Due “ingegneri” della ragione, de Bortoli e Salvatore Rossi. Riflessioni sulla funambolica instabilità dell’edificio Italia

(di Piero Lotito) Immaginiamo di trovarci nella sala più elegante di un fatiscente palazzo nobiliare – l’Italia di oggi – nel mezzo d’una chiassosa festa di compleanno che di festoso, in realtà, ha molto poco, percorsa com’è da velenosi battibecchi, maldicenze, scurrilità e altre sguaiataggini. Immaginiamo inoltre che, al colmo della confusione, due invitati decidano di lasciare l’impossibile compagnia per appartarsi in un lontano salottino e qui finalmente conversare sul destino di quella sala e dell’intero palazzo, più volte colpito da violente scosse di terremoto e mai restaurato, mai messo in sicurezza. Si scambiano, i due, dati tecnici e impressioni, scandagliano errori di costruzione e individuano pecche nell’antica direzione dei lavori, pensano a un piano di recupero, ipotizzano un costo. E alla fine, temendo che lo stesso sovraffollamento di quel giorno possa compromettere la stabilità dell’edificio, concordano il modo migliore di avvertire i festaioli dell’incombente pericolo, sollecitandoli nel contempo a darsi da fare per sventarlo.
Ecco, i due signori che hanno deciso di abbandonare la canea per scambiarsi nella quiete, a tu per tu, considerazioni sullo stato di salute del Palazzo Italia, sono Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi, esperti “ingegneri” – rimanendo in metafora – e profondi conoscitori delle leggi e dei fenomeni che regolano la statica e la dinamica di quella complessa e anche funambolica costruzione che è il nostro Paese. Ricorrendo a uno strumento antico e insieme moderno come la lettera via mail, interrogandosi e argomentando su temi che spaziano dall’economia alla politica, dal rapporto del nostro Paese con l’Europa all’istruzione, al rispetto dell’ambiente, all’innovazione, alle leggi elettorali, ai difetti e ai pregi degli italiani, hanno via via dipanato una «conversazione patriottica sull’Italia» sfociata nel libro La ragione e il buonsenso (il Mulino).
Sulle prime, si spiega nell’introduzione, si pensava a un lavoro di impianto tradizionale: un libro di un solo autore, un lungo monologo. Poi, l’idea di un impegno a quattro mani: un giornalista come Ferruccio de Bortoli, per due volte direttore del Corriere della Sera, direttore del Sole 24 Ore, amministratore delegato di Rcs Libri e presidente di Flammarion, attualmente presidente di Vidas e della casa editrice Longanesi, e un economista come Salvatore Rossi, già direttore generale della Banca d’Italia, presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, e ora presidente di Tim, autori entrambi di saggi di economia e di politica. Due personalità di diversa estrazione professionale e anche di differente visione delle cose, ma dotate di un comune “metodo” di indagine: la ragione.
«Caro Salvatore…», «Caro Ferruccio…». Non è vero che oggi non ci si scriva più. Abbiamo a disposizione la posta elettronica, che è veloce quasi come il pensiero e permette, ricordano i due autori, «la vivezza del dialogo e la riflessività della scrittura». Così, le due firme si sono scambiate via mail il grosso delle riflessioni sull’Italia e sul suo futuro, ciascuno portando il proprio carico di conoscenza, «con obiettività, senza pregiudizi politici o ideologici: naturalmente nei limiti del possibile, perché gli esseri umani non sono freddi algoritmi, hanno passioni e fedi». E Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi una fede forte la possiedono, dichiarandosi entrambi, si è detto, «credenti nella ragione».
La ragione e il buonsenso è un saggio “parlato”, potremmo definirlo, introdotto da due capitoli di narrativa, ciascuno dei quali sviluppa un racconto di fantasia – Giovanni e Amalia di de Bortoli e Sebastiano ed Elisa di Rossi – funzionale all’illustrazione dei temi successivamente trattati. Il tono complessivo è appunto del dialogo pacato, dove un interlocutore non soverchia mai l’altro, ma ascolta e poi controbatte nel merito con il linguaggio che gli è proprio, senza pretestuose divagazioni e inopportune libertà. «Caro Salvatore – scrive Ferruccio de Bortoli nelle prime mosse dell’epistolario –, l’economista sei tu. Io da giornalista vorrei proporti…». È il capitolo Decadenza o declino?, che citiamo come esempio della singolarità del volume, dedicato alla questione che meglio caratterizza gli eccessi di autocritica degli italiani, sempre pronti, anche con soddisfazione, a parlar male del proprio Paese. Una peculiarità, sappiamo, osservata con un certo sgomento dagli osservatori stranieri. Ai pensieri sviscerati da Rossi anche evocando questioni demografiche, e comunque riassumibili nell’incapacità italiana di cogliere negli anni ’90 del secolo scorso il cambiamento delle tecnologie dominanti a favore della digitale, Ferruccio de Bortoli risponde ricordando alcune occasioni perdute dalle grandi aziende italiane nella sfida di costruire «grandi gruppi internazionalizzati, globali. E soprattutto italiani». Fra le tante storie di queste sconfitte («Per fortuna ce ne sono molte altre di successo. Sono esempi straordinari: Luxottica, oggi Essilux, Brembo e altri»), si sofferma su quella «significativa, paradigmatica» del nostro principale gruppo industriale, «anche se la Fca – che ha sede legale e fiscale all’estero – oggi non è più italiana. E ancora di più dopo l’intesa con il gruppo francese Psa. Ed è spiacevole. Penso che in un altro paese – la Francia ma non solo – non sarebbe mai successo. Una storia esemplare quella della Fiat. Racchiude glorie e disfatte, ingegno e miopia. E dice molto di una sfida che abbiamo sostanzialmente perduto».
Così, il passo del libro, per l’“atteggiamento” italiano verso l’Unione Europea e viceversa, per la «Babele di falsi confronti» che trascina la politica in «un immenso, ininterrotto, talk show», per il significato di due fondamentali sentimenti quali l’amore e la libertà nella società italiana, per la costante sensazione di equilibrio instabile della posizione economica del Paese, ora dato per ricco e vivace e ora per povero e dimesso, per la chimerica entità che chiamiamo sostenibilità, troppe volte corrispondente a una «parola semivuota». La ragione e il buonsenso invita i lettori ad accomodarsi nell’angolo appartato che dicevamo e a farsi finalmente ascoltatori di prima fila d’un civile confronto sulla gloria e la miseria del nostro Paese, che avrà perso nobiltà, ma potrà pur sempre – se consapevole – recuperare grandezza.

Ferruccio de Bortoli e Salvatore Rossi, “La ragione e il buonsenso. Conversazione patriottica sull’Italia”, il Mulino 2020, pp. 155, € 15.

Giulio Giorello, tra cielo e terra, tra presente e passato, tra discipline culture e lingue diverse. Libero e indipendente

(di Andrea Bisicchia) Ciò che mi affascinava di Giulio Giorello era la competenza, oltre che una grande generosità. Era uno spirito celeste, sempre proiettato tra cielo e terra, libero di muoversi, non solo nella sua disciplina, ma anche tra altre, viste sempre alla luce delle sue conoscenze. Era solito indagare il presente proiettandolo nel passato, persino nei miti greci e in quelli orientali, come nel volume, pubblicato da Cortina, “Prometeo, Ulisse, Gilgames”, l’editore che propone oggi, come un libro manifesto del pensiero di Giorello: “Di nessuna chiesa. La libertà del laico”.
Cosa vuol dire di nessuna chiesa?
Vuol dire semplicemente tollerare tutte le altre, magari alla luce del relativismo che non riconosce nulla, perché nulla esiste di definitivo e perché tutto è soggetto a differenziarsi e a sottoporsi all’errore.
Il volume è diviso in cinque brevi capitoli, nei quali Giorello affronta il problema delle culture e delle lingue diverse, oltre che quello della indipendenza dei saperi, che non vuol dire non credere in un sapere assoluto, perché questo preclude ogni altra forma di indagine, tanto da potere ammettere che non esistano né una verità religiosa né una verità scientifica in forme definitive.
Per Giorello, non bastano i “fondamenta”, perché ritiene anche necessari i “fenomeni”, ovvero l’attività di ricerca utile per pervenire al “principio primo” o alla” filosofia prima”, dato che ogni primato assoluto evita il confronto e mina la libertà della dialettica e della responsabilità. Le certezze non sono altro che “idoli” e questi, a loro volta, sono il risultato della “Superstitio”, abituata a popolare i cieli di Dei, a loro volta, invocati come lenimento alle sofferenze umane, forse per cercare degli antidoti. Lasciare a ciascuno il peso della propria sofferenza è una scelta di tolleranza e di libertà. Per Giulio Giorello, la tolleranza è uno strumento efficace per la conservazione di una società libera. A questo punto, anche la filosofia deve fare delle sue scelte, ben sapendo che il suo vero fondamento è la scelta di scegliere, essendo insofferente a ogni legame e, pertanto, a ogni “confine”, tipico della libertà del laico.
Molte sono le citazioni, fatte da Giorello, tutte attinenti all’argomento, ma che possono essere interpretate come delle indicazioni per approfondirlo. Si va da Aristotele a Bruno, Spinoza, Milton, Mill, Popper, Russell, Feyerabend, tutti d’accordo nel sostenere che, se non si dà voce pubblica agli altri, non sapremo più noi stessi cosa dire. Questa è la vera libertà, che è anche solidarietà, la quale non implica nessun principio trascendete, ma neanche lo esclude.
Per Giorello, la solidarietà ha tre fili che legano natura, tecnica e società, inoltre è disposta ad aprirsi ai membri di qualsiasi chiesa, purché si impegnino nel rispetto delle differenze, sia nella pratica che nella teoria. Di una cosa Giorello era certo: la vita finisce nella morte, questa, però, non è una ragione per non vivere. Eduardo Boncinelli, nella prefazione, lo considera un libro di protesta civile.

Con questa recensione, Lo Spettacoliere intende ricordare il grande epistemologo che ci ha, da poco tempo, lasciato.

GIULIO GIORELLO, “Di nessuna chiesa. La libertà del laico”, Cortina Editore 2020, pp. 90, € 7.

Forse i fuggiaschi troiani, narrati nell’«Eneide», non erano poi dissimili dai tanti immigrati che oggi approdano da noi

(di Andrea Bisicchia) Maurizio Bettini, filologo classico dell’Università di Siena, nel suo ultimo libro, pubblicato da Einaudi: «Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico», parte da una premessa, necessaria per capire cosa vogliano significare i “diritti umani”, in un rapporto continuativo tra passato e presente e in che modo i classici andrebbero letti, evitando di intenderli soltanto come opera di poesia da poter spiegare attraverso l’analisi linguistica o letteraria, perché, in quanto classici, vivono in un rapporto costante con le società in cui si leggono.
Per questo motivo, Bettini consiglia di “tornare a Virgilio” e leggere, per esempio, il primo libro dell’Eneide, non alla luce della “topothesia”, di un luogo stabilito, ma alla luce di un “non luogo”, ovvero dei tanti luoghi in cui si verificheranno gli approdi dei naufraghi, con riferimento a quelli di oggi che arrivano, magari, col coronavirus. Liberando i versi di Virgilio da ogni “innocenza letteraria” e immettendoli in un contesto sociale ben preciso, Bettini cerca di dimostrare come i fuggiaschi troiani non siano dissimili dai tanti fuggiaschi che abbandonano le loro terre in fiamme per approdare verso porti sicuri, come l’Italia, dove era, a suo tempo, diretto Enea con i compagni di sventura.
È come se la poesia si trasformasse in “cronaca” di ieri e di oggi.
Se la guerra di Troia ebbe i suoi cantori in Omero e Virgilio, le guerre del Medio Oriente potrebbero appropriarsi dei loro versi, per una riflessione su cosa siano i diritti umani, quando vengono calpestati dai vincitori di allora o dai poteri forti di oggi, che decidono della vita e della morte dei cittadini, al di là del colore della pelle.
È noto che, prima di arrivare in Italia, Enea abbia sostato a Cartagine, dove Didone, da naufraga, era diventata regina, nel cui palazzo erano state affrescate le storie della guerra di Troia, destando meraviglia in Enea che capisce come quegli avvenimenti fossero già diventati mitici, tanto da precedere il suo arrivo ed aver commosso i cartaginesi: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” (Sono lacrime delle cose e le vicende mortali commuovono). Bettini ritorna a fare il filologo per spiegare “Sunt lacrimae rerum”, e va diritto al problema quando si chiede se bastino le commozioni senza l’ausilio delle leggi e dei doveri. Così traccia le tre vie per dimostrare in che modo in diritti umani siano stati messi in pratica nel mondo antico e li confronta con i diritti sanciti dalla Costituzione del 1948, anche facendo riferimento a Cicerone e alle sue riflessioni sui “communia”, ovvero sulle prestazioni necessarie da fornire a chi ne faccia richiesta e che non possono essere rifiutati a nessuno.
Ad esse fa seguire quelle di Seneca, secondo il quale il diritto naturale è un presupposto di quello sociale. Nelle “Lettere a Lucilio” scrive: “La natura ha installato dentro di noi un amore reciproco e ci ha reso sociali, oltre che umani”. Bettini prende in prestito, da Terenzio, il titolo del libro, in particolare dalla commedia “Il punitore di se stesso”, dove un padre si autopunisce, vivendo in assoluto isolamento, per aver allontanato il figlio e, interpellato da un coetaneo che forse, indiscretamente, cerca di aiutarlo, lo rimprovera per il suo interesse non richiesto e gli domanda il perché di queste sue attenzioni. La risposta non si lascia attendere: “Homo sum, humani nil a me alienum puto” (Sono un uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo).
Bettini ne approfitta per distinguere il concetto di umanità, presso i greci, o meglio, presso gli ateniesi, che corrispondeva alla “autocthonia”, proprio il contrario di quello romano che lasciava molto spazio agli stranieri, fino ad accettarli come imperatori. Tacito fa dire all’imperatore Claudio, negli “Annali”: “Siamo stati governati da stranieri”, come dire che, riflettendo sul mondo antico, si possano trovare delle bussole per orientarci nel mondo moderno.

Maurizio Bettini, «Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico», Giulio Einaudi Editore 2019, pp. 126, € 12.

Ogni ruga una storia da raccontare. E dal viso di Roberto Herlitzka l’obbiettivo di Le Pera legge ogni singolo solco

(di Andrea Bisicchia) I libri di Tommaso Le Pera hanno, col teatro, un rapporto ambiguo, nel senso che tendono alla storicizzazione degli spettacoli e dei suoi interpreti con un approccio di carattere visuale, ovvero, attraverso la scrittura con le immagini che sta a base di ogni messinscena che si rispetti.
La pagina su cui scrive Tommaso è quella del palcoscenico, luogo difficile da decifrare, specie quando si presenta in tutta la sua nudità, offrendone l’aspetto più osceno, una oscenità particolare, come quella che si aprì alla rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, quando lo spazio vuoto sembrava allargare le gambe per mostrare non “L’origine del mondo” di Gustave Courbet, ma le origine del teatro, nel momento in cui comincia a riempire il suo palco con le maschere e i suoi interpreti.
L’ultimo libro di Le Pera ha come titolo “Roberto Herlitzka”, edito da Media Books, ed è una raccolta di foto di questo grande attore, schivo, silenzioso, ma che nasconde un carattere ironico e autoironico, come ho potuto constatare in occasione del Premio Simoni, consegnatogli al Teatro Romano di Verona.

L’occasione è data da una mostra fotografica, a lui dedicata e allestita in uno dei palazzi più belli di Napoli: Palazzo Fondi, durante il Teatro Festival, dove si potrà vedere fino al 31 Luglio.

Cosa ci racconta Tommaso Le Pera di questo attore?
Le pieghe del suo viso che non sono rughe, perché, sostiene il fotografo, sono diverse l’una dall’altra, come se ogni piaga avesse avuto una storia da raccontare. Vengono in mente le “piaghe” di Eduardo, anch’esse cariche di racconti drammatici. Herlitzka è un attore amato dai suoi registi, a cominciare dal suo maestro Orazio Costa, ma anche da Squarzina, Ronconi, Lavia, Cappuccio e, soprattutto, da Antonio Calenda che lo ha trasformato in una icona del teatro italiano, con un memorabile “Prometeo”, in bombetta nera, che esce dal fondo del palco del Teatro Greco di Siracusa, fino all’“Enrico IV” di Pirandello, messo in scena in questa stagione e che sarà ripreso nella prossima.
Di questo artista immenso, Le Pera ci offre la testimonianza di ben 18 spettacoli, raccolti a ritroso, dall’“Enrico IV” (2020) a “La locandiera” (1985), attraverso “Minetti” di Bernhard, “Edipo a Colono”, nella riscrittura di Cappuccio, “La mostra” di Magris, “Re Lear” di Shakespeare etc.
Le Pera raccoglie ogni sfumatura del suo volto che corrisponde ai diversi stati d’animo dell’interprete, di cui riprende i primi piani, a lui tanto cari, anche se ben consapevole che la foto è la conseguenza di una “lettura”, a suo modo, di uno spettacolo nella sua interezza. Ciò che Le Pera evidenzia è il rapporto tra immagine e testo, con le sue relazioni intermediali e, ancora, il rapporto tra riflessioni e visualità, che possono essere di tipo paradigmatico, oltre che descrittivo, accompagnate da un metodo compositivo tutto personale.
Il volume contiene una intervista di Sergio Dragone, che è anche autore di uno scritto: “L’attore, strumento composto da voce e corpo”, e da una introduzione di Ruggero Cappuccio, che coglie di Herlitzka l’anima come “incondizionato ricettore di sentimenti diversi, di identità mutevoli, di epoche lontane o vicinissime”

Tommaso Le Pera, “Roberto Herlitzka”, Catalogo Edito da Media Books 2020 – pp. 98 – € 12