Canova e Thorvaldsen. Gli eterni “Duellanti” della scultura neoclassica si sfidano a Milano. In una mostra imperdibile

MILANO, martedì 29 ottobre ► (di Patrizia Pedrazzini) Due grandi, contemporanei e rivali. Due “classici moderni” che hanno saputo trasformare l’idea stessa della scultura, e la sua tecnica, creando opere immortali, riprodotte in tutto il mondo. Due cultori dei temi universali della vita: il breve percorso della giovinezza, l’incanto della bellezza, le lusinghe e le delusioni dell’amore, l’eroismo. I padri neoclassici e romantici della scultura moderna: il veneto Antonio Canova, nato a Possagno, nel Trevigiano, nel 1757 e morto 65 anni dopo a Venezia, e il danese Bertel Thorvaldsen (Copenaghen, 1770-1844). Il Fidia italico e quello del Nord.
Due mostri sacri le cui opere sono ora, e per la prima volta, oggetto di un confronto aperto nell’ambito della bellissima mostra “Canova/Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, alle Gallerie d’Italia di Milano fino al prossimo 15 marzo. Realizzata in collaborazione con il Museo Thorvaldsen di Copenaghen e con l’Ermitage di San Pietroburgo, e resa possibile grazie anche all’apporto di fondamentali prestiti concessi da musei e collezioni private italiani e stranieri, l’esposizione è la storia di una lunga sfida, divenuta l’emblema di una civiltà che guardava all’antico, aspirando insieme alla modernità.
In tutto, compresi i contributi di altri artisti, oltre 160 opere (sculture e dipinti), distribuite in 17 sezioni di grande impatto. Ma è nel grande salone centrale della struttura museale di piazza della Scala, intorno al quale ruota l’intera mostra, che questi eterni “Duellanti” si affrontano nella più elegante e seducente delle contese: quella fra i gruppi marmorei “Le tre Grazie” di Canova e “Le Grazie con Cupido” di Thorvaldsen, nei quali i due scultori hanno più e meglio riversato ognuno il proprio ideale di bellezza. Che è estremamente aggraziata, fatta di movimento, di morbidezza e di sentimento nel primo, mentre nel secondo appare intrisa sì di eleganza, ma anche di un ideale austero di casta semplicità. Anche le forme delle tre giovani donne, pur molto simili, denotano differenti origini: più dolci e arrotondate nell’opera di Canova, più snelle e scattanti in quella di Thorvaldsen.
Analogamente, in un’altra sezione, il raffronto fra “Amore e Psiche stanti” e “Psiche con il vaso”, evidenzia la sensualità coinvolgente della creazione canoviana, a fronte della grazia più distaccata del maestro danese. E ancora, la figura di Ebe, la coppiera degli dei, immortale simbolo dell’eterna giovinezza: ecco da un lato la straordinaria forza dinamica della statua di Canova, seminuda, con le vesti trasparenti che il vento fa aderire al corpo, e dall’altro l’immobile castità della figura di Thorvaldsen, chiusa in una malinconica e quasi spirituale bellezza. E Ganimede, Venere, Cupido. I ritratti, gli autoritratti e le effigi dei due scultori. E il grande mecenate, Napoleone. Interpretato da Canova nello splendido busto intriso del fascino e della solitudine dell’eroe e dell’uomo del destino, mentre Thorvaldsen lo sgancia dalla dimensione umana per farne letteralmente un dio, sorta di novello Giove con l’aquila.
Un confronto senza esclusione di colpi, calato e sostenuto, lungo tutto percorso, da continui richiami al mondo artistico e culturale che circondava al tempo i due scultori. Valga su tutte la sezione “Gli studi di Canova e di Thorvaldsen a Roma”, forte di una serie di opere, di autori loro contemporanei, che rimandano alle vere e proprie officine nelle quali i due maestri lavoravano nel centro della capitale (dove entrambi soggiornarono), e che testimoniano di come quei laboratori artistici fossero già una sorta di musei, nei quali esporre gli studi, le opere realizzate e i modelli in gesso da copiare.
Da un lato Canova il rivoluzionario, capace di garantire alla scultura un primato sulle altre arti, nel segno del confronto e del superamento dell’antico. Dall’altro Thorvaldsen che, osservando il rivale, si era ispirato a una classicità più austera, avviando una nuova stagione dell’arte nordica, ispirata alle civiltà mediterranee.

TUTTI I VOLTI DELLA BELLEZZA. LO SCULTORE DI POSSAGNO E L’EQUILIBRIO PERFETTO

Sempre fino al 15 marzo, ma al GAM, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, e dedicato solo a Canova, è invece un altro prezioso percorso, volto a ricostruire la genesi e l’evoluzione delle celebri “teste ideali” che lo scultore di Possagno (del cui Tempio canoviano ricorrono quest’anno i duecento anni della posa della prima pietra) realizzò negli ultimi dodici anni di attività, quando ormai era il più acclamato e richiesto d’Europa.
Volti idealizzati (sono esposte 39 opere, 24 delle quali di Canova), che parlano delle infinite variazioni della bellezza femminile, di raffinatezza, di virtuosismi, della ricerca di un equilibrio perfetto. Una su tutte, “La Vestale”, la cui erma (piccola colonna sormontata da una testa scolpita) rappresenta l’apice della rarefazione formale imposta da Canova al volto ideale, ottenuta grazie alla semplificazione assoluta di ogni possibile elemento decorativo. Del lavoro sono riunite, per la prima volta insieme in una mostra, le tre versioni esistenti: oltre a quella di proprietà del GAM, quella della Fondazione Gulbenkian di Lisbona e quella del Paul Getty Museum di Los Angeles.
Senza dimenticare, fra le altre, la testa della musa Clio, probabile idealizzazione di un ritratto della contessa Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, e il busto di Elena di Troia, che tanta risonanza ebbe all’epoca fra i contemporanei, tanto da essere celebrato in versi da lord Byron.
Mentre il busto della Pace e, ancora di più, l’erma della Filosofia, costituiscono le incarnazioni di concetti sì intangibili, tuttavia reali, naturali e concreti, in quanto rappresentazione del più alto grado della civiltà umana.
Due mostre assolutamente da non perdere.

“Canova/Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna”, Milano, Gallerie d’Italia, piazza Scala, fino al 15 marzo 2020
www.gallerieditalia.com

“Canova. I volti ideali”, Milano, GAM, Galleria d’Arte Moderna, via Palestro 16, fino al 15 marzo 2020
www.gam-milano.com

 

Preraffaelliti: quei “rivoluzionari” innamorati del Medioevo. In mostra a Milano l’amore, il desiderio, l’incanto della bellezza

MILANO, mercoledì 19 giugno ► (di Patrizia Pedrazzini) Il 1848, e il successivo 1849, rappresentano, nell’ambito della storia europea, due anni-chiave, tanto da andare sotto il nome di “Primavera dei popoli”. In omaggio alla vera e propria ondata di moti rivoluzionari borghesi che, dagli Stati italiani a quelli tedeschi, dalla Francia al regno di Prussia all’Impero austriaco, mira ad abbattere i governi della Restaurazione nell’ottica di sostituirli con governi liberali. Un po’ ovunque, nel Vecchio Continente, tranne che nella ricca e potente Inghilterra, dove la Rivoluzione è invece, all’epoca, da tempo un ricordo. E dove, in compenso, Londra è la metropoli che si sta modernizzando più velocemente in tutto il pianeta, con le sue fabbriche, i magazzini, i negozi, i nuovi canali, le strade e le ferrovie, il Tamigi affollato di vele e battelli, e gli oltre due milioni di abitanti.
Eppure, anche qui c’è qualcuno che ha voglia di fare una Rivoluzione. Sono sette studenti delle Royal Academy Schools, amici fra loro e con un debole per l’arte. Sono giovani e potenzialmente ribelli, quindi “contro”: contro il capitalismo, contro l’imperialismo e contro l’individualismo, ma soprattutto contro un tipo di arte “accademica” che ha, a loro sentire, eccessivamente idealizzato la natura e troppo sacrificato la realtà in nome della bellezza. Decidono quindi, in quel 1848, di fondare una Confraternita, e di chiamarsi “Preraffaelliti”, non tanto in spregio a Raffaello, ma contro i suoi epigoni. Identificando l’età dell’oro in un’epoca nella quale sulle città svettavano non le ciminiere del periodo industriale, bensì le guglie delle cattedrali: il Medioevo.
Ora 80 opere, firmate da 18 di questi artisti (capitanati da Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e William Holman Hunt), sono in mostra a Milano, a Palazzo Reale, fino al 6 ottobre, prezioso prestito della Tate Britain di Londra. Disegni e dipinti (alcuni dei quali, come “Ofelia” di Millais, “Amore d’aprile” di Arthur Hughes e “Lady of Shalott” di John William Waterhouse, difficilmente escono dal Regno Unito) che parlano d’amore, di desiderio, di fedeltà alla natura, di storie medievali, di poesia, di mito. In una sola parola, della bellezza, in tutte le sue forme.
Una mostra nella quale ogni sosta è un incanto, un tuffo nella magia di questa sorta di “modernità medievale” dichiaratamente antiaccademica, eppure non immune da un certo accademismo, tuttavia ricca di fermenti nuovi, che già parlano di avanguardie e preludono a quella che, a fine secolo, sarà l’Art Nouveau. Dipinti tecnicamente raffinati, nei quali l’elemento grafico è fondamentale, e la natura è rappresentata con estrema precisione e grande gusto per il dettaglio (tra l’altro i Preraffaelliti furono i primi artisti a dipingere en plain air, battendo sul tempo gli Impressionisti). E poi i colori: il rosso, il viola, il verde, il giallo, la tavolozza dei bianchi, a garanzia di quadri luminosi e brillanti. E i soggetti: le grandi storie d’amore del passato; quelle, più moderne, di poveri amanti divisi dalle famiglie, dal ceto o dal denaro; ma anche i cambiamenti sociali, l’emigrazione, la necessità di viaggiare, i conflitti fra genitori e figli.
E le ispirazioni, quel loro attingere a piene mani alla Bibbia come a Shakespeare, a Dante come a Thomas Mallory o a Walter Scott. E le donne: ben poco madonne, più spesso incarnazioni di forze potenti e misteriose, incantatrici e distruttive, femmes fatales bellissime e insieme pericolose, nella loro ormai moderna determinazione a scegliere chi essere e che cosa fare delle proprie vite. Come “Monna Vanna”, di Rossetti: un ritratto ricco di gioielli e di arredi, dallo spillone di perle nei capelli alla ricca collana di corallo a più riprese avvolta intorno al collo e alle mani, alle labbra. Rosse del colore delle ciliegie, piene e certo non infantili, tuttavia prive della minima passione interiore, e nemmeno portate a trasmetterne. È una donna nuova, quella che avanza. La stessa che, di lì a mezzo secolo, incomincerà a parlare di diritti e di libertà.
“Preraffaelliti. Amore e Desiderio”, Milano, Palazzo Reale, fino al 6 ottobre 2019. 

DIDASCALIE
1.
Ford Madox Brown (1821-1893), Cattivo soggetto, 1863 – Acquerello su carta, cm 23,2 x 21 – © Tate, London 2019.
2. John William Waterhouse (1849-1917), La Dama di Shalott, 1888 – Olio su tela, cm 153 x 200 – © Tate, London 2019.
3. Arthur Hughes (1832-1915), Amore d’aprile, 1855-56 – Olio su tela, cm 88,9 x 49,5 – ©Tate, London 2019.
4. Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), Monna Pomona, 1864 – Acquerello e gomma arabica su carta, cm 47,6 x 39,3 – © Tate, London 2019.
5. Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), Aurelia (L’amante di Fazio), 1863-73 – Olio su tavola di mogano, cm 43,2 x 36,8 – ©Tate, London 2019.
6. William Holman Hunt (1827-1910), Claudio e Isabella, 1850 – Olio su tavola, cm 75,8 x 42,6 – ©Tate, London 2019.

 

250 disegni, pupazzi, foto e manifesti di Tinin Mantegazza. A 88 anni, la prima mostra antologica dell’eclettico artista

BAGNACAVALLO (Ravenna), domenica 28 aprile ► (di Andrea Bisicchia) La mostra “Tinin Mantegazza: Le sette vite di un creativo irriverente”, organizzata da Accademia Perduta/Romagna Teatri e dalla Fondazione Tito Balestra (al Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo fino a luglio) ha impegnato, per almeno due anni, i curatori Flaminio Balestra e Diego Galizzi, con l’apporto determinante di Velia Mantegazza e Ruggero Sintoni. È composta da 250 opere, tra disegni originali, dipinti, pupazzi, fotografie, filmati, manifesti, e offre una consistente panoramica di questo artista poliedrico e multidisciplinare, visto che la sua attività ha attraversato forme diverse di comunicazione, essendo stato illustratore, pittore, scenografo e scrittore. È stato vignettista per “La Notte” diretta da Nino Nutrizio, giornalista del “Giorno”, creatore di spettacoli televisivi, direttore di teatro, “un uomo dalle sette vite”, appunto.
Personalmente l’ho conosciuto nel 1973, quando fondò, insieme alla moglie Velia, il Teatro del Buratto, al Teatro Verdi, dopo l’esperienza della “Moffola” e del “Cab 64”.
«Io e Velia”, ricorda Mantegazza, “aprimmo a Milano, nel 1960, una piccola galleria d’arte in via Lentasio, La Muffola. Esponevamo disegni e ceramiche con scarso senso degli affari, ma con un certo successo di pubblico, soprattutto perché la sera ospitavamo artisti dello spettacolo più o meno noti e si consumava grappa delle Cinque Terre». Quell’esperienza, vissuta con «scarso senso degli affari», fu in realtà qualcosa di straordinario, che la notte si animava con improvvisazioni musicali e teatrali degli emergenti Bruno Lauzi, Cochi e Renato, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci…
Poi, gli anni Settanta. Erano, per Milano, quelli del decentramento e della nascita dei teatri alternativi: il Pier Lombardo, l’Elfo, il CRT, Il Teatro Officina, e il Teatro Verdi con i suoi trecento posti, dove Tinin si impegnò con un vero e proprio spirito da crociato, realizzando un centro di elaborazione per una idea diversa del Teatro per ragazzi. Questa attività è documentata nella mostra con alcuni dei Manifesti degli spettacoli più importanti come “Il gran buffone”. “Pierino e il lupo”, “Histoire du soldat”, che fu dato anche alla Scala.
Più che manifesti, oggi ci appaiono come vere e proprie opere d’arte che sono ubicate proprio dinanzi a una serie di pupazzi che ne erano stati i veri protagonisti. A guardarli, si riscopre il suo impegno, il suo perfezionismo, la sua inesauribile fantasia. Egli sapeva di operare in un luogo decentrato della città, tanto da pensare a un prodotto che fosse molto attento alla realtà della zona. La sua idea era quella di un teatro decentrato che dovesse essere, non solo un luogo di produzione, ma anche un’occasione di crescita sociale. Tinin ricorreva all’uso dei pupazzi multicolore, oltre che alla contaminazione tra parola e gesto, tra mimica e musica, tra immaginazione e denuncia.
C’era, in questa attività, qualcosa che somigliava al primo teatro di Dario Fo.
Sono tante le sale che raccolgono i suoi disegni, nati sempre all’insegna di quella ironia che ha caratterizzato la sua produzione, che va dagli anni Cinquanta a oggi, visto che Tinin non ha mai smesso di disegnare. Vi troviamo dei cicli che riguardano gli animali, in particolare i gatti, che raccolgono le sue vignette, i suoi Pinocchi, le pubblicità, gli Gnomi, i Miles.
In tutto il materiale esposto, traspare la sua curiosità per i particolari, il suo stupore dinanzi ai personaggi che nascevano dalla sua fantasia.
Parecchio spazio, nella mostra, è dedicato ai suoi rapporti con la televisione, alla trasmissione “L’albero azzurro”, con l’invenzione del pupazzo Dodo, di cui erano interpreti la bravissima Francesca Paganini, che non solo recitava, ma anche cantava, ballava, accompagnata musicalmente da Claudio Madia. Debbo confessare che vedevo spesso la trasmissione perché, come è sempre stata intenzione di Tinin, lo spettacolo per bambini doveva piacere anche ai grandi.
Prima di iniziare il percorso, i curatori hanno presentato l’autore, nel bellissimo chiostro, al folto pubblico. Lucia Vasini ha letto “La Ginetta” e “Amore insicuro”, estraendo la comicità sorniona di Tinin, il quale, con la solita sorniona ironia, ha detto. “Dopo questa lunga commemorazione potete visitare la mostra frutto della mia incostanza che, alla fine, è diventata la mia costanza”.
A 88 anni, Tinin Mantegazza continua, oggi come ieri, a regalarci lampi della sua genialità, anche con i suoi più recenti lavori di disegnatore e di scrittore, che continua a produrre nella sua casa-studio con vista sul porto di Cesenatico.

La mostra “Tinin Mantegazza. Le sette vite di un creativo irriverente” sarà visitabile fino a domenica 7 luglio. L’ingresso è gratuito. Museo Civico delle Cappuccine, via Vittorio Veneto 1/a, Bagnacavallo.

Per informazioni:
www.museocivicobagnacavallo.it
Tel. 0545 280911-3

Polesine, terra di giostre e di giostrai. Foto, giochi, carillon e cavalli di legno in mostra a Rovigo e al Museo di Bergantino

ROVIGO, a Palazzo Roverella (dal 23 marzo al 30 giugno), sarà visitabile una singolare e sorprendente esposizione: “Giostre! Storie, immagini, giochi”, proposta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, insieme col Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a cura di Roberta Valtorta, con la collaborazione di Mario Finazzi. Il presidente della Fondazione, Gilberto Muraro, nel ricordare i caratteri della mostra, ha voluto peraltro sottolineare una sua peculiare competenza, essendo da sempre, il Polesine, terra di giostre e di giostrai. E del Polesine ha ricordato in particolare il territorio di Bergantino, dove vengono realizzate giostre destinate ai parchi di divertimento e agli spettacoli viaggianti di tutto il mondo.

BERGANTINO, situata nelle immediate vicinanze dell’argine sinistro del fiume Po, dove l’argine è spesso più alto dei tetti delle case e intorno si aprono chilometri di campagna, è una cittadina di 2500 abitanti, a una cinquantina di km da Rovigo. La cittadina, fuori da tutti i principali percorsi turistici, oltre alla sua attività produttiva nell’ambito degli spettacoli itineranti, è anche sede di una preziosa istituzione: il Museo della Giostra e dello Spettacolo Popolare, con il quale la mostra rovigotta ha stabilito una preziosa collaborazione, inserendo nel catalogo espositivo preziosi pezzi storici di Bergantino.

La mostra di Rovigo, a Palazzo Roverella, grazie alla sinergia con il Museo Storico della Giostra di Bergantino, potrà pertanto esibire giocattoli, modellini, carillon, organetti e cavalli di legno. Reperti di memorie, ricordi e nostalgie. Una storia che appartiene a un mondo in parte scomparso. Ma per tutti, giovani e anziani, sarà motivo di curiosità e d’interesse, specie se si confronta l’antico con il moderno. L’antico è lì, in mostra a Rovigo ed esposto al Museo della Giostra, a Bergantino. E il moderno è quasi sempre visibile, in sagre di paese e in qualche città, dove ancora funzionano Luna Park un po’ più tristi di una volta, ma sempre luccicanti di giostre, giostrine, giochi e tirassegno, moderni ed evoluti discendenti di quei vecchi e gloriosi esemplari che ora hanno l’onore di mostre e di musei.
A Bergantino, con qualche deviazione non eccessiva, si avrà il sorprendente piacere di aprire impensati capitoli di ricordi della nostra fanciullezza, ma anche la gioia, per i più giovani, di conoscere un mondo di giochi e di divertimenti senza la virtuale schiavitù quotidiana di mediatiche navigazioni. Il Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare, in un simpatico e colorito ambiente, articolato in dieci sale, è ricco di foto e curiosità, storie, giochi e spettacoli popolari, in un viaggio nel tempo, che illustra, tra l’altro, l’origine di fiere, teatri di marionette e luna-park, fin dall’antico Egitto.
Museo Storico della Giostra, Piazza Giacomo Matteotti 85, Bergantino (Rovigo), Telefono: 0425 805446 <www.museodellagiostra.it>

Caratteri diversi ha la Mostra di Rovigo. Mentre il Museo di Bergantino indaga il passato di una grande tradizione, la mostra di Rovigo legge il tema della giostra in chiave soprattutto sociale, affidandosi a grandi fotografi e a grandi artisti che l’hanno declinato nelle loro opere. Propone immagini documentali di foto, pittura e grafica. Ma non mancheranno modellini, carillon, e artistici pezzi da collezionismo e antiquariato, come organi e cavalli di legno, straordinari giocattoli meccanici per bambini ma anche per adulti, come orologi e soprammobili dalle forme varie e articolate.
Inoltre, per gli appassionati della fotografia, la Mostra prevede un’ampia sezione di opere di più di sessanta importanti fotografi, dall’Ottocento a oggi. Tra questi, le immagini ottocentesche di Celestino Degoix e di Arnoux; quella della Parigi dell’inizio del Novecento di Eugène Atget e dei Frères Seeberger; le fotografie degli anni Quaranta-Sessanta di Henri Cartier Bresson, Mario Cattaneo, Cesare Colombo, Bruce Davidson, Robert Doisneau, Eliot Erwitt, Izis, Mario Giacomelli, Paolo Monti, Willy Ronis, Lamberto Vitali, David Seymour; per l’epoca contemporanea, le immagini di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, John Batho, René Burri, Stefano Cerio, Raymond Depardon, Luigi Ghirri, Paolo Gioli, Guido Guidi, Jitka Hanzlovà, Guy Le Querrec, Raffaela Mariniello, Bernard Plossu, Pietro Privitera, Francesco Radino, Ferdinando Scianna.
La mostra risulterà poi arricchita anche da una selezione di importanti opere pittoriche e da manifesti di fiere di paese e sagre popolari. Importante l’installazione dell’artista contemporanea Stephen Wilks, Donkey Roundabout, e del film di Adriano Sforza “Jodi delle giostre”, vincitore del David di Donatello 2011.
“Giostre! Storie, immagini, giochi”, Rovigo – Palazzo Roverella, Via Giuseppe Laurenti 8, tel. 0425 460093 <ww.palazzoroverella.com>
(p.a.p.)