Una scuola per i senza patria, per chi ha conosciuto guerre e disperazione. E per ritrovare, qui, dignità e coscienza di sé

(di Piero Lotito) «Salgo le scale che portano alle aule. Sono le due del pomeriggio, ma il corridoio è buio. È dicembre del resto. Cerco il pulsante della luce, lo pigio e sul soffitto si accendono dei tubi al neon. Entro nella prima stanza a sinistra. I tre tavoli di legno chiaro, uniti al centro, formano una massa compatta, le sedie di colori diversi sono impilate accanto alle pareti».
È l’incipit di un libro singolare, Una scuola senza muri, Enrico Damiani Editore. Non un romanzo né un saggio né una (auto)biografia, ma che assomma i pregi di tutte e tre le categorie dello scrivere in prosa. Ne è autrice Laura Bosio, scrittrice tra le più amate per la delicatezza e, insieme, la profondità della narrazione, che una scuola così fatta, senza muri, l’ha avviata alcuni anni fa, vi insegna, la dirige. È la sede milanese della scuola di italiano per migranti Penny Wirton, fondata a Roma nel 2008 da Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi e subito diffusasi in numerose città d’Italia. Le aule citate nel libro sono ricavate nei locali accoglienti della parrocchia di San Giovanni in Laterano, in via Pinturicchio 35. È qui che, appunto in un giorno d’inverno del 2015, l’autrice appese in strada, vicino al cancello, un foglio con la scritta: “Scuola di italiano per stranieri primo piano”.
Il libro è il racconto di ciò che ne seguì, a partire dalla prima allieva, Teresa. «Ci siamo sentite al telefono, ci stringiamo la mano, timide e con un sorriso un po’ contratto tutte e due. Teresa avrà più o meno la mia età, è del Perù, fa la badante, è stata la famiglia presso la quale lavora a segnalarle la scuola. Aspettiamo in due, adesso».
E verranno altri, tra insegnanti volontari e alunni: Saulo, Fausto, Elena. Thilini, Felix, Makan, Trésor, Amadou, Mariela… La scuola cresce, arrivano a frotte. «Ci saranno abbastanza volontari per le tante persone, ragazzi soprattutto, che si rivolgono a noi? Ci sono stati molti sbarchi durante l’estate ed eccoli qui insieme a noi, in prima linea, per imparare a camminare dritti in questo paese di cui non conoscono nulla. Come nulla sappiamo noi del loro mondo, delle loro abitudini, della loro civiltà».
Lo dicevamo: già dai primi accenni, dalle prime pagine, si comprende come questo di Laura Bosio non sia un libro come tanti. È una “presa diretta”, sia pure raddolcita dal passo letterario, sul mondo dei senza patria, dei nomadi per necessità, dei lontani da tutto. È anche, Una scuola senza muri, un inusuale promemoria del dramma («Ogni due secondi oggi sul pianeta qualcuno fugge») e la più convincente dimostrazione di come i nostri aggettivi, i pronomi, il plurale, gli articoli, i verbi – la lingua, insomma – siano il più efficace e duraturo strumento di integrazione.
«Tre piani di aule, e al quarto anno scolastico le occupiamo tutte». La scuola cresce, l’entusiasmo coinvolge, il calore pervade insegnanti e allievi. «Le due aule del corridoio principale sono gremite e frastornanti, la sala blu, che oltre al lungo tavolo ha un paio di tavolini di fortuna aggiunti da poco, sembra un suk, per la folla, il chiasso, gli odori forti, le sedie in cerchio che fanno pensare ai capannelli di un mercato». Ma ci si organizza, si danno regole e si distribuiscono incarichi da comunità: «I ragazzi arrivano, si mettono in fila nel corridoio. Grazia sovrintende con polso sicuro, “aspetta un momento, ecco, vai adesso, come stai?, sembri stanco oggi”».
E Laura Bosio, autrice tra gli altri de I dimenticati, Feltrinelli 1993, Premio Bagutta Opera Prima, Annunciazione, Mondadori 1997 (Premio Moravia), Le stagioni dell’acqua, Longanesi 2009 (finalista Premio Strega), D’amore e di ragione. Donne e spiritualità, Laterza 2012, dipana la storia della sua scuola (paradigma di ogni sforzo di fratellanza, più che di integrazione) maneggiando il duplice mezzo della sua esperienza di scrittrice e di donna sensibile alla sventura dello sradicamento da affetti e cultura. Una scuola senza muri è anche un viaggio attraverso le varie politiche dell’immigrazione europee e mondiali, i conflitti che generano fuga e disperazione, le lotte tra etnie e tribù, le azioni corrotte di governanti e multinazionali, violenze e terrorismo. Ma la penna è sapiente, tutto concorre al disegno di una ricerca: quella inesausta della dignità personale, che s’incarna nella prima persona del verbo essere. «“Ciao, mi chiamo Laura, e tu?”. L’allievo risponde esitante: “Ciao, mi chiamo Rashid”. “Benvenuto Rashid. Io sono italiana. E tu da dove vieni?”. Con più forza adesso: “Io sono gambiano”. E finalmente sorride. Io sono. Ci sia o no nella sua lingua, quell’“io sono” ora esiste. L’io che lo toglie dall’anonimato, dalla massa, l’io maltrattato, violato, disconosciuto, si ricava uno spazio libero nella sua mente. Un io che si è mescolato a un noi».

Laura Bosio, “Una scuola senza muri” – Enrico Damiani Editore 2019 – pp. 136, € 14.

Instabili e vaganti, senza fissa dimora. Ma con il mondo e la natura come palcoscenico. E con il corpo come teatro

(di Andrea Bisicchia) Il volume “Stracci della memoria”, pubblicato da Cue Press, mi permette di fare alcune riflessioni sulla dimensione teatrale del terzo millennio, tipica di una generazione che ha scelto di rinunziare al testo come rappresentazione per accedere a un lavoro artistico capace di coinvolgere il corpo, da utilizzare per la realizzazione di un “progetto”. Non si tratta del teatro del corpo, inteso come corpo della parola, bensì del corpo del performer che sostituisce la parola con l’azione fisica.
Il volume di Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola fa riferimento al lavoro svolto dalla Compagnia Instabili-Vaganti, tra il 2004 e il 2018 che già, nella denominazione, evidenzia una vocazione, comune a tante altre, che consiste nel non avere una stabilità, ovvero un luogo dove operare e nell’essere instabili in tutti i sensi, anche economicamente, tanto da andare alla ricerca di “residenze”, non soltanto nazionali, ma anche internazionali.
Sono, insomma, delle mine vaganti che fanno, del viaggio, un mezzo di conoscenza di altre realtà consimili, appartenenti a continenti diversi. I “progetti” che ne scaturiscono sono tipici di chi va alla ricerca di avventure, soprattutto, nel campo performativo, comuni a tanti gruppi instabili e vaganti che si incontrano nei vari festival internazionali.
Come si può intuire dai loro tracciati teorici, tutti mostrano la vocazione a contrapporre l’uso del corpo a quello della voce e, ancora, l’uso estetico (coinvolgimento culturale dello spettatore) a quello sinestetico (coinvolgimento sensoriale dello spettatore). Non manca, in questi gruppi, una incontrollata presunzione, dato che pur ammettendo di conoscere e di aver studiato la tradizione dei Maestri, insistono in una ricerca troppo personalizzata, con apparati teorici che, in fondo, ripetono quanto hanno appreso dagli stessi Maestri che, in molti, non hanno conosciuto, ai quali si sono accostati leggendo le loro teorizzazioni.
Cosa hanno imparato da costoro? Per prima cosa l’uso dello spazio, non certo quello dei teatri tradizionali, bensì quello che si trova in Natura o in luoghi abbandonati, in chiese sconsacrate o nei villaggi. Si tratta di spazi non deputati che cercano di confermare la forza del “naturale”, da contrapporre a quella della finzione. In tutti questi gruppi, del terzo millennio, si riscontra la riattivazione di pratiche originarie che comportano una diversa concezione del Rito che mostra evidenti contatti con le operazioni già svolte dal Bahuaus, da Grotowski, da Barba, da Brook, ma anche dai nostri Leo De Berardinis e Carmelo Bene.
Altro elemento che li accomuna è l’uso della ibridazione, della interculturalità, della frammentarietà, non per nulla pubblicano le teorie di ciò che fanno, piuttosto che i testi, trattandosi, appunto, di frammenti. A costoro, non interessa un “ordine”, preferiscono fondere elementi diversi che si scontrano con ogni tipo di drammaturgia prestabilita, tanto da aderire a un “disordine” consapevole che dovrebbe corrispondere al disordine della memoria che raccoglie “stracci” del passato per costruire un processo unitario che scorre come un fiume a cui è necessario porre degli argini. Questi gruppi lavorano anni per dare unità a una molteplicità di materiale raccolto, fatta, soprattutto, di letture, anch’esse frammentarie, un po’ caotiche che alternano nozioni filosofiche con altre antropologiche che fondono, a loro volta, in teorizzazioni pro domo sua, ben sapendo che il teatro, che loro definiscono convenzionale, odia le teorizzazioni, essendo, il palcoscenico, luogo dell’azione, sia testuale che performativa.
Come se non bastasse, costoro vanno in cerca della tradizione ermetica, condita con quella alchemica, per trasformare le loro emozioni in azioni performative e dare, agli impulsi corporei, una forma pura. Le loro riflessioni, frutto di letture episodiche e non strutturali, si trasformano in materiale di Workshop, di spettacoli interattivi, per i quali, diventa determinante l’apporto di videomarker affinché performer e immagine proiettata diventino uno spazio comune.
Insomma, gli stimoli sono tanti per chi avesse voglia di leggere questo libro che racconta, anche, la storia di un progetto dal titolo emblematico: “Stracci della memoria” che raccoglie un materiale immenso, strutturato in una trilogia che ha una sua genesi : “Il sogno della sposa” e un suo “sviluppo”, attraverso altre tappe: “La memoria della carne” e “Il canto dell’assenza” che confluiranno in uno spettacolo unico: “Il rito”, sviluppo avvenuto durante i loro viaggi nelle risaie dei villaggi coreani, nelle case colorate della città del Messico, negli spostamenti da Pechino alla Patagonia, nei vari festival etc, tutti necessari per scoprire nuovi mondi, nuove maniere di relazionarsi, nuove fasi di creazione che, infine, caratterizzano una tipologia di teatro, quella tipica del terzo millennio.

Anna Dora Dorno, Nicola Pianzola: “Stracci della memoria” – Cue Press 2018 – pp. 156 – € 29,99

Accadimenti orrendi di dolore e di morte. Come l’immenso orrore dell’Olocausto. Eppure, le immagini non dicono tutto

(di Andrea Bisicchia) Qual è il confine tra visibile e invisibile? Tra ciò che si vede e ciò che si legge? Tra ciò che si conosce e ciò che si cerca di occultare? Qual è la funzione dell’immagine quando cerca di attraversare questo confine, specie se riguarda gli orrori della Storia? Gli scontri di civiltà sono tutti segnati da lutti orrendi, testimoniati da immagini che trascendono gli stessi accadimenti, di tragedie che sono riuscite a mitizzare il dolore e persino la morte. Come sono stati trasmessi gli orrori dell’Olocausto? Come sono stati perpetuati dalle immagini rimaste?
Michele Guerra in: “Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini”, edito da Cortina, si è chiesto quali siano stati i processi di costruzioni delle immagini che hanno raccontato l’orrore della Shoah, anche attraverso il “non tutto”, secondo una definizione di Georges Didi-Huberman, quello che ci permette di vedere solo “porzioni” di verità che alimentano certi “vuoti di conoscenza” che, a loro volta, rendono lacunoso il nostro sapere e che necessitano, pertanto, di ricreare un più oculato rapporto tra vedere, immaginare e sapere, tra ciò che l’immagine mostra e ciò che l’immagine occulta, ma, soprattutto, sul nostro comportamento, dinanzi all’immagine, dopo che è trascorso un lungo tempo dai fatti accaduti.
Michele Guerra non è un mediologo, bensì uno storico del cinema che ama uscire fuori dalla sua disciplina, per orientarsi verso gli studi di Régis Debray, il quale ha cercato di “perorare la causa dell’invisibile”, intendendo la parola “causa” come difesa, ma anche come “origine”, per poter spiegare il buio che attraversa ciò che non è visibile. Come è noto, il secolo XXI si è caratterizzato per l’uso e l’abuso dell’immagine, sempre alla ricerca, non di una verità reale, ma di una verità che fa scandalo. Ebbene, secondo Guerra, è arrivato il momento di accedere a una ricerca multidisciplinare con l’utilizzo di codici diversi del “mostrare”, scandagliando gli aspetti visuali delle fonti primarie che, spesso, sono più potenti di quelli concettuali.
Ha diviso il suo studio in cinque capitoli che fa precedere da una premessa dove espone il metodo del suo lavoro e dove asserisce che la Shoah va raccontata da prospettive diverse che non debbano avere a che fare col consumo o col successo di un protagonista come Schindler, anzi bisogna partire dagli insuccessi, da ciò che non si vuole vedere, varcando la soglia dell’espressione verbale, per analizzare quanto di buio c’è dentro l’immagine e renderlo trasparente. Egli analizza il romanzo biografico di Elie Wiesel: “La notte” (1956), dove l’autore affida, spesso, al semplice fatto di aver visto qualcosa, la possibilità di restituire l’immensità di ciò che sente di dovere raccontare. La notte non è altro che l’oscurità della deportazione, il suo scandalo.
Successivamente ricorda alcuni film documentari, per meglio capire l’oggetto della sua ricerca, si tratta di “Notte e nebbia” (1956) di Resnais, dove è palese il modo diverso di costruire, attraverso l’immagine, un racconto, evitando l’estetizzazione o la spettacolarizzazione, come è accaduto per molti film sulla Shoah, a cominciare da “Kapò” (1959) di Gillo Pontecorvo.
Resnais fa ricorso a immagini di repertorio, in bianco e nero, che sono immagini di smarrimento e di disperazione, che mette in contrapposizione con il colore, con cui filma l’atrocità dei campi liberati, offrendo allo spettatore una prova saggistica su cosa intenda per visione, dimostrando, nel frattempo, come l’obiettivo alterni la “non mediabilità” della Shoah, con la possibilità di portare l’invisibile dentro qualcosa che i nostri occhi percepiscono.
Un altro film che rispecchia questo modo di procedere è “Il figlio di Saul” (2015) che concede ben poco al racconto tradizionale e all’impossibilità di mediare, visto che il vero scopo del regista è quello di diseppellire le testimonianze non dette.
Diversi sono gli altri documenti presi in esame: “Austerlitz” di Sergei Loznitsa, “Stelen” di Adelman e “Yolocaust” di Shapira, dove l’argomento è l’uso contemporaneo che si fa dello spazio della memoria, oltre che la sua profanazione, benché, grazie a questa, luoghi “invisibili”, diventino visibili. A Guerra interessa dare una teoria dell’immagine che sappia difendere, soprattutto, “la causa dell’invisibile”.

Michele Guerra, “Il limite dello sguardo. Oltre i confini delle immagini” – Cortina Editore 2020 – pp. 150 – € 16

Nella terra degli antichi miti. Sulle tracce delle divinità e degli eroi, narrati da Omero, Eschilo, Sofocle ed Euripide

(di Andrea Bisicchia) Gli studi sul mondo greco non hanno mai sosta, anzi sono ritenuti sempre più necessari, perché costituiscono quella trasmissione del sapere che sta a base delle origini della civiltà occidentale, ecco il motivo per cui viene scandagliato in tutti i suoi particolari, sia a livello filosofico che storico, con ampio spazio dedicato al teatro, dove non c’è argomento che non abbia un perspicace rapporto col mito.
Anzi, tutte le riflessioni erudite sui modelli epici, lirici, drammatici, hanno, come fonte, immensi materiali provenienti da racconti mitici che, a loro volta, sono diventati imprescindibili per qualsiasi ricerca successiva.
Giulio Guidorizzi e Silvia Romani si sono già addentrati, in questo mondo, con studi di carattere filologico. Oggi hanno sentito il bisogno di liberarsi di un tipo di erudizione, per utilizzarne una più pratica, andando a conoscere i luoghi che conservano i miti del passato. Hanno così scritto: “In viaggio con gli dei,” edito da Cortina, utilizzando una metodologia che in Italia era stata applicata alla letteratura da parte di illustri studiosi come Walter Binni e Natalino Sapegno: “Storia letteraria nelle regioni d’Italia”, Sansoni, 1968; come Carlo Dionisotti: “Geografia e storia della letteratura italiana”, Einaudi, 1967; e come Giulio Ferroni che ci racconta Dante attraverso un “Viaggio nel paese della Commedia”, La Nave di Teseo, 2020.
“In viaggio con gli dei”, come sostiene il sottotitolo, “Guida mitologica della Grecia”, non è da intendere come guida turistica, ma come un vero e proprio studio che ha a che fare con la geografia dei luoghi abitati da divinità ed eroi, ricchi di miti, così come ce li hanno tramandati, non solo i poeti, ma anche gli antichisti che si sono interessati di questa materia.
A dire il vero, ogni civiltà vanta dei costruttori di miti, grazie a loro, si possono conoscere le origini culturali dei popoli. Il viaggio dei due escursionisti inizia da Creta e, quindi, da Teseo, col mito del Minotauro, è un viaggio che si prolunga fino ai giorni nostri, come si evince dal capolavoro di Borges: “La casa di Asterione”, dove la figura sanguinaria del Minotauro è stata trasformata in una creatura gentile e sfortunata. Ciò che colpisce, del popolo cretese, è l’uso della danza, ovvero di quella forma spettacolare che precede i testi scritti, e che vedeva impegnati i giovani cretesi ballare, muovendosi in cerchio, tenendosi i polsi per mano, con le fanciulle che indossavano costumi di veli leggeri, con in testa corone di fiori, mentre i ragazzi indossavano chitoni raffinati, con spade dorate e cinture d’argento, notizie che i due autori ricavano dall’Iliade di Omero.
Dopo aver attraversato Pilo, nel cui palazzo si era recato Telemaco per avere, da Nestore, notizie sul padre Ulisse a cui (è ancora Omero a raccontarlo nell’Odissea) Policaste, la bellissima figlia del re prepara il bagno, per ungerlo, successivamente, d’olio, in modo da farlo apparire come un dio, si arriva a Bassae, terra di centauri e amazzoni, quindi sarà la volta di Olimpia, dove la vita è una sfida continua, grazie ai famosi giuochi ginnici. Nel cuore d’Arcadia, Guidorizzi e Romani si imbattono nel monte Liceo, la terra dei Lupi, ma anche del dio Pan, quindi fanno sosta a Epidauro, la città dei sogni, oltre che del famoso teatro, un grande cerchio spalancato sulle pendici del colle Kinortion dall’acustica mirabile, per grandezza pari a quello di Siracusa.
Attraverso Micene, la rocca degli eroi, si arriva a Corinto, nota per i suoi cavalli e per il tempio di Afrodite, di cui è rimasta una colonna solitaria, al contrario di Delfi dove è visibile il noto santuario che ne fece una capitale religiosa, grazie anche alla molteplicità di tombe sacre, tra le quali, si crede, ci sia quella di Dioniso. Non molto lontano è da ammirare il teatro, quasi a sottolineare il connubio tra riti religiosi e riti drammatici, certamente più piccolo di quello di Epidauro, ma di una bellezza straordinaria, dove, tra altro, si tenevano i giochi pitici.
Il viaggio con gli dei non poteva non concludersi che ad Atene, col suo Aeropago, e con il Teatro di Dioniso, dove trovarono spazio rappresentativo i personaggi immortali creati da Eschilo, Sofocle ed Euripide. Da notare il fatto che il teatro ateniese fu il primo teatro di Stato, in cui le rappresentazioni erano regolate dall’Arconte.
Ogni capitolo, con la dicitura “Invito al viaggio”, propone una essenziale bibliografia. Il volume contiene speciali illustrazioni ad opera di Michele Tranquillini, una oculata iconografia e dei “crediti” fotografici che corredano le avventure narrate da Guidorizzi e dalla Romani.

Giulio Guidorizzi, Silvia Romani, “In viaggio con gli dei”, Editore Cortina 2019, pp. 270, € 19.