Un brindisi augurale a tutti i nostri lettori. Per festeggiare un anno di consensi. Ecco chi e perché legge “lo Spettacoliere”

MILANO, martedì 11 dicembre 2018 – Collaboratori, articolisti, amici e sostenitori hanno festeggiato i buoni risultati, di consensi e diffusione, di “lo Spettacoliere”, ottenuti nel suo quinto anno di vita. L’occasione è stata data da un incontro conviviale, presso gli amici ristoratori di “Jubin”, a Chinatown.
Nei consueti auguri tradizionali in prossimità delle prossime Feste e dell’Anno Nuovo, la redazione ha inteso soprattutto dedicare un particolare saluto augurale alle migliaia di nostri lettori.
La cifra, nello specifico, si riferisce alla relazione tenuta dal direttore Paganini, il quale ha tra l’altro specificato e illustrato alcuni interessanti e curiosi dati statistici del nostro blog.
Lo “Spettacoliere”, nel corso del 2018, ha totalizzato, per la precisione, 29.000 presenze di fedeli lettori, distribuiti, in ordine decrescente, fra Italia (massimamente concentrati a Milano e a Roma), Francia, Stati Uniti, Perù e Confederazione Elvetica (seguono altri Stati di più limitata diffusione).
Particolare sottolineatura è stata data agli indici di frequenza e alla qualità dei lettori durante tutto l’anno in corso. I picchi massimi di presenze si sono verificati nei mesi di maggio/giugno e novembre/dicembre, soprattutto nella fascia oraria dalle 16 alle 19, registrando peraltro una prevalenza maschile del 55% rispetto a quella femminile. Relativamente all’età, le più assidue presenze sono state quelle dei giovani della fascia dai 18 ai 34 anni (il 60%).
Per entrare sempre più nello specifico delle statistiche, l’articolo che nel 2018 ha fatto registrare il maggior numero di lettori è stata la recensione del film “Ogni tuo respiro”, di Andy Serkis, da noi pubblicato con il titolo “La vera storia di Robin Cavendish”, a firma della nostra critica d’arte e cinema Patrizia Pedrazzini, con 1356 presenze.
L’articolo più letto nell’arco dei cinque anni di “lo Spettacoliere” è stata la recensione del film “Land of Mine – Sotto la sabbia” di Martin Zandvliet, marzo 2016, con il titolo “Orrore e pena. Anche i bambini-soldato mandati a sminare le spiagge danesi”, a firma della nostra critica di teatro e cinema Emanuela Dini, con 1283 presenze.
La critica musicale Carla Maria Casanova, una delle nostre più seguite articoliste, ha fatto tra l’altro registrare un singolare primato di fedeltà affettiva: il suo articolo, da noi pubblicato il 10 febbraio con il titolo “Tannhauser, l’opera che ossessionò Wagner tutta la vita”, è stato letto e riletto da un nostro lettore per 24 minuti di fila. Meritava evidentemente di essere mandato a memoria.
Inoltre, va doverosamente citato lo strepitoso successo di visite, registrate nel corso dell’anno su Facebook, dal nostro critico letterario, Andrea Bisicchia, con le sue chiare e illuminanti recensioni.
Un particolare ringraziamento ai nostri amici fiorentini, per averci dedicato il tascabile e prezioso Lunario 2019, “Il vero Sesto Cajo Baccelli”, intitolato allo “strolago” di Brozzi, del 1600, il più antico calendario italiano, aggiornato di anno in anno con sestine, curiosità. fasi lunari, eclissi, consigli sull’orto e giardini, fiere e mercati. Graditissimo omaggio a tutti i presenti.
Un simbolico, cordiale brindisi augurale a tutti i nostri Lettori e alle loro Famiglie per un sereno 2018.

www.lospettacoliere.it

Milano e il Cinema: 200 foto, locandine, manifesti e video per “girare” la storia di un amore lungo più di cent’anni

Totò e Peppino De Filippo durante le riprese di “Totò, Peppino e la… malafemmina” (1956)

MILANO, giovedì 8 novembre ► (di Patrizia Pedrazzini) Milano, 1896 e anni immediatamente successivi. Risale ad allora l’allestimento, in un baraccone della fiera di Porta Genova, del primo “modello” di cinematografo (uno strumento che funzionava sia da camera che da proiettore), importato in Italia dalla Francia dei fratelli Lumière (che lo avevano brevettato nel 1895). Di lì a un decennio, nel 1907, nella medesima fiera, di padiglioni cinematografici se ne contavano dodici, al culmine di una fase di sviluppo che si arresterà di fatto solo nel ’13, alla soglia del primo conflitto mondiale.
Incomincia così, a Palazzo Morando, il percorso espositivo della mostra “Milano e il Cinema”, che fino al prossimo 10 febbraio si propone di raccontare, attraverso circa 200 tra fotografie (la gran parte), manifesti, locandine e contributi video, il rapporto fra il capoluogo lombardo e lo sviluppo dell’industria cinematografica. Dalle prime sperimentazioni degli anni Dieci all’epoca d’oro degli anni Sessanta, fino alle produzioni più recenti, caratterizzate dalla nascita di un genere commedia tutto milanese che ruota intorno ai nomi di Renato Pozzetto, Adriano Celentano, Diego Abatantuono, Aldo Giovanni e Giacomo, solo per citarne alcuni.
Un lavoro cronologicamente preciso, che non tralascia alcunché, nemmeno il temporaneo trasferimento, durante il Ventennio, dell’industria filmica che, da Milano, approda ai teatri di posa della neonata Cinecittà. E in effetti nella mostra milanese c’è tutto, o quasi. Gli stabilimenti cinematografici del fotografo e cineasta Luca Comerio a Turro, la “Musical Film” dell’editore Renzo Sonzogno, la città che, solo nel 1908, arriva a vantare 70 sale di proiezione, sparpagliate per il centro, ognuna presidiata da un imbonitore in divisa, col compito di richiamare l’attenzione dei passanti. E poi i film, i registi, gli attori. “Gli uomini che mascalzoni” di Camerini, “Cronaca di un amore” di Antonioni, “Miracolo a Milano” di De Sica. Mentre nemmeno tanto lentamente la città si trasforma, diventando sempre più esuberante, caotica e ricca, meta e miraggio degli emigrati dal Sud: ecco allora “Napoletani a Milano” di De Filippo e “Siamo tutti milanesi”, di Landi. E, in parallelo, la città che a ritmi vertiginosi si fa sempre più moderna, ma anche più fredda e dura. Dagli anni Sessanta al buio dei Settanta è un attimo: “La vita agra” di Lizzani, “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, “La notte” di Antonioni, “Il posto” di Olmi, “Teorema” di Pasolini.
E ancora i film che ruotano intorno all’identificazione fra città e fabbrica (“La classe operaia va in paradiso”, di Petri, “Delitto d’amore” di Comencini), e tutta la serie dei “poliziotteschi” interpretati dai vari Tomas Milian, Claudio Cassinelli, Henry Silva e tanti altri. E la comicità surreale (quella già di Tino Scotti e di Dario Fo), che fa tanto “milanese”, sempre velata da una patina di tristezza, così diversa da quella romana, per esempio (basti pensare alla differenza fra un Renato Pozzetto e un Carlo Verdone). E avanti, fino a “Gli sdraiati” di Francesca Archibugi, del 2017: la Milano di oggi, con i suoi grattacieli, il suo bosco verticale, la sua volontà di svettare anche al di là, e oltre, le guglie pure insostituibili del Duomo.
Una Milano, certo, sempre più fotogenica e variegata nel suo trasformarsi, di volta in volta, in un sempre nuovo e diverso set cinematografico. Sono lontani i tempi dei primi filmati Lumière, per i quali pareva che esistesse solo piazza del Duomo. Ma una Milano pur sempre, oggi come allora, discreta, riservata, quasi distaccata. Nella quale si va affermando un modo di fare cinematografia fortemente legato ai temi dell’imprenditorialità e del denaro, che le sono del resto particolarmente consoni. E che si concretizza nella cinematografia industriale (a metà tra il documentario e la comunicazione promozionale) e in quella di animazione, quindi pubblicitaria (già qualche decennio fa, il 95% dei Caroselli era “milanese”, ideato o girato nel capoluogo lombardo).
Una mostra che riesce a passare come se niente fosse dai casermoni popolari di Cinisello Balsamo di “Romanzo popolare” (con una giovanissima Ornella Muti) di Mario Monicelli ai selciati lividi e spietati de “I cannibali” (e della loro moderna Antigone) di Liliana Cavani, a Ernesto Calindri che, seduto a un tavolino nel bel mezzo di un incrocio, sorseggia serafico il suo Cynar, “contro il logorio della vita moderna”. A tutto aprendosi e tutto facendo proprio. Più Milano di così.

“Milano e il Cinema”, Milano, Palazzo Morando, Via Sant’ Andrea 6. Fino al 10 febbraio 2019.
www.mostramilanoeilcinema.it

 

Meno di un decennio. E il Dadaismo, con il Surrealismo, rivoluzionò l’intero Novecento. Ora alla Fondazione Ferrero

ALBA (Cuneo), domenica 28 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) Un breve ripasso da bigino, per avvicinarci a una delle più radicali e imponenti correnti artistiche e letterarie, il Dadaismo. Che, effimero e travolgente, con i caratteri dell’istintività, della creatività, con il riappropriarsi del fantastico, dell’evocazione visionaria, come una meteora, insieme con il Surrealismo, nato da una sua costola, ha influito e illuminato di sé tutto il Novecento.
Nel secolo precedente, il Romanticismo aveva già dimostrato in Europa interessanti innovativi fervori, reagendo al Classicismo, in nome di una rinnovata idea di libertà, rivalutando una eroica concezione dell’arte. Grazie al Romanticismo si estese una vasta complessità di movimenti letterari, musicali, filosofici, poetici, storiografici, che pervasero tutto il continente, con esaltanti slanci e sussulti. Fino a quando lo Sturm und Drang non si smorzò sul Naturalismo (con i suoi debiti al positivismo scientifico) e sul Decadentismo (in opposizione alla razionalità positivistica).
Un rilancio di euforiche promesse coincise con l’inizio del Novecento, da una parte storicamente propiziato dalla gloriosa apoteosi della seconda rivoluzione industriale, e, in naturale successione, da quella memorabile Esposizione Universale di Parigi, che, dopo quella dell’89, aprì il nuovo secolo, il 1900, nella gaudiosa allegria della Belle Epoque e dei Café-Chantant, tra anici e Can-Can.
I primi decenni del Novecento, per quanto accennato sopra, videro la nascita di nuove rivoluzioni artistiche, che scompigliarono tutte le nomenclature dei secoli precedenti. Esplosero le Avanguardie: l’Espressionismo, il Cubismo, il Futurismo, l’Astrattismo.
E il Dadaismo (o Dada), e il Surrealismo, dei quali qui ci stiamo in particolare occupando, dopo aver visto una delle più entusiasmanti mostre dell’anno: “Dal nulla al sogno. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen”, presso la Fondazione Ferrero di Alba (dal 27 ottobre 2018 al 25 febbraio 2019), mostra immaginata da Marco Vallora, stimato, eclettico e sconcertante studioso ed intellettuale competente nei più disparati campi, dall’arte alla letteratura, dal cinema alla fotografia, alla musica, all’architettura, aggiungendo, alla dottrina di docente universitario, un trascinante amore per la parola. Scritta e parlata.

Il prof. Marco Vallora, curatore della Mostra e del Catalogo (di Silvana Editoriale)

La stessa mostra, da lui curata, unitamente al ricco catalogo, rispecchia la sua eclettica personalità. Di questa sua nuova curatela dice: «In un meditato e articolato percorso, la Fondazione propone, per il suo biennale appuntamento con la grande arte, ad ottobre, una nuova mostra di ambito internazionale, originale e diversa dalle precedenti. Perché coinvolgerà libri, poesie, riviste, pamphlets di furente polemica reciproca, spezzoni di film, frammenti di musica, legati tutti ai due movimenti, lettere e manifesti, affiancati a tele e sculture innovative e spesso di rottura, di grande suggestione e rilevanza storica».
Attraverso nove sale che percorrono la storia, le vicende e le opere di un entusiamante repertorio dal Dadaismo al Surrealismo (oggetti, sculture, pitture, disegni, bozzetti, fotografie), si attraversa una ubriacante galleria di follie, stravaganze, eccentricità ad opera di una manciata di artisti anarchici, ribelli, spregiudicati, che, come anticipato, hanno influito su tutta la storia del XX secolo, rivoluzionando l’arte, la cultura, la letteratura, fino ai giorni nostri. Tra inquietanti suggestioni e fantasie in libertà, per farcene un’idea, citiamo doverosamente alcuni degli artisti esposti alla Fondazione Ferrero:

Marcel Duchamp, Man Ray, Francis Picabia, e poi Jean Arp, Joseph Cornell, Salvador Dalí, René Magritte, Joan Mirò, Hans Bellmer, Claude Cahun, Max Ernst, Giorgio de Chirico, e poi ancora Paul Delvaux, Carel Willink, Victor Brauner, Johannes Hendrikus Moesman, ed altri ancora.

Il Dadaismo, dunque. Nacque a Zurigo nel 1916 come protesta alla barbarie della Prima guerra mondiale. Si sviluppò in breve clamorosamente, coinvolgendo, rivoluzionando e innovando la poesia, la letteratura, il teatro e, soprattutto, la grafica, le arti visive e l’estetica cinematografica. Fu un trionfo di stravaganze e di derisioni, di “giochi sfrontati con l’immaginario, esercizi di non-pittura e di anti-arte”, e quindi in questo senso non vanno spiegate, ma vanno inquadrate in un contesto di rifiuto, sovversione e anarchia. Utilizzò spregiudicatamente ogni tipo di forme e materiali, rifiutò regole, leggi e legacci di mode, di istituzioni e di correnti del passato, santificò anarchicamente la libertà creativa, disprezzò storici codici artistici, nel più assoluto nichilismo, dalla pittura alla scultura, di tutto quello che avesse a che fare con il manierismo e con le forme di ogni tipo di convenzioni dell’arte decorativa e rassicurante. “L’opera d’arte – riportiamo – quasi non è più opera e non è più nemmeno artistica, ma deve proporre inquietudini, malesseri e soprattutto interrogativi”.
Il Dadaismo divenne un movimento artistico internazionale, che da Zurigo si estese a Parigi, a Berlino, a New York, fino a quando si sciolse, nel 1922, non prima di dar vita al Surrealismo.
Nato a Parigi da una costola del Dadaismo e suo erede naturale, il Surrealismo ebbe il suo atto di nascita con il “Primo manifesto surrealista” (1924) dello scrittore A. Breton, “inflessibile Pontefice autoritario del movimento surrealista, che in varie epoche ha scomunicato i suoi pupilli e colleghi, da De Chirico a Cocteau, da Bataille ad Aragon, da Dalí a Queneau“. Trasse ispirazione dalla bio-psicologia, da Freud, affermando l’importanza del sogno, il predominio della dimensione onirica, proclamando di conseguenza la necessità di liberare nell’uomo la potenza del suo inconscio, per collegarlo, con il rifiuto della logica, al fortuito, all’istintualità, al fantastico. Per tutto ciò, rivalutò intuizioni del Romanticismo, del simbolismo e della dissacrazione dadaista, accettando, nell’espressione artistica, oltre al sogno, le allucinazioni e la follia.
Un’ultima doverosa informazione. Il Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, al quale si deve la maggior parte delle opere della mostra della Fondazione Ferrero, vanta un patrimonio artistico di 151.000 opere. Ora il Museo è in fase di ristrutturazione e ampliamento. Nel 2021, sarà inaugurata la nuova dimora che andrà ad ospitare la propria ricca collezione, accogliendo, tra l’altro, disegni di Dürer, stampe di Goya, raccolte di vetri preziosi e oggetti di design e rare opere italiane, gotiche, rinascimentali, settecentesche: da Beato Angelico a Jacopo del Sellaio, da Veronese e Tiziano a Guardi e Piranesi. Ma anche maestri fiamminghi come Van Eyck o Rembrandt, Bosch e Brueghel, Rubens e Van Dyck, la scuola dell’Aja con Van Gogh, e poi francesi, da Fragonard e Boucher a Monet, Degas, Cézanne, e ancora Picasso, Mondrian, senza contare i contemporanei, da Nauman a Cattelan. E, particolarmente importante, la collezione di artisti dell’area delle avanguardie storiche, non soltanto cubisti e costruttivisti olandesi, ma soprattutto dadaisti e surrealisti.
A causa dei lavori in corso al Museo di Rotterdam, è nata dunque questa occasione unica per vederli ora in mostra in Italia.
Prima che tornino a casa.

“Dal nulla al sogno – Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen”. A cura di Marco Vallora. Fondazione Ferrero, Alba (Cuneo), Italia . Dal 27 ottobre 2018 al 25 febbraio 2019. Ingresso libero.
INFORMAZIONI E CONTATTI: Fondazione Ferrero: ufficio stampa 0173 295094 – 346 3325483
www.fondazioneferrero.com

Il Teatro Manzoni anche quest’anno si fa in quattro: Prosa, Cabaret, Bambini ed Extra. Aprirà Solfrizzi l’11 ottobre

Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere (foto Fabio Lovino)

MILANO, mercoledì 12 settembre ► (di Paolo A. Paganini) In una festosa partecipazione di appassionati, tra personaggi della prosa e del cabaret, in un ridotto gremito di folla, avida di teatro (e d’invitanti tartine), è stata presentata la stagione teatrale 2018/19 (che celebra i quarant’anni della gestione Fininvest del Teatro Manzoni).
Un’ampia proposta di spettacoli ha contrassegnato le stagioni del Teatro Manzoni“, ha ricordato il direttore Alessandro Arnone, “fin da quando, nel marzo 1978, Silvio Berlusconi intervenne per preservare la storica sala dalla minacciata trasformazione in un supermarket, affidandone la direzione a un appassionato uomo di teatro come Luigi Foscale“.
Le cose andarono effettivamente così, come ha ricordato Arnone, pur con qualche piccola variante.
In realtà, quando terminò la gestione Correnti e l’allora proprietaria contessa Blanc, prediligendo il cinema, non volle più saperne di teatri, la voce più insistente (e mai provata), oltre alla trasformazione in supermercato, era che Berlusconi volesse farne un prestigioso studio televisivo della Fininvest. Si oppose, dissero, Foscale che era imparentato con Berlusconi. E, se le cose andarono così, Foscale ebbe l’ulteriore benemerenza di aver salvato la gloriosa tradizione dei grandi spettacoli della prosa del Teatro di Via Manzoni, che, fin dal 1950, dopo la ricostruzione dai bombardamenti del ’43, ebbe gestori di appassionata competenza teatrale, da Remigio Paone (in parallelo con la gestione del Nuovo) a, dopo un paio d’anni, Adolfo Smilide, e poi Carlo Alberto Cappelli, in società con la baronessa Anita Blanc e in società di gestione con Garinei e Giovannini. Nei primi anni Settanta la gestione passa a Luigi De Pedys.
Nel 1978 mutati gusti e tendenze, si cominciò a parlare di crisi o cambiamenti di gusti del teatro in generale. Tutti ne risentirono. Anche il Manzoni, che, nel tempo, luglio 2006, perse la grande sala cinematografica sovrastante, che così concludeva una memorabile carriera di celebri prime cinematografiche, in linea con la tragica chiusura di tante altre sale, e con l’avvento di una miriade di multisale.
Ma per il teatro, quarant’anni fa, arrivò una soluzione salvifica, che si sarebbe proiettata fino ad oggi: la società costituita da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e dalla baronessa Blanc mantenne il venti per cento della proprietà, il gruppo Berlusconi si assunse l’ottanta per cento dell’onere di gestione, con la consulenza di Pino Correnti (indimenticato uomo di teatro), e, di lì a poco, nel ’79, il Manzoni divenne proprietà della sola Fininvest, con la direzione artistica a Luigi Foscale, che conservò per più di vent’anni con appassionata competenza. Nella stagione 2001-2002, subentrò la moglie, Walda Foscale, zia di Berlusconi, severa e rassicurante presenza a tutte le prime del Manzoni, fino al 27 agosto di quest’anno, quando, all’età di 94 anni, venne a mancare.
Ora, nel festeggiare i quarant’anni di gestione Fininvest, si aprono nuove prospettive e alcune incognite, in attesa di un nuovo assetto gestionale. Anche perché, nonostante confortanti rassicurazioni in base a una pregressa stipula, che garantiva alla sala di Via Manzoni dodici anni di sopravvivenza, rimane il fatto che la bella e signorile Galleria di Via Manzoni, nella quale ha sede il teatro, è destinata ad altre strutturali trasformazioni.
Ma, in fiducioso ottimismo, con i dovuti scongiuri ed esorcismi, in questo periodo storico di rapidi e talvolta sconcertanti cambiamenti, auguriamo di cuore al Teatro Manzoni, come impongono i suoi storici meriti, altri quarant’anni di successi.
Intanto, la stagione 2018/19 manterrà  la struttura ormai consolidata negli ultimi anni, nei diversificati cartelloni di Prosa, Cabaret, spettacoli per i più piccoli (Manzoni Family) e Magia e Danza (Manzoni Extra).

La Prosa, con otto spettacoli in cartellone, prevede i graditi ritorni, tra gli altri di Vincenzo Salemme, Emilio Solfrizzi e Paola Minaccioni (che apriranno la stagione l’11 ottobre con “A testa in giù” di Florian Zeller), Michele Placido, Lucrezia Lante della Rovere, Ennio Fantastichini, Carlo Buccirosso, ed altre interessanti presenze per la prima volta al Manzoni, da Alessandro Preziosi a Alessandro Haber, da Anna Bonaiuto a Iaia Forte, da Stefano Fresi a Violante Placido, da Maria Nazionale a Paolo Ruffini.

Il Cabaret, dedicato ai più amati protagonisti della comicità, propone, in dieci spettacoli, le performance, fra gli altri, di Paolo Cevoli, Gabriele Cirilli, Giovanni d’Angella. Lillo & Greg, Massimo Lopez e Tullio Solenghi, Teresa Mannino, Antonio Ornano, Francesca Reggiani, Angelo Duro, Enrico Bertolino affiancato da Luca Bottura.

Manzoni Family, negli appuntamenti del sabato pomeriggio, offrirà ai più piccoli e alle loro famiglie tredici titoli fra le storie più belle e conosciute, da “Il gatto conb gli stivali” a “Il brutto anatroccolo”, da “La bella addormentata” a “Il mago di Oz”.

Il cartellone Manzoni Extra, con una sventagliata di otto appuntamenti, prenterà una nuova lezione-spettacolo di Vittorio Sgarbi su Leonardo; la quarta edizione del Festival della Magia con Raul Cremona; una nuova edizione dei Processi alla storia; gli spettacoli dell’illusionista Walter Rolfo, dell’eclettico Simone Cristicchi e di Drusilla Foer, e, inoltre,  balletto e operetta.

Teatro Manzoni, Via Manzoni, 42 – Milano.
www.teatromanzoni.it