Sarzana per tre giorni palcoscenico di creatività. Argomento: la rete. In tutte le sue accezioni, nelle discipline più diverse

SARZANA (La Spezia), mercoledì 19 luglio – La XIV edizione del Festival della Mente, primo festival in Europa dedicato alla creatività e alla nascita delle idee, si svolgerà a Sarzana dal 1 al 3 settembre:
www.festivaldellamente.it
Tre giornate con 65 relatori italiani e internazionali e 41 appuntamenti tra incontri, workshop, spettacoli e momenti di approfondimento culturale, che trasformeranno la cittadina ligure in un palcoscenico della creatività. Filo conduttore di questa edizione, sul quale si confronteranno scienziati, filosofi, scrittori, storici, artisti, psicoanalisti, designer, antropologi, è la rete. Il tema sarà analizzato da diversi punti di vista e attraverso ambiti e discipline differenti, per consentire al pubblico di approfondire i temi più attuali della contemporaneità, sempre con un linguaggio chiaro e accessibile a tutti.
Rete è un concetto che racchiude molteplici significati e può essere declinato in molti modi“, dichiara la direttrice Benedetta Marietti. “Dal web alla rete intesa come insieme di relazioni umane; dalle reti che ci ingabbiano e imprigionano all’esplorazione delle reti neurali nelle neuroscienze; dalla rete della solidarietà fino all’importanza della rete nella biologia, nella fisica, nella matematica, e perfino nello sport. Attraverso l’indagine di un tema è così possibile affrontare argomenti e campi diversi del sapere, dalle più recenti scoperte scientifiche agli ambiti di pensiero artistico e umanistico, in linea con la vocazione multidisciplinare e divulgativa del Festival della Mente“.

ALCUNI TEMI TRATTATI

La rete può essere considerata un sistema di relazioni pregresse che creano impedimenti, coazioni e nevrosi, automatismi e pregiudizi, rituali e ossessioni; lo scrittore Michele Mari ne fornisce un vasto campionario: precetti, tabù, schiavitù del feticismo e del collezionismo, pesanti eredità letterali e metaforiche, tare ataviche.

Il maestro elementare Franco Lorenzoni porta al festival l’esperienza della sua Casa-laboratorio di Cenci ad Amelia, in Umbria, un luogo di ricerca educativa e artistica molto speciale.

La rete dei legami sociali ha, secondo Freud, come sua mitica condizione di fondo, l’uccisione del padre e la nascita del tabù; il nostro tempo sembra invece sbarazzarsi di ogni forma di divieto. Lo psicoanalista Massimo Recalcati indaga cosa ci insegnano i tabù e quanti ne esistono ancora al mondo.

Il matematico Paolo Zellini assieme allo scrittore e divulgatore scientifico Marco Malvaldi analizza “La Rete come struttura matematica.

In che modo il digitale sta influenzando la filosofia profonda che sta dietro il nostro pensiero? Che cosa succede alle nostre idee più radicate quando il mondo passa da una mentalità meccanicistica a una abituata al concetto di rete? La tecnologia, risponde il filosofo Luciano Floridi, formatta il nostro modo di pensare. E la tecnologia dell’informazione lo fa in modo ancora più radicale.

La neurologa Marilù Gorno Tempini, che dirige il laboratorio di neurobiologia del linguaggio dell’Università della California di San Francisco, parla della dislessia.

Con l’avvento dei Lumi, ricorda la francesista Benedetta Craveri, la conversazione diventa una rete di informazione, uno dei principali laboratori dell’opinione pubblica.

Uno dei pregiudizi più comuni quando si parla di televisione è l’idea che essa sia un mezzo di comunicazione standardizzato, ripetitivo e di scarsa originalità. L’esperto di media Massimo Scaglioni assieme ad Axel Fiacco, ideatore di format per il piccolo schermo, svelano i meccanismi nascosti della creatività televisiva.

“Alla ricerca della rete perduta” è il titolo dell’incontro con Darwin Pastorin, che racconta storie e aneddoti del mondo… del calcio attingendo alla sua lunga esperienza di cronista sportivo.

Il maestro Omer Meir Wellber dialoga con il direttore artistico Paolo Gavazzeni spiegando come mai l’esecuzione di uno stesso brano musicale risulti essere sempre diversa.

ALCUNI SPETTACOLI (ANCHE IN ANTEPRIMA)

Torna quest’anno la trilogia dello scrittore e studioso del pensiero antico Matteo Nucci, accompagnato da letture dell’attrice Valentina Carnelutti. Il tema indagato è “La rete di Eros” in tre incontri dedicati alla seduzione (venerdì), al tradimento (sabato) e alla riconquista (domenica).

Massimo Recalcati porta in anteprima a Sarzana la prima tappa dello spettacolo “Il segreto del figlio”: un figlio è un’esistenza unica, distinta da quella dei genitori. Contro ogni autoritarismo, Recalcati, accompagnato dalle letture dell’attrice Federica Fracassi e da un coro di voci bianche, afferma il diritto del figlio a custodire il segreto della sua vita e del suo desiderio.

“Gorla fermata Gorla”: la tragica vicenda della scuola Francesco Crispi di Gorla, colpita durante la Seconda Guerra Mondiale da una bomba che uccise 184 bambini, è raccontata dall’emozionante voce dell’attrice Giulia Lazzarini insieme a due giovani attori, Federica Fabiani e Matthieu Pastore.

La sezione per bambini e ragazzi, curata da Francesca Gianfranchi, sarà poi un vero e proprio festival nel festival con 31 protagonisti e 22 eventi (con 45 repliche).

(Dal comunicato stampa)

Arte, musica e tecnologia a Venezia. Tre anni per tre grandi. Apre Giotto (2017), poi Canova (2018), Raffaello (2019)

VENEZIA – La grande mostra multimediale MAGISTER GIOTTO, in occasione delle Celebrazioni dei 750 anni dalla nascita GIOTTO (Colle di Vespignano 1267 – Firenze 1337), è la prima delle tre esposizioni che compongono la trilogia MAGISTER – annualmente dedicate a grandi Maestri dell’arte italiana: GIOTTO (tardo Medioevo), CANOVA (Neoclassico, estate 2018) e RAFFAELLO (Rinascimento, estate 2019), negli spazi della monumentale Scuola Grande della Misericordia di Venezia, dal 13 luglio al 5 novembre 2017. Il progetto espositivo – di alto rigore scientifico e impegno scenografico e filmico – fa parte del format MAGISTER – prodotto da Cose Belle d’Italia Media Entertainment per promuovere il pensiero e l’arte italiana a livello internazionale. Ogni mostra prevede la collaborazione di Comitati Scientifici costituiti dai principali studiosi di ogni artista per coniugare in maniera originale e innovativa ricerca artistica e tecnologia multimediale con le ulteriori collaborazioni di autori della cultura italiana, come musicisti, scrittori, attori, scenografi per creare percorsi culturali unici e contemporanei.
La mostra MAGISTER GIOTTO ha la direzione artistica di Luca Mazzieri, autore e regista, e la direzione  esecutiva di  Alessandra Costantini, architetto e progettista.
La mostra è allestita negli ampi spazi della Scuola Grande della Misericordia – per un totale di 28.000 metri cubi (il secondo spazio veneziano per ampiezza dopo Palazzo Ducale). Il percorso espositivo (della durata di circa 45 minuti) si snoda tra il piano terra e il primo piano, nei quali il visitatore, è accompagnato dalla voce di Luca Zingaretti per la narrazione dei testi, e dalla drammaturgia musicale originale del compositore contemporaneo Paolo Fresu.
La produzione artistica di Giotto è narrata attraverso un percorso verbale – visivo – musicale nel quale verrà spiegata ed approfondita la rivoluzione compiuta dalla sua opera nel tardo Medioevo, che ha rinnovato l’arte occidentale aprendo la strada al Rinascimento verso l’età moderna.
Scuola Grande della Misericordia, Sestiere Cannaregio 3599 – 30121 Venezia
www.magistergiotto.com
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Konrad Mägi, un inquieto giramondo, difficile e insofferente, ma capace di trasmettere con il colore gioia e ottimismo

ROMA – In concomitanza con l’avvio del Semestre di Presidenza Estone dell’Europa, l’Eesti Kunstimuuseum – Museo nazionale d’arte, Estonia e l’Ambasciata dell’Estonia in Italia promuovono, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la prima ampia mostra europea su Konrad Mägi (1878 – 1925), uno dei maggiori artisti del Novecento estone.Per il pubblico italiano Mägi sarà una clamorosa riscoperta. Per molti versi Mägi resta un artista e un uomo difficile da collocare negli “ismi” di quegli anni. Si confronta con tutti, nelle sue opere ne sfiora alcuni, l’espressionismo fra tutti, ma non ne fa proprio nessuno. Così come non si appiattisce, pur amandola, sulla tradizione artistica estone. È un artista originale, unico nel panorama continentale del momento. Anche perché del tutto personale era il suo approccio con la pittura, arte con la quale si misurò per meno di un ventennio, a partire dal 1906 quando, abbandonata la scuola a San Pietroburgo, si rifugiò alle Isole Åland, in quella che era una specie di comune di musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi. Poi il soggiorno a Parigi, quello in Normandia e, ancora, in Norvegia. Uomo fortemente irrequieto, problematico, instabile, Mägi torna in Estonia a partire dall’estate del 1912. Qui fu uno dei rifondatori di Scuola d’Arte di Pallas, che diventa un campus per decine di artisti. L’ambiente naturale di Saaremaa, dove soggiornò per periodi alle terme, risultò straordinariamente consono alla sua pittura. A stimolarlo non era la visione romantica, sentimentale della natura, ma la percezione del paesaggio, di boschi, prati e acque, colti come potente sintesi di bellezza e potenza. Pochi anni e Mägi viene colto da nuova irrequietezza e, ai primi del 1920, ricomincia a peregrinare in Europa. Visita Venezia, Capri e Roma. Il sole, la luce, i colori del Mediterraneo sembrano catturarlo ma l’artista continua a misurarsi con i problemi di una complessa vicenda umana, in costante difficile equilibrio. La morte prematura, nel 1925, conclude l’esistenza d’un artista intenso, complesso, difficile, eppure capace di trasmettere, con i suoi quadri, allegria, positività, gioia, in un trionfo di colori brillanti e potenti, sia negli amatissimi paesaggi sia nei potenti caratteri dei ritratti.
Info:
lagallerianazionale.com

Grandi del passato e contemporanei a confronto con l’opera di Marino Marini. Una prima restrospettiva in dieci sezioni

PISTOIA Con il titolo “Marino Marini. Passioni visive” la Fondazione Marino Marini propone, del Maestro, la prima retrospettiva. L’esposizione, che si terrà in Palazzo Fabroni a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, si presenta come uno dei momenti di punta delle Celebrazioni di Pistoia Capitale italiana della Cultura 2017. Dopo Pistoia, la mostra si trasferirà alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dal 27 gennaio al 1 maggio 2018. “Manca ancora, nella vicenda espositiva e nella letteratura scientifica su Marini, un serio lavoro di contestualizzazione storica e stilistica della sua ricerca di scultore“, afferma la Direttrice della Fondazione Maria Teresa Tosi. “Lo stato odierno degli studi sembra richiedere questa prospettiva: l’unica che può restituire all’artista la sua posizione di assoluto rilievo nella vicenda del modernismo novecentesco internazionale. Da qui è nata l’idea di questa mostra che vuole ripercorrere tutte le fasi della creazione artistica del Maestro, dagli anni Venti agli anni Sessanta”.  La mostra si articola in dieci sezioni, tutte caratterizzate dal raffronto tra le opere dello scultore pistoiese e quelle di altri grandi del passato o di suoi contemporanei. Nella prima i suoi busti degli esordi sono affiancati a canopi etruschi e a busti rinascimentali; mentre il “Popolo”, la terracotta del 1929 che fu un passaggio determinante della sua svolta arcaista, si misura con una testa greco-arcaica da Selinunte e con un coperchio figurato di una sepoltura etrusca.
Verso la metà degli anni Trenta Marini si concentra sul soggetto del nudo maschile e ne trae una serie di lavori destinati a lasciare un segno nella scultura europea, come evidenzia il raffronto con opere capitali del medesimo tema di Arturo Martini e Giacomo Manzù. Negli stessi anni, Marini reinventa il significato stesso del ritratto scultoreo, attingendo ai modelli del passato, specialmente all’arte egizia, da cui desume la lezione di una volumetria pura, intrinsecamente monumentale. Le “Pomone” e i nudi femminili, che lo scultore realizza partendo da una originale e misurata rielaborazione del classicismo post-rodiniano, si confrontano in mostra con i nudi di Ernesto De Fiori e di Aristide Maillol, le maggiori proposte europee del tempo nella difficile partita di trasformare il corpo femminile in una forma astratta. La sala dedicata ai ritratti del dopoguerra proporrà confronti con teste di civiltà antiche e teste di scultori contemporanei.
Info:
www.fondazionemarinomarini.it

Prima retrospettiva alla riscoperta d’un artista “dimenticato”: Francesco Verla, un protagonista del Rinascimento veneto

TRENTO – A mezzo secolo dalla pubblicazione dell’unica indagine sull’artista, allora curata da Lionello Puppi, il Museo Diocesano Tridentino propone la prima retrospettiva su Francesco Verla (1470 – 1521). “È un risarcimento dovuto a un grande protagonista del Rinascimento tra Veneto e Trentino, a torto dimenticato”, afferma Domenica Primerano, Direttrice del Tridentino. Nelle sale del Museo Diocesano (che valgono da sole la visita) si potrà, per la prima volta, vedere riunita la gran parte delle opere di Verla: dalle soavi pale d’altare ispirate all’“aria angelica et molto dolce del Perugino” ai fregi a grottesche, di cui era uno specialista. L’esposizione avrà inoltre un’articolazione sul territorio con i cicli affrescati nella chiesa di San Pantaleone a Terlago e sulle facciate di Casa Wetterstetter a Calliano. A dar conto di un artista tutt’altro che secondario nell’arte italiana ed europea a cavallo tra Quattro e Cinquecento, “alfiere del Rinascimento” in territorio alpino.
www.museodiocesanotridentino.it

Un secolo “breve”, ma tra i più fecondi e tumultuosi dell’arte italiana, iniziato tragicamente con la catastrofe della guerra

VIAREGGIO – La Fondazione Matteucci per l’Arte Moderna propone, nella sua sede accanto al Lungomare di Viareggio, dal 7 luglio al 5 novembre prossimi, una mostra di singolare interesse, dal titolo “Il secolo breve” (si richiama al celebre saggio pubblicato nel 1994 da Eric Hobsbawm). Il sottotitolo della Mostra, “Tessere di ‘900”, vuole invece dar conto di una esposizione che propone una serie di testimonianze del Secolo trascorso: tessere d’un mosaico che, letto nel suo insieme, evidenzia un periodo artistico tra i più fecondi e creativamente tumultuosi dell’arte italiana. Un buon numero delle 50 opere riunite per la mostra proviene da collezioni private, esposte al pubblico per la prima volta. Nel percorso espositivo, concepito da Susanna Ragionieri, le nature morte di Thayat, Balla, Severini e De Pisis emergono per il sentimento di classicità di cui sono pervase, mentre le figure di Spadini e Campigli si contrappongono, pur nella comune impronta parigina, per l’evocazione di un passato colto e dal cuore antico. Il paesaggio, infine, si offre nei volti più variegati attraverso le suggestive visioni di Rosai, Lloyd, Guidi e Paresce, a cui si  aggiungono Morandi, Guttuso, Viani e De Chirico. Eric Hobsbawm, in “Il secolo breve”, condensa il Novecento in tre periodi, non esitando ad indicare il primo, compreso tra il 1914 e il ’45, come quello della “catastrofe” per le ferite sociali e le crisi economiche, ma fecondo, rivoluzionario e ricco di fermenti. Portando la lancetta del tempo al 1909, all’alba di quello che qualcuno ha definito anche “il secolo delle speranze deluse”, quando Marinetti pubblica su “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo, ci si avvede che la pittura italiana, lasciatasi alle spalle la lezione degli Impressionisti e di Cézanne, si apre ad uno dei momenti più dirompenti e felici, una trasformazione visiva scaturita dallo stesso Futurismo e dalla Metafisica, nonché al recupero della forma operato da Novecento, movimento che, riallacciandosi alla tradizione, ha elaborato una nuova idea figurativa in grado di dialogare con il presente.
Centro Matteucci per l’Arte Moderna – via G. d’Annunzio, 28 – Viareggio.
Dal 7 luglio al 5 novembre
www.cemamo.it

Monaco, Vienna, Praga e Roma. Ora, per la prima volta, le quattro Secessioni in un unico panorama storico-artistico

ROVIGO – Negli ultimi anni in Italia il tema delle Secessioni è stato indagato e presentato in rassegne prevalentemente dedicate al singolo episodio viennese e a quello romano. “Secessione. Monaco Vienna Praga Roma. L’onda della modernità”, la mostra a cura di Francesco Parisi in programma a Rovigo, a Palazzo Roverella, dal 23 settembre al 21 gennaio 2018, propone per la prima volta un panorama complessivo delle vicende storico-artistiche dei quattro principali centri in cui si svilupparono le Secessioni: Monaco, Vienna, Praga e Roma. Evidenziando differenze, affinità e tangenze dei diversi linguaggi espressivi nel primo vero scambio culturale europeo, basti pensare a Gustav Klimt e a Egon Schiele che esposero alle mostre della Secessione Romana o a Segantini che partecipò alle annuali mostre viennesi. Nella rassegna vengono messi in evidenza gli esiti modernisti della secessione monacense, il trionfo del decorativismo della secessione viennese, il visionario espressionismo del gruppo Sursum praghese fino al crocevia romano e alla sua continua ricerca di una via altra e diversa. L’esposizione promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, si avvale della prestigiosa collaborazione delle principali istituzioni museali europee, dall’Albertina di Vienna alla Klimt Foundation, dal Museo Villa Stuck di Monaco alla Narodni Galerie di Praga e di altre importanti collezioni museali europee.
Scandita per sezioni tematiche dedicate alle singole città europee, la mostra si apre, cronologicamente, con la Secessione di Monaco.Quando, nel 1892, apparve sulla scena, non presentava una fisionomia ben definita e specifica, ma presto avrebbe assunto quel taglio modernista che sarà definito Jugendstil, titolo derivato dalla rivista «Jugend» che ospitò le illustrazioni della giovane bohème monacense. Al movimento aderirono Franz von Stuck, Anders Zorn, Max Klinger, Max Liebermann, Ludwig von Hofmann.
La Secessione di Vienna si formò nel 1897 e rappresentò, sin dal suo esordio, l’evoluzione e il superamento di tutte le formule allora esistenti, incluso il simbolismo. Sostenuto dallo scrittore Ludwig Hevesi e dal pittore Gustav Klimt.
La Secessione di Praga prese forma in una serie di gruppi di artisti più o meno organizzati, che a partire dal 1890 si ritrovarono a manifestare le loro idee in aperto contrasto con l’arte ufficiale boema. Dato il grande sviluppo dell’illustrazione, del disegno e dell’incisione, circa un terzo dell’intera sezione sarà costituito da opere su carta.
La Secessione di Roma (1913-1916) aveva una formula diversa, quella dell’esposizione libera e “giovane” che permetteva al suo interno, seppur con alcune limitazioni, lo svilupparsi di linguaggi differenti. La Prima Esposizione Internazionale della Secessione fu l’occasione per vedere in mostra per la prima volta opere di Matisse e dei post-impressionisti, mentre l’anno successivo, alla II Esposizione, accanto a Cézanne e Matisse, furono presenti Klimt e Schiele.
Info:
www.palazzoroverella.com

 

Grande festa al Piccolo Teatro per i suoi giovani 70 anni. Ricordiamo i critici che hanno contribuito alle sue glorie

MILANO, lunedì 15 maggio ► (di Paolo A. Paganini)Non vogliamo offrire soltanto uno svago né una contemplazione oziosa e passiva: amiamo il riposo non l’ozio; la festa non il passatempo… Il teatro resta quel che è stato nelle intenzioni dei suoi creatori: il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale…”.
Così Paolo Grassi e Giorgio Strehler firmavano il programma di sala dell'”Albergo dei poveri”, di Massimo Gorki. Un programma di fede e coerenza, rispettato da Strehler fino alla morte.
Era il 14 maggio 1947. In scena, tra gli altri, Marcello Moretti, Lilla Brignone, Lia Zoppelli, Gianni Santuccio, Mario Feliciani, Elena Zareschi, Antonio Battistella, Tino Bianchi, Salvo Randone, e Giorgio Strehler, che suonava la fisarmonica nei panni del calzolaio Alioscia… Regia, traduzione e adattamento di Giorgio Strehler.
Sull’angusto palcoscenico del Broletto, appena nato fra le mura di un luogo di dolore e di terrore, fra quelle pareti ancora macchiate di sangue, su quell’angusto palcoscenico, dicevamo, c’erano già i nomi di mezzo teatro italiano del dopoguerra.
La sua edizione è fra quelle che si ricorderanno…”, commenterà Giancarlo Vigorelli sull'”Europeo”.
C’è una intrepretazione massimalista tendente a sottolineare i valori polemici sociali… Uno spettacolo denso, serrato, condotto alla significazione profonda e alla minuzia descrittiva. Strehler ha anima sensibile oltre che tecnica ferma…”: così sottolineerà Silvio Giovaninetti su “Ovest”.
La rivelazione di una estrema autorità… Tutti gli attori eccellenti, merito della regia, ma anche sacrosanto merito degli attori, tra cui si allineavano alcuni degli interpreti più vivi, più intelligenti, meno affaticati dal mestiere ed impigriti dai facili successi che il nostro teatro abbia la fortuna e l’onore di possedere…”, concludeva Gian Maria Guglielmino su “Sipario”.

Un momento dei festeggiamenti il 14 maggio

Da allora, tanti fatti, avvenimenti, storie, vittorie e delusioni si sono avvicendati nel nostro quotidiano. Un lungo corteo di luci e ombre ha accompagnato questi 70 anni di vita civile, politica, culturale, artistica. Ma sono stati soprattutto 70 anni di amore, di entusiasmo, che il Piccolo Teatro ha saputo mantenere e rispettare, partendo da quell’epica evangelizzazione artistica e sociale così solennemente annunciata, come una specie di giuramento sul Vangelo, da Strehler e Grassi nel 1947.
Sarebbe bello, e forse doveroso, ricordare quanti hanno contribuito al successo di questi 70 anni di spettacoli. In piccola misura, ci piace ricordare almeno quanti hanno dedicato milioni di parole e di fatti in fatiche notturne in gloria dello Stabile milanese: i Nostri Signori Critici.
Sì, Via Rovello ha dedicato un solenne memorial a Roberto De Monticelli, scrittore, saggista e critico teatrale del “Corriere della Sera”, nel trentennale della sua scomparsa (1987). In un certo senso, li ha rappresentati tutti, i critici, che da allora hanno dedicato le loro cronache agli spettacoli del Piccolo Teatro. Forse tutti quei nomi stanno già uscendo dall’archivio mnemonico dei cultori di teatro. Ricordiamoli, secondo l’anno della scomparsa, assegnando loro il posto che hanno meritato negli annali del Piccolo. A cominciare da quel 1987, nel trentennale di De Monticelli.

Carlo Terron (1991), già primario dell’Ospedale psichiatrico di Verona, e poi drammaturgo e fulgido critico della milanese “La Notte” dal 1955 al 1977. Responsabile dei programmi Rai della prosa, fin dal periodo sperimentale del 1952.

Giorgio Polacco (triestino come Strehler), morto nel 1992 in un incidente sulle sue amate Dolomiti. Critico del “Piccolo” di Trieste, collaboratore negli uffici stampa sia dello Stabile triestino sia del Piccolo di Milano. “… Il più fantasioso, il più sregolato, il più imprevedibile e il più acuto della banda dei triestini“, lo ricorderà affettuosamente l’amico Strehler.

Odoardo Bertani (1999), un bolognese dal tratto sempre impeccabilmente signorile e ironico, storico del teatro, saggista e critico di “Avvenire”.

Ugo Ronfani (2009), dopo una lunga permanenza a Parigi come corrispondente artistico culturale, critico, romanziere, vice-direttore del “Giorno”, fondatore di “Histrio”.

Franco Quadri (2011), già direttore della Biennale di Venezia (1983/1988), critico di “Repubblica”, “Sipario” e “Panorama”; editore di Ubulibri, direttore del “Patalogo”.

Gastone Geron (2012), gioviale veneziano, giornalista prima al “Gazzettino”, poi cofondatore, con Indro Montanelli, del “Giornale”, di cui fu arguto e profondo critico teatrale. Era considerato uno dei massimi conoscitori dell’opera goldoniana.

Carlo Maria Pensa (2014), critico e drammaturgo, specie di commedie meneghine scritte per Piero Mazzarella. Giornalista del “Corriere Lombardo”, di “Epoca”, e direttore di “Bella Italia”.

Domenico Rigotti (2014), per quasi cinquant’anni critico di teatro e balletto di “Avvenire”. Studioso di rara coerenza morale, era un curioso e meticoloso scavalca montagne teatrale alla ricerca degli spettacoli più meritevoli di conoscenza e divulgazione.

A questi, e ad altri carissimi amici e critici, va il nostro tributo di riconoscenza e di ricordo. Simbolicamente c’erano anche loro, ieri sera nel chiostro di Via Rovello a festeggiare in gioiosa letizia i 70 anni del Piccolo Teatro. Un bicchiere alla memoria.

Celebrazioni di Monteverdi a Cremona per tutto il 2017. Nel 450esimo della nascita. E Caravaggio gli fa compagnia

CREMONA, sabato 8 aprile ► (di Paolo A. Paganini) Anche Caravaggio, che pur cremonese non era, è sceso generosomante in campo per dare una mano a una delle più imponenti manifestazioni celebrative che italica città possa dedicare a un amatissimo figlio: Claudio Monteverdi (Cremona 1567 – Venezia 1643), compositore e precoce genio musicale. Ancora quindicenne pubblicò “Sacrae cantiunculae” a tre voci, e poi, via via, di anno in anno, celebri canzonette e madrigali, fino al suo trionfale “Orfeo” del 1607 e fino a quel sopravvissuto “Lamento”di Arianna. Gran parte della produzione teatrale monteverdiana è andata perduta. Ma tra il raffinatissimo “Orfeo”, il “Ritorno di Ulisse in Patria” e “L’incoronazone di Poppea”, così intensi e “moderni”, nel toccare inusuali corde del sentimento, tali da mover gli affetti, ce n’è d’avanzo per giudicare la rivoluzionaria opera monteverdiana, come superamento della retorica madrigalistica del belcantismo barocco, seppur rispettata, da Monteverdi, ma sublimata in creazioni d’ineguagliabile grandezza.
E ce n’è d’avanzo per far sì che la città di Cremona sia giustamente riconosciuta come patria, per antonomasia, di Monteverdi (e del violino).
Ma cosa c’entra Caravaggio? Niente. Né per generi d’arte, uno musicista, l’altro pittore, né per indole. Monteverdi era poco propenso ad avventurarsi in incognite di novità e di viaggi, anche se il duca Vincenzo Gonzaga riuscì a trascinarlo con sé nella campagna d’Ungheria e nelle Fiandre, così utili però per far maturare in lui nuovi e più intensi orientamenti musicali, specie nellaconoscenza delle recenti arie di corte di gusto francese.
Caravaggio, invece, realista e spregiudicato avventuriero in vita e in morte (Bergamo 1571 – Paludi Pontine 1610), ribelle e violento, fra risse, torbide storie e condanne, scardinatore di tutte le mode pittoriche dell’epoca, dispregiatore di preconcetti e di barocchistiche liturgie dell’arte del colore, si dedicò a più cronacistiche narrazioni della realtà, con disincantata violenza, senza infingimenti o decorativi abbellimenti più o meno ideologicizzanti. E ben più che da santi e madonne era attratto da giocatori di carte e da bari, da “donne morte e gonfie” (“La morte della Vergine”). Dal dramma della vita, insomma, così com’era. Fuggì da Roma, fuggì da Malta, fuggì da Napoli, fuggì da Milano, ma dopo di lui la pittura non fu più uguale. Trionfò il caravaggismo, con i suoi angoscianti neri, con le sue abbacinanti lame di luce di ambigua luminosità.
Dunque, a parte una coincidenza coeva, cosa c’entra Caravaggio con la patria del violino e con Monteverdi?
Niente.
O, meglio, c’entra nel senso che, per le celebrazioni cremonesi dedicate ai 450 anni dalla nascita del musicista, è stata assunta, come simbolico logo, la famosa opera di Caravaggio, “Il suonatore di liuto”, che forse non è nemmeno del Caravaggio, ma teniamola per buona, e, comunque, è ben pensata.
E così, nel nome dei due artisti”, “Monteverdi e Caravaggio”, tutto il 2017 vedrà una serie imponente di manifestazioni, che collocano Cremona, anche fuor di confini, al centro dell’italica musicalità, con conferenze, incontri, esposizioni museali, concerti.
A cominciare dal Museo del Violino. In un trionfo di storiche viole da gamba e da braccio e di violini d’epoca, diventa l’emblematico percorso delle celebrazioni monteverdiane: e, nell’ultima delle tre sale sala, la visisione propiziatoria del “Suonatore di liuto” (8 aprile – 23 luglio). In particolare si potranno ammirare gli strumenti originali utilizzati, 410 anni fa, per la prima dell’Orfeo, e cioè: “duoi gravicembali, duoi contrabassi de viola, dieci viole da brazzo, un’arpa doppia, duoi violini piccoli alla francese, duoi chitaroni, duoi organi di legno, tre bassi da gamba, quattro tromboni, un regale, duoi cornetti, un flautino alla vigesima seconda, un clarino con tre trombe sordine”.
E qui, venerdì 7 aprile, si sono ufficialmente aperte le manifestazioni monteverdiane con un applaudito concerto del soprano Roberta Invernizzi e di Franco Pavan alla “tiorba”, storico strumento a corde della famiglia dei liuti, in un repertorio di preziose arie d’epoca, nel magnifico auditorium “Giovanni Arvedi”, presso il Museo del Violino, fra i più belli d’Italia.
Ma un ricco e articolato cartellone di manifestazioni caratterizzeranno tutto un anno 2017.
Il 5 maggio inaugurazione con l’Orfeo dell’Accademia Bizantina; il 20 dello stesso mese, Jordi Savall si esibirà in un concerto intitolato Istanbul; ancora, il 27maggio, uno spettacolo unico nel suo genere, le marionette della Compagnia Carlo Colla, accompagnate dalla musica de Il ballo delle ingrate e Il combattimento di Tancredi e Clorinda; e John Gardiner, il 24 giugno, dirigerà il Vespro della Beata Vergine nella cornice del Duomo.
Oltre alla mostra del Museo del Violino, va inoltre segnalata, dal 20 aprile al 31 dicembre 2017, nella Sacrestia della Chiesa S. Abbondio, la mostra Monteverdi tra Cremona, Mantova e Venezia, a cura dell’Archivio di Stato di Cremona con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Mantova e dell’Archivio Diocesano di Cremona.
Nella seconda parte dell’anno le celebrazioni monteverdiane proseguiranno con una mostra alla Pinacoteca, dal 6 ottobre al 6 gennaio 2018, dedicata ad una delle figure di eccellenza del panorama figurativo del barocco nell’Italia settentrionale: Genovesino tra le eleganze del barocco e il naturalismo del Caravaggio.

Per un più completo calendario delle celebrazioni monteverdiane, per maggiori informazioni e prenotazioni:
www.monteverdi450.it