E, dopo le Feste, arrivano i grossi calibri: da “Exodus” di Ridley Scott alla storia del fisico Hawking, e Asterix n. 17

exodus-dei-e-re-il-kolossal-di-ridley-scottGiovedì 15 gennaio 
“Exodus: Dei e Re” (Exodus: Gods and Kings, 2014, Usa, Regno Unito, Spagna) Regia Ridley Scott – Con Aaron Paul, Christian Bale, Sigourney Weaver, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Indira Varma, John Turturro, Ben Mendelsohn, María Valverde, Emun Elliott, Golshifteh Farahani, Ghassan Massoud, Hiam Abbass, Dar Salim, Kevork Malikyan – Drammatico, avventura – 142 min.
Ritratto singolare d’un Mosè guerriero: un film che, prima che di uomini, parla di corpi in azione, macchine di morte e di spettacolo.Come fu per “Il gladiatore” anche questa volta la Storia c’entra poco. Dice Redley Scott: “La vita di Mosè è una delle più grandi avventure e ricerche spirituali di tutti i tempi. Mi piace tutto ciò che è smisurato. Ne “Il gladiatore” sono riuscito a dare un vero respiro al film, a far provare agli spettatori la sensazione di vivere in quell’epoca. In “Exodus – Dei e re” ho voluto dare vita in modo analogo alla cultura egizia e alla storia dell’Esodo, come mai era stato possibile prima d’ora”.

“La teoria del tutto” (The Theory of Everything, 2014, Regno Unito) Regia James Marsh – Con Felicity Jones, Eddie Redmayne, Charlie Cox, Emily Watson, David Thewlis, Harry Lloyd, Maxine Peake, Adam Godley, Simon McBurney, Charlotte Hope – Drammatico – 123 min.
Storia del più grande e celebrato fisico della nostra epoca, Stephen Hawking, che arrivò ad essere chiamato il successore di Einstein. Il film narra anche la sua straordinaria storia con Jane Wilde, la studentessa di Arte di cui si era innamorato mentre studiavano insieme a Cambridge negli anni 60, e che diverrà sua moglie, nonostante la terribile malattia che lo aveva colpito. Il professor Stephen Hawking è considerato uno dei più famosi scienziati della nostra epoca e autore del bestseller “A Brief History of Time”, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.

“Asterix e il regno degli dei” (Astérix: Le domaine des dieux, 2014, Francia) Regia Alexandre Astier, Louis Clichy – Animazione – 85 min.
Diciassettesima storia della serie a fumetti creata da René Goscinny e disegnata da Albert Uderzo. Ecco di nuovo insieme il formidabile duo Asterix e Obelix, impegnati a proteggere il loro villaggio. La minaccia romana è sempre più vicina. Questa volta però Cesare rinuncia al confronto bellico per occupare il piccolo villaggio dell’Armorica. Escogita un piano subdolo per romanizzare i barbari Galli: costruire una città di lussi e comodità, appunto “il regno degli dei”, vicino al loro villaggio, per sedurli e conquistarli. Ma Asterix e Obelix resisteranno alle tentazioni degli invasori romani…

Hungry Hearts” (2014, Italia) Regia Saverio Costanzo – Con Adam Driver, Jake Weber, Natalie Gold, Victor Williams, Victoria Cartagena, Alba Rohrwacher, Cristina J. Huie, Toshiko Onizawa, David Aaron Baker – Drammatico – 109 min.

“Italo” (2014, Italia) Regia Alessia Scarso – Con Marco Bocci, Elena Radonicich, Barbara Tabita, Tomak, Vincenzo Lauretta, Martina Antoci, Matteo Korreshi, Lucia Sardo, Andrea Tidona, Marcello Perracchio – Commedia drammatica – 100 min.

“Banana” (2014, Italia) Regia Andrea Jublin – Con Marco Todisco, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto, Giselda Volodi, Giorgio Colangeli, Gianfelice Imparato, Andrea Jublin – Commedia – 90 min.

“Striplife – A Day in Gaza” (2013, Italia) Regia Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa, Andrea Zambelli – Documentario – 64 min.

Tre pasticcioni fuori di testa, tipo Fantozzi a stelle e strisce. Commediola demenziale n. 2 (con una punta di noir)

come ammazzare 1(di Marisa Marzelli) La commediola Come ammazzare il capo… e vivere felici, diretta nel 2011 da Seth Gordon, costò sui 35 milioni di dollari e ne incassò 209. In casi di tale successo, il sequel è quasi obbligatorio. Ed ecco ora Come ammazzare il capo 2 (nella versione italiana ha perso la seconda parte del titolo, mentre l’originale resta Horrible Bosses, con l’aggiunta del numero 2). Stavolta la regia passa a Sean Anders (autore di un’altra commedia fuori di testa: Come ti spaccio la famiglia e co-sceneggiatore di Scemo & + scemo 2) mentre i protagonisti restano Jason Bateman (Nick), Charlie Day (Dale) e Jason Sudeikis (Kurt).
Sono tre impiegatucci pasticcioni e vessati, una sorta di Fantozzi a stelle e strisce. Se nel film precedente cercavano di eliminare gli insopportabili datori di lavoro, stavolta per evitare problemi si mettono in proprio. Inventano una doccia che distribuisce anche il sapone e la reclamizzano maldestramente in televisione. Arriva subito la prima offerta di commercializzazione. In realtà, l’investitore (Christoph Waltz) è uno squalo intenzionato a fare l’affare quando i tre sprovveduti saranno falliti per mancanza di liquidità e la loro azienda andrà all’asta. Ancora una volta, Nick, Charlie e Kurt sono rimasti vittime di un sistema che solo in apparenza offre a tutti le stesse opportunità. Ma i tre non si arrendono e decidono di sequestrare il figlio viziato (Chris Pine) dell’infido industriale e chiedere il riscatto, per recuperare quanto è stato loro sottratto con l’inganno. Il rapimento riserverà molte sorprese.
Il film presenta un’abbastanza inedita commistione tra la commedia demenziale (palesi gli ammiccamenti alla serie Una notte da leoni, con annesso corollario di trash e doppi sensi) e la commedia nera. Moderatamente divertente, perché parecchie situazioni sono già viste o prevedibile, ma con un retrogusto amaro nel mostrare come i ricchi e cinici pescicani mettano nel sacco la gente comune.
Se i tre interpreti principali non hanno il carisma per reggere da soli tutto il film, vengono loro in aiuto diverse star nel ruolo di comprimari. Quindi ritroviamo dal capitolo precedente Jennifer Aniston (la dentista ninfomane), Kevin Spacey (il capo finito in galera) e Jamie Foxx (l’unico malvivente professionista, consulente dei protagonisti). Delude invece la new entry Christoph Waltz, poco incisivo e inesistente sul versante comico. Quanto a Chris Pine (è il nuovo volto del comandante Kirk nella serie Star Trek di ultima generazione), bella presenza ma non sono questi i suoi ruoli.

Debutto di Crowe come regista: alla ricerca dei tre figli, dispersi in Turchia dopo la sanguinosa battaglia di Gallipoli

collage russell croweGiovedì 8 gennaio  ● 

“The Water Diviner” (2014, Australia, Turchia, Usa) – Regia Russell Crowe – Con Russell Crowe, Olga Kurylenko, Jai Courtney, Isabel Lucas, Jacqueline McKenzie, Damon Herriman, Ryan Corr, Cem Yilmaz, Deniz Akdeniz, Megan Gale, Dan Wyllie Drammatico – 111 min. – Il film è diretto e interpretato da Russell Crowe, al suo esordio come regista. La storia: dopo la devastante battaglia di Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale, un agricoltore australiano intraprende un lungo viaggio verso la Turchia alla ricerca della verità riguardo la sorte dei suoi tre figli, dati per dispersi in battaglia. Qui instaura una relazione con una bellissima donna turca, proprietaria dell’albergo in cui alloggia. Animato dalla speranza e forte dell’aiuto di un ufficiale turco, Connor attraversa il Paese sulle tracce dei suoi figli.

Come ammazzare il capo 2” (Horrible Bosses 2, 2014, Usa) Regia Sean Anders – Con Jennifer Aniston, Jason Sudeikis, Jason Bateman, Charlie Day, Chris Pine, Christoph Waltz, Kevin Spacey, Jamie Foxx, Keeley Hazell Commedia – 104 min.

“I Cavalieri dello Zodiaco – La leggenda del grande tempio” (Seinto Seiya: Legend of Sanctuary, 2014) Regia Kei’ichi Sato Animazione – 93 min.

“Ouija” (2014, Usa) Regia Stiles White – Con Olivia Cooke, Ana Coto, Daren Kagasoff, Bianca A. Santos, Douglas Smith, Matthew Settle, Vivis Colombetti, Robyn Lively, Shelley Hennig, Lin Shaye, Claudia Katz, Leigh Bush Horror – 89 min.

Bizzarra e vera storia dell’ingenua pittrice di bimbi dagli occhi immensi (che il marito millantava come opere sue)

big eyes 2(di Marisa Marzelli) Il nuovo film diretto e co-prodotto da Tim Burton, anche se non sta facendo scintille al botteghino americano, ha raccolto tre candidature ai Golden Globes (migliore attrice, Amy Adams; migliore attore, Christoph Waltz; migliore canzone originale, di Lana Del Rey) e una agli Independent Spirit Awards (che promuovono il cinema indipendente) per la migliore sceneggiatura.
Big Eyes è un’opera anomala nella filmografia del regista californiano, noto per fiabe dark e animazione in stop-motion. Intanto perché si rifà ad una storia vera, finita in tribunale; quella della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, diventati famosi negli anni ’60-’70 del secolo scorso. In secondo luogo perché, più della vicenda in sé è intrigante il modo in cui Burton, tra le righe, riflette sul mondo (e soprattutto sulla mercificazione) dell’arte moderna, poco prima che esplodesse il fenomeno della grande commercializzazione profetizzata ed attuata da Andy Warhol.
La vicenda reale è bizzarra e tratta di Margaret (Amy Adams), ingenua casalinga di provincia abile nel dipingere ritratti di bambini dagli enormi occhi tristi, ispirati forse dal viso della figlia. Lasciato il primo marito, madre e figlia arrivano a San Francisco, dove Margaret fa ritratti ai passanti nei mercatini. Qui incontra Walter Keane (Christoph Waltz), uomo tanto affascinante quanto misterioso e manipolatore, che si spaccia per pittore. Dopo il matrimonio, lui cerca di piazzare i quadri della moglie ma le gallerie li rifiutano. Li espone quindi in un bar, dove una sera avviene una rissa, di cui scrive un cronista di gossip (Danny Huston). Un fatterello marginale, ma Walter Keane è abilissimo nello sfruttare l’insperata pubblicità e riesce a creare attorno ai quadretti un enorme interesse mediatico. Quello che oggi, con i media elettronici, definiremmo un effetto virale. I vip comprano i quadri a caro prezzo, tra la gente comune vanno a ruba poster e cartoline, in vendita anche nei supermercati. I Keane diventano rapidamente ricchi e si stabiliscono in una villa con piscina. Ma, siccome i dipinti sono firmati solo con il cognome, l’uomo millanta come sue le opere della moglie. Lei accetta l’imbroglio solo perché il marito l’ha convinta che le donne pittrici non hanno mercato, si vende meglio se la gente ritiene che l’autore sia un uomo. In tempi di femminismo non ancora esploso, la timida Margaret non fa obiezioni e, chiusa in casa, continua a sfornare soggetti più o meno simili, che parte della critica d’arte rifiuta come prodotti kitsch ma che il pubblico, e persino un museo, si contendono. I quadri e Keane sono diventati di moda. Tutto a gonfie vele, finché Margaret, stanca di restare nell’ombra, abbandona il marito e qualche anno dopo lo trascina in tribunale facendogli causa. Il giudice ordina a entrambi di fare in un’ora un nuovo disegno. Walter accampa la scusa di un dolore alla spalla e resta col foglio bianco. Margaret svolge il compito in 53 minuti e vince la causa. Il vero Walter Keane è morto nel 2000, Margaret oggi ha 87 anni e compare nel film in un cameo.
Ben ambientato negli anni in cui il sogno americano era ancora abitato da mogliettine bionde e sottomesse ma stava mettendo le basi la cultura di massa, è proprio su quest’ultimo punto che Big Eyes si fa interessante. Il film, aperto proprio da una dichiarazione di Andy Warhol, secondo il quale i dipinti Keane non potevano essere brutti se piacevano a tanta gente, parla di caccia al successo, degli albori del marketing che si sostituisce al valore dell’opera d’arte e di quella società dell’immagine in cui oggi siamo più che mai immersi. E che fu proprio Andy Warhol a imporre con il trionfo della Pop Art. C’è una scena paradigmatica dove Margaret, al supermercato, vede i poster dei suoi quadri in mostra accanto ai barattoli delle famose zuppe Campbell, che Warhol avrebbe poi reso immortali con le sue riproduzioni in serie.
Ma per il pubblico dei burtoniani doc e degli spettatori distratti, queste finezze dicono poco perché, preso alla lettera, Big Eyes è un film molto tradizionale, appesantito da una voce fuori campo superflua (anche se tipica dell’epoca) e da un’interpretazione di Christoph Waltz sopra le righe. Inoltre, alcuni snodi del racconto non sono chiariti e perché Margaret Keane fosse ossessionata dagli enormi occhi dei suoi bambini dipinti resta un mistero.