Quando la Poesia, musica della parola, sognava di farsi teatro. L’utopia di due poeti: Antonio Porta e Carmelo Pistillo

collage pistillo porta(di Paolo A. Paganini) Talvolta la poesia è un equivoco. Per le anime semplici, che Dio le benedica, è poesia se una parola termina in modo uguale, di riga in riga, a cominciare dalla vocale finale accentata prima di andare a capo (cuòre – amòre, amàto – parlàto, tàvolo – càvolo). È la rima, bellezza. La spesso famigerata rima. Tant’è che, quando la si recita, più la fai notare, più sembra far piacere. Specie ai bambini, soprattutto quando si tratta di filastrocche, o ai canta-dicitori di rap. Se poi si calca anche sugli accenti all’interno della frase, giocando con fiato possente sempre sull’ultima sillaba accentata, la cosiddetta poesia, data la facile e ritmata sonorità, dicono che sia bellissima. Come per i futuristi i vari “ta-ta-ta, ta-ta-ta bum”.
Onestamente, insopportabile.
La poesia, quella recitata intendo, non cantelinata come in uno sdolcinato o stentoreo recitarcantando, la vera poesia è un’altra cosa. La poesia vive di un respiro, di una sintassi interna, di una musica segreta, intima, misteriosa, magica, che ti stordisce dentro, e non sai perché. È più poesia lo struggente addio manzoniano in prosa di “Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo…” o il leopardiano Infinito in versi di “Sempre caro mi fu / quest’ermo colle / e questa siepe...”?
Non è dall’alta voce e dai suoi martellanti accenti che lo si può capire, è da quali altri accenti dell’anima ti sa scandire emozioni dolcezze struggimenti.
Basta, ché altrimenti veniamo a parlare d’altro, anziché trattare dell’arduo ed intenso libro di Antonio Porta/Carmelo Pistillo, “Perché tu mi dici: poeta? – Per un teatro di poesia” (con una sapiente e chiarificatrice prefazione di Maurizio Cucchi).
Ma il nostro inizio non è stato un inutile menar per l’aia. Ci è servito a chiarire, senza altri preamboli, quanto questo ultimo lavoro di Carmelo Pistillo (il precedente è stato “Passione van Gogh“, 2014) abbia la temeraria e spericolata ambizione di trascendere la parola scritta, letta, meditata, vissuta nell’intimità, per farla diventare parola sonante, poesia teatrale, per transustanziarla in corpo, sangue, respiro di un attore.
La ricerca di Pistillo, che qui diventa anche un omaggio allo scrittore e poeta Antonio Porta, postumo co-autore, scomparso nel 1989 (era nato a Vicenza nel 1935), cominciò nei lontani Anni Ottanta, insieme con Porta, nel tentativo di creare una “drammaturgia poetica” destinata al teatro. Allora nacquero due congrui e pertinenti canovacci, due partiture: una dedicata alla poesia italiana del Novecento, “Penultimi sogni di secolo“; l’altra incentrata sul Romanticismo, “Oratorio Notturno“. Un’impresa di due inesausti sognatori, illuminati utopisti della sacralità della parola, quando il corso della Storia stava ormai imboccando il tunnel tragico e definitivo d’un prosaico materialismo senza ritorno. E la Poesia? Era vista come una dolente e inutile lamentazione da “Stabat Mater dolorosa”… La quale, per stare in argomento, era il testo struggente e amatissimo di Jacopone da Todi, musicato da generazioni di compositori, da Scarlatti a Vivaldi, a Pergolesi, a Rossini…
Anche la parola è musica. Non so se Pistillo e Porta abbiano allora pensato al rapporto musica/parola. Ma se la Musica è la strada più diretta per arrivare al cielo, la Poesia è già un tabernacolo laico nel tempio dell’eternità. Il Guerrazzi (politico e scrittore del primo Ottocento) scrisse: “La musica e la poesia possono stimarsi due lampi balenati da un medesimo sguardo di Dio“. La poesia, dunque, come la musica, non è l’isola felice di pochi eletti, ma un dono divino elargito a tutti gli uomini, da esternare, come fanno i santi, i menestrelli, i cantastorie, i predicatori, per vie piazze templi e teatri. Come quando, ab antiquo, la poesia era un rito orale, come quello che il cieco Omero faceva con la sua Iliade davanti alle sue genti mute e incantate.
Ecco l’utopia di Pistillo e di Porta. Un’utopia che poggia, ora, saldamente su questo libro, che raccoglie ricordi, testimonianze, appunti e annotazioni critiche, note e commenti, sogni e speranze, analisi e chiose letterarie, lettere dedicatorie e illuminanti citazioni a fare da corollario ai testi poetici che han dato corpo a quei famosi copioni teatrali, “Penultimi sogni di secolo” e “Oratorio Notturno”. Il primo, suddiviso in Dieci Quadri, corredati da foto, porta i testi poetici di (tra gli altri): Palazzeschi, Gozzano, Oxilia, Ungaretti, Rebora, Campana, Pascoli, Saba, Sanguineti, Montale, Buttitta. E poi D’Annunzio, Sereni, Quasimodo, Pasolini, Raboni, Testori. E, giustamente, Antonio Porta. Il secondo (l’Oratorio Notturno): Manzoni, De Musset, Hölderlin, Heine, Novalis, Leopardi, Hugo, Baudelaire, De Vigny, Goethe, Foscolo, Shelley…
È un libro che si legge centellinandolo con amore sacrale: un libro per immaginare di sentire, all’eterno dal tempo, la voce degli immortali, come se risuonassero dalle tavole d’un palcoscenico. Anche se ora parlano soprattutto all’anima di pochi, ancora capaci di nutrire un sogno di bellezza, un’illusione di salvezza…

Antonio Porta, Carmelo Pistillo: “Perché tu mi dici: poeta? (Per un teatro di poesia)” – Ed. La Vita Felice 2015 – pp 364 – € 20

Così vestivano buffoni e giullari. Affascinante indagine di Tito Saffioti. Con preziose illustrazioni da codici e miniature

nei panni buffone 1(di Andrea Bisicchia) Ciò che ci colpisce, leggendo il libro di Tito Saffioti: “Nei panni del buffone. L’abbigliamento dei giullari tra Medioevo ed Età moderna”, Jouvence Historica Editore, è l’impressionante iconografia che l’autore raccoglie (89 figure in bianco e nero, 63 tavole colorate), per dimostrare le sue considerazioni sull’abbigliamento del giullare, frutto di una indagine scientifica di cui sono testimonianza le immagini riportate a commento. Saffioti ha sfogliato salteri, codici, miniature, breviari, pontificali, ha visitato musei, biblioteche e ha utilizzato le sue ricerche per evidenziare l’evoluzione dell’abbigliamento, delle fogge, dei colori che caratterizzavano gli indumenti, sia dei buffoni che dei giullari, sottolineandone la differenza, essendo, a suo avviso, il buffone un personaggio di corte, quindi statico, mentre il giullare è un personaggio dinamico, per il suo continuo spostarsi da un luogo a un altro, dalla piazza al crocicchio.
Ciò che affascinava del loro abbigliamento era la vistosità, oltre che la bizzarria, dato che, sia l’uno che l’altro, davano spettacolo di loro stessi proprio attraverso i costumi che potevano essere mantelli, copricapi multicolori, tali da caratterizzare il loro aspetto, ora in senso positivo, ora negativo, magari per suscitare ilarità, essendo la comicità intrinseca al costume stesso e non sempre prodotta da atti osceni o interventi scurrili, ciò che a loro interessava, infatti, era mostrare il ridicolo delle situazioni con cui intrattenere i monarchi, i cortigiani o il pubblico delle fiere e dei tornei.
In 18 capitoli, tanto brevi quanto intensi, l’autore passa in rassegna, non solo l’evoluzione dell’abbigliamento, ma anche gli atteggiamenti dei loro corpi che si segnalavano per le espressioni stolide, gli abiti, spesso dimessi, soprattutto durante il Medio Evo, e ancora le teste rasate, insomma per le varie posture necessarie al loro mestiere.
Sempre nel Medio Evo, i giullari, in particolare, assumevano l’aspetto di imbonitori o di artisti di strada, dividendosi fra trampolieri e contorsionisti, veri e propri performans ante litteram. Saffioti elenca anche gli accessori, in particolare il bastone: la Marotte, utilizzato sia come difesa che come contrapposizione al segno del comando, come dire al monarca: tu hai lo scettro io ho la Marotte. Se legata al buffone o al giullare, ogni cosa assume un significato particolare, vedi i capelli tonsurati (tonto deriva da tonduto), vedi i cappelli a cono, i cappucci con i campanelli, specie quello a tre punte, l’invasione dei sonagli, le mantelline corte, i vestiti bipartiti o quadripartiti. Non meno importanti erano le maschere, le orecchie d’asino, i travestimenti. L’abbigliamento cambia durante l’età moderna, alla miseria medioevale si contrappone l’abbondanza rinascimentale, durante la quale, il buffone possederà mantelli di seta, sai, braconi, scarpe, bonetti, calzoni, calzini, camicie, e vanterà dei privilegi che otterrà durante le feste, quando gli abiti diventeranno più ricercati, arricchiti da vere e proprie orge di colori. Basterebbe guardare le miniature contenute nei codici quattrocenteschi e cinquecenteschi per avere un’idea di come essere buffone poteva equivalere al possesso di uno status-symbol.

Tito Saffioti, “NEI PANNI DEL BUFFONE, l’abbigliamento dei giullari tra Medioevo ed
età moderna”, Jouvence Historica Editore, pp 150, € 18

Come il copione di un dramma per scoprire le radici di libido e violenza, là dove l’uomo ha smarrito la propria identità

baratta coperta(di Andrea Bisicchia) Stefano Baratta, psicoanalista junghiano, nel volume: “L’immaginario della violenza, sogni, ragioni, terapia” Moretti & Vitali, sceglie, per la sua indagine, il metodo rappresentativo, ovvero quello di una commedia o di un dramma in due atti, il primo costruito sul matricidio, il secondo sull’incesto, con protagonisti giovani pazienti, figli di madri possessive e di padri incestuosi. Egli, inseguendo le loro immagini oniriche, ha cercato di risalire alle origini della violenza subita, individuando nei sogni la pista da percorrere.
Intanto si chiede in che cosa consista la violenza, se si tratti di un comportamento irrazionale, di un rapimento della coscienza, o se appartenga alla pulsione di morte indicata da Freud, o ancora a frustrazioni dell’infanzia, o al principio del piacere, o alla volontà di potenza, secondo il pensiero della Adler. Gli atti di stupro, di incesto, di matricidio, di parricidio sono comportamenti indecifrabili, incomprensibili, irrazionali, condannabili, che , spesso, si addebitano a gesti di squilibrati, se non di matti, dietro i quali si nasconderebbero atti di libidine. Ci sarebbe, allora, da chiedersi in che cosa consista la libido, se sia da considerare una tendenza sessuale oppure, semplicemente, una energia psichica o una perversione da giudicare moralmente. Un fatto è certo , dietro questi atti, esiste una forte disarmonia, da considerare un disturbo nevrotico dovuto alla mancanza di un equilibrio psicologico.
L’ autore, attraverso l’indagine condotta sui suoi personaggi, esplora le cause della violenza, cercando le informazioni nei sogni, dove si alternano pulsioni di vita e di morte. Il metodo che utilizza lo prende in prestito dalla drammaturgia, approntando un copione, le cui trame, appartengono alla narrazione dei suoi pazienti che, però, gli permettono incursioni nel mito, sia in quello occidentale, che in quello orientale, con protagonisti ben noti: Zeus-Era (la rivalità come rapporto d’amore), Shatki e Shiva (l’ideale dell’unione senza separazione), Merlino-Viviana ( il vecchio saggio e la giovane donna), incursioni dedicate alla coppia, dalla quale derivano tutte le immagini simboliche che attraversano la storia del teatro, della scienza, della musica, della psicoterapia, dove la coppia paziente-analista svela la necessità di una profonda trasformazione per superare lo stato di crisi che lega l’uomo al suo inconscio, alla sua Ombra, ai suoi sogni che, secondo Baratta, sono quelli che permettono all’analista di trovare indicazioni terapeutiche e di aiutare chi ha smarrito la propria identità.

Stefano Baratta, “L’immaginario della violenza. Sogni, ragioni, terapia”. Moretti & Vitali, pp 210, € 16

Le molte strade per arrivare a Cristo. I percorsi “inauditi” di Demetrio Paparoni attraverso le suggestioni dell’inconscio

copertina-Paparoni(di Andrea Bisicchia) Le epoche artistiche si sono accorciate, tanto che il secolo è stato sostituito dal decennio, nel frattempo si è moltiplicato il linguaggio critico ed estetico. Per rimanere nell’ambito del cinquantennio trascorso, le metodologie d’approccio all’opera d’arte hanno seguito le indicazioni dello strutturalismo( tutto è segno/linguaggio), dell’ermeneutica (tutto è interpretazione), della narratologia (tutto è racconto).
Anche l’arte religiosa ha risentito del moltiplicarsi degli accostamenti critici applicati alle rappresentazioni di Cristo. Nel terzo millennio, gli studiosi hanno scoperto un nuovo modo di narrare la vita di Cristo, utilizzando il metodo comparativo in estensione temporale con cui coniugare passato e presente. Ciò è stato possibile perché il rapporto col trascendente si è modificato, tanto che il contenuto religioso è stato sostituito da quello umano e la figura di Cristo è stata vista come portatrice di sofferenza, piuttosto che di salvezza.
Demetrio Paparoni ha scelto questa via nell’ultimo libro pubblicato da Skira: “Cristo e l’impronta dell’arte. Il divino e la sua rappresentazione nell’arte di ieri e di oggi”, il cui titolo sintetizza il lavoro di ricerca dello studioso siracusano, conoscitore attento dell’arte medievale e moderna, ma anche e, soprattutto, di quella contemporanea, con accostamenti che potrebbero sembrare blasfemi, vedi il “Keriah” di Anish Kapoor, una massa rossa che rappresenta la lacerazione interiore, vista in rapporto alla lacerazione delle vesti nella “Crocifissione” di Giotto. Paparoni è consapevole che, sia nell’arte di ieri che in quella di oggi,il soggetto debba trascendere la specificità della narrazione per attingere al nostro inconscio a-temporale, per ricercare nuove associazioni e suggestioni. Vedi, a questo proposito, cosa è diventata “La trasposizione dalla croce” di Rosso Fiorentino nella rielaborazione metafisica di Yue Minjum, dove è scomparsa la figura di Cristo, essendo rimasta la struttura geometrica della croce e delle scale, come dire che la sofferenza non sempre ha bisogno della manifestazione del dolore per essere percepita.
La vasta conoscenza dell’arte contemporanea permette a Paparoni degli accostamenti inauditi, resi possibili dalla consapevolezza che il trascendente, oggi, si è liberato dalle imposizioni dogmatiche e religiose, tanto che “La deposizione dalla croce” di Caravaggio potrebbe aver ispirato “La morte di Marat” di David, mentre  “La Pietà” di Sebastiano del Piombo assumerebbe un valore ideologico nella trasfigurazione della “Madre” realizzata da Kallela.
Le scelte di Paparoni non privilegiano l’estetica del bello, quanto quella del terrifico, della crudeltà , quella ritenuta necessaria da Artaud per il teatro. Il volume è ricco di una iconografia comparativa e si legge volentieri per la semplicità dell’esposizione, inoltre si “vede” come uno spettacolo che ha per oggetto le trame crudeli della vita di Cristo.

Demetrio Paparoni, “Cristo e l’impronta dell’arte. Il divino e la sua rappresentazione nell’arte di ieri e di oggi” – Skira 2015 – pp 178 – € 28.