Caravaggio. A Milano 20 tele da togliere il fiato. Ognuna con la sua radiografia. Per vedere cosa c’è sotto. Ed è subito boom

Riposo durante la fuga in Egitto, 1597 – Olio su tela, 135,5 x 166,5 cm. – Galleria Doria Pamphilj, Roma – © 2017 Amministrazione Doria Pamphilj s.r.l.

MILANO, venerdì 29 settembre (di Patrizia Pedrazzini) C’è ancora qualcosa che non sia stato scritto su Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, nato a Milano (i genitori erano di Caravaggio, paese della Bassa Bergamasca nelle campagne fra Bergamo e Lodi) il 29 settembre 1571 e morto in un ospizio di frati a Porto Ercole il 18 luglio 1610, solo e devastato da una febbre altissima, forse di tifo, forse avvelenato dal piombo dei suoi stessi colori?
Che cosa la sterminata bibliografia che lo accompagna ha ancora da raccontare della sua breve vita consumata fra bordelli e osterie, debiti e arresti, risse e omicidi, agguati ed evasioni? Delle sue prostitute (non poteva pagarsi vere modelle) prese a dare volto e corpo a sante e Madonne? Ma quanto è bella Fillide Melandroni, ora Giuditta che taglia la teste a Oloferne, ora Maria Maddalena in compagnia della sorella Marta, “interpretata” dall’amica e collega Annuccia. Che è poi Anna Bianchini, “dai capelli rosci e lunghi”, ora Maddalena penitente (con il lobo dell’orecchio forato e ancora arrossato per l’orecchino che, strappato, giace a terra con gli altri gioielli), ora amorevole madre del piccolo Gesù durante la fuga verso l’Egitto.

Sacra Famiglia con San Giovannino, 1604 circa – Olio su tela, 117,5 x 96 cm. – New York, The Metropolitan Museum of Art – © 2017. Image copyright The Metropolitan Museum of Art /Art Resource/Scala, Firenze

Il genio, il tormento, la dannazione. Il buio e la luce. Niente che ancora non sia stato scritto.
Eppure sembra non bastare mai. E ne è riprova la bellissima mostra “Dentro Caravaggio” che, promossa e prodotta da Comune di Milano, Palazzo Reale e MondoMostre Skira (che ne ha curato anche il catalogo), e in programma a Palazzo Reale fino al prossimo 28 gennaio, già in sede di inaugurazione ha fatto registrare un vero e proprio boom di prenotazioni. Perché venti tele di Caravaggio, tutte insieme, tutte di una bellezza da togliere il fiato, sono da sindrome di Stendhal.
Senza contare, al di là dei dipinti in sé, la possibilità di “leggere”, attraverso puntuali riflettografie e radiografie (indagini diagnostiche realizzate grazie al Gruppo Bracco, partner dell’esposizione) in grado di penetrare in diversa misura sotto la superficie pittorica, tutte le tappe del procedimento creativo dell’artista nell’esecuzione di ogni singolo quadro. I pentimenti, i rifacimenti, gli aggiustamenti. Tutto quello, insomma, che “c’è sotto”.
Così da scoprire, per esempio, come sia da sfatare il mito per cui Caravaggio non avrebbe mai disegnato, visto che la presenza di chiari tratti di disegno è emersa sulla preparazione chiara delle opere giovanili. O come, nel “Riposo durante la fuga in Egitto” (1597), dipinto su tela di Fiandra, e nel quale spicca l’eccezionale invenzione dell’angelo visto di spalle che, in procinto di suonare il violino, divide in due la composizione, la figura appunto dell’angelo sia stata inizialmente abbozzata al margine destro del quadro, mentre il gruppo della Madonna e del Bambino era più centrale. O, ancora, come nel “Ragazzo morso dal ramarro”, dello stesso anno, emergano, sul fondo a destra, tracce di un poggiamano, l’utensile che il pittore utilizzava per stabilizzare la mano con la quale dipingeva (e il ragazzo, che si ritrae di scatto per il morso del piccolo rettile, è lo stesso Caravaggio il quale, come sempre a corto di denaro da spendere in modelli, per risparmiare ritrae qui se stesso allo specchio). Mentre nel “San Giovanni Battista” della Galleria Corsini (1604) la croce di canna è decisamente passata dalla mano sinistra alla destra, ed è scomparso, sulla destra in alto, l’iniziale abbozzo di un agnello, simbolo iconografico del santo.
Per non parlare del “Martirio di Sant’Orsola” (1610), l’ultima opera dell’artista, con la quale la mostra di Palazzo Reale (costata tre milioni e mezzo di euro) chiude anche il proprio percorso espositivo. Una tela il cui stato conservativo è piuttosto compromesso (il dipinto fu ritirato dal committente quando i colori non erano ancora del tutto asciutti, per cui venne esposto al sole, col risultato di scioglierli ulteriormente), ma che ben evidenzia come, alla fine, in Caravaggio il buio della preparazione avesse ormai preso il sopravvento sulla luce e sulle forme. Per cui le figure, definite solo da poche pennellate, sono letteralmente inghiottite dal fondo scuro. Mentre fra l’urlo del carnefice e il capo reclinato della martire compare una spettacolare mano che sembra voler fermare la freccia mortale.
“Quando non c’è energia non c’è colore, non c’è forma, non c’è vita”.
Da vedere. Assolutamente.

“Dentro Caravaggio”, Milano, Palazzo Reale, fino al 28 gennaio 2018.
Per informazioni:
www.palazzorealemilano.it
www.caravaggiomilano.it