29ª stagione dei Concerti della domenica. Al Filodrammatici, fino al 14 aprile. Il Premio Ubi Banca a Fabio Concato

Il Quartetto di Roberto Porroni (chitarra), anche Direttore artistico della rassegna

MILANO – (di Carla Maria Casanova) Domenica 20 tornano al Filodrammatici I Concerti della Domenica (29ma stagione), sempre al mattino, dalle 11 alle 12.
Roberto Porroni, chitarrista, che li ha inventati e li gestisce, anticipa un fantastico trentennale inaugurando la stagione 2019 con l’esecuzione in prima italiana del ciclo “The Rough Dancer and the Cyclical Night” di Astor Piazzolla, in prima per l’Italia. Di questo lavoro composto nel 1987 e che si presume prevedesse musica, danza e parlato (forse con poesie di Borges) non esistono infatti tracce stampate. Solo una registrazione dei brani da parte del gruppo Piazzolla. Porroni si è posto allora all’ascolto dei brani e, nota per nota, li ha ricostruiti e scritti, per farceli ascoltare con il suo Cuartet.
I concerti, che mantengono la loro caratteristica di scelte sfiziose e inusuali, proseguono domenica 27 con Enrico Beruschi che fa la parte del leone come voce recitante della fiaba Pierino e il lupo di Prokofiev, eseguita dal Quintetto Prestige insieme con una selezione da “Porgy and Bess” e “West Side Story”.
A febbraio: dall’Irlanda, a grande richiesta, i Birkin Tree, accompagnati dalla nota violinista Aoife Nì Bhriain.
Poi il theremin, strumento elettronico inventato nel 1919 dall’omonimo fisico russo, che va suonato senza toccarlo, solo intervenendo nel suo campo magnetico. Tra i rarissimi suoi esecutori è Carolina von Eyck, che ha iniziato a suonarlo a 7 anni.
Annalisa Stroppa, mezzosoprano, duetterà con la chitarra di Porroni in musiche spagnole.
Carlo Balzaretti al pianoforte farà rivivere Buster Keaton, mentre a marzo una selezione dei film di Stanley Kubrick è proposta dall’Ensemble Duomo.
Particolare la formazione dellorchestra di flauti Zephyrus: i flauti sono 14!
L’oramai tradizionale concerto dei Paesi del gruppo Visegrad darà voce a 4 giovani talenti di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
A chiusura (31 marzo) il concerto Aranjuez di chitarra-arpa con Roberto Porroni -Luisa Prandina.
Il “Premio Ubi Banca Milano per la Musica” 2019 è attribuito a Fabio Concato, concerto fuori abbonamento del 14 aprile. L’Ensemble Duomo eseguirà musiche di Concato e di Morricone (già premiato nel 1999).
Come sempre, al termine dei concerti, al pubblico e agli artisti è offerto un brindisi.

Arie: incantevoli, ardite e spericolate. Orchestra e cantanti: bene. Ma l’allestimento scenico: cosa c’entra con Händel?

COMO, lunedì 14 gennaio (di Carla Maria Casanova)
“Rinaldo” di Georg Friedrich Händel, in scena al Teatro Sociale. Occorre fare qui un’operazione aritmetica delle più semplici: 1+ 1 = 2. Cioè separare lo spettacolo: esecuzione musicale e realizzazione scenica. Delle numerosissime opere di Händel, molte delle quali conosciute e regolarmente rappresentate, “Rinaldo” (composta a 26 anni, in due mesi) è una delle più note. In Italia poi, dopo quello spettacolo allestito alla Fenice di Venezia 30 anni fa – regìa Pier Luigi Pizzi, con Marilyn Horne, Cecilia Gasdìa, Ernesto Palacio, direttore John Fisher – con Rinaldo “abbiamo dato”. (Lo riprenderanno al Maggio Musicale Fiorentino nel maggio 2020. Non lasciarselo scappare). Intanto, il circuito dei Teatri di Opera-Lombardia, – Cremona, Brescia. Como, Pavia -, ha scelto coraggiosamente di riproporlo, con i mezzi che ha, mezzi che comunque gli hanno permesso di mettere nel golfo mistico Ottavio Dantone e la sua Accademia Bizantina, vale a dire il complesso più carismatico e imprescindibile per il repertorio barocco. Infatti, riguardo al primo 1 della addizione di cui sopra, tutto funziona perfettamente. E non solo l’orchestra: anche i cantanti si distinguono.
Nella distribuzione dei ruoli, che rispetta i registri originali, Rinaldo è un contralto (Delphine Galou, bravissima); Almirena (Francesca Aspromonte) e Armida (la graffiante Anna Maria Sarra) soprani; Goffredo controtenore (Raffaele Pe); Argante basso (Luigi De Donato). Questi cantanti, giovani ma collaudati, se non sono degli dei sul versante scenico, rispondono con grande onore su quello vocale – prova non da poco – nel rispetto dei nuovi canoni estetici fissati da Händel. Quindi si accettano di buon grado le ingenuità lessicali del libretto settecentesco (sorge nel petto/ certo diletto/ che bella calma/ promette al cor…) e se alcuni recitativi o daccapo mettono a prova la pazienza, si è ampiamente gratificati dalla ricchezza e varietà dei suoni, dalle arie incantevoli o di ardita e spericolata vocalità. Di particolare pregio e fascino è poi la sintonia della musica di Händel con la sua epoca. Appunto.
Qui, lo spettacolo scenico è un’altra cosa, che non ha nulla da spartire con la prima. Jacopo Spirei scrive nelle sue note di regìa che il Rinaldo è realtà e fantasia, magia e realtà. Vero. Però un filo logico, almeno nello stile, ci vorrebbe. Un ufficio di contabile, un Pc, un generale in alta uniforme che sprona il renitente impiegato alla battaglia, sono una versione teatrale accettabile. Purtroppo non hanno nulla da spartire con la costruzione musicale händeliana. Argante che irrompe nell’ufficio tradotto in metallaro anni 80, con pelli, collane e catene, porta fuori strada.
E poi la magìa. Magìa intesa come “serie di contaminazioni dal mondo dell’arte contemporanea e dal cinema” è contaminazione e non magia. Possibile che debbano essere tutti disturbati i registi d’oggi? E chi lo dice che dobbiamo essere disturbati anche noi? Io non condivido l’antro della maga Armida diventato un club notturno dal nome “Spider” e lei un sex symbol versione sadica, in succinto costumino di pelle nera, tacchi a spillo e frustino. Quale magia? Anche se l’idea scenica e la realizzazione dell’immenso ragno che sovrasta è un’immagine teatralmente valida e azzeccata. Le trasposizioni nell’opera lirica, non si stancherà mai di ripetere, sono rischiosissime. Tuttavia alcuni (pochi e non sempre) ci riescono. Vedi Graham Vick, Robert Carsen, Jonathan Miller (l’antesignano Luca Ronconi). Jacopo Spirei è stato a lungo assistente di Graham Vick la cui trasgressiva Incoronazione di Poppea (1993, Bologna) rimane leggendaria. Nulla strideva. Era tutto tremendamente logico. La musica (Monteverdi) sembrava scritta apposta. Ma non si dà il caso che l’allievo debba superare, o anche “solo” eguagliare, il maestro. Basta un niente, per essere geniale. Basta un niente per non esserlo.

“Rinaldo”, di Handel, verrà ripreso a Pavia, Teatro Fraschini, il 18 e 20 gennaio.

E dopo lo shock di una tempesta sul mar Baltico, il fuggitivo Wagner, incalzato dai creditori, scrisse “L’olandese volante”

FIRENZE, venerdì 11 gennaio (di Carla Maria Casanova) È l’opera wagneriana autobiografica per eccellenza, la giovanile “Der Fliegende Holländer” (L’Olandese volante, alias Il vascello fantasma). Come in una pagina di diario, racconta soprattutto di una tempesta. Quella che il ventiseienne Richard subì a bordo della goletta Thetis nella traversata del mar Baltico, compiuta insieme con la moglie Minna, in fuga da Riga perché assediato dai creditori. La tempesta fu tale che l’imbarcazione, diretta a Londra, si salvò trovando riparo nel fiordo norvegese di Sandwike.
Wagner tradusse il trauma di quell’esperienza con i mezzi che gli erano propri: la musica. Iniziò a comporre l’opera due anni più tardi, nel 1841, inserendo l’episodio vissuto nella saga nordica dell’Olandese volante, dal poema di Heinrich Heine. Rappresentata a Dresda nel 1843, ottenne un successo cordiale. È la prima pietra della grande epopea wagneriana (prima, c’era stato “Rienzi”, subito dopo sarà il capolavoro: “Tristano e Isotta”).
Il compositore presentò l’Olandese a Luigi di Baviera come “un’opera tutto sommato di poche pretese, e tuttavia già pervasa dal mio vero stile…” Poche pretese?! Basterebbe l’eccitante roteare dell’arcolaio che accompagna l’ossessiva Ballata delle ragazze (atto secondo) o il formidabile scontro corale degli equipaggi delle due navi, per annunciare l’inizio di una nuova era nella storia della musica. Ed è già presente anche il concetto centrale che diverrà, da adesso in poi, un Leitmotiv della poetica wagneriana: la redenzione.
La storia è nota. Un capitano di ventura, a seguito di una maledizione, è condannato a vagare per i mari sul suo vascello maledetto fino al giorno del Giudizio, a meno che una donna gli giuri, beninteso mantenendo il patto, amore ed eterna fedeltà. La possibilità di redenzione avviene un solo giorno, ogni sette anni.
L’ho fatta breve. In verità la vicenda è più complessa ed è corroborata dal mistero della leggenda che aleggia sulle ragazze da marito, con l’attesa paranoica di Senta che si sente predestinata, l’arrivo reale dell’Olandese, il malinteso creato da Erick, innamorato della ragazza e a conclusione dell’immolarsi di lei seguendo l’Olandese nei flutti, affinché sia redento.
Opera in tre atti di insolita brevità per Wagner (al totale due ore e mezza di musica), l’Olandese è andata in scena ieri al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (un solo intervallo dopo il primo atto – edizione originale con sottotitoli).
L’allestimento, affidato a Paul Curran regista, Saverio Santoliquido scene, Gabriella Ingram costumi, David Martin Jacques luci, gioca con fluttuanti proiezioni su cielo e mare, onde e nubi per un tutto procelloso gravido di sinistri presagi. Soprattutto il mare imperversa spaventoso, finché compare il tremolante fantasma del vascello. Grande buio. Primo e terzo atto paiono svolgersi di notte. Nel secondo, le ragazze che tessono il corredo sgambettano su macchine Singer anziché all’arcolaio, e la ballata che cantano non è molto gioiosa anche perché Senta, che sbeffeggiata dalle amiche insiste a rimirare il ritratto dell’ipotetico innamorato, la prende molto sul serio. E fa bene, giacché lui arriva per davvero. L’incontro che immobilizza i due colpiti dal fatale coup de foudre, 5 minuti a guardarsi senza parlare, è di emozione travolgente.
Ma c’è qualcosa di magico che è mancato, in questo incontro. Curran (attivo anche in Italia da oltre vent’anni) nelle note di regìa individua la scelta di Senta nella solita ottica della “donna moderna” (ma quando mai l’amore ha seguito strade diverse in tempi antichi o moderni?) e spiega che – parole di Curran – “forse dovremmo prestare attenzione a quel che chiediamo, perché potremmo essere condannati ad ottenerlo e a conviverci” parole il cui significato mi sfugge. Da un punto di vista tecnico, Curran opera una confusione nel finale: Senta se ne va e la si immagina buttarsi nel flutti per ricongiungersi con l’Olandese, ma ecco che riappare, illuminata, sullo scoglio, mentre l’Olandese, da terra, tende invano le mani verso di lei. Scambio di ruoli?
Sul podio c’è Fabio Luisi, direttore musicale del Maggio e per la prima volta in Italia alle prese con Wagner. Luisi è un grande direttore. È anche un grande direttore wagneriano? Lo è certo nel sostenere lo scontro vigorosissimo tra i due cori dei marinai (Coro del Maggio e Coro Ars Lyrica di Pisa), nel diffondere la forza e l’impeto degli elementi, forse lo è meno nel raccontare il senso del destino e lo struggimento romantico dei due innamorati. I quali sono Thomas Gazheli – Olandese, all’inizio vocalmente scomposto, poi riassettatosi nel corso dell’opera – e Marjorie Owens, soprano dal timbro bellissimo, con linea di canto solida e flessibile (peccato quella immensa stazza fisica, oggi quasi improponibile). Daland è il giovane russo Michail Petrenko, figlio d’arte provvisto di voce possente, mentre il fidanzato Erik, figura di solito di secondo piano, è stato interpretato alla grande da Bernhard Berchtold (in sostituzione del tenore Peter Tantsist che, alla prova generale, si era difeso strenuamente, con rara passionalità di accento, da un’incipiente indisposizione). Teatro esaurito, grandi applausi per tutti.
Repliche il 13, 15, 17.

Erotismo e morte. In scena a Genova l’opera scandalosa di Oscar Wilde. Con Eros Pagni in una produzione a quattro

GENOVA, venerdì 4 gennaio – Da mercoledì 9 a domenica 20 gennaio, sarà in scena, al Teatro della Corte, “Salomè”, di Oscar Wilde, con Eros Pagni, Gaia Aprea, Anita Bartolucci, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta, Luca Iervolino, Gianluca Musiu, Alessandro Pacifico Griffini, Giacinto Palmarini, Carlo Sciaccaluga, Paolo Serra, Enzo Turrin. Maxi-produzione di quattro istituzioni: Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Verona, con la regia di Luca De Fusco.

Un monarca corrotto, un impero decadente, una giovane seducente e inafferrabile, per cui tutti, a partire dal patrigno Erode, delirano: sono questi gli ingredienti di Salomè, l’opera teatrale più poetica e decadente di Oscar Wilde.
Messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1893, l’atto unico del genio irlandese creò immediato scandalo e, proprio per la sua natura ambigua, soffusa di erotismo e di peccato, ebbe alterne fortune sceniche. La storia di derivazione biblica che ha per protagonisti Erode, Erodiade, Giovanni Battista e la stessa Salomè, mantiene il suo fascino immutato proprio come la maliarda danzatrice che nella sua “danza  dei sette veli” mescola mistero e grazia, desiderio e potere, Eros e Thanatos. Su tutto e tutti incombe un’immensa e cangiante luna che sorveglia e accompagna le umane vicende, quasi presagendone il drammatico epilogo.
«“Salomè” è un grande archetipo, un simbolo eterno di amore e di morte», dice De Fusco, il quale spiega anche la sua passione per le contaminazioni, come in questa Salomé, fra teatro, cinema, danza e musica.
Lo spettacolo arriva sul palcoscenico del Teatro della Corte, dopo il debutto nazionale al Festival Pompeii Theatrum Mundi 2018, a cui ha fatto seguito seguito un’acclamata tournée nei teatri italiani.

Teatro della Corte. Viale Duca d’Aosta, 16129 Genova
info@teatronazionalegenova.it