Judy Garland, il tramonto ♦ Avvocato dei neri ♦ Torna il trio ♦ Il dott che parla con gli animali ♦ Thriller in fondo al mare

Da giovedì 30 gennaio

JUDY – Di Rupert Goold. Con Renée Zellweger, Jessie Buckley. Gran Bretagna 2019. Musical / Biografico. 118 min. ● Gli ultimi concerti della cantante e attrice Judy Garland a Londra. Ormai, è sola, divorziata quattro volte, senza più la voce di una volta. E senza un soldo. Accetta una tournée a Londra, ma il ritorno sul palco risveglia anche antichi fantasmi

IL DIRITTO DI OPPORSI – Di Destin Daniel Cretton. Con Michael B. Jordan, Brie Larson. USA 2019. Drammatico. 136 min. ● Un giovane afroamericano, laureato in legge ad Harvard, potrebbe far carriera nel Nord degli Stati Uniti, ma sceglie di lavorare per difendere i condannati a morte in Alabama, molti dei quali non hanno beneficiato di un regolare processo. Quasi tutti sono neri come lui

ODIO L’ESTATE – Di Massimo Venier. Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Lucia Mascino. Italia 2020. Commedia. 110 min. ● Aldo Giovanni e Giacomo partono per le vacanze estive. Non si conoscono. Uno fa l’imprenditore, metodico, precisino e fallimentare. Un altro è un medico di successo con figlio adolescente problematico. L’altro ancora è un ipocondriaco con cane. Tre vite molto diverse fra loro. Si incontrano casualmente in una piccola isola italiana

DOLITTLE – Di Stephen Gaghan. Con Robert Downey Jr., Rami Malek. USA 2020. Commedia. 106 min. ● Reso famoso dalla serie di libri per l’infanzia, scritti da Hugh Lofting negli Anni Venti (già in versione cinematografica nel 1967, con Rex Harrison), Il dottor Dolittle, l’unico medico al mondo capace di capire e parlare con gli animali, torna ora sul grande schermo interpretato da Robert Downey Jr …

VILLETTA CON OSPITI – Di Ivano De Matteo. Con Marco Giallini, Michela Cescon, Massimiliano Gallo, Erika Blanc. Italia 2020. Drammatico. 88 min. ● In un paese del Nordest italiano una ricca famiglia borghese, di grande influenza, ma con dei difficili rapporti familiari: una donna fragile erede della fortuna familiare; suo marito, romano e infedele; una figlia adolescente arrabbiata; la nonna taccagna

UNDERWATER – Di William Eubank. Con Kristen Stewart, Vincent Cassel. USA 2020. Thriller. 95 min. ● In fondo all’Oceano, l’esplosione di una base sperimentale di perforazione coinvolge un gruppo di scienziati, che tentano di raggiungere una piattaforma dismessa fornita di capsule di salvataggio. Ma dei mostri marini infestano gli abissi…

UNA STORIA D’ARTE – Di Marco Pollini. Con Loretta Micheloni, Lorenzo Maggi, Esther Grigoli, Enzo Garramone. Italia 2019. Drammatico. 79 min. ● Lei, donna della buona società, ricca e viziata, ha 70 anni; lui, un meccanico grezzo e prepotente, ne ha 20. Sono legati da una grande passione per i quadri e per la pittura. Lei decide di investire tempo e denaro per lanciare il giovane come pittore

La Grande Guerra di Mendes. Topi, trincee, virtuosismi tecnici. E una missione suicida. Senza un attimo di respiro

(di Patrizia Pedrazzini) Prima guerra mondiale, fronte franco-tedesco, trincee inglesi. È il 6 aprile del 1917, e due giovani caporali britannici si stanno riposando all’ombra di un faggio. Si chiamano Tom Blake e William Schofield, e sono amici. Desiderano solo rilassarsi un poco, magari accarezzando il sogno di un breve permesso che consenta loro almeno di rivedere le famiglie, ma un ordine improvviso interrompe il momento di pace: dovranno attraversare le linee nemiche e consegnare un messaggio dal quale dipende la vita di 1.600 uomini sul punto di attaccare l’esercito tedesco, che si è apparentemente ritirato. In realtà si tratta di una trappola ben architettata, e in più fra i soldati che rischiano di essere mandati al massacro c’è anche il fratello di Tom (e non è, questa, la sola analogia con “Salvate il soldato Ryan”).
Una missione suicida, come tante in quel conflitto. Così i due partono, e “1917”, ultimo film del cinquantaquattrenne regista inglese Sam Mendes (“American Beauty”, “Era mio padre”, “Skyfall”) è la storia della loro impresa. O meglio della loro corsa nella “terra di nessuno”, su e giù per trincee e crateri aperti dai colpi dei mortai, fra fango impastato a sangue, corpi in decomposizione mangiati dai topi, braccia, gambe, carcasse di cavalli putrefatti. E poi, al di là dei cunicoli, cascinali distrutti, paesi in fiamme, alberi spezzati, animali ammazzati. Sotto un cielo freddo e senza sole.
Fin qui, un film di guerra, anzi sulla Grande Guerra e sul suo particolare orrore: l’immane conflitto raccontato attraverso le paure, le ingenuità, gli errori, ma anche il coraggio e la determinazione di due soldatini qualunque che la Storia non ricorderà, militi ignoti fra tanti, piccoli eroi smarriti che chissà, forse, se saranno fortunati, un giorno potranno tornare a casa con una medaglia. Tuttavia, per quanto ineccepibile, non è questo il lato migliore di “1917”. La cui forza, perché di forza effettivamente si tratta, più che sulla trama (al limite del disarmante) e sulla dignitosa (ma niente di più) interpretazione di tutti, protagonisti e non, si regge su motivazioni decisamente più “tecniche”. L’incisiva, e variata, colonna sonora di Thomas Newman, capace di passare dal dramma alla poesia, dalla commozione (la tenera canzone che i soldati intonano in coro nel bosco) alla rabbia all’eroismo; l’eccezionale fotografia di Roger Deakins (Oscar per “Blade Runner 2049”, più altre 14 nominations), per la quale valga su tutte la scena della piccola città distrutta su cui scendono i chiaroscuri della notte, illuminati dai bagliori lontani delle esplosioni e degli incendi (come in un quadro di Hieronymus Bosch); ma soprattutto la tecnica del piano sequenza, ovvero la scelta di Mendes di girare l’intero film senza (o quasi) tagli né raccordi apparenti, attraverso una sola inquadratura, praticamente con la macchina da presa perennemente incollata ai personaggi.
Una raffinatezza tecnica non nuova, che già è valsa, nel 2015, il Premio Oscar ad Alejandro Iñarritu per “Birdman” e che ancora prima Alfred Hitchcock, nel ’48, aveva utilizzato per “Nodo alla gola” (solo che la tecnologia del tempo non consentiva di girare un solo, lungo piano sequenza, per cui il regista fu costretto a realizzarne dieci). In “1917” il ricorso all’inquadratura unica fa sì che lo spettatore, non solo non perda mai di vista i protagonisti del film, ma anche segua, e condivida, le loro vicissitudini come se ne fosse al fianco, vivendone ogni incertezza e ogni affanno. Senza un attimo di respiro, in tempo reale, e in una sorta di immersione totale, e viscerale, di grande eleganza formale e insieme di altissima tensione, al limite, in alcune scene, del thriller.
Una prodezza stilistica perfettamente riuscita e che, come previsto, fa la differenza. Nel senso che “1917” è un film esteticamente perfetto. Come “Dunkirk”, al quale è impossibile non fare riferimento: tecnica ineccepibile, fotografia strepitosa, là i virtuosismi temporali di Nolan, qui quelli spaziali di Mendes, e in entrambi le piccole storie di piccoli uomini destinate a perdersi nel grande arazzo di una Storia del quale pure fanno, se pur minimamente, parte.
E qui, però, “1917” finisce. Senza messaggi più o meno in codice contro l’assurdità della guerra o l’ottusità dei generali (per questo c’è Kubrick con il suo “Orizzonti di gloria” o, per restare in Italia, il livido “Uomini contro” di Francesco Rosi), senza vocazioni pacifistiche. La guerra per la guerra, senza sconti e senza letture, e in più presentata molto bene.
Dean-Charles Chapman (Tommen in “Il trono di spade”) è un risoluto Tom. Decisamente migliore George MacKay (“Captain Fantastic”) nei panni del più problematico William, eroe suo malgrado. I “grandi” (Colin Firth, Benedict Cumberbatch) fanno i generali e i colonnelli: poche battute e ruoli secondari. Come Richard Madden, che dà il volto al fratello di Tom.
Dieci nomination agli Oscar. Ma la sensazione che la vicenda narrata sia niente più che un pretesto per confezionare un lavoro tecnologicamente perfetto – insomma che per questa volta il contenuto sia al servizio della forma, e non viceversa – rimane.

Prima Guerra Mondiale in piano sequenza ♦ Istinto segreto d’un maschio ♦ Cucciolo nei guai ♦ Secondo figlio: problemi

Da giovedì 23 gennaio

1917 (Gran Bretagna 2029) di Sam Mendes. Con George MacKay, Dean-Charles Chapman. Guerra. 110 min. ● Prima Guerra Mondiale: due caporali britannici ricevono l’ordine di attraversare le linee nemiche per consegnare un messaggio che potrebbe salvare la vita di 1600 uomini. Il fratello di uno di loro è tra quei 1600 soldati. Una missione ad alto rischio, raccontata in tempo reale in un solo piano sequenza. Con qualche trucco

JUST CHARLIE – DIVENTA CHI SEI (Gran Bretagna 2017) di Rebekah Fortune. Con Harry Gilby, Scot Williams. Drammatico. 99 min. ● Charlie è un adolescente della provincia inglese con un grande talento per il calcio. Una delle squadre più importanti, il Manchester City, gli offre un ingaggio da sogno, ma Charlie ha un segreto: è felice solo quando, di nascosto, può vestirsi da ragazza

TAPPO – CUCCIOLO IN UN MARE DI GUAI (Canada 2019) di Kevin Johnson. Animazione. ● Il cagnolino di un’anziana signora, che lo tratta come un principe, quando la padrona muore, si ritrova sulla strada, cacciato dai nipoti della signora, avidi e insensibili. Il cucciolo dovrà imparare a cavarsela da solo. Farà amicizia con una ragazza sola, che consegna pizze, ma sogna di fare la cantante

FIGLI (Italia 2020) di Giuseppe Bonito. Con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi. Commedia. 97 min. ● Il film, tratto dal monologo tv di Mastandrea, è la storia di una coppia innamorata, dalla vita serena, con una figlia di 6 anni. Ma, quando arriva il secondo figlio, qualcosa è destinato a cambiare…

Guai, se anche il “buon americano” finisce nei cinici ingranaggi del potere. Anche gli “eroi” ne vengono stritolati

(di Marisa Marzelli) Una volta si diceva: “sbatti il mostro in prima pagina”, poi sono esplose le fake news, le verità alternative, il peso della “percezione” di un fatto rispetto alla sua reale portata. Di questo e d’altro parla Richard Jewell, il nuovo film di Clint Eastwood che, rifacendosi ad un caso reale di terrorismo interno americano (alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 esplose una bomba) racconta i fatti con esemplare asciuttezza e linearità ma è anche ricco di sottotesti e riflessioni applicabili alla realtà odierna.
Vicino ai 90 anni (li compirà il 31 maggio) Clint Eastwood si conferma ancora una volta regista di primo piano e nei contenuti combattivo spirito anticonformista. Nella fase più recente della sua lunga filmografia sembra privilegiare storie tratte da avvenimenti reali, come American Sniper, Sully, Ore 15:17 – Attacco al treno e The Mule.
Richard Jewell (ispirato da un libro e un articolo di Vanity Fair e sceneggiato da Billy Ray) è il ritratto di una guardia giurata del sud, un bianco trentenne sovrappeso che vive ancora con la madre e aspira ad entrare in polizia per aiutare le persone. Il film inizia raccontando i suoi trascorsi lavorativi. Osservatore zelante, onesto, naïf, inizia consegnando la cancelleria negli uffici e qui conosce un avvocato fuori dagli schemi che gli tornerà utile quando cominceranno i guai. Licenziato dalla sorveglianza in un campus universitario perché troppo scrupoloso con gli studenti indisciplinati, si trova al posto giusto nel momento giusto alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, quando – individuato uno zaino sospetto – convince la polizia a far sgomberare l’affollatissima area dei concerti. Scoppia ugualmente una bomba, ma i danni sono contenuti in due morti e un centinaio di feriti.
Per tre giorni Richard Jewell viene esaltato dai media come l’eroe di Atlanta. Ma l’euforia dura poco. Lo scoop di un giornale locale lo addita come il primo sospettato dell’FBI. È allora che comincia l’inferno: interrogatori, perquisizioni, intercettazioni, linciaggio mediatico. Nella sua ingenua convinzione che le forze dell’ordine abbiano sempre ragione, il giovane non sembra attrezzato a resistere. Anche perché non è quel modello che piace tanto alla narrazione frettolosa di eroi per caso. È sgraziato, forse un po’ lento nell’afferrare la situazione, è sempre stato sbeffeggiato per la precisione con cui rispetta gli ordini. Rovistando nel suo passato si può sempre trovare qualcosa di sospetto, come la quantità di armi che tiene in casa (è un cacciatore).
A favore di Richard Jewell gioca il fatto che il suo amico avvocato è uno tosto e non si lascia intimidire dall’FBI. E dopo 88 giorni il Bureau scagionerà il sospettato. Il vero attentatore di Atlanta, il suprematista bianco Eric Rudolph, autore anche di altri atti terroristici, verrà arrestato tempo dopo e condannato a più ergastoli. Il vero Richard Jewell è scomparso a 44 anni, nel 2007, stroncato da problemi cardiaci e dal diabete.
Eastwood dice la sua sul “buon americano”, il cittadino qualunque finito in un ingranaggio di poteri (i media e gli investigatori) capaci di stritolare un innocente in base non a prove ma al solo desiderio di fare in fretta per arrivare per primi a pubblicare la notizia o a trovare un colpevole purchessia. La stampa ne esce malissimo, soprattutto nella figura della giornalista d’assalto che, pur di avere una soffiata, propone prestazioni sessuali all’agente federale incaricato delle indagini. E su questo specifico punto è nata una polemica contro il film. Polemica pretestuosa? Richard Jewell è sì tratto da un fatto di cronaca ma è narrativamente rielaborato in chiave di fiction. Però la giornalista, deceduta qualche anno dopo, esisteva realmente ed è chiamata col suo nome e cognome, mentre il personaggio dell’agente dell’FBI è la summa di diversi caratteri. Ma Clint Eastwood non è tipo da preoccuparsi del politicamente corretto e, pur in epoca di MeToo, la reporter diventa “il cattivo” della storia, insieme ai responsabili dell’inchiesta, sulle prime frettolosa e grossolana. E ce n’è pure per un altro mito, enfatizzato da serie televisive che vanno per la maggiore: gli oracoli dei profilers. Forse Clint nella bontà del sistema crede ancora, perché in effetti alla fine l’attentatore verrà preso e condannato, ma la sua disillusione su certi metodi frettolosi e cinici, schiavi degli stereotipi, è totale. Non a caso il suo involontario eroe è goffo, frustrato, mammone, ma pur sempre eroe.
Il cast è ottimo. Cominciando dal protagonista Paul Walter Hauser, molto somigliante al vero Richard Jewell, a Sam Rockwell (l’avvocato difensore), Jon Hamm (l’agente dell’FBI), Olivia Wilde (la reporter rampante) e Kathy Bates (la madre di Jewell) che regala al film l’unica candidatura all’Oscar come attrice non protagonista. Produce Clint Eastwood con la sua Malpaso; tra gli altri coproduttori gli attori Leonardo DiCaprio e Jonah Hill, che in un primo tempo erano stati presi in considerazione come interpreti.