Monografia dedicata a Beppe Giacobbe a alla sua ironica visione del mondo

image002In questa prima monografia, “Visionary Dictionary: Beppe Giacobbe from A to Z”, dedicata al lavoro di Beppe Giacobbe, lui stesso ci ricorda che “fare l’illustratore è un servizio”. I suoi disegni ironici, concettuali, provocatori e ambivalenti, dimostrano la sua grande capacità di risolvere problemi visuali. Come una colonna sonora di un film, le illustrazioni di Giacobbe danno forma al mood di un testo, avvertendo eventuali tensioni, contraddizioni e disagi: un ebreo ortodosso seduto su un rotolo di filo spinato, un astronauta che porta un secchio con dentro l’universo, una macchina sportiva con lumache al posto delle ruote. Con grande sobrietà e leggerezza Beppe Giacobbe offre una visione del mondo che ci invita a riflettere sullo stato delle cose. Una raccolta di oltre 250 illustrazioni, suddivise per argomenti chiave – assenza, speranza, identità, ecc. – ordinati alfabeticamente come in un dizionario “visionario”, appunto. Fedeli al concetto di servizio anche nella consultazione, sarà così possibile comprendere meglio il punto di vista dell’autore, la genesi di uno stile figurativo che ha fatto e continua a fare scuola, anche tra le generazioni più giovani.

“Visionary Dictionary: Beppe Giacobbe from A to Z” – Illustrazioni di: Beppe Giacobbe – Intervista di: Matteo Bologna. Testi di: Gianluigi Colin, Paolo Di Stefano, Edgardo Franzosini, Charles Hively, Marina Mander. – edizione inglese/italiano – pagg 288, euro 55, Editore Lazy Dog Press.
Il libro è disponibile da dicembre 2013 su www.lazydog.eu
e in alcune librerie selezionate in Italia e all’estero

Il ventottenne regista Alberto Oliva e l’insostenibile leggerezza… del teatro

copertinaOLIVA buonaDal 15 novembre, è in libreria il libro del regista teatrale Alberto Oliva, “L’odore del legno e la fatica dei passi”, che, ripercorrendo la storia del ventottenne protagonista, racconta l’Italia di oggi e l’insostenibile leggerezza dell’essere… giovani. Con sguardo ironico, Oliva fa uno spaccato della vita di un “non bamboccione”, che ha deciso di non andarsene, per smentire tutti i luoghi comuni sui giovani di oggi. “Mentre mio fratello prosegue la gloriosa tradizione di famiglia laureandosi in ingegneria meccanica, mentre il mio compagno di banco al liceo dopo un master in economia lavora a Wall Street, mentre un altro studia cinese per cavalcare i mercati emergenti, io non solo resto in Italia, ma scelgo anche di fare teatro! E nemmeno come attore, faccio il regista…” Nel dipanarsi di aneddoti, incontri, esperienze e letture, si sviluppa una riflessione sull’Italia, sulle opportunità che offre – e che non offre – ai giovani, le risorse che possiede e le occasioni che si possono trovare con tenacia e un pizzico di intuito. Le fortune e le sventure, i compagni di viaggio, i buoni consiglieri e i cattivi maestri sono i protagonisti di un racconto che esprime lo spirito del nostro tempo. Un percorso di formazione che con passo leggero attraversa le aule universitarie, i corridoi dei teatri, le sale prova, gli studi medici e perfino la sala di aspetto di uno stralunato Vittorio Sgarbi, protagonista involontario di uno degli episodi più divertenti del libro.

“L’odore del legno e la fatica dei passi – Resto in Italia e faccio teatro”, di Alberto Oliva, introduzione di Giorgio Galli, ATì Editore, 2013, euro 18.

E con la regia di Giorgio De Lullo i “Sei personaggi” divennero un archetipo

(di Andrea Bisicchia ) Ci sono spettacoli che rimangono nella nostra Fabio Poggiali (1)memoria,che vivono e rivivono in rapporto ad altri, che ci permettono dei confronti, facendoci rimanere fedeli a quegli stati d’animo, a quelle sensazioni, a quei sentimenti provati la prima volta. Tra le migliaia da me visti, quelli che occupano uno spazio privilegiato sono una decina, tra questi “I sei personaggi in cerca d’autore” con la regia di De Lullo. Se cerco di capirne il perché, mi rispondo: Perché tutte le edizioni successive che ho visto mi hanno sempre rimandato a questa specie di archetipo, del quale le altre messe in scena possono essere considerate delle semplici varianti. Fabio Poggiali ne ha ricostruito la fortuna critica in un volume pubblicato da Mimesis:”Giorgio De Lullo, regista pirandelliano”, però nessuno si era mai chiesto perché, prima del debutto in Italia, l’approvazione per la scelta registica la si fosse cercata in terre di Russia, di Polonia, di Ungheria. La spiegazione più semplice potrebbe essere che alla Compagnia fu offerta una tournée con un minuscolo repertorio che, oltre a “I Sei Personaggi”, prevedeva le “Morbinose” di Goldoni, “Il diario di Anna Frank” di Goodrich e Hackett, due testi già collaudati, mentre il capolavoro pirandelliano non lo era ancora. Il motivo del debutto all’estero era forse da ricercare nella volontà di De Lullo di cominciare a sperimentare l’idea di una messinscena che necessitava di un periodo di incubazione prima del debutto italiano. Il regista aveva le idee chiare, ma in teatro, quando l’idea si confronta con la scena, mostra immediatamente i suoi difetti o i suoi pregi. De Lullo doveva amalgamare le personalità degli attori, dare unità alla sua ispirazione, confrontare la ricerca estetica con quella filologica e, soprattutto, scegliere tra l’edizione del ’21 e quella del ’25. Durante la tournée, De Lullo aveva già dato delle indicazioni precise circa la recitazione, i movimenti, le intonazioni, il rigore e i risultati non si fecero attendere. Romolo Valli fece riferimento alla recensione apparsa sulla “Pravda”, dalla quale ricavò la sensazione che i Sei personaggi fossero stati scritti in quel medesimo anno. Quando avvenne il debutto romano (17 gennaio 1964), lo spettacolo era oramai oliato e, quindi, venne presentato in un’edizione definitiva. La critica, in maniera unanime, sottolineò la svolta data all’interpretazione pirandelliana, trascurando le due realizzazioni precedenti di Orazio Costa, (1946-1948) e di Strehler (1953), ma soprattutto dimenticandosi della vera svolta data da Squarzina con “Ciascuno a suo modo” (1962). Se Costa e Strehler si erano rifatti all’edizione del 1921, De Lullo lavorò sull’edizione del ‘21 e su quella del ‘25, creando un copione adatto ai suoi attori, scegliendo una sorta di contaminazione tra fantasia e realtà, tra estetismo e filologismo, ma aggiungendo qualcosa che era mancata in tutte le edizioni precedenti,ovvero quel tanto di intellettualismo che fece del Padre, non tanto il raisonneur pirandelliano,quanto una specie di sapiente, se non di filosofo che cerca il senso della vita, anche quando questa si presenta in tutto il suo squallore.
Fabio Poggiali ha potuto consultare archivi pubblici e privati,ha dato ordine storiografico a questo materiale e ci ha “raccontato”, non solo la storia delle regie pirandelliane di De Lullo,ma anche la storia di un momento tanto particolare quanto esaltante della storia del teatro italiano.

”Giorgio De Lullo, regista pirandelliano”, di Fabio Poggiali, Ed. Mimesis, 2013, p330, euro 26

Un libro per ricordare quella notte bianca in onore di Giuseppe Pontiggia

libro Pontiggia(di Piero Lotito) Fanno un bel coro, 45 voci. E se parliamo di voci di amici, vuol dire che il canto sale più forte, quando si tratta di ricordare chi non c’è più. Così per Giuseppe Pontiggia, che per questo coro è rimasto semplicemente «il Peppo». Un bel libro, curato da Daniela Marcheschi, raccoglie il pensiero (oggi si è fissati con il temibile termine “testimonianza”) di chi Pontiggia lo ha frequentato, gli ha voluto bene, ha letto le sue opere.
“Con Giuseppe Pontiggia. Le voci della Notte Bianca” è il titolo del volume, che in copertina richiama il 21 giugno scorso, quando quegli amici e moltissimi altri si ritrovarono alla Libreria Popolare di via Tadino, accomunati dall’affetto per l’uomo (il Peppo, appunto) e dall’ammirazione per lo scrittore.
Dopo aver prima gioiosamente chiacchierato tra gli scaffali e poi sul marciapiede lì avanti, i lettori del Peppo – perché tutti lo sono rimasti -, si radunarono in una sala e raccontarono ciascuno il proprio Pontiggia. Chi emozionandosi, chi allegramente, chi scientificamente. Nella Notte Bianca quel coro evocò la sapienza, il sapere, lo stile, l’umorismo (anche qui, chissà perché, oggi si preferisce il più acuminato “ironia”) e l’umanità di uno scrittore che diventa, col tempo che passa, ogni giorno più grande agli occhi di chi ama più la letteratura che non la pubblicistica. C’erano quella sera anche Lucia, la moglie del Peppo, e Andrea, il figlio. Il libro, uscito da pochi giorni, ben restituisce il calore dell’incontro, con il polifonico ricordo di personaggi dell’editoria, ma anche – doppiamente prezioso – di «uomini non illustri», a Pontiggia così cari.

“Con Giuseppe Pontiggia. Le voci della Notte Bianca “- Guido Conti Editore GuaraldiLAB – pagine 140, euro 12. In vendita alla Libreria Popolare di via Tadino 18, Milano.