Miti e riti del mondo greco. Forse qui le risposte per uscire dal labirinto delle nostre ossessioni. E ritrovare il centro di sé

29.3.16 diioniso, andrea(di Andrea Bisicchia) Una delle teorie più note e più diffuse è quella che, alle origini del teatro, ci siano mito e rito, lo stesso, credo, possa dirsi per le origini della psicanalisi, ovvero della scienza che ricerca, nel mito, lo specchio della nostra psiche. Ugo Fama, in un volume appena pubblicato da Moretti & Vitali, “Lo specchio di Dioniso”, ritorna sulla figura archetipica a cui è legata la perdita della centralità dell’Io, conseguenza di tutte quelle forme dell’eccesso che caratterizzano il dio della vitalità, dell’ebbrezza, dell’ambivalenza, della rottura dei limiti, della scissione, della fragilità, insomma di tutti quei reperti culturali che lo psicoterapeuta trasforma in progetti di cura, consapevole del fatto che il lavoro analitico possa corrispondere alla costruzione di una narrazione che, a sua volta, diventerebbe il risultato del confronto dialettico che si instaura tra paziente e analista.
L’autore, prima di pervenire alle sue conclusioni, fondate sull’importanza del gioco terapeutico, ripercorre il mito di Dioniso alla luce degli studi di Jung, Hilmann, Lacan, Kerényi, Otto, Graves, Colli, alternando le ricerche psicoanalitiche con quelle di antropologi e mitografi classici. Anche lui, come altri studiosi, è convinto che, nel mondo greco e nei suoi miti, esistano le risposte giuste, non solo alle contraddizioni di oggi, ma anche a quel mondo labirintico dentro il quale hanno sede le nostre ossessioni. Lo stesso Dioniso era legato al labirinto, quello di Minosse, Arianna e Teseo, quest’ultimo poté liberarsene grazie al famoso filo, ovvero grazie a quel processo di conoscenza e di libertà che lo trarrà fuori dall’incubo dello smarrimento. Anche la nostra psiche quando si ammala vive l’esperienza del labirinto da cui potrà uscire facendo ricorso al filo dell’analista che la aiuta a svelare la parte più nascosta di sé, quella che ha smarrito, quella che la pone davanti allo specchio che, nell’orizzonte semantico, osserva Fama: “si fa simbolo di una molteplicità di aspetti esistenziali che toccano l’identità e la differenza, l’immanenza e la trascendenza, l’illusione e la conoscenza, il reale e l’immaginario”. Il tema dello specchio è legato a quello del doppio, del vedere e dell’essere visto, dell’essere e del credere di essere, della realtà che si smembra pirandellianamente in “Uno, nessuno e centomila”.
Lo smembramento a cui è sottoposto Dioniso allude proprio alla pluralità della nostra identità e come Dioniso fu ricomposto dalla grande madre Rea, alla stessa maniera, la nostra psiche smembrata, potrà essere ricomposta dall’analista il quale, durante il lavoro di ricomposizione, non può non ripensare al culto dionisiaco in cui gli opposti come gioia e dolore, desiderio e distacco, vita e morte finiscono per incontrarsi.
Il complesso mitico archetipico sembra, quindi, strutturarsi attorno allo spazio del labirinto che è anche uno spazio a spirale, contorto, nebuloso, proprio come la nostra psiche, quella della vita incarnata che, spesso, sperimenta drammaticamente lo smarrimento e le molteplici trasformazioni che avvengono durante il viaggio nella selva oscura della mente, simile a quella labirintica, già presente nei misteri primitivi e che oggi la si vede come corrispondente di quei processi analitici che diventano una sorta di iniziazione ai misteri della psiche, i quali, pertanto, non sono oscuri contenuti, bensì spazi simbolici del nostro immaginario gestito da un rituale che trova corrispondenza nello spazio terapeutico.
Se il labirinto è il luogo del disorientamento, della perdita della guida e, quindi, della salvezza, il gioco potrebbe essere il mezzo di riscatto, proprio perché la dimensione ludica appartiene all’essere umano che, sostiene Fama, attraverso il gioco, può uscire dal labirinto e trovare il centro di sé. Quando ciò non accade, l’irrazionale e la tragedia prendono il sopravvento.

Ugo Fama, “Lo specchio di Dioniso”, Ed. Moretti & Vitali, 2015, pp. 216, € 20

 

Disuguaglianza? Impossibile estirparla finché il guadagno continua a riempire la pancia di pochi ricchi, cinici e corrotti

22.3.16 bisicchia(di Andrea Bisicchia) Mi sono occupato, sulle pagine di questo giornale, della disuguaglianza recensendo il libro di Atkinson, oggi ritorno sull’argomento, recensendo il libro del premio Nobel J. E Stiglitz: “La grande frattura. La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla”, appena pubblicato da Einaudi.
Perché si parla tanto di disuguaglianza? Il motivo va ricercato nel fatto che, se una volta, la prosperità veniva condivisa con le classi medie, dinanzi al loro crollo e alla loro paura, l’argomento è diventato di moda, essendosi, queste, accorte che la piramide della ricchezza resiste soltanto al vertice e che loro ne sono rimaste escluse. A dire il vero, il mondo intero è sconvolto dalla disuguaglianza, di cui gli economisti si affannano a cercare le cause senza trovare possibili rimedi. Quando si parla di disuguaglianza, siamo abituati a invocare le regole morali che per l’economia non esistono, così come non esistono per la politica, dove l’immoralità è considerata un pregio, se non un vanto, benché da essa scaturiscano corruzione e illegalità.
La grande frattura di cui parla l’economista americano non è altro che il risultato di politiche sbagliate e di politici incapaci che hanno rincorso un benessere inesistente tanto che, dalla Grande recessione del ’29 al Grande malessere di oggi, le cose non sono cambiate di molto, avendo la crisi esacerbato le disuguaglianze, creando, nell’economia, una forte corrente discendente, difficile da arginare. Se dopo il ’29 e la Grande guerra, l’economia ebbe una impennata tale da favorire la classe media, oltre che quella povera, oggi risalire la china non sembra più possibile, come hanno dimostrato il fallimento della macroeconomia e le sue fluttuazioni, che hanno reso cinico il mercato, imbelle, da solo, a risolvere i problemi, senza la gestione di una politica illuminata. Forse occorrerebbe un più audace pensiero economico, un nuovo New Deal, quello che Atkinson e Stiglitz vanno cercando, benché i rimedi che propongono risultino insufficienti se la ricchezza permane nelle mani di pochi cinici e corrotti che generano altrettanti figli cinici e corrotti, come ci vengono raffigurati nelle foto offerte dalle cronache internazionali, per capire quanto sia immensa la loro ricchezza, visto che mettono in mostra yacht, aerei e case di lusso.
Purtroppo, nel mondo, ci sono troppa corruzione e disonestà , le vere generatrici della grande frattura. Per rimanere nell’ambito di casa nostra, non passa giorno che la cronaca non dia notizie di malaffare che, ormai, non risparmia nessuno, avendo la fraudolenza coinvolto categorie diverse di professionisti. Per Stiglitz, le colpe non sono soltanto da ricercare nei politici assatanati di soldi, ma anche nelle banche e nelle istituzioni finanziarie che, manipolando i mercati, hanno favorito la smisurata disuguaglianza. Basterebbe riflettere sui miliardi persi tra il 2008 e oggi per accorgersi che le crepe sono diventate voragini.
Per anni si è cercato di soffocare il problema, ma nel momento in cui sono state coinvolte le classi medie, la frattura si è trasformata in dismisura, essendosi vanificati i redditi e resi nulli gli investimenti, i soli che possono sconfiggere le “bolle”che aumentano le piaghe della povertà, rendendo inevitabile il divario tra i redditi di crescita e quelli in uscita, permettendo a pochi gruppi compensi astronomici.
Se dovessimo ancora chiederci perché la disuguaglianza sia tanto aumentata negli ultimi 35 anni, la risposta potrebbe apparire lapalissiana: perché si è sperperato troppo il denaro pubblico, con stipendi da capogiro, moltiplicando le figure direzionali, oltre quelle dei consulenti che rinascono come l’araba fenicia. Tutto questo sperpero ha generato la classe dell’un per cento, la sola che sa fruttare la ricchezza con cifre elevate di plusvalore, favorendo l’ingiustizia come sistema.

Joseph E. Stiglitz: “La grande frattura. La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla”  – Editore Einaudi, 2016 –  pp 436, € 22.

 

Ce n’è per tutti i gusti. Ma non è più una questione di gusto. Perché tutto è liquido, tutto ci sfugge. Conta solo consumare

14.3.16 collage bauman(di Andrea Bisicchia) Che cos’è il gusto? È un moto dell’anima? Un gesto di preferenza? Un desiderio particolare? Un esercizio auto-manipolatorio? Date le sue oscillazioni, il gusto potrebbe assumere definizioni diverse se lo si utilizza a fini estetici o sociologici, ovvero se è il prodotto di una ricerca del bello o di una ricerca del meglio.
Zygmunt Bauman, scrivendo “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”, sostiene che il gusto vada accettato con assoluta imparzialità, dato il suo carattere temporaneo, il quale, soprattutto nell’era della globalizzazione, è sottoposto all’ideologia del consumo, caratterizzata da una miriade di offerte e da canoni non fideistici. La parola d’ordine che si è infiltrata nel gusto è consumare sempre e di più, dato che c’è poco tempo e spazio da dedicargli, sottoposto com’è alla teoria evoluzionistica. Oggi amiamo essere sedotti, non scegliamo, ma siamo scelti, tanto da eludere lo stesso bisogno di pensare, essendoci, già, chi pensa per noi, chi sceglie per noi cosa dobbiamo leggere, vedere, o come dobbiamo vestirci.
Tutto ci sfugge, osserva Bauman, perché tutto è liquido, dato che la vita ruota attorno a qualcosa di sfuggente, il cui tragitto annovera “una serie infinita di misure egoistiche”. L’immobilità è fonte di fragilità, bisogna, pertanto, mettersi in discussione e adeguare il gusto a questa fragilità prodotta dalla globalizzazione selvaggia e fuori controllo, fonte, a sua volta, di disuguaglianza, di razzismo, di attività selettiva. Ne sono travolte le classi colte che, inseguendone i crescenti bisogni e adeguandosi al conseguente potere economico, diventano anch’esse consumatrici di beni, senza essere più produttori di qualità. Un tempo, queste classi avevano il compito di “illuminare”, di dare luce alle classi sociali meno colte, con l’intento di “coltivare” il popolo. Nell’era moderna, all’impegno è subentrato il disimpegno, quello che i sociologi definiscono “l’ideologia della fine dell’ideologia”, le classi colte non sono più creatrici di cultura, essendo soggette all’indifferenza e a un individualismo esasperato. Il fenomeno, sostiene Bauman, non appartiene ai singoli Stati, benché l’Europa sia l’ultima possibilità di sopravvivenza dell’identità dei popoli, nel momento in cui la globalizzazione ne sta corrodendo la sovranità, mettendo in crisi lo stato solido della modernità, alimentandone quello “liquido” che, a sua volta, produce provvisorietà, instabilità, disuguaglianza, tanto che la differenza è diventata un valore assoluto. Non c’è più tempo per promuovere il sapere, per raffinare il gusto dell’individuo, per alimentare il prestigio di una  nazione,essendo tutto sottoposto alla flessibilità, tanto che Andy Warhol potrà dire: “L’artista è uno che fa cose di cui nessuno ha bisogno”.

Zygmunt Bauman, “Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi”, Ed. Laterza, 2016 – pp.148, € 14

 

Tra ricerca erudita e scrittura scenica, una miscellanea di saggi e interventi sulla drammaturgia siciliana e napoletana

antonia lezza, antologia(di Andrea Bisicchia) Generalmente un’antologia raccoglie una parte di testi di un autore, oppure di più autori, in questo caso la raccolta è di tipo saggistico, oltre che memorialistico, visto il contenuto. La curatrice, Antonia Lezza, prof. Associato, che si è valsa della collaborazione di due ricercatrici, ha assemblato una miscellanea, il cui filo conduttore è la scrittura teatrale, declinata o in chiave storicistica o affidata alla voce di autori viventi.
L’ambito riguarda la drammaturgia napoletana e siciliana, ma non manca un gran lombardo come Giovanni Testori, con un saggio su “I promessi sposi alla prova”, scritto per Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah. Il volume è diviso in 4 sezioni: “Questioni di teatro”, “Scrivere per il teatro”, “Per un teatro contemporaneo”, “Lezioni di teatro”, si tratta di sezioni nate direttamente sul campo, messe a confronto con esperienze accademiche, più attente alla ricerca erudita. Oggetto, comunque, è il testo, sia quello scritto che quello trasposto sulla scena, il cui percorso ha come fine la dimostrazione della autonomia della scrittura scenica, tanto che, da tempo, è studiata come disciplina a sé. Antonia Lezza ricorda come questo percorso sia stato iniziato da Franca Angelini, sulla scia degli studi di Maria Luisa Altieri Biagi, Natalino Sapegno, Antonietta Grignani, e continuato da Ferdinando Taviani con “Uomini di libro, uomini di scena. Introduzione alla letteratura teatrale del Novecento, oltre che dalla stessa Lezza che, nel suo capitolo d’introduzione, si sofferma sulla drammaturgia napoletana da Petito a Cappuccio e su quella siciliana da Emma Dante a Pirrotta.
L’autrice distingue tra attori-autori, autori-attori, scrittori- drammaturghi, drammaturghi-scrittori. La linea siculo-napoletana è ulteriormente indagata da Annunziata Acanfora che analizza il significato delle riscritture, delle interferenze, delle collaborazioni, ricercando già nel Settecento i legami tra le due scuole, a partire dalla famiglia Cammarano, il cui capostipite Vincenzo, detto Giancola, era giunto da Palermo a Napoli dove indosserà la maschera di Pulcinella. Da allora, i connubi, gli innesti non sono mai mancati.
Ho trovato interessanti i saggi sulle scritte murali dal Risorgimento al periodo mussoliniano, di Anna Scamapieco, alla gigantesca opera di mistificazione che ne veniva fatta e quello sull’analisi scenica di “Natale in casa Cupiello” ad opera di Giuseppe Rocca, la cui lettura ha come linea conduttrice: “Tre rimedi contro il freddo”. Il saggio apre la sezione dedicata a scrivere per il palcoscenico, di cui si occupa anche Stella Casiraghi che indaga, da par suo, la “ teatralità” strehleriana, nata a contatto del “copione primario”. Interessante il lavoro di Paola Daniela Giovanelli: “La donna in scena”, un testo nato in laboratorio, diventato uno spettacolo, con relativa circuitazione.
Il volume si conclude con l’intervento di Stefania Stefanelli: “Una lingua per il teatro italiano”, che, partendo da un saggio di Ugo Ojetti “Alla scoperta dei letterati”, traccia il passaggio dal modello della lingua toscana a quello della “Lingua di civil conversazione”, raggiunta proprio attraverso il teatro.

“Antologia Teatrale”, a cura di Antonia Lezza, Annunziata Acanfora, Carmela Lucia – Liguori Editore 2015 – pp 294, € 25,99