, di Lars von Trier

(di Paolo Calcagno) Una ninfomane dichiarata: tale è Joe, la protagonista del nuovo film di Lars von Trier, autore danese di capolavori quali “Le Onde del Destino” e “Dancer in the Dark”, e di geniali innovazioni dell’arte della decima musa, quali “Europa”, “Dogville”, “Antichrist”, “Melancholia”. “Nymphomaniac”, in misura largamente superiore ai precedenti film di von Trier, per il suo tema esplicito dell’erotismo, ha fatto chiasso e ha destato grandi curiosità già prima che venisse girato, editato, presentato al Festival di Berlino, distribuito nelle sale. Da sempre, lo scandalo annuncia e accompagna le opere del fondatore del movimento filmico Dogma Danese, ovvio che in presenza del sesso, tabù per eccellenza delle umane sorti, l’inciampo nella fatidica pietra fosse inevitabile e fortemente rumoroso.
Il pubblico che ama il Cinema, la critica e chi fa Cinema si sono oliati gomiti (e i neuroni) per prepararsi ad accogliere sapientemente l’ultima “provocazione” di Lars von Trier. Personalmente, ammetto che “les jeunes filles en fleurs
della proustiana Recherche“, David H. Lawrence, Anais Nin, Roland Barthes, i sensi imperiali di Nagisa Oshima e, soprattutto, Georges Bataille (Dell’erotismo si può dire che esso sia l’approvazione della vita fin dentro la morte“), sono stati occasioni di più di un ripasso per una doverosa preparazione ad affrontare l’urto di “Nymphomaniac”.
Ognuno ha le sue ossessioni e i riferimenti preferiti, o più congeniali, per declinarle.
Giustamente, Lars von Trier non poteva che stupirci con una personale e originale proposta che si ponesse, a sua volta, quale affascinante e preziosa “radice” della rappresentazione e dell’analisi dell’eros femminile. Mistero, emozione, sentimento, pudore, violenza, se ci sono, sono tutti da scoprire nel racconto della ricerca e della sfida, entrambe poetiche quanto folli, del desiderio da parte della protagonista Joe, cui dà sangue e carne, sorrisi e lacrime, la straordinaria Charlotte Gainsbourg, 43 anni (figlia inglese del poeta e cantante francese Serge e dell’attrice e cantante Jane Birkin), interprete preferita di von Trier (“Antichrist”, “Melancholia”), affermatasi al seguito di grandi maestri come Agnes Varda, Alejandro Inarritu, i fratelli Taviani, Franco Zeffirelli, James Ivory, Michel Gondry. Stacy Martin scolpisce con grazia illuminante e con sfuggente fisicità adolescenziale la Joe ragazzina, già maniacalmente ninfomane. Stellan Skarsgård (da “Le Onde del Destino”
a “Millenium/Uomini che Odiano le Donne” e “The Railway Man”) è il paziente studioso Seligman che in una notte di neve trova in un vicolo buio, Joe, pesta e sanguinante, le dà rifugio a casa sua, la cura e l’ascolta mentre la donna narra in 8 capitoli la storia della sua vita e dei suoi incontri, dalla nascita ai 50 anni.
Joe è una “bambola rotta” che a fatica si rianima rievocando per Seligman (e per se stessa) le sue esperienze, accompagnate dai concetti di religione, vergogna, peccato, salvezza, il contatto con la natura attraverso la guida amorevole del padre. Joe racconta di aver perso a 15 anni la verginità in seguito a 5 penetrazioni vaginali e 3 anali (e lì von Trier chiama in causa la successione numerica di Fibonacci), ricorda l’esaltante eccitazione della sua trasformazione in “angelo del piacere” quando con l’esperta amica B. si contende una busta di cioccolatini, premio per chi delle due sarebbe riuscita a sedurre più sconosciuti in treno, esprime la pienezza delle soddisfazioni provate nelle relazioni occasionali, rivive gli orgasmi ossessivamente inseguiti tenendosi a distanza di sicurezza dai sentimenti (“Centinaia di crimini sono stati commessi in nome dell’amore“).
Seligman paragona lo stile di adescatrice di Joe a quello di un esperto pescatore che sa come e dove lanciare l’esca, infalllibilmente. Successivamente, Joe viene invasa dallo strazio e dal dolore quando rievoca la morte del padre, in ospedale, e sprofonda nel delirio dell’illusione di un macabro incesto. In ruoli di alternante efficacia compaiono accanto a Charlotte Gainsbourg grandi nomi di Hollywood, da Shia LaBeouf a Christian Slater, da Uma Thurman a Willem Dafoe. Nel capitolo quinto, “La Scuola di Organo”, Seligman spiega il preludio corale di Bach: tre voci, ciascuna con il suo carattere, ma in totale armonia. In altre parole: la Polifonia.
La ninfomane trova ispirazione con facilità ed esterna come aveva messo in atto la sua Polifonia del piacere. Lì, si conclude il primo volume di “Nymphomaniac”, che tra una ventina di giorni sarà seguito dall’uscita del secondo. Vari tagli, soprattutto lunghi primi piani di organi genitali, eseguiti dai montatori di von Trier con l’autorizzazione del regista, hanno ridotto a circa 4 le 5 ore e mezzo della versione originale del film che sarà distribuita più avanti, probabilmente in dvd.
Le modalità delle regole di Censura nei vari Paesi (in Italia, “Nymphomaniac” è vietato ai minori di 14 anni) hanno suggerito alla produzione e al regista un formato ridotto che risultasse omogeneo. Naturalmente, occorre attendere il secondo volume del film di Lars von Trier per saperne di più sul racconto di gioia e di supplizio della sfrenata corsa all’orgasmo di Joe. Di una convinzione, però, siamo irremovibilmente certi: “Nymphomaniac” è molte cose, tranne che un film “porno levigato”, o un “porno d’autore”.
“Nymphomaniac”, regia di Lars von Trier, con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe. Danimarca, 2013