Pinocchio nostro contemporaneo. Laboratorio formativo al Daf di Messina sul tema dell’inganno e della bugia

Parte dal Pinocchio di Collodi il nuovo percorso di formazione teatrale promosso da “Daf – Teatro dell’Esatta Fantasia”, ideato da Angelo Campolo e Annibale Pavone, aperto ai giovani tra i 17 e i 35 anni. È rivolto a quanti desiderano affrontare un percorso formativo legato al teatro, alla musica, al teatro/danza, ma anche a chi è interessato al “dietro le quinte” del mondo teatrale, alla regia o alla scrittura intesa come “drammaturgia scenica”.
Il tema del laboratorio è legato alla propensione patologica alla bugia di Pinocchio per riflettere sul significato di menzogna all’interno dei rapporti umani nella società contemporanea.
La prima parte del laboratorio “Pinocchio – L’inganno felice” sarà una full immersion di sette giorni che si terrà dal 29 aprile al 7 maggio prossimi, al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, dalle 18 alle 20. La seconda parte del laboratorio si svolgerà invece nel periodo estivo e preparerà i partecipanti allo spettacolo finale, previsto a metà luglio.  Iscrizioni fino al 22 aprile (la foto di presentazione in prima pagina è di Paolo Barbera).
Per maggiori informazioni:
www.associazionedaf.it

Alla ricerca del vero volto dello scrittore e artista libanese Kahlil Gibran, sotto la maschera del “profeta”

Il poeta, narratore, filosofo e pittore libanese, Kahlil Gibran (1883-1931)

Il poeta, narratore, filosofo e pittore libanese, Kahlil Gibran (1883-1931)

(di Marco Beck) Oggi, in piena “età dell’indiscrezione” (copyright di Maurizio Bettini) e del gossip trionfante, i media ci raccontano in tempo reale vita, morte e miracoli di scrittori proiettati nella dimensione di personaggi pubblici. Ma non più, per le loro e forse anche per le nostre carenze intellettuali, elevati al rango di maîtres-à-penser. Rappresentati, semmai, come pittoreschi guru culturali. Pronti – in interviste, comparse televisive, incontri in librerie o su palcoscenici di festival – a spiattellare luci e ombre (più ombre che luci) del loro vissuto personale. Disponibili a darsi in pasto alla curiosità di presunti lettori, pur di autopromuoversi e incentivare le vendite del loro ultimo libro: uno spettacolo stucchevole, affidato alla regia di scaltri agenti letterari e potenti uffici stampa del mondo editoriale.
Non così si comportavano i grandi scrittori di un passato anche recente, generalmente gelosi della loro privacy. E proprio questa diffusa riservatezza sfidava il fiuto investigativo di biografi impegnati a ricostruire post mortem, magari con qualche abuso, il percorso esistenziale di poeti, romanzieri, saggisti non sempre, sotto l’aspetto umano, all’altezza dei loro prodotti letterari. Dove poi scarseggiavano fonti diaristiche ed epistolari, si cercava di estrarre informazioni dalle viscere di testi più o meno autobiografici. Operazione legittima, certo, ancorché spesso fuorviante. Un solo esempio: ancora in vita, Proust diffidava i critici dall’identificare il Narratore della “Recherche” con il suo autore. E oggi capiamo che aveva ragione.
A lungo, una lente deformante di questo tipo ha restituito un’immagine distorta, o perlomeno riduttiva, della figura di Kahlil Gibran (1883-1931), celebre come poeta, narratore e filosofo, quasi sconosciuto come pittore e corifeo della “letteratura araba d’emigrazione” insediata a New York nei primi decenni del XX secolo. Responsabile di questa mistificazione è stato, paradossalmente, il successo planetario, tuttora perdurante, del suo capolavoro tradotto in oltre 40 lingue: “Il Profeta” (1923). Da un lato, la superficiale identificazione di Gibran con il personaggio di al-Mustafà ha plasmato un’icona dello scrittore e artista libanese tutta centrata sulla sapienzialità poetica, facendo di lui una sorta di sciamano, dispensatore di folgoranti aforismi, di acute riflessioni, di mistiche suggestioni, di sagge “istruzioni per l’uso della vita”. Dall’altro, senza nulla togliere al valore letterario e spirituale del “Profeta”, non si è però prestata sufficiente attenzione al vasto e variegato patrimonio di scritti niente affatto “minori” che per la maggior parte sono emersi postumi e che, accompagnati dalla riscoperta di una non inferiore produzione pittorica, hanno contribuito a ridefinire in tutta la sua complessità il profilo di questo geniale figlio del Paese dei cedri trapiantato fin dall’adolescenza in America.
Tra i più autorevoli restauratori del mosaico gibraniano c’è, infaticabile nel recupero e nella valorizzazione di “tessere” drammaturgiche (“Lazzaro e il suo amore”, “Il cieco”), lirico-narrative (“La stanza del Profeta”) e artistiche (“Venti disegni”), il quarantenne Francesco Medici, membro dell’International Association for the Study of the Life and Work of Kahlil Gibran, con sede presso l’Università del Maryland. Autore di numerosi saggi, articoli e traduzioni, fra cui quella del “Profeta” nell’ambito di una nuova edizione comprensiva del testo inglese e di un apparato illustrativo (2005), Medici ha ora costruito, con “Il profeta e il bambino”, un’antologia dalla quale, sfatato il mito del poeta-veggente, affiorano i lineamenti del “vero” volto di Gibran.
Per tracciarne un ritratto equidistante da ogni esaltazione agiografica come da ogni presunzione accademica, il giovane ma già esperto studioso ha raccolto materiali perlopiù inediti in Italia e li ha articolati secondo un coerente itinerario tematico, scandito in quattro capitoli. Il primo ripercorre, in una polifonia di voci che si alternano a quella dello stesso Gibran, la sua intera parabola di vita, vocazione, operosità, mentre l’evolversi della sua fisionomia dall’infanzia alla maturità è documentato da un prezioso corredo di fotografie d’epoca. Segue un capitolo dedicato alla rivelazione di «alcuni dei lati meno noti del carattere di Gibran – il suo penetrante senso dell’umorismo, lo spirito ludico, la vivace curiosità, la vulnerabilità emotiva»: in altri termini, la sua “leggerezza” quasi infantile, antidoto contro la malinconia dell’esule. Un’esplorazione della sfera spirituale di Gibran, della sua fede incline a un panteismo non privo di un orizzonte trascendente, dà corpo alla terza sezione. Rari scritti gibraniani di varia natura e misura (poesie e prose liriche, aforismi e pensieri sparsi) aprono il quarto e ultimo capitolo, che si chiude con alcuni “tributi” commemorativi offerti a Gibran da letterati non solo della sua cerchia ma anche del nostro tempo.
È in particolare il policentrismo dei “frammenti” antologizzati, il mutevole avvicendarsi delle prospettive, interne o esterne a Gibran, la chiave che conferisce a queste agili pagine dinamismo, vivacità, godibilità. Agli spunti autobiografici s’intrecciano senza sosta testimonianze di amici, sodali, biografi. Ad aneddoti gustosi, veri e propri micro-racconti tradotti con maestria e contestualizzati da puntuali note informative, fanno riscontro visionarie elevazioni poetiche, culminanti nell’orazione funebre in versi pronunciata da un altro grande scrittore arabo-americano, Ameen Rihani, durante le solenni esequie di Stato celebrate a Beirut, nell’agosto 1931.
Obiettivo programmatico perseguito da Medici – e compiutamente raggiunto, con soddisfazione del lettore, al termine di una così avvincente traversata della vita e dell’opera di Gibran – è mostrare come il fascino, l’armonia, la bellezza non soltanto estetica della parola di Gibran, impregnata di un cristianesimo per così dire extraecclesiale ma nel contempo striata di spiritualità islamica, erede del misticismo orientale ma insieme aperta alle innovazioni della civiltà occidentale, presuppongano un segreto contrappasso di fatiche, sofferenze, lacerazioni nell’anima di un uomo in fondo irrisolto, incatenato a una «drammatica condizione di sradicamento». Giacché – come si legge nell’epilogo dell’Introduzione di Medici – «l’emigrante Gibran […] non riuscì mai a sentirsi completamente occidentale (nonostante il Nuovo Mondo gli avesse portato fama e riconoscimenti) né a fare ritorno nella sua terra, che pure amava, ma di cui non poteva tollerare l’indolenza e l’atteggiamento di rassegnazione».
Vissuto e morto a New York, sepolto nel monastero libanese di Mar Sarkīs presso la nativa Bišarrī, Kahlil Gibran rimase, e ancora oggi metaforicamente rimane di fronte a noi, protagonista di una «sua personale crocifissione, in quanto uomo e artista, con le braccia aperte ma rivolte ciascuna verso una differente polarità, inchiodate a quelle contraddizioni che, forse, non fu mai capace di sciogliere: Oriente e Occidente, corpo e spirito, cuore e ragione, poeta e profeta».
Kahlil Gibran, “Il profeta e il bambino”, a cura di Francesco Medici, Editrice La Scuola, 2014, pp. 208, euro 12,50

Il godereccio Plauto dei “Menecmi”: come parlare alla pancia (e giù di lì) senza tanti problemi

Milano. Tato Russo protagonista di “Menecmi” al Carcano

Milano. Tato Russo protagonista di “Menecmi” al Carcano

(di Paolo A. Paganini) C’è poco da essere schizzinosi. È Plauto, bellezza. A volte non ci si rende conto che il teatro, e lo spettacolo in genere, ha due linguaggi, ben diversi uno dall’altro: uno parla alla pancia degli spettatori, l’altro alla testa. Uno si propone di solleticare nel popolino l’istintualità più becera, irrispettosa, volgare e malandrina. L’altro si rivolge ai più raffinati cultori dello spirito, dell’intelligenza, della buona creanza, della cultura. Uno ama la risata grassa, godereccia e sguaiata, coinvolgendo pancia e sotto pancia, l’altro predilige semmai il sorriso di testa, apprezza le sfumature psicologiche e la profondità dei caratteri. Insomma, duemila e duecento anni fa, o giù di lì, da una parte c’era il geniale e cialtronesco Plauto, dall’altra c’era il raffinato e riflessivo Terenzio. Indovinate chi era il beniamino del popolo.
Tenendo presente questa premessa, e cercando di non fare confusione con i due generi di cui sopra, abbiamo assistito nel milanese Teatro Carcano ai “Menecmi” di Plauto (e ribadiamo per l’ultima volta che un conto, anche cinquant’anni fa, era andare a vedere chiassosi varietà di provincia, con comici dal doppio senso facile e donnine più affamate che famose, un altro conto era andare a vedere Pirandello o Goldoni). In scena, Tato Russo nel doppio ruolo dei gemelli del titolo, in una sua personale commistione con “La commedia degli equivoci” di Shakespeare, intrusione legittimata dal fatto che lo stesso drammaturgo inglese aveva fatto man bassa dei Menecmi plautini.
In questo tutt’uno di caratteri e riferimenti, si snoda la scontata e furbesca vicenda del Gemello n. 1, ben accasato e puttaniere, e del Gemello n. 2, semplicione e ingenuotto, che, rapito in giovane età, capita con il proprio servo proprio nella città (qui, una Napoli pompeiana) dove vive il fratello, entrambi all’insaputa uno dell’altro. L’integerrima moglie e l’amante sgualdrina del n. 1 diventano ovviamente il pretesto degli inevitabili qui-pro-quo, tra lazzi e battutacce, che rimbalzano dall’una all’altra donna, in abbondanza di copule e di crapule, a beneficio soprattuto del n. 2. Con l’incontro finale dei gemelli, che dopo due ore di spettacolo (con un intervallo), finalmente si riconoscono, chiarendo equivoci e malintesi, si conclude lo scontato tormentone di risate in libertà, spedendo a casa, felici e contenti, tanti giovani e meno giovani, come allora, nell’antica Roma, se ne saranno tornati, felici e contenti, plebe e quiriti.
Tato Russo, protagonista dei due gemelli, ne dà fregolistiche prove di piacevole humour partenopeo, in ciò coadiuvato (ah, l’antica tradizione comica della “spalla”) dai servi, dell’uno e dell’altro, Massimo Sorrentino e Rino Di Martino. La cortigiana Erozia è generosamente interpretata da Clelia Rondinella, e al loro posto anche tutti gli altri. Il coro di prostitute, ancelle e femminielli, compresa una scena di nudi femminili (le donnine del nostrano varietà non arrivavano a tanto, ma a Roma, ai tempi di Plauto, forse sì). La regia di Livio Galassi ci guazza senza tanti problemi con gaudiosa voluttà, mischiando disinvoltamente le carte di Plauto e di Shakespeare.
“Menecmi”, con Tato Russo. Al Teatro Carcano, Corso di Porta romana 63, Milano. Repliche fino a domenica 30 marzo.

Poi, sarà a Napoli, Teatro Augusteo, dal 4 al 13 aprile

Il minimalismo “all’italiana” di una scombinata famiglia che si rincorre nel cuore di Roma

Fabrizio Gifuni, Ksenia Rappoport. Lucrezia Guidone e Francesco Bracci sono “Noi 4”

Fabrizio Gifuni, Ksenia Rappoport. Lucrezia Guidone e Francesco Bracci sono “Noi 4”

(di Paolo Calcagno) Lo sfaccendato, l’iperansiosa, la bohémien, il timido. Sono questi gli “antieroi” della piacevole commedia “Noi 4”, secondo film dopo il sorprendente “Scialla” del regista e sceneggiatore Francesco Bruni. Dopo la lunga sbornia per i festeggiamenti dei tanti trofei internazionali, culminati con il premio Oscar, di un film ampio e complesso quale “La Grande Bellezza” di Sorrentino, la stagione del Cinema italiano riavvolge il nastro ritornando a operine ben realizzate che non possono aspirare al mercato estero e che ci propongono in salsa di commedia il piccolo quotidiano della gente comune.
Anche in questo caso siamo a Roma, ben lontana dalla rappresentazione solenne e stordente dell’immensità della città eterna osservata da Jep Gambardella. Qui, ci viene mostrata la Roma afosa d’inizio estate, soffocata da un traffico caotico, percorso a ostacoli da oro olimpico per chi è costretto a spostarsi nelle vie del centro.
Il tempo del racconto è quello dell’intera giornata di un’ordinaria, quanto scombinata, famiglia che ha come traguardo gli esami orali di terza media del piccolo e timido Giacomo (interpretato con ammirevole efficacia dall’esordiente Francesco Bracci Testasecca, amico di famiglia del regista Bruni), a sua volta annichilito dall’impresa di utilizzare l’ultima occasione dell’anno per dichiarare il suo amore a una cinesina, sua compagna di scuola. Lara, la mamma russa che vive da anni in Italia ed è separata dal consorte, è un ingegnere, responsabile dei collegamenti stradali della capitale e, perciò, perennemente ostaggio dei ritrovamenti archeologici. Il personaggio, cui dà temperamento e ansie la bravissima Ksenia Rappoport (attrice cechoviana portata in Italia da Tornatore, quale straordinaria protagonista di “La Sconosciuta”), è quello di una donna molto protettiva verso i figli e profondamente responsabilizzata verso la sua professione, che si sdoppia con affanno nel suo duplice ruolo. Rughe e seni afflosciati segnalano la sua sfiorita femminilità contribuendo ad accrescere il suo quotidiano rammarico, già duramente afflitto dai contrasti con la figlia maggiore Emma (interpretata con personalità da Lucrezia Guidone, attrice di estrazione ronconiana), “tifosa” del padre. La ragazza sogna il palcoscenico, con i compagni di scena “occupa” il Teatro Valle e ha una relazione con un regista straniero che non corrisponde le sue ambizioni esclusive.
Infine, c’è Ettore, marito di Lara e papà di Emma e Giacomo, brillantemente rappresentato da Fabrizio Gifuni, interprete dai rigorosi percorsi teatrali e apprezzato recentemente anche sullo schermo in “Il Capitale Umano”, di Virzì. Disegnatore senza lavoro, squattrinato e superficiale, inseparabile dalla sua Honda 400 Four, Ettore è un simpatico fan-cazzista ultraquarantenne che esterna fedeltà ai suoi sogni d’artista ma che fatica a schiodarsi dal divano dell’amico del quale è permanentemente ospite. Inaffidabile agli occhi di Giacomo, Ettore conferma la sua indole distratta quando s’impegna a sostituire Lara per qualche ora e a seguire il figlio fino all’appuntamento degli esami, che è stato spostato a causa dell’assenza di un professore. Per quanto disordinato, però, l’uomo si fa accettare per la sua schiettezza e l’infinita buona fede. Non si spaccia per quello che non è, sdrammatizza alla sua maniera gli affanni della quotidianità e, in qualche modo, fra mille inutili capriole, riesce sempre, o quasi, ad esserci. Ed è proprio questo a renderlo prezioso nei sentimenti della figlia Emma e, in fondo, anche in quelli di Lara, sebbene la sanguigna russa non gli lesini quotidiani rimproveri.
I “4” si cercano e s’incrociano, a coppie sempre diverse, in vari punti del centro di Roma, alternando litigi a coccole. Miracolosamente accorrono, in un modo o nell’altro, riunendosi, all’esame di Giacomo che il ragazzo supererà senza problemi. Lara si lascia convincere e si unisce agli altri 3 in un’allegra gita al lago per un euforico bagno di festeggiamento. L’incandescente e tormentata giornata, complice l’occhiolino alla statuetta ritrovata di un Lare (per gli antichi romani, lo spirito protettore del focolare domestico), si conclude nel migliore dei modi per la famiglia dei nostri “antieroi” capitolini: ci scappa anche un bollente ritorno dei sensi tra Ettore e Lara.
“Noi 4” è un film tenero che ha il merito di bagnarsi nelle acque sicure della commedia senza incagliarsi nelle “secche” vischiose del doppio senso o delle volgarità a brutto muso, che caratterizzano varie produzioni di casa nostra, da Zalone in giù. Certo, il racconto di Bruni si limita a ciò che mostra, non offre seconde e terze letture, non svela aspetti soggiacenti di ciò che palesa la quotidianità, come accadeva un tempo a Woody Allen, a Eric Rohmer, o a Ettore Scola e Mario Monicelli, per restare dalle nostre parti. Manca l’approfondimento critico, tuttavia l’opera “seconda” di Bruni rimane una gradevole narrazione di minimalismo “all’italiana”.
“Noi 4”, regia di Francesco Bruni, con Ksenia Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci Testasecca. Italia, 2013