Il ridicolo, l’arma sottile (e crudele) di Molière per attaccare falsi devoti, tartufi e misantropi

412OSUNr+9L._SY445_(di Andrea Bisicchia) Per chi voglia accostarsi al “TEATRO” di Molière, nella nuova veste dei Classici Bompiani, ha l’occasione di poter confrontare, con testo originale a fronte, le nuove traduzioni, affidate a una equipe di ricercatori sotto la cura di Francesco Fiorentino e Gabriel Conesa,con quelle ben note di Cesare Garboli, edite da Einaudi, utilizzate da quasi tutti i registi. Si accorgerà che ciò che le caratterizza è il rigore filologico, il ritmo metrico delle commedie in versi, il rispetto della rima per le parti cantate, l’originalità, oltre che l’intento unitario.
Il lettore si trova dinanzi quasi tutto il corpus molièriano, con note introduttive ed esplicative e con apparati bibliografici di riferimento. L’occasione è ghiotta,  perché permette di accostarsi al genio francese, non tanto con una nuova ottica, quanto con un nuovo spirito, trattandosi di un autore molto rappresentato anche in Italia, con messinscene tali da aver favorito la “modernità” del suo teatro. A questo proposito, è bene sottolineare quanto sia proficuo il linguaggio della scena, soprattutto quando offre delle interpretazioni innovative utili persino agli specialisti.
Vorrei ricordare l’apporto di Romolo Valli e Giorgio De Lullo per “Il malato immaginario”(1974),quello di Franco Parenti e Andrée Shammah per una nuova edizione del Malato (1980)e, in particolare, per il “Misantropo”(1977), che aprì un ampio dibattito su come  inscenare Molière, e quello recentissimo di Arturo Cirillo (2013) che ha trasformato il vecchio avaro in un atrabiliare protagonista che sposta la comicità dal ridicolo verso l’umorismo tragico, come, del resto avevano già fatto De Lullo e Shammah. Né vanno dimenticati i contributi di Carlo Cecchi con “Il borghese gentiluomo” (1976), e con“Tartufo”(2008), per capire in che modo “il dominio del comico” si fosse esteso a tutta la produzione molièriana. Questo “dominio” è sottolineato, nell’introduzione, da Francesco Fiorentino, a cui dobbiamo uno studio molto accurato: “Il ridicolo nel teatro di Molière”(Einaudi, 1997), che costituisce un punto di riferimento per coloro che vogliono cimentarsi con la comicità dell’autore francese.
Il ridicolo a cui fa riferimento Fiorentino nasceva dall’esigenza di abbattere la cultura galante e mondana del XVI secolo, quella che era stata trasferita dalle corti ai salotti, producendo una serie di difetti estetici, oltre che morali, tanto che il ridicolo sembrava l’arma più adatta per combatterli, con la consapevolezza che il riso, attraverso il ridicolo, è diverso dal ridere che fa ricorso al ridicolo delle idee. Gli aspetti trasgressivi della comicità di Molière erano utilizzati per attaccare i falsi devoti, i tartufi, i nevrotici, i misantropi che, come ha osservato Lacan,non riescono a comprendere come fossero loro stessi a contribuire a quel disordine morale contro il quale insorgevano.
Trovare la comicità autentica voleva dire anche tentare di umanizzare i personaggi, liberandoli dai meccanismi tipici della Commedia dell’Arte a cui Molière dovette tanto all’inizio della sua carriera, rendendoli più forti degli accorgimenti esteriori che muovono al riso. Egli ridicolizzava i comportamenti umani, aggiungendovi, però, una particolare vena di crudeltà.
“Moliere – Teatro”, a cura di Francesco Fiorentino, Ed. Bompiani, 2013 – p 3094, € 50,00

 

La “teatrale” storia d’amore Duse/D’Annunzio, ai limiti d’un copione, e la scena europea non fu più la stessa

dannunzio collage(di Andrea Bisicchia) La pubblicazione, per la prima volta, di tutte le lettere di Eleonora Duse, indirizzate a D’Annunzio, a cura di Franca Minnucci, edite da Bompiani, costituisce un evento editoriale, ma va considerato un apporto decisivo per comprendere quanto il Vate debba, teatralmente parlando, alla Divina, e quanto, entrambi, abbiano contribuito a rinnovare la scena europea di fine secolo, avendo, come compagni di strada, autori come Claudel, Ibsen, Strindberg, Wedekind, Hofmannsthal. Per una analisi storicizzabile delle lettere, credo che sia necessario capire quale fosse il repertorio che aveva fatto grande la Duse prima dell’incontro con D’Annunzio e quali altre attrici l’avessero preceduta.
La scena italiana vantava già una attrice “tragica” di livello internazionale, Adelaide Ristori, che fu anche ambasciatrice dell’Italia all’estero, e Giacinta Pezzana, esperta nel teatro naturalista, che fece esordire la Duse nel ruolo di prima attrice proprio in questo repertorio che la vedrà applaudita in tutte le capitali del mondo per il suo modo di recitare improntato al rapporto persona-personaggio e alla sua capacità di trasformare i sentimenti in azione scenica.
I testi, col senno di poi, erano alquanto modesti: “La principessa di Bagdad”, “La moglie di Claudio”, “Fedora”, “La Locandiera”, “Adriana Lecouvreur”, ma anche “Casa di Bambola”. Hofmannsthal, che l’aveva applaudita a Vienna, la definì una “creatrice” piuttosto che attrice, avanzando dei paragoni con Sarah Bernhardt e Charlotte Wolter, ritenute, la prima, una virtuosa che recitava se stessa, la seconda impareggiabile nel gesto tragico, mentre riteneva la Duse “ineguagliabile” nella sua adesione al personaggio, tanto che poteva recitare “Sardou e Dumas con la psicologia di Ibsen”.
Ebbene, qui sta la svolta: la Duse, dovendo recitare sempre le stesse figure femminili, alla fine ne provò tale disgusto da sentire l’esigenza di tentare qualcosa di nuovo, questo qualcosa nacque dall’incontro con D’Annunzio. L’epistolario “Come il mare io ti parlo. Lettere 1894-1923” è la testimonianza più vera di questo travaglio, reso più drammatico dalla storia d’amore turbolenta, quasi ai limiti dell’invenzione teatrale, come se si fosse trattato di un copione da recitare, ma che va analizzato nel suo aspetto più autentico, quello tra una capocomica e un poeta che dovrà scrivere per una prima attrice. Non per nulla la Duse, quasi volendolo sottolineare, separava l’attrice dall’amante, essendo stata la prima fondatrice del teatro d’impresa che doveva far quadrare i bilanci e interloquire con chi permetteva alla “ditta” di andare avanti. A questo proposito, c’è una lettera molto significativa (n. 338), scritta nel 1903 ,quando lei era già diventata un’attrice dannunziana, avendo prodotto e recitato “Sogno di un mattino di primavera” (1897), “La gioconda” (1899), “La Gloria” (1899), “La città morta” (1901), “Francesca da Rimini” (1901), nella quale parla di spese vive, della libertà di guidare “l’impresa a modo mio”, dell’essere costretta a “rimettere in tavola tutta la vecchia mercanzia”, di girovagare per il mondo, perché in Italia era impossibile lavorare, motivo per il quale faceva, spesso, valere i suoi diritti di capocomica.
L’epistolario alterna questi due volti, non contiene, però, le risposte, perché le lettere di D’Annunzio, per volontà della Duse, furono date alle fiamme, ma risulta evidente il rapporto arte-vita che ha caratterizzato l’esistenza professionale di entrambi. Il volume contiene un lungo saggio di Annamaria Andreoli e una Postfazione di Giorgio Barberio Squarotti.
Eleonora Duse, Gabriele d’Annunzio, “Come il mare io ti parlo. Lettere 1894-1923”. (A cura di Franca Minnucci) Bompiani 2014 – pp 1406, euro 30,00.

Un libro della Caruso sull’appassionato e inquieto Prati, altro che poeta romantico e languoroso

(di Piero Lotito) Che cosa ne è di Giovanni Prati, il più romantico dei romantici poeti ottocenteschi, che non poco ha fatto palpitare generazioni di studenti con la storia della infelice Edmenegarda?
Bastava sentirli, quei versi. Così dolenti e musicali, da accendere la facile paglia giovanile: «Per le vie più deserte, in doloroso / abito bruno e con un vel sugli occhi / passa la bella Edmenegarda – e al queto / lume degli astri si raccoglie in una / romita barca e con le sue memorie / vaga piangendo…». Grande, sappiamo, fu il successo di quel poema, che valse all’autore la calorosa ammissione nei principali salotti letterari di Milano, dove l’opera era stata pubblicata nel 1841 con la benedizione di Alessandro Manzoni. Una fama travolgente: tutti sapevano del tradimento di Edmenegarda e di come il destino si fosse regolato con lei. Poi, più niente. O molto poco.
Del poeta trentino (1814-1884), agli studenti del secondo Novecento e di questo primo scorcio del Duemila sono giunte vaghe notizie, quelle di solito riservate agli autori minori. Già nelle antologie degli anni ’60, Prati veniva ricordato come «scrittore di facile ma superficiale vena», protagonista ai suoi tempi di «una straordinaria fortuna che si andò man mano affievolendo, fino a spegnersi quasi del tutto» (La divina foresta, Giovanni Leotta). E la Storia della letteratura italiana di Carmelo Cappuccio parla di lui, accomunandolo ad Aleardi, come di un autore dall’«insistente lirismo», quella «malattia romantica» che tutto mescolava – patria e sentimento, buoni principii e continui sospiri – in «una poesia tutta languori e malinconie, dove abbonda il pianto e tutti i personaggi vivono in una continua tensione, con l’anima in tempesta».
Ecco, allora: che cosa ne è soprattutto oggi, tempo di feroce disincanto, dell’inquieto e appassionato trentino, spinto qua e là per l’Italia dall’«alto foco» della poesia? Nulla o quasi sapremmo di più, se non fosse uscito per i tipi di Marsilio/Centro Studi Judicaria un volume che ne raccoglie l’intero epistolario, comprendente anche un sostanzioso numero di lettere inedite.
Il volume, dal bel titolo Ti scrivo dal tavolino di Dumas (dalla lettera alla moglie Lucia scritta a Napoli, dove il poeta aveva conosciuto Alexandre Dumas), è curato da Maria Grazia Caruso, giovane italianista già autrice di saggi significativi, quali I testimoni assenti nell’opera di Matteo Collura (Sciascia, 2007), L’infinito in cerchio. La poesia di Edoardo Cacciatore (Prova d’autore, 2008), Io ghibellino esagerato. La vita di Dante in alcuni racconti del nostro Ottocento (Manni, 2010).
Un lungo e minuzioso lavoro, quello della studiosa, allieva di Giuseppe Amoroso, il maggiore conoscitore italiano del Prati: ha scandagliato per alcuni anni gli archivi e le biblioteche di tutta Italia, raccogliendo in 432 pagine 371 lettere, una corrispondenza tenuta dal poeta con 111 persone, alcune delle quali abituali interlocutori, fra cui la figlia Ersilia, la moglie Lucia Arnaudon, Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo, l’amore “impossibile” Erina. Gli affetti familiari, dunque, ma anche i clandestini tormenti amorosi, gli sfoghi con gli amici, il rapporto con i più importanti nomi dell’epoca (anche Cavour, e lo stesso Dumas, Garibaldi, Pio IX, Ricasoli, Umberto di Savoia…). In un vasto arco cronologico, dagli anni ’30 agli ’80, e dai luoghi più disparati d’Italia, le lettere di Prati raccontano sì un ampio ventaglio di situazioni quotidiane – le discussioni con i frequentatori del Caffè Pedrocchi di Padova, l’ansia con la quale il giovane si presenta nel 1841 a Milano «col rotolo di Edmenegarda in seno», la «rabbia canina» di Carlo Tenca, suo ostinato detrattore, le persecuzioni della polizia austriaca, l’ardente innamoramento per Erina a Torino –, ma rivelano anche il percorso segreto, intimo (proprio di un epistolario, d’altronde) di un uomo che sembra smentire il ritratto malinconico e spesso gemente cui la critica si è fin qui compiaciuta, per affermare la capacità di uno sguardo finalmente sereno sulla «favola della vita».
È il Prati degli ultimi anni, che in Psiche e Iside, scrive la Caruso, pur «con tutta la tristezza di spirito dinanzi allo spettacolo dei suoi tempi», rivela appunto «la capacità di vedere nell’impercettibile granello dell’universo circostante il dono salvifico di un incantesimo». Un Prati, insomma, per certi versi insolito. Anche sconosciuto. Un Prati che riesce perfino a sorridere (non ci avremmo mai creduto) di fronte all’impossibilità di scrivere un romanzo a lungo vagheggiato: «Avevo preparato un romanzo: l’incendio del mio povero paese e della mia casa mi distrusse anche quelle pagine scritte col più vivo sangue del mio cuore. Pazienza». Un Prati, conclude Maria Grazia Caruso nella sua introduzione, «in grado di attraversare serenamente quel gran fantasima che è il mondo, percependone in ogni angolo l’occasione di una “malia”». Nel bicentenario della nascita del poeta, Ti scrivo dal tavolino di Dumas è stato presentato nei giorni scorsi al liceo “Giovanni Prati” di Trento e a Villa di Campo, a Lomaso, nel cui convento francescano Prati nacque il 27 gennaio. A poca distanza sorge Dasindo, il luogo dove il poeta trascorse l’infanzia, e dove oggi riposano le sue ceneri.
“Ti scrivo dal tavolino di Dumas. Lettere edite e inedite di Giovanni Prati” a cura di Maria Grazia Caruso (Marsilio / Centro Studi Judicaria, 432 pagine, 40 euro).

 

E poi il monoteismo mise fine al pluralismo pacifistico del politeismo. Ma per Maurizio Bettini, forse, chissà

(di Andrea Bisicchia) È noto come, nel mondo antico, le religioni fossero parte integrante delle norme e dei costumi della polis, proprio perché considerate alla stregua delle leggi. Non erano rappresentate da un “Libro Sacro”, la cui caratteristica consisteva nella particolarità della “Scrittura”. Sul termine sacro, applicato alle religioni monoteiste, sono nate delle controversie tra gli studiosi, c’è chi preferisce utilizzare il termine “ispirato”e chi propone: “scritto da Dio”. Nelle religioni antiche non si faceva alcun cenno a “Libri Sacri”, non lo era nemmeno la” Teodicea” di Esiodo, perché, come L’Iliade e L’Odissea, apparteneva al Libro dei Miti.
Gli apologeti cristiani, come Tertulliano, sostenevano che lo strumento della scrittura favoriva l’incontro diretto con Dio, inoltre, grazie ad essa, era possibile confermare la propria fede (Apologeticus, 18,1). Si trattava di un aiuto più potente rispetto a quello delle “visioni” che contraddistinguevano le religioni classiche e i loro “Eidola”.
Maurizio Bettini, docente di antropologia del mondo antico, oltre che raffinato filologo, in un volume appena uscito presso Il Mulino,”Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche”, in XV capitoli brevi, ma intensi,anche per i ricchi riferimenti bibliografici, parte da un assioma: le religioni antiche erano religioni a tutti gli effetti, affermare che fossero superate era come dire che lo fossero anche Omero, Esiodo, Erodoto, Virgilio. Per Bettini, i prodotti della cultura, come le religioni, non vanno sottoposti al tempo e alla conseguente evoluzione, sono da studiare così come si continuano a studiare la filosofia o il teatro dei Greci e dei Romani, senza che le loro divinità fossero considerate false e bugiarde. Con “la distinzione mosaica”: “Non avrai altro Dio fuori di me” e, quindi, con la nascita dei monoteismi, le religioni antiche subirono l’appellativo di “pagane”, tanto più che le divinità dei loro templi erano state degradate a semplici personaggi mitologici.
La fede in un unico Dio creò quell’intolleranza religiosa sconosciuta nell’antichità, dato che, sia presso i Greci che presso i Romani, si erano stabilite delle corrispondenze fra divinità appartenenti a popoli diversi, fino al punto di “tradurle” e di ammettere un interscambio, tanto che Serapide veniva identificato con Iuppiter, Iside con Atena, Aphrodite con Venus, Poseidon con Neptunus etc.
Il politeismo era considerato un sistema aperto, grazie al quale erano impensabili guerre di religione, data la caratteristica plurale delle divinità. Fu la “distinzione mosaica” a vietare qualsiasi relazione fra divinità appartenenti a religioni diverse. Per la cultura classica, le divinità altrui si potevano imporre col passare del tempo e, successivamente, integrarle alle proprie.
Secondo Bettini, alcuni quadri mentali, che erano propri del politeismo, sarebbero stati utili per ridurre il tasso di conflittualità fra le diverse religioni monoteiste. Questa sua osservazione è surrogata dal Catechismo della Chiesa cattolica, ben disposta al dialogo interreligioso.
A tale scopo sarebbe bastata, secondo Bettini, una percezione fluida della “esclusione mosaica” e della stessa “Scrittura”, visto che oggi, quanto è stato scritto, lo si sta sostituendo con quanto è stato visto, benché questo non intacchi il carattere eterno del “Libro”, essendo Dio stesso l’autore. Bettini è convinto che sarebbe sufficiente attingere a certe risorse del politeismo per rendere più sereni e pacifici i rapporti tra i monoteismi.
Maurizio Bettini,”Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche” – Ed. Il Mulino – pp.154 – 2014 – euro 12.