Inquisizione: roghi e torture a eretici e streghe. Fra epidemie e castighi divini. “E chi non beve con me, peste lo colga!”

(di Paolo A. Paganini) L’Inquisizione, creata come istituzione della Chiesa cattolica contro le deviazioni teologiche e dottrinali dei movimenti ereticali e in nome dell’ortodossia religiosa, si formalizzò già con il Concilio di Verona, presieduto, nel 1184, da Papa Lucio III e dall’Imperatore Federico Barbarossa, attraverso la costituzione “Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem”. Lo scopo era soprattutto la repressione del movimento dei catari, che credevano in un mondo dominato dal male, contrapposto al bene di Dio, e negavano l’incarnazione di Cristo. Si erano diffusi nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale.
In seguito, nel 1252, con la bolla “Ad extirpanda”, Papa Innocenzo IV autorizzò la tortura degli eretici, ritenuti colpevoli dall’autorità religiosa e perché rendessero anche all’autorità civile una completa confessione, indicando altri eretici.
Successivamente l’uso della tortura venne esteso anche nella lotta contro la stregoneria.
Con molte esagerazioni storiche e narrative, si scatenò una feroce caccia a streghe, stregoni ed eretici. Il “tribunale dell’Inquisizione”, strumento d’ordinario e frequente utilizzo, processò disinvoltamente sia sospettati di eresia, il più delle volte disgraziati ignoranti e analfabeti, sia presunte streghe, donnette isteriche e superstiziose, magari ignare di stregonerie, riti occulti, misteriosi incantesimi, pratiche orgiastiche, sabba e sortilegi, sia sprovvedute fanciulle ritenute dedite alla magia nera e condannate al rogo, o alla cosiddetta “ordalia dell’acqua”, cioè legate e gettate in un fiume. Se galleggiavano, voleva dire che erano possedute dal demonio, se andavano a fondo significava che erano innocenti…
Dopo secoli di storia, l’Inquisizione (l’Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV nel 1478, e andrà ricordato almeno il primo grande inquisitore, Tomás de Torquemada, priore e confessore del convento domenicano di Santa Cruz; e l’Inquisizione romana, o sacra romana e universale Inquisizione, o Sant’Uffizio, istituita da Papa Paolo III nel 1542, contro la Riforma protestante) è ancora un capitolo di oscura e faticosa comprensibilità.
Qualche cifra, relativa al numero delle vittime condotte al rogo nella cosiddetta “caccia alle streghe”: in tre secoli si ipotizza che si aggirasse intorno a 60.000 esecuzioni, l’80% donne (dopo 110.000 processi, celebrati dai tribunali dell’Inquisizione e, in maggior numero, dai tribunali civili).
Citeremo almeno, tra i più famosi processi celebrati dal tribunale dell’Inquisizione, quello a carico di Giordano Bruno, condannato al rogo; quello a Galileo Galilei, condannato per eresia e con l’abiura delle sue concezioni astronomiche; e i cinque drammatici processi, con applicazione della tortura, al filosofo, teologo e frate domenicano Tommaso Campanella.
Va comunque detto, nonostante il cumulo di atrocità, persecuzioni, torture e condanne capitali del tribunale dell’Inquisizione, che non corrisponde al vero che tutti gli inquisitori fossero feroci e fanatici. Molti erano persone oneste, dotte e irreprensibili, impegnate a correggere e far rientrare gli imputati nell’ambito dottrinale della Chiesa, e spesso le sentenze dell’Inquisizione si concludevano con l’assoluzione dei sospettati.
In realtà, in nome del fervore cattolico, l’Inquisizione non solo mirava a combattere le eresie, ma anche a controllare le masse, a dominarle e a limitarne eccessi e libertà, con mano pesante e attraverso la complice e solidale azione dei tribunali laici. Un compito non difficile, grazie all’ignoranza del popolo e a creduloni fanatismi.
Al di sopra delle deviazioni religiose e delle vere o presunte pratiche stregonesche, tutto però passava in secondo piano quando l’esistenza di tutti, laici o religiosi, ricchi o poveri, giovani o vecchi, veniva sconvolta da calamità naturali e soprattutto da eventi epidemici, inarrestabili ed infettivi, come il vaiolo, il colera, la peste, che contagiarono milioni di persone in tutta Europa.
Ovviamente, le pur ricorrenti e disastrose epidemie fornirono tremebonde occasioni di infuocati ammonimenti religiosi e minacce di punizioni eterne, con le quali francescani e domenicani convincevano a pentirsi dei peccati, per salvarsi almeno l’anima se non il corpo. E, dai pulpiti, terribili pene, infernali punizioni, condanne di eterne sofferenze venivano prefigurate a fedeli in silenzio e sbigottiti: tutti peccatori e responsabili del male universale, ma ora decisi al pentimento, a severe pratiche penitenziali, a sofferti mea culpa…
L’antica arte degli scrupoli morali, dei tabù e dei complessi di colpa, creati da parroci di spiccia catechesi, da scrupolosi confessori di campagna e da sentenziosi vegliardi d’antica saggezza, hanno turbato l’anima di intere generazioni che se li son portati dentro tutta la vita, in un tormento d’immaginifiche colpe e di presunti peccati mortali. Retaggio morale, che ha attraversato secoli di storia, giungendo, per assurdo, fino a noi, con liberi pensatori bollati come senza Dio, o cinici comunisti che mangiavano i bambini…

LA PESTE

Fin dal Medioevo – ed ancor prima – le imponenti masse di ignoranti, straccioni e denutriti venivano contagiati dalla più tragica delle maledizioni, dal più terribile dei morbi, la peste, la “morte nera”. Questo flagello, fra i più letali che nei secoli abbia mai colpito l’Europa (con tributi altissimi di vite umane), era senz’altro visto e predicato come punizione divina.
“Pentitevi, pentitevi!”
E alacri inquisitori e convincenti predicatori, imponevano penitenziali autoflagellazioni, spirituali lavacri, purificanti sacrifici. Punizioni ed espiazioni necessarie di un’umanità peccatrice, viziosa, malata, corrotta, materialista. Anche se poi, il dilagare incontrollabile della peste rimaneva ingestibile e fatale, tragica catastrofe senza rimedi, comunque predicata e ammonita come necessaria condanna fisica e morale per purificarsi dal peccato.
Come punizione divina, la peste fu una formidabile, convincente alleata della Chiesa – e dell’Inquisizione – per la redenzione di un’umanità peccatrice. Che però, felicemente peccaminosa, nonostante contagi sofferenze e morte, passata la peste, continuò gioiosamente a dedicarsi alla crapula e alla fornicazione.
Eppure, nella ricorrente e regolare cadenza di catastrofiche epidemie, una al secolo, o giù di lì, molti cominciarono a sospettare che ci fosse qualche altra causa oltre al peccato, come per esempio la mancanza di igiene, le pulci, e i ratti (v. “La peste” di Camus). E, tanto per prendersela con qualcuno, accusarono vagabondi, mendicanti, emarginati. Ed ebrei.
La peste, nota da 3000 anni, è stata un vero flagello dell’umanità, dall’Asia all’Europa, con milioni di morti. Qualche data storicamente vicina a noi, accennando almeno alla peste di Atene, descritta da Tucidide nel 430 a. C. o al “De rerum natura” di Lucrezio.
1347: a Genova e poi in molte parti d’Italia, e infine in tutta Europa fino al 1352, la peste sterminò tra il 25 e il 50% delle popolazioni, circa 20 milioni di vittime.
1348: a Venezia, proveniente dalla Dalmazia, via mare, attraverso imbarcazioni mercantili, dei 110.000 abitanti sembra che ne morissero 37.000. Nello stesso anno, a Firenze, provocò la morte di 3/5 della popolazione.
1500: a intervalli regolari, la peste si diffuse nelle città del Nord.
1579: la peste fece una carneficina a Genova (24.450 morti).
1630: la peste a Milano (la peste “manzoniana”). La data segna anche il prudente abbigliamento dei medici (v. foto sotto), che indossavano un mantello cerato, guanti protettivi, una bacchetta, con la quale venivano sollevate le vesti degli ammalati, e una buffa maschera a becco adunco, nella cui protuberanza erano messe erbe aromatiche e officinali (poi diventata maschera carnevalesca).
1656: ancora a Genova, dove, di centomila abitanti, sopravvissero solo 30.000.
1749: Messina e Reggio Calabria.
1855: una delle ultime epidemie di peste a livello mondiale.
2020: il Coronavirus. La nuova peste? In questa occasione, viene spesso citata l’Influenza Spagnola, che durò dal 1918 al 1920, e che portò alla morte centinaia di milioni di persone.

QUANDO DIVENNE ARTE

Ovviamente, Peste e Inquisizione hanno fornito ricca e generosa materia per racconti, romanzi, opere, drammi teatrali. E film, come “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman (1957), così ricorderemo anche Max von Sydow, morto ai primi di marzo, indimenticabile interprete del Crociato che gioca a scacchi con la morte in una Svezia colpita dalla peste; o come il romanzo “Il nome della rosa” (1980) di Umberto Eco, poi film nel 1986, regia di Jaques Annaud, con Sean Connery.
La letteratura ci offre una infinità di opere sulla peste. A cominciare dalla Bibbia e i già citati Tucidide e Lucrezio, e proseguire con il mito sofocleo di Edipo, che, ignaro, uccise il padre, sposò la madre, e causò le ire degli dei, che scatenarono su Tebe il flagello della peste, prima che Edipo si accecasse, la madre Giocasta s’impiccasse, e lui andasse povero e maledetto ramingo per la Grecia.
Ben più gioioso e felicemente carnale il “Decameron” del Boccaccio. Una compagnia di dieci goderecci giovani libertini, in fuga dalla peste del 1348, che si era abbattuta su Firenze, si rinchiusero lontano, in una villa di campagna, passando il loro tempo a raccontarsi storie (nel 1971 film di Pier Paolo Pasolini, e nel 2015, film dei fratelli Taviani con “Meraviglioso Boccaccio”).
E poi l’indimenticabile peste (1630) de “I Promessi Sposi”. E “Diario dell’anno della peste” (1722) di Daniel Defoe. E “La peste” (1947) di Camus. E la peste di “Morte a Venezia” (1912) di Thomas Mann (e nel 1971 film di Luchino Visconti).
Ed anche una sola battuta cinematografica rese celebre la peste. Nel film “La cena delle beffe”, diretto da Blasetti nel 1942, tratto dall’omonimo dramma di Sem Benelli, con il seno nudo di Clara Calamai, che le procurò l’anatema delle autorità ecclesiastiche (e il v.m. 16), Amedeo Nazzari dirà la battuta divenuta popolare: “E chi non beve con me, peste lo colga!”. E un altro film, “L’armata Brancaleone” (1965), diretto da Monicelli, smitizzò la mortale drammaticità della peste con Vittorio Gassman in una esilarante scena di seduzione, andata buca, con l’affascinante vedova Maria Grazia Buccella…
Infine, citeremo la straordinaria metafora Le Théâtre et la peste in “Il teatro e il suo doppio” (1938) di Antonin Artaud (“come la peste, il teatro è una crisi che si risolve con la morte o con la guarigione”, e, per Artaud, la guarigione era la rifondazione, il rinnovamento, la ricostruzione del teatro).

LA CENSURA

L’Inquisizione, nell’ultimo periodo (dal 1668 al 1820, quando fu abolita definitivamente), smise le sue crudeli funzioni di crudele custode dottrinale della fede contro streghe ed eretici. Con più innocue ma non meno pesanti violenze liberticide, il tribunale si dedicò alla repressione delle libertà di opinione, impedendo la propagazione delle idee ritenute eccessivamente progressiste, riducendosi cioè a compiti esclusivamente censori su fatti e azioni contrarie alla teologia e all’etica cattolica. Divenne soprattutto vigile e occhiuta custode dei contenuti e della moralità di testi letterari (l’Indice dei libri proibiti, istituito fin dal 1559), affiancata dagli uffici della censura di
Stato.
Un atteggiamento censorio che veniva da lontano, da Tertulliano (155-220 d.C.), che in “De spectaculis”, opera in cui venivano considerati immorali gli spettacoli teatrali e circensi, concludeva: “Nessuno viene al piacere senza passione, nessuno soggiace a una passione senza cadere in peccato”…
Letteratura e teatro ne fecero sempre le spese, a causa della suggestione dei loro contenuti morali (specie di natura sessuale), ideologici e politici, intervenendo con censure, editti, condanne e anatemi, più o meno pesantemente a seconda della morale corrente nei vari periodi storici.
Limitandoci, per esempio, al periodo a noi vicino, cioè dal Fascismo ai rigori democristiani, basterà rifarsi alla rappresentazione dell’ “Arialda” di Giovanni Testori, allestita da Visconti, con Rina Morelli, Paolo Stoppa, Umberto Orsini, Pupella Maggio, Lucilla Morlacchi, giudicata nel 1961 oscena dalla censura “per turpitudine e trivialità”.
Già l’anno prima, nel 1960, era stato censurato il film “Rocco e i suoi fratelli”, sempre di Testori, regia di Visconti, con Alain Delon, Annie Girardot e Renato Salvatori.
Gli occhiuti e zelanti censori di Stato mai si trattennero dall’usare forbici o decreti, per chiudere la bocca a guitti, scavalcamontagne, comici e attori. E che da morti finissero in terra sconsacrata!
C’è anche da dire, però, che il teatro era spesso considerato, ed era in realtà, un ameno luogo di perdizione più che non uno strumento per l’elevazione culturale e morale del popolo. La Chiesa ufficiale non faceva troppe distinzioni fra mendicanti, vagabondi e attori, spesso considerati “ministri di Satana”. E nemmeno le autorità civili li giudicavano stinchi di santi, sapendo o supponendo che non a caso si celasse fra loro qualche individuo reo di qualche delitto… «Bisogna però anche aggiungere che il pubblico, al quale questi attori si rivolgevano, specialmente alla fine del Seicento era spesso formato da uomini e da donne per o più scapestrati e gazzarroni, che consideravano i comici come gente infame, della loro medesima risma. Si diceva infatti: “Un che forte desìa fare il birbante / e trarre i suoi giorni lieti e giocondi, / con una compagnia di vagabondi / va per il mondo a far da commediante…” E questa gente usava il loggione per fare i propri comodi…» (da “Donne venete di Treviso Padova e Venezia fra storia e leggenda”, di Michela Brugnera e Gianfranco Siega. Editrice Manuzio 2010).
Non stupisce, dunque, che a Venezia, nel 1778, l’inquisitore Antonio Maria Tiepolo concedesse, con un decreto rivolto ai Comici, la riapertura del teatro con il seguente, spassoso editto:
Stassera se verze la porta al teatro, ma no se verze la porta al postribolo. Recordeve che vu altri comici se’ persone in odio a Dio Benedeto, ma tolerai dal Prencipe per pascolo dela zente che se compiase dele vostre iniquità. Quel che no avé da far è sta leto dal Secretario. A vu altri co facilità ve se scalda la testa, ma el Magistrato starà vigilante se falaré. Andé là, e operé da Cristiani co tuto che sié comici”.

MLANO, 21 marzo. La peste del 2020.
Epidemia da Coronavirus, Covid-19

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così Dante, lasciando l’Inferno. A noi basterebbe tornare a riveder cinema e teatro

(di Paolo A. Paganini) – … I Lombardi, i Veneti, gli Emiliani non hanno ancora lasciato i tormenti infernali inferti dal diabolico virus. E chissà per quanti Cerchi bisognerà ancora sfiancarci, accompagnati dalla nostra guida. Che non è Virgilio. Qualcuno dice Conte, altri Fontana, altri ancora Zaia. Ma, a questo punto, sarà meglio andare in Duomo, che fra un po’ aprirà a piccole dosi, e rivolgere un atto di fede al Padre Nostro.
L’italico percorso infernale è formalmente cominciato il 22 febbraio scorso. Il percorso dantesco della Commedia cominciò invece il 25 marzo. Pressappoco, le stesse date.
Anche noi, poveri peccatori, dovremo meritarci, come Dante, la misericordia divina, per purificare non più l’anima, ma il corpo, minacciato, contagiato dall’implacabile coronavirus, tutti avvolti e inquarantenati nelle spire di una tremenda e temuta estensione epidemiologica, che già, dopo una settimana, faceva registrare temibili e giustificate preoccupazioni.
Gli ultimi aggiornamenti (domenica 1 marzo, ore 18) parlano di 1694 contagi, e di 41 deceduti.
Per due settimane, proibito ogni tipo di esibizionismi affettivi. Vietati baci abbracci e strette di mano.
Inoltre, per decreto ministeriale, come risaputo, vennero indicati i provvedimenti più urgenti atti a far fronte all’emergenza epidemiologica da CODIV-19.
Da oggi fino a domenica 8 marzo, per la seconda settimana, sono sospese in Lombardia, Veneto ed Emilia manifestazioni e iniziative di qualsiasi natura, ludiche, culturali, sportive, religiose. Chiusura di tutte le scuole d’ogni ordine e grado. Sospensione di ogni tipo di accesso e di servizi, come musei, cinema, teatri, sale concerti. Proibiti convegni, conferenze, riunioni culturali. Chiusura di palestre, campi da gioco e stadi. Restrizione di orari e servizi relativi a bar e luoghi di ristorazione.
Ma basterà una seconda settimana di restrizioni? O chissà per quanto ancora dovremo prorogare digiuni, sacrifici, limitazioni della libertà?
Per quanto tempo, insomma, dovremo affrontare le prove di una paziente dedizione al sacrificio, accettando perdite di lavoro, rinuncia dei profitti, francescane rinunce d’un onesto benessere economico e giuste ricreazioni? I teatri son chiusi. E dicono che non sarà più come prima. I piccoli falliranno. Anche questo fa parte della remissione dei nostri peccati, per guadagnarsi perdono e misericordia. In Cielo o in terra.
C’è una Milano da tempo di guerra. Una metropoli irriconoscibile, strade deserte, scomparsa dei turisti, alberghi semi-vuoti. Un’economia gemente e supplicante pietà. Borse in crisi, spread in stato febbrile. Con qualche florido profittatore di furba creatività nel cogliere l’occasione di speculare sulle paure della gente, con vendite di magici unguenti disinfettanti e integratori miracolosi per combattere il virus e rafforzare, non le difese naturali, ma i pregiudizi dell’ignoranza. E prezzi delle mascherine da borsa nera.
E disperazione dei tifosi per il caotico disastro del rivoluzionato calendario del Campionato di calcio.
Eppure, molti uomini di poca fede cominciano a pensare che non ce l’abbiano raccontata giusta.
Vuoi vedere che la diffusa psicosi, la paura collettiva da contagio, nasconde piuttosto trappole, sgambetti e giochini politici? Addirittura, Sgarbi alla Camere inveiva: “Non c’è la peste. È un tranello di Salvini. È una finzione, è una finzione… è una presa per il culo che umilia l’Italia davanti al mondo. Non c’è nessuna emergenza…”.
Anche alcuni sant’uomini di scienza han preso posizione contro la montante diffusione di una incontrollata confusione mentale, manifestando la convinzione che, in fondo, si tratta poco più di una normale influenza, e dimostrando che, nell’80 % dei casi, il contagio del coronavirus si risolveva da solo, con sintomi lievi e irrilevanti. Anche se, nei casi più gravi, si andava dal comune raffreddore fino alle sindromi respiratorie, fino al decesso per gli anziani con gravi patologie cardiache, circolatorie, diabetiche.
E, anche senza coronavirus, nella stagione 2018/2019, la semplice influenza causò, in Italia, 198 decessi.
I milanesi hanno subodorato qualcosa? Qualcuno proclama una specie di civile ribellione, affrontando impavidamente cappuccini e brioches, secondo l’amatissima consuetudine della colazione al bar. A Milano, nel 1848, la rivoluzione cominciò con un sigaro… Oggi, con un cappuccino!
E, intanto, la bianca colomba della speranza ha lasciato l’arca della sofferenza puntando un volo salvifico verso il Duomo, che sta aprendo un timido uscio di fede, con le acquasantiere ancora colme d’acqua benedetta.
Uno spiraglio prima di riveder le stelle?
Coraggio. Usciamo.
Et portae inferi (leggi coronavirus) non praevalebunt. Forse.

Nella città scaligera, un nuovo gioiello per turisti e appassionati: Palazzo Maffei. Sulla stupenda Piazza delle Erbe

VERONA, domenica 2 febbraio. Affacciato sull’affascinante suggestione pittorica di Piazza delle Erbe, il restaurato Palazzo Maffei, importante edificio seicentesco della città, con le sue preziose sale espositive della collezione Luigi Carlon, sarà finalmente aperto al pubblico, da sabato 15 febbraio prossimo. Un avvenimento d’arte, che, insieme ai vari gioielli storici e monumentali della città, dall’Arena al famoso balcone di Giulietta, da Piazza Dante alle Arche Scaligere, da Castel Vecchio alla Gran Guardia eccetera, offrirà ai turisti un altro ricco, imperdibile motivo d’interesse.
Palazzo Maffei offrirà un percorso espositivo dalla “doppia anima”, tra antico e moderno, che attraversa più di cinque secoli, con oltre 350 opere in dialogo tra le arti: pittura, scultura, arti applicate e architettura. Oltre alla centralità espositiva della pittura veronese e la passione per il futurismo italiano e la metafisica. Autentici capolavori dell’arte moderna e contemporanea e i grandi maestri del XX secolo: da Picasso a De Chirico, da Mirò a Kandinskij, da Magritte a Fontana, da Burri a Manzoni.
Quindi, da un lato il restauro completo di uno dei più scenografici e noti palazzi seicenteschi della città, con la sua facciata barocca ora risplendente, con l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e le pitture murali del piano nobile; dall’altro una raccolta d’arte di grande interesse che spazia dalla fine del Trecento fino ad oggi, frutto di oltre cinquant’anni di passione collezionistica dell’imprenditore Luigi Carlon.
Il risultato è ora l’apertura di “Palazzo Maffei – Casa Museo”, un’iniziativa culturale promossa dallo stesso Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico e allestitivo dello studio Baldessari e Baldessari, e da un’idea museografica di Gabriella Belli, con contributi scientifici di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.
La proposta e il percorso sono sorprendenti, con oltre 350 opere, tra cui quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e un’importante selezione di oggetti d’arte applicata (mobili d’epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d’arte orientale, rari volumi) e con una scelta espositiva, appunto, dalla “doppia anima”.
Nella prima parte, connotata dagli affacci sulla magnifica piazza, si privilegia il dialogo con gli ambienti del piano nobile del palazzo a ricreare l’atmosfera di una dimora privata, ma anche il senso di una wunderkammer (camera delle meraviglie) e di una sintesi tra le arti, con nuclei tematici d’arte antica in cui irrompe all’improvviso il dialogo con la modernità.
Nella seconda parte, dedicata al Novecento e all’arte contemporanea, si è invece voluta creare una vera e propria galleria museale, ove spiccano molti capolavori, si scorge la passione per il Futurismo e la Metafisica e s’incontrano alcuni dei massimi artisti del XX secolo: Boccioni, Balla, Severini, ma anche Picasso e Braque; De Chirico, Casorati e Morandi accanto a Magritte, Max Ernst, Duchamp. E ancora Afro, Vedova, Fontana, Burri, Tancredi, De Dominicis, Manzoni e molti altri.
Per il cavaliere del lavoro Luigi Carlon, le opere raccolte negli anni sono racconti di vita, gesti d’amore, testimonianze di quella sensibilità unica e singolare che egli ha colto negli artisti fin da giovane e dalla quale è stato affascinato e colpito.
La collezione contiene molti nuclei significativi, che testimoniano l’organicità delle acquisizioni, mentre l’interesse per la storia artistica veronese rappresenta un elemento di forte valore identitario della raccolta d’arte antica che vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero, con opere tra gli altri di Altichiero e Liberale da Verona, Nicolò Giolfino, Zenone Veronese, Bonifacio de’ Pitati, Antonio e Giovanni Badile, Felice Brusasorci, Jacopo Ligozzi, Alessandro Turchi, Marc’Antonio Bassetti, Antonio Balestra, Giambettino Cignaroli.
Dalla visione privata, dall’intimo della residenza quotidiana, questo patrimonio d’arte diventa ora ricchezza condivisa con la città e con il pubblico, in un edificio fortemente simbolico, com’è appunto Palazzo Maffei, il cui nucleo originario tardo-medievale sorge nell’area del Capitolium, il complesso votivo dedicato alla Triade Capitolina, costruito quando Verona divenne municipio romano (49 a.C.), di cui nei sotterranei del palazzo restano ancora le evidenze.
Un’ultima annotazione storico-architettonica, per completare la conoscenza di “uno fra i migliori palazzi barocchi di Verona, degno scenario di una delle più caratteristiche piazze d’Italia.
Non ci è noto l’autore, vari storici suppongono che la sua progettazione sia giunta da Roma, dove il Maffei aveva relazioni. I primi ad essere interessati all’attuale edificio furono Marcantonio Maffei e il nipote Rolandino.
Da un’iscrizione murata nell’atrio apprendiamo che, nel 1668, Rolandino Maffei riedificò il palazzo, avanzando la facciata che guarda la Piazza, e lo adornò di statue e simulacri e di una terrazza per un giardino pensile.
Il piano terreno è a cinque fornici, bugnati; al primo piano si aprono cinque grandi finestre, con balaustre e mascheroni nel timpano, divise da semicolonne ioniche; il secondo piano ha piccole finestre molto lavorate, divise da lesene e targhe con scritte. Una ricca cornice e una balaustra con sei statue di divinità pagane coronano l’edificio. Interessante il cortile con colonne; degna di nota l’originale scala a chiocciola, a pianta ovoidale, con statue una delle quali si trova al centro, nell’ingresso, e le altre nelle nicchie”. (Da Federico Dal Forno, “Case e palazzi di Verona”, Banca Mutua Popolare di Verona, 1973).
(p.a.p.)

Canova e Thorvaldsen. Gli eterni “Duellanti” della scultura neoclassica si sfidano a Milano. In una mostra imperdibile

MILANO, martedì 29 ottobre ► (di Patrizia Pedrazzini) Due grandi, contemporanei e rivali. Due “classici moderni” che hanno saputo trasformare l’idea stessa della scultura, e la sua tecnica, creando opere immortali, riprodotte in tutto il mondo. Due cultori dei temi universali della vita: il breve percorso della giovinezza, l’incanto della bellezza, le lusinghe e le delusioni dell’amore, l’eroismo. I padri neoclassici e romantici della scultura moderna: il veneto Antonio Canova, nato a Possagno, nel Trevigiano, nel 1757 e morto 65 anni dopo a Venezia, e il danese Bertel Thorvaldsen (Copenaghen, 1770-1844). Il Fidia italico e quello del Nord.
Due mostri sacri le cui opere sono ora, e per la prima volta, oggetto di un confronto aperto nell’ambito della bellissima mostra “Canova/Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, alle Gallerie d’Italia di Milano fino al prossimo 15 marzo. Realizzata in collaborazione con il Museo Thorvaldsen di Copenaghen e con l’Ermitage di San Pietroburgo, e resa possibile grazie anche all’apporto di fondamentali prestiti concessi da musei e collezioni private italiani e stranieri, l’esposizione è la storia di una lunga sfida, divenuta l’emblema di una civiltà che guardava all’antico, aspirando insieme alla modernità.
In tutto, compresi i contributi di altri artisti, oltre 160 opere (sculture e dipinti), distribuite in 17 sezioni di grande impatto. Ma è nel grande salone centrale della struttura museale di piazza della Scala, intorno al quale ruota l’intera mostra, che questi eterni “Duellanti” si affrontano nella più elegante e seducente delle contese: quella fra i gruppi marmorei “Le tre Grazie” di Canova e “Le Grazie con Cupido” di Thorvaldsen, nei quali i due scultori hanno più e meglio riversato ognuno il proprio ideale di bellezza. Che è estremamente aggraziata, fatta di movimento, di morbidezza e di sentimento nel primo, mentre nel secondo appare intrisa sì di eleganza, ma anche di un ideale austero di casta semplicità. Anche le forme delle tre giovani donne, pur molto simili, denotano differenti origini: più dolci e arrotondate nell’opera di Canova, più snelle e scattanti in quella di Thorvaldsen.
Analogamente, in un’altra sezione, il raffronto fra “Amore e Psiche stanti” e “Psiche con il vaso”, evidenzia la sensualità coinvolgente della creazione canoviana, a fronte della grazia più distaccata del maestro danese. E ancora, la figura di Ebe, la coppiera degli dei, immortale simbolo dell’eterna giovinezza: ecco da un lato la straordinaria forza dinamica della statua di Canova, seminuda, con le vesti trasparenti che il vento fa aderire al corpo, e dall’altro l’immobile castità della figura di Thorvaldsen, chiusa in una malinconica e quasi spirituale bellezza. E Ganimede, Venere, Cupido. I ritratti, gli autoritratti e le effigi dei due scultori. E il grande mecenate, Napoleone. Interpretato da Canova nello splendido busto intriso del fascino e della solitudine dell’eroe e dell’uomo del destino, mentre Thorvaldsen lo sgancia dalla dimensione umana per farne letteralmente un dio, sorta di novello Giove con l’aquila.
Un confronto senza esclusione di colpi, calato e sostenuto, lungo tutto percorso, da continui richiami al mondo artistico e culturale che circondava al tempo i due scultori. Valga su tutte la sezione “Gli studi di Canova e di Thorvaldsen a Roma”, forte di una serie di opere, di autori loro contemporanei, che rimandano alle vere e proprie officine nelle quali i due maestri lavoravano nel centro della capitale (dove entrambi soggiornarono), e che testimoniano di come quei laboratori artistici fossero già una sorta di musei, nei quali esporre gli studi, le opere realizzate e i modelli in gesso da copiare.
Da un lato Canova il rivoluzionario, capace di garantire alla scultura un primato sulle altre arti, nel segno del confronto e del superamento dell’antico. Dall’altro Thorvaldsen che, osservando il rivale, si era ispirato a una classicità più austera, avviando una nuova stagione dell’arte nordica, ispirata alle civiltà mediterranee.

TUTTI I VOLTI DELLA BELLEZZA. LO SCULTORE DI POSSAGNO E L’EQUILIBRIO PERFETTO

Sempre fino al 15 marzo, ma al GAM, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, e dedicato solo a Canova, è invece un altro prezioso percorso, volto a ricostruire la genesi e l’evoluzione delle celebri “teste ideali” che lo scultore di Possagno (del cui Tempio canoviano ricorrono quest’anno i duecento anni della posa della prima pietra) realizzò negli ultimi dodici anni di attività, quando ormai era il più acclamato e richiesto d’Europa.
Volti idealizzati (sono esposte 39 opere, 24 delle quali di Canova), che parlano delle infinite variazioni della bellezza femminile, di raffinatezza, di virtuosismi, della ricerca di un equilibrio perfetto. Una su tutte, “La Vestale”, la cui erma (piccola colonna sormontata da una testa scolpita) rappresenta l’apice della rarefazione formale imposta da Canova al volto ideale, ottenuta grazie alla semplificazione assoluta di ogni possibile elemento decorativo. Del lavoro sono riunite, per la prima volta insieme in una mostra, le tre versioni esistenti: oltre a quella di proprietà del GAM, quella della Fondazione Gulbenkian di Lisbona e quella del Paul Getty Museum di Los Angeles.
Senza dimenticare, fra le altre, la testa della musa Clio, probabile idealizzazione di un ritratto della contessa Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, e il busto di Elena di Troia, che tanta risonanza ebbe all’epoca fra i contemporanei, tanto da essere celebrato in versi da lord Byron.
Mentre il busto della Pace e, ancora di più, l’erma della Filosofia, costituiscono le incarnazioni di concetti sì intangibili, tuttavia reali, naturali e concreti, in quanto rappresentazione del più alto grado della civiltà umana.
Due mostre assolutamente da non perdere.

“Canova/Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, Milano, Gallerie d’Italia, piazza Scala, fino al 15 marzo 2020
www.gallerieditalia.com

“Canova. I volti ideali”, Milano, GAM, Galleria d’Arte Moderna, via Palestro 16, fino al 15 marzo 2020
www.gam-milano.com