Debutto di Crowe come regista: alla ricerca dei tre figli, dispersi in Turchia dopo la sanguinosa battaglia di Gallipoli

collage russell croweGiovedì 8 gennaio  ● 

“The Water Diviner” (2014, Australia, Turchia, Usa) – Regia Russell Crowe – Con Russell Crowe, Olga Kurylenko, Jai Courtney, Isabel Lucas, Jacqueline McKenzie, Damon Herriman, Ryan Corr, Cem Yilmaz, Deniz Akdeniz, Megan Gale, Dan Wyllie Drammatico – 111 min. – Il film è diretto e interpretato da Russell Crowe, al suo esordio come regista. La storia: dopo la devastante battaglia di Gallipoli, in Turchia, durante la Prima Guerra Mondiale, un agricoltore australiano intraprende un lungo viaggio verso la Turchia alla ricerca della verità riguardo la sorte dei suoi tre figli, dati per dispersi in battaglia. Qui instaura una relazione con una bellissima donna turca, proprietaria dell’albergo in cui alloggia. Animato dalla speranza e forte dell’aiuto di un ufficiale turco, Connor attraversa il Paese sulle tracce dei suoi figli.

Come ammazzare il capo 2” (Horrible Bosses 2, 2014, Usa) Regia Sean Anders – Con Jennifer Aniston, Jason Sudeikis, Jason Bateman, Charlie Day, Chris Pine, Christoph Waltz, Kevin Spacey, Jamie Foxx, Keeley Hazell Commedia – 104 min.

“I Cavalieri dello Zodiaco – La leggenda del grande tempio” (Seinto Seiya: Legend of Sanctuary, 2014) Regia Kei’ichi Sato Animazione – 93 min.

“Ouija” (2014, Usa) Regia Stiles White – Con Olivia Cooke, Ana Coto, Daren Kagasoff, Bianca A. Santos, Douglas Smith, Matthew Settle, Vivis Colombetti, Robyn Lively, Shelley Hennig, Lin Shaye, Claudia Katz, Leigh Bush Horror – 89 min.

Bizzarra e vera storia dell’ingenua pittrice di bimbi dagli occhi immensi (che il marito millantava come opere sue)

big eyes 2(di Marisa Marzelli) Il nuovo film diretto e co-prodotto da Tim Burton, anche se non sta facendo scintille al botteghino americano, ha raccolto tre candidature ai Golden Globes (migliore attrice, Amy Adams; migliore attore, Christoph Waltz; migliore canzone originale, di Lana Del Rey) e una agli Independent Spirit Awards (che promuovono il cinema indipendente) per la migliore sceneggiatura.
Big Eyes è un’opera anomala nella filmografia del regista californiano, noto per fiabe dark e animazione in stop-motion. Intanto perché si rifà ad una storia vera, finita in tribunale; quella della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, diventati famosi negli anni ’60-’70 del secolo scorso. In secondo luogo perché, più della vicenda in sé è intrigante il modo in cui Burton, tra le righe, riflette sul mondo (e soprattutto sulla mercificazione) dell’arte moderna, poco prima che esplodesse il fenomeno della grande commercializzazione profetizzata ed attuata da Andy Warhol.
La vicenda reale è bizzarra e tratta di Margaret (Amy Adams), ingenua casalinga di provincia abile nel dipingere ritratti di bambini dagli enormi occhi tristi, ispirati forse dal viso della figlia. Lasciato il primo marito, madre e figlia arrivano a San Francisco, dove Margaret fa ritratti ai passanti nei mercatini. Qui incontra Walter Keane (Christoph Waltz), uomo tanto affascinante quanto misterioso e manipolatore, che si spaccia per pittore. Dopo il matrimonio, lui cerca di piazzare i quadri della moglie ma le gallerie li rifiutano. Li espone quindi in un bar, dove una sera avviene una rissa, di cui scrive un cronista di gossip (Danny Huston). Un fatterello marginale, ma Walter Keane è abilissimo nello sfruttare l’insperata pubblicità e riesce a creare attorno ai quadretti un enorme interesse mediatico. Quello che oggi, con i media elettronici, definiremmo un effetto virale. I vip comprano i quadri a caro prezzo, tra la gente comune vanno a ruba poster e cartoline, in vendita anche nei supermercati. I Keane diventano rapidamente ricchi e si stabiliscono in una villa con piscina. Ma, siccome i dipinti sono firmati solo con il cognome, l’uomo millanta come sue le opere della moglie. Lei accetta l’imbroglio solo perché il marito l’ha convinta che le donne pittrici non hanno mercato, si vende meglio se la gente ritiene che l’autore sia un uomo. In tempi di femminismo non ancora esploso, la timida Margaret non fa obiezioni e, chiusa in casa, continua a sfornare soggetti più o meno simili, che parte della critica d’arte rifiuta come prodotti kitsch ma che il pubblico, e persino un museo, si contendono. I quadri e Keane sono diventati di moda. Tutto a gonfie vele, finché Margaret, stanca di restare nell’ombra, abbandona il marito e qualche anno dopo lo trascina in tribunale facendogli causa. Il giudice ordina a entrambi di fare in un’ora un nuovo disegno. Walter accampa la scusa di un dolore alla spalla e resta col foglio bianco. Margaret svolge il compito in 53 minuti e vince la causa. Il vero Walter Keane è morto nel 2000, Margaret oggi ha 87 anni e compare nel film in un cameo.
Ben ambientato negli anni in cui il sogno americano era ancora abitato da mogliettine bionde e sottomesse ma stava mettendo le basi la cultura di massa, è proprio su quest’ultimo punto che Big Eyes si fa interessante. Il film, aperto proprio da una dichiarazione di Andy Warhol, secondo il quale i dipinti Keane non potevano essere brutti se piacevano a tanta gente, parla di caccia al successo, degli albori del marketing che si sostituisce al valore dell’opera d’arte e di quella società dell’immagine in cui oggi siamo più che mai immersi. E che fu proprio Andy Warhol a imporre con il trionfo della Pop Art. C’è una scena paradigmatica dove Margaret, al supermercato, vede i poster dei suoi quadri in mostra accanto ai barattoli delle famose zuppe Campbell, che Warhol avrebbe poi reso immortali con le sue riproduzioni in serie.
Ma per il pubblico dei burtoniani doc e degli spettatori distratti, queste finezze dicono poco perché, preso alla lettera, Big Eyes è un film molto tradizionale, appesantito da una voce fuori campo superflua (anche se tipica dell’epoca) e da un’interpretazione di Christoph Waltz sopra le righe. Inoltre, alcuni snodi del racconto non sono chiariti e perché Margaret Keane fosse ossessionata dagli enormi occhi dei suoi bambini dipinti resta un mistero.

Storia del tiratore scelto più famoso d’America (250 nemici eliminati in Iraq) con la retorica d’un western senza tempo

sniper(di Marisa Marzelli) Clint Eastwood e le guerre. È riuscito a raccontare la Seconda Guerra Mondiale sia dalla parte americana (The Flag of our Fathers) che giapponese (Lettere da Iwo Jyma), ma il distacco temporale dai fatti aiuta. Stavolta parla invece alla pancia e al cuore degli americani immersi in un conflitto contemporaneo. Si capisce, negli interstizi, che non condivide tutto ma non può nemmeno distanziarsi troppo dal sentire di un’opinione pubblica molto diversa da quella europea. Non si può pretendere sempre che l’ispettore Callaghan sfoderi una visione liberal. Da qui, una certa ambiguità del film, tratto dall’autobiografia del tiratore scelto più famoso d’America, il texano Chris Kyle, pluridecorato e soprannominato “la leggenda” per aver eliminato oltre 250 nemici (il Pentagono ne ha accreditati solo 160) in quattro missioni in Iraq come supporto alle truppe.
La struttura narrativa è semplice e a tratti si ripete, alternando le azioni belliche e la vita familiare del protagonista. Chris Kyle (interpretato da un Bradley Cooper gonfio di muscoli) è un buon americano. La sua filosofia, inculcatagli sin da piccolo dal padre, è priva di dubbi e sfumature; esistono tre categorie di persone: i predatori, le prede e i protettori (delle prede). Lui sceglie di fare il protettore, mettendo a frutto il talento di una mira perfetta. Dopo l’11 Settembre si arruola, riceve un addestramento alla Full Metal Jacket, va in Iraq e il suo compito è appostarsi sui tetti durante le azioni e sparare ai guerriglieri. Nel frattempo si è sposato con Taya (Sienna Miller) che lo attende trepidante a casa. Corretto (spara solo se è convinto sia necessario) e generoso (si preoccupa per le vite che non riesce a salvare), mette in secondo piano la famiglia solo rispetto alla patria. Dio, Patria e Famiglia, i cardini classici; Eastwood li esalta non senza retorica.
Ma in un film così – impostato su una vicenda reale – conta il significato da cogliere tra le righe.
Intanto, c’è un compendio di quanto il cinema bellico americano ci ha  raccontato. La veste è quella eroica da Seconda Guerra Mondiale, ma filtrano le problematiche del Vietnam (Il cacciatore, Platoon) e citazioni di film famosi sulla guerra in Iraq (Redacted di De Palma e The Hurt Locker della Bigelow, sull’adrenalina da campo di battaglia che dà assuefazione e impedisce “dopo” di tornare alla vita civile). Eastwood mescola tutti questi temi, in apparenza esalta l’eroe ma con qualche perplessità. Ad esempio, per due volte il cecchino (lo sniper del titolo) ha sotto tiro un presunto terrorista, donna o ragazzino, e chiede via libera per sparare. Gli rispondono di decidere lui, perché ha la visione completa della situazione. C’è dunque il concetto della responsabilità individuale da assumersi, l’alto comando se ne lava le mani. Ma il cecchino, lo sguardo su un mondo da far esplodere, diventa in termini cinematografici una metafora più ampia. Si può vedere in American Sniper un western senza tempo in cui è immersa l’America. I “cattivi” sono ancora le ombre rosse indistinte e minacciose, qui sfocate nelle tempeste di sabbia. È l’eterno nemico, non individuale, collettivo; è un’idea. È la paura inconscia del corpo sociale. Che genera il concetto condiviso della “violenza necessaria”.
Infine, quando Kyle torna a casa fatica a riadattarsi alla vita normale, soffre lo stress post traumatico dei reduci (su questo aveva già detto molto Taxi Driver, ma la storia si ripete). Però si prende cura di chi è rimasto ferito, nel corpo o nella mente. E sarà proprio un veterano che lui vuole aiutare ad ucciderlo in un poligono di tiro. Il fatto avviene fuori scena, lo racconta solo una scarna didascalia finale. Il dramma della guerra si trascina anche in patria, conseguenza tragica e taciuta, senza gloria. In questo scatto conclusivo il film cancella tutta l’epopea costruita sin lì.
Basta ad assolvere l’autore da quasi due ore di esaltazione guerresca? Il pubblico americano coglie la critica non urlata?
In origine il film doveva dirigerlo Spielberg. Il regista di E.T. è diventato con gli anni estremamente allineato e istituzionale, forse ne avrebbe fatto un Soldato Ryan salvatore e non da salvare. Non lo sapremo mai. Resta il fatto che Eastwood sembra girare con qualche preoccupazione di poter essere frainteso, i personaggi attorno al protagonista sono unidimensionali e non approfonditi. E poi, suona strano e persino incosciente che durante le operazioni militari il protagonista parli al telefono con la moglie, che sceglie il momento meno opportuno per chiamarlo. Quanto a Bradley Cooper (anche coproduttore insieme a Eastwood), si conferma molto bravo e un tantino ruffiano. Sceglie sempre il personaggio giusto al momento giusto, impedendo alla sua immagine di cristallizzarsi in ruoli ricorrenti.

Una manciata di belle prime per ben cominciare il 2015: dall’infallibile cecchino a una leggendaria frode artistica

DA GIOVEDI 1 GENNAIO  ● 
American Sniper” (2014, Usa) Regia Clint Eastwood – Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Luke Grimes, Max Charles, Jake Mcdorman, Kyle Gallner, Brian Hallisay – Azione – 132 min.
Il texano Chris Kyle parte per l’Iraq e in quattro missioni diventa il cecchino con il più alto numero di uccisioni nella storia americana. Ma anche un eroe infallibile è esposto alle conseguenze di una vita trascorsa al fronte..

“The Imitation Game” (2014, Regno Unito, Usa) Regia Morten Tyldum – Con Keira Knightley, Benedict Cumberbatch, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong, Rory Kinnear, Allen Leech, Tuppence Middleton, Tom Goodman-Hill, Matthew Beard, Steven Waddington – Drammatico, Thriller – 113 min.
Nel 1952, le autorità britanniche entrarono nella casa del matematico, criptoanalista ed eroe di guerra Alan Turing per indagare su una segnalazione di furto con scasso. Finirono per arrestarlo con l’accusa di “atti osceni”, incriminazione che lo avrebbe portato alla devastante condanna per il reato di omosessualità. Le autorità non sapevano che stavano arrestando il pioniere della moderna informatica. Noto leader di un gruppo eterogeneo di studiosi, linguisti, campioni di scacchi e agenti dei servizi segreti, ha avuto il merito di aver decifrato i codici indecifrabili della macchina tedesca Enigma durante la II Guerra Mondiale.

big eyes“Big Eyes” (2013, Usa) Regia Tim Burton – Con Amy Adams (nella foto), Krysten Ritter, Christoph Waltz, Jason Schwartzman, Danny Huston, Terence Stamp, Stephanie Bennett, Heather Doerksen, Andrew Airlie, Jon Polito, Elisabetta Fantone, Emily Fonda – Drammatico – 104 min.
Una delle più leggendarie frodi artistiche della storia. Ha dell’incredibile. Invece è una storia vera. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il pittore Walter Keane raggiunse un enorme e inaspettato successo, rivoluzionando la commercializzazione dell’arte con i suoi enigmatici ritratti di bambini dai grandi occhi. Finché non emerse una verità tanto assurda quanto sconvolgente: i quadri, in realtà, non erano opera di Walter ma di sua moglie, Margaret.

“Si accettano miracoli” (2014, Italia) Regia Alessandro Siani – Con Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Ana Caterina Morariu, Serena Autieri, Giovanni Esposito, Maria Del Monte, Paolo Triestino, Giacomo Rizzo – Commedia – 110 min.

“Il Postino Pat” (Postman Pat: The Movie, 2014, Regno Unito, Usa) Regia Mike Disa – Animazione – 88 min.