Mostra o film/documentario? Diciamo Robert Doisneau, la lente delle meraviglie, raccontato dalla nipote Clementine

Robert Doisneau, Mickey Rourke, Paris 1992

(di Emanuela Dini) La “lente delle meraviglie” può essere quella della macchina fotografica che Robert Doisneau bambino riceve in regalo dal fratellastro a 7 anni, oppure quella della sua visione del mondo, mirata a ritrarre le meraviglie della vita quotidiana, con uno sguardo romantico, incantato e positivo.
Robert Doisneau (1912-1994), oggi considerato uno dei più grandi fotografi, ma diventato famoso quando aveva già 70 anni, viene raccontato con grande affetto e tenerezza da sua nipote, Clementine Deroudille, in questo film-documentario che ne racconta tutta la vita, svelandone il lato umano e più di un segreto professionale, e presentando una gran quantità di immagini inedite e inaspettate, scelte tra gli oltre 350.000 negativi conservati con cura e catalogati con ordine e amore.
La voce narrante della regista parte dai suoi ricordi di bambina «vivevamo tutti insieme nella casa del nonno, e lui “usava” noi bambini e tutti i familiari come modelli per le sue foto pubblicitarie», ne racconta l’infanzia ribelle in periferia, il primo lavoro come fotografo ufficiale nella fabbrica di auto Renault, la casa trasformata in laboratorio «la vasca da bagno serviva per tenere a mollo le fotografie e noi potevamo fare il bagno solo la domenica», i primi reportage, il suo metodo di lavoro, le amicizie, il successo tardivo.
E così si scopre che la più celebre foto del nonno, quel “Bacio all’Hotel de la Ville”, riprodotta massiciamente in ogni dove, su poster, magliette, borse, magneti e persino tatuata su robuste cosce maschili, non è affatto uno scatto rubato di due giovani innamorati, ma una foto studiata a tavolino per un servizio commissionato nel 1950 dalla rivista americana Life e costruita come un vero set, ingaggiando due attori che hanno recitato il ruolo dei fidanzati in ogni angolo di Parigi.
Così come sapientemente studiate e costruite sono le sue fotografie delle periferie parigine, i volti delle persone ritratte ai tavolini dei bistrot, gli scorci architettonici, i ritratti dei nipoti con la rielaborazione degli sfondi in una sorta di antesignano Photoshop. Niente a che vedere con l’attimo fuggente, insomma, ma studio, attenzione, cura dei dettagli, passione e mestiere. Così come curatissime e studiate sono le immagini a colori – insolite, per Doisneau grande estimatore del bianco e nero – di un reportage negli Stati Uniti nel 1960, dove un gruppo di tre cowboys, uno di fronte, uno di spalle e uno di profilo evocano praterie, grandi spazi e tutto l’immaginario collettivo del Far West.
Il film presenta, poi, foto e filmati di una Parigi che non c’è più, come il mercato di Les Halles, che era una delle sue fonti di ispirazione; documenta le amicizie più strette di Doisneau, le passeggiate per Parigi con Prévert, gli incontri con Daniel Pennac; ma testimonia anche le sue insofferenze negli ambienti in cui si sentiva a disagio, come quando dovette cimentarsi nelle foto di moda o nei fastosi ricevimenti del jet-set.
«Curioso, disobbediente e paziente, così deve essere un fotogafo», è la definizione che Doisneau dava della professione, e il ritratto che ne esce dalle parole della nipote e dai ricordi delle figlie – che ancora vivono e lavorano nella casa dove sono cresciute – è quella di un uomo attento ed entusiasta, innamorato del proprio lavoro e della sua famiglia, che ha immortalato con passione e in bianco e nero momenti di vita, volti e persone, angoli di città regalandoli al mondo attraverso la sua personalissima e magica “lente delle meraviglie”.

La ricca esposizione perugina di Palazzo Baldeschi (fino al 15 settembre) ora si completa con la “Sibilla” del Guercino

PERUGIA, mercoledì 7 giugno La mostra “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane” si è arricchita di un nuovo capolavoro: la “Sibilla” di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, dipinto ad olio su tela databile al 1620, proveniente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cento.
Previsto sin dall’inizio come uno dei dipinti di maggiore interesse del percorso espositivo (a cura di Vittorio Sgarbi, inaugurato lo scorso 9 aprile a Palazzo Baldeschi), il dipinto è arrivato a Perugia con due mesi di ritardo in quanto impegnato fino allo scorso 4 giugno alla mostra “Guercino tra sacro e profano” inserita nel ricco programma dedicato al pittore del Seicento –  uno dei massimi artisti emiliani di tutti i tempi – organizzato a Piacenza.
L’opera entra così a far parte della mostra voluta dalla Fondazione Cassa di risparmio di Perugia e organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte, visitabile fino al prossimo 15 settembre.
Il visitatore, oltre alla Sibilla del Guercino, potrà ammirare le opere di maestri, più o meno noti, appartenenti alle principali “scuole” che compongono la peculiare e complessa “geografia artistica” della nostra nazione: Beato Angelico, Perugino, Pinturicchio, Matteo da Gualdo, Dosso Dossi, Ludovico Carracci, Giovanni Francesco Guerreri, Ferraù Fanzoni, Giovanni Lanfranco, Guercino, Guido Cagnacci, Pietro Novelli, Giovanni Domenico Cerrini, Mattia Preti, Luca Giordano, Antonio Balestra, Gaspar van Wittel, Giovanni Antonio Pellegrini, Bernardo Bellotto, Corrado Giaquinto, Pompeo Batoni, Angelica Kauffmann, Giovanni Fattori, Giuseppe De Nittis, Giovanni Boldini, Giuseppe Pelizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Leonardo Bistolfi, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Gerardo Dottori, per citare solo i nomi più noti.
La mostra darà conto dell’evoluzione degli stili ed offrirà un’ampia panoramica sui soggetti affrontati dagli artisti, dal tema sacro alle raffigurazioni allegoriche e mitologiche, dal genere del ritratto a quelli del paesaggio e della natura morta.
Il catalogo della mostra, curato da Vittorio Sgarbi e Pietro Di Natale, è edito da Fabrizio Fabbri Editori. La mostra conta sulla partnership tecnica di De Marinis Fine Art.

www.fondazionecariperugiaarte.it

E dal boom economico degli anni 60 nacque tra Roma e Milano la nostra Pop Art. Così diversa dalla Pop americana

PORDENONE, mercoledì 10 maggio – C’è stata una “via italiana” al Pop ed è stata assolutamente originale. Lo evidenzia, ora, una mostra dal forte taglio critico, che riunisce, alla Galleria d’arte moderna e contemporanea “Armando Pizzinato” di Pordenone, circa 70 opere, sceltissime e alcune mai prima esposte, di una ventina di artisti. “È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza, com’è quello della Pop Art in Italia, che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese.”
Si è spesso sostenuto che gli artisti italiani non fecero sostanzialmente altro che “copiare” gli americani. Alcuni di essi, è vero, erano stati in America prima del ’64, anno del trionfo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia, o si erano informati in precedenza sulle nuove poetiche visive statunitensi: per esempio Mimmo Rotella (celebri i suoi décollages – collages di manifesti pubblicitari strappati), Franco Angeli (tra le opere più famose le sue lupe e le sue aquile romane, ma anche Half dollar, una banconota americana serigrafata), Tano Festa, con le sue riletture di Michelangelo e di altri celebri maestri del passato, o Mario Schifano, che reinterpreta in pittura le icone pubblicitarie della “Coca–Cola “ e della “Esso”, o foto storiche (come nel celeberrimo Futurismo rivisitato, del ’66).
Tutti artisti, questi, legati alla romana “Scuola di Piazza del Popolo”. Roma è infatti uno dei due punti di irradiazione della Pop Art di casa nostra: qui, il fenomeno della “dolce vita”, legato al “boom economico”, dà il via a un profondo rinnovamento del costume italiano.
Nel dopoguerra, Roma è un luogo di incontri e dibattiti di livello internazionale. Di qui passano molti grandi artisti europei e americani. Si parla, si discute, si crea. Le gallerie di riferimento sono La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, dove espongono gli artisti che fanno tendenza. Oltre a quelli già nominati, ci sono Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Ettore Innocente, e Mario Ceroli, che nelle sue famose sculture ricostruisce in legno grezzo immagini e oggetti della quotidianità.
L’altro centro propulsivo della Pop Art italiana è Milano, e il suo cuore è lo Studio Marconi, dove nel ’65 espongono in una mostra, insieme a Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini e Lucio Del Pezzo. Questi artisti guardano più all’Europa che all’America: dalle soluzioni genialmente kitsch di Enrico Baj, influenzate dal dadaismo e dal surrealismo, alla altrettanto geniale ibridazione di metafisica dechirichiana e iconografia da fumetto di Adami, alla rigogliosa vena “narrativa” di Tadini che acquisisce, grazie al contatto con la Pop Art, una maggior sintesi dell’immagine, oltre che un più forte impulso a inserire nella figurazione oggetti appartenenti al mondo reale e quotidiano.
La mostra sarà anche un’occasione per ricordare e celebrare, nel trentennale della morte, l’artista Ettore Innocente, noto come uno dei più interessanti e originali artisti della Pop Art di ambito romano, ma provenienete in realtà dal territorio pordenonese, con il quale ha sempre mantenuto legami profondi, coltivati con assiduità.
Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice della mostra Silvia Pegoraro – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini”.

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato” – Viale Dante 33, Pordenone – Dal 13 maggio all’8 ottobre 2017
www.artemodernapordenone.it
Info: Comune di Pordenone:(+39) 0434 392918/392941
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Le possenti figure di Bruno Ritter. Tra Sondrio e Bregaglia. Ricordando i cinquecento anni della Riforma protestante

SONDRIO, domenica 7 maggio Il Gruppo Credito Valtellinese, in collaborazione con MVSA \ Città di Sondrio, dedica a Bruno Ritter “Dietro le mura”, un’antologica mostra di 60 opere, dal 9 giugno al 15 settembre, con ingresso libero. La mostra di Sondrio è accompagnata da un catalogo a tiratura limitata, edito da Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, che ripercorre i temi fondamentali selezionati per l’esposizione. I testi sono di Andrea Vitali, Beat Stutzer e Paola Tedeschi Pellanda.
BRUNO RITTER, “Dietro le mura”, Galleria Credito Valtellinese e MVSA, Galleria Credito Valtellinese (Piazza Quadrivio, 8 – Sondrio) – MVSA, Palazzo Sassi de’ Lavizzari (Via M. Quadrio, 27 –  Sondrio). www.creval.it

Quasi in contemporanea il Museo Ciäsa Granda di Stampa in Bregaglia, Svizzera, paese natale di Alberto Giacometti, dedica a Bruno Ritter un’altra mostra, in occasione dei 500 anni della Riforma protestante. La Bregaglia costituisce una realtà unica nel suo genere, quella di un territorio culturalmente italofono a maggioranza protestante. L’esposizione prevede una trentina di opere realizzate negli anni 2014 – 2016, alcune con riferimenti alla Bregaglia, altre in stretto riferimento all’opera di Matthias Grünewald (1480-1528), i cui personaggi drammatici sono inseriti in un contesto religioso.
BRUNO RITTER, “Leggende e storia”. Dall’1 giugno al 20 ottobre 2017. Museo Ciäsa Granda. Bregaglia, Svizzera – www.ciaesagranda.ch.

Bruno Ritter conosce bene la montagna e i suoi abitanti: la sua quotidianità si svolge infatti tra la Svizzera, dove è nato, dove si è diplomato in arte e dove l’arte l’ha insegnata oltre che praticata, e l’Italia. Proprio qui, nel Castello di Chiavenna, ha scelto di avere il suo studio. Ogni giorno, partendo da Borgonovo, egli passa per vallate e alti monti cari a Nietzsche, Segantini, Giacometti, per raggiungere gli oleandri, le palme e i cipressi di Chiavenna.
Un oscillare che è anche quello tra le radici nella pittura di Dürer e Grünewald, nel Nord tedesco e l’arte italiana, soprattutto quella del Novecento, di Birolli, di Levi, della Scuola Romana, di Carlo Carrà, arrivando sino a Morlotti e Vedova. Ma passando per Otto Dix, Ernst Fuchs e Max Beckmann. Stimoli diversissimi, metabolizzati e resi essenza, per raggiungere un linguaggio del tutto originale.
La pittura di Ritter esprime un universo di solitudini e di melma, di spazi asfittici tradotti in pennellate materiche, quasi di sostanza geologica; formati di vertiginosa verticalità (siamo nella valle di Giacometti!) bloccano il movimento delle figure, le sigillano in silenzi inscalfibili, impediscono al gesto, al segno di dispiegarsi in una sua fluidità di ritmo e lo costringono talvolta in uno spezzato ossessivo.
I suoi oli sono potenti. Intrisi di colore e di bianco, di luce vivida e di terre. Pacati e violenti, fatti di silenzi, di assenze e di caos vitale, pittura di forti contrasti e continue sorprese. Il tutto condensato, riunito; non necessariamente in modo armonico.
La mostra, composta da circa 60 opere, attraversa la storia del suo lavoro: autoritratti severi (l’artista è però tutt’altro che figura severa. Concentrato, riflessivo sì), paesaggi, interni, il tema delle rocce sagge (ispirato alla lunga tradizione cinese), la lotta e l’insonnia (due temi forti legati a quell’inquietudine umana che ognuno, prima o poi, sperimenta), quello dei rematori (attualissimo e arcaico al tempo stesso) scelti da Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra con Bruno Ritter nel suo atelier a Chiavenna.
L’ultimo ciclo, quello dedicato al tema dei rematori e della Zattera a tutta prima potrebbe apparire paradossale per un uomo di montagna, in realtà montagna e zattera sono i due volti di una stessa strettoia, di una stessa minaccia, di una stessa tragedia; la lotta per sopravvivere può stemperarsi in follia auto distruttrice. L’aspirazione alle vette può diventare fatale desiderio di abbandonarsi all’abisso (e ben lo rammentano i drammatici ritratti di suicidi eseguiti da Ritter qualche anno fa, suicidi che si lasciano annegare nelle acque limacciose di un lago artificiale di montagna, quasi a tornare all’oblio di un grembo).
E davvero la montagna è, in questo ciclo della Zattera, sempre paradossalmente presente: è la forma aguzza che par sottendere una cima innevata alta sopra il capo di uno dei sopravvissuti, come a ribadire una condanna; è l’ammasso dei corpi che invadono la tela fino al limite superiore, impedendo allo sguardo di perdersi in lontananza; è il diffuso tema del mare inteso come materia oscura, opaca, impenetrabile, pesante; è il contorcersi delle figure che, come già nella serie delle donne-montagna, delle donne-ombra, paiono mutarsi in rocce antropomorfe, in aspri scogli che emergono dalle acque buie; è il colore della fanghiglia, del muschio e del granito; sono i formati da vertigine, veri emblemi dello spazio valchiavennasco. L’imponente paesaggio di Canete entra, con l’occasione della mostra, a far parte della collezione del Credito Valtellinese.

(Dal comunicato stampa)