E dal boom economico degli anni 60 nacque tra Roma e Milano la nostra Pop Art. Così diversa dalla Pop americana

PORDENONE, mercoledì 10 maggio – C’è stata una “via italiana” al Pop ed è stata assolutamente originale. Lo evidenzia, ora, una mostra dal forte taglio critico, che riunisce, alla Galleria d’arte moderna e contemporanea “Armando Pizzinato” di Pordenone, circa 70 opere, sceltissime e alcune mai prima esposte, di una ventina di artisti. “È il momento – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone Pietro Tropeano – di avviare l’approfondimento e la rilettura di un movimento artistico italiano di grande importanza, com’è quello della Pop Art in Italia, che ha avuto tanti protagonisti in un periodo tra i più vivaci dell’arte contemporanea nel nostro paese.”
Si è spesso sostenuto che gli artisti italiani non fecero sostanzialmente altro che “copiare” gli americani. Alcuni di essi, è vero, erano stati in America prima del ’64, anno del trionfo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia, o si erano informati in precedenza sulle nuove poetiche visive statunitensi: per esempio Mimmo Rotella (celebri i suoi décollages – collages di manifesti pubblicitari strappati), Franco Angeli (tra le opere più famose le sue lupe e le sue aquile romane, ma anche Half dollar, una banconota americana serigrafata), Tano Festa, con le sue riletture di Michelangelo e di altri celebri maestri del passato, o Mario Schifano, che reinterpreta in pittura le icone pubblicitarie della “Coca–Cola “ e della “Esso”, o foto storiche (come nel celeberrimo Futurismo rivisitato, del ’66).
Tutti artisti, questi, legati alla romana “Scuola di Piazza del Popolo”. Roma è infatti uno dei due punti di irradiazione della Pop Art di casa nostra: qui, il fenomeno della “dolce vita”, legato al “boom economico”, dà il via a un profondo rinnovamento del costume italiano.
Nel dopoguerra, Roma è un luogo di incontri e dibattiti di livello internazionale. Di qui passano molti grandi artisti europei e americani. Si parla, si discute, si crea. Le gallerie di riferimento sono La Tartaruga di Plinio de Martiis e La Salita di Gian Tomaso Liverani, dove espongono gli artisti che fanno tendenza. Oltre a quelli già nominati, ci sono Cesare Tacchi, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Ettore Innocente, e Mario Ceroli, che nelle sue famose sculture ricostruisce in legno grezzo immagini e oggetti della quotidianità.
L’altro centro propulsivo della Pop Art italiana è Milano, e il suo cuore è lo Studio Marconi, dove nel ’65 espongono in una mostra, insieme a Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini e Lucio Del Pezzo. Questi artisti guardano più all’Europa che all’America: dalle soluzioni genialmente kitsch di Enrico Baj, influenzate dal dadaismo e dal surrealismo, alla altrettanto geniale ibridazione di metafisica dechirichiana e iconografia da fumetto di Adami, alla rigogliosa vena “narrativa” di Tadini che acquisisce, grazie al contatto con la Pop Art, una maggior sintesi dell’immagine, oltre che un più forte impulso a inserire nella figurazione oggetti appartenenti al mondo reale e quotidiano.
La mostra sarà anche un’occasione per ricordare e celebrare, nel trentennale della morte, l’artista Ettore Innocente, noto come uno dei più interessanti e originali artisti della Pop Art di ambito romano, ma provenienete in realtà dal territorio pordenonese, con il quale ha sempre mantenuto legami profondi, coltivati con assiduità.
Il gusto tutto europeo e italiano, prima ancora che nei riferimenti alla tradizione artistica, si manifesta – afferma la curatrice della mostra Silvia Pegoraro – in tutti questi artisti nella forte istanza di intervento artigianale/manuale, lontana dalle tecniche prettamente industriali utilizzate dalla Pop americana. Una originalità che le opere in mostra confermano. Evidenziando che, fondamentale nel confronto, è soprattutto l’inclinazione degli italiani a lavorare su stereotipi culturali, anziché soltanto su oggetti-merce e su immagini della comunicazione di massa, con una più spiccata manipolazione delle immagini”.

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato” – Viale Dante 33, Pordenone – Dal 13 maggio all’8 ottobre 2017
www.artemodernapordenone.it
Info: Comune di Pordenone:(+39) 0434 392918/392941
attivitaculturali@comune.pordenone.it

Le possenti figure di Bruno Ritter. Tra Sondrio e Bregaglia. Ricordando i cinquecento anni della Riforma protestante

SONDRIO, domenica 7 maggio Il Gruppo Credito Valtellinese, in collaborazione con MVSA \ Città di Sondrio, dedica a Bruno Ritter “Dietro le mura”, un’antologica mostra di 60 opere, dal 9 giugno al 15 settembre, con ingresso libero. La mostra di Sondrio è accompagnata da un catalogo a tiratura limitata, edito da Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, che ripercorre i temi fondamentali selezionati per l’esposizione. I testi sono di Andrea Vitali, Beat Stutzer e Paola Tedeschi Pellanda.
BRUNO RITTER, “Dietro le mura”, Galleria Credito Valtellinese e MVSA, Galleria Credito Valtellinese (Piazza Quadrivio, 8 – Sondrio) – MVSA, Palazzo Sassi de’ Lavizzari (Via M. Quadrio, 27 –  Sondrio). www.creval.it

Quasi in contemporanea il Museo Ciäsa Granda di Stampa in Bregaglia, Svizzera, paese natale di Alberto Giacometti, dedica a Bruno Ritter un’altra mostra, in occasione dei 500 anni della Riforma protestante. La Bregaglia costituisce una realtà unica nel suo genere, quella di un territorio culturalmente italofono a maggioranza protestante. L’esposizione prevede una trentina di opere realizzate negli anni 2014 – 2016, alcune con riferimenti alla Bregaglia, altre in stretto riferimento all’opera di Matthias Grünewald (1480-1528), i cui personaggi drammatici sono inseriti in un contesto religioso.
BRUNO RITTER, “Leggende e storia”. Dall’1 giugno al 20 ottobre 2017. Museo Ciäsa Granda. Bregaglia, Svizzera – www.ciaesagranda.ch.

Bruno Ritter conosce bene la montagna e i suoi abitanti: la sua quotidianità si svolge infatti tra la Svizzera, dove è nato, dove si è diplomato in arte e dove l’arte l’ha insegnata oltre che praticata, e l’Italia. Proprio qui, nel Castello di Chiavenna, ha scelto di avere il suo studio. Ogni giorno, partendo da Borgonovo, egli passa per vallate e alti monti cari a Nietzsche, Segantini, Giacometti, per raggiungere gli oleandri, le palme e i cipressi di Chiavenna.
Un oscillare che è anche quello tra le radici nella pittura di Dürer e Grünewald, nel Nord tedesco e l’arte italiana, soprattutto quella del Novecento, di Birolli, di Levi, della Scuola Romana, di Carlo Carrà, arrivando sino a Morlotti e Vedova. Ma passando per Otto Dix, Ernst Fuchs e Max Beckmann. Stimoli diversissimi, metabolizzati e resi essenza, per raggiungere un linguaggio del tutto originale.
La pittura di Ritter esprime un universo di solitudini e di melma, di spazi asfittici tradotti in pennellate materiche, quasi di sostanza geologica; formati di vertiginosa verticalità (siamo nella valle di Giacometti!) bloccano il movimento delle figure, le sigillano in silenzi inscalfibili, impediscono al gesto, al segno di dispiegarsi in una sua fluidità di ritmo e lo costringono talvolta in uno spezzato ossessivo.
I suoi oli sono potenti. Intrisi di colore e di bianco, di luce vivida e di terre. Pacati e violenti, fatti di silenzi, di assenze e di caos vitale, pittura di forti contrasti e continue sorprese. Il tutto condensato, riunito; non necessariamente in modo armonico.
La mostra, composta da circa 60 opere, attraversa la storia del suo lavoro: autoritratti severi (l’artista è però tutt’altro che figura severa. Concentrato, riflessivo sì), paesaggi, interni, il tema delle rocce sagge (ispirato alla lunga tradizione cinese), la lotta e l’insonnia (due temi forti legati a quell’inquietudine umana che ognuno, prima o poi, sperimenta), quello dei rematori (attualissimo e arcaico al tempo stesso) scelti da Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra con Bruno Ritter nel suo atelier a Chiavenna.
L’ultimo ciclo, quello dedicato al tema dei rematori e della Zattera a tutta prima potrebbe apparire paradossale per un uomo di montagna, in realtà montagna e zattera sono i due volti di una stessa strettoia, di una stessa minaccia, di una stessa tragedia; la lotta per sopravvivere può stemperarsi in follia auto distruttrice. L’aspirazione alle vette può diventare fatale desiderio di abbandonarsi all’abisso (e ben lo rammentano i drammatici ritratti di suicidi eseguiti da Ritter qualche anno fa, suicidi che si lasciano annegare nelle acque limacciose di un lago artificiale di montagna, quasi a tornare all’oblio di un grembo).
E davvero la montagna è, in questo ciclo della Zattera, sempre paradossalmente presente: è la forma aguzza che par sottendere una cima innevata alta sopra il capo di uno dei sopravvissuti, come a ribadire una condanna; è l’ammasso dei corpi che invadono la tela fino al limite superiore, impedendo allo sguardo di perdersi in lontananza; è il diffuso tema del mare inteso come materia oscura, opaca, impenetrabile, pesante; è il contorcersi delle figure che, come già nella serie delle donne-montagna, delle donne-ombra, paiono mutarsi in rocce antropomorfe, in aspri scogli che emergono dalle acque buie; è il colore della fanghiglia, del muschio e del granito; sono i formati da vertigine, veri emblemi dello spazio valchiavennasco. L’imponente paesaggio di Canete entra, con l’occasione della mostra, a far parte della collezione del Credito Valtellinese.

(Dal comunicato stampa)

I preziosi bronzi di Mascherini, compresa la “Danzatrice”. E l’Aeropittura secondo la “visione cosmica” del Futurismo

PADOVA, lunedì 1 maggio – Due grandi eventi espositivi in contemporanea a Padova, dal 5 maggio al 30 luglio 2017. A Palazzo Zuckermann: “Marcello Mascherini e Padova” e ai Musei Civici agli Eremitani la mostra “Aeropittura. La seduzione del volo”.

MARCELLO MASCHERINI ► Tra le più recenti novità riguardanti Marcello Mascherini (Udine1906 – Padova 1983), cresciuto e formatosi a Trieste, in quell’Olimpo di scultori italiani del Novecento ammirati a livello internazionale, vi è Danzatrice del 1951, opera scelta come immagine-simbolo per la mosta a lui intitolata, “Marcello Mascherini e Padova”. Il piccolo bronzo, significativamente legato a Padova, è rientrato in Italia nel 2015, dopo oltre mezzo secolo. Acquistato da Walter Bechtler per l’omonima Fondazione di Zurigo dopo essere stato esposto alla Quadriennale romana del 1951, un frammento del medesimo soggetto (ora di ubicazione ignota) si vide invece alla prestigiosa personale di Mascherini alla Galleria Drouant-David di Parigi nel 1953 e alla X Biennale d’Arte Triveneta, inaugurata proprio a Padova nello stesso anno. È questa una delle tante sorprendenti novità proposte nell’esposizione (accompagnata da un importante catalogo Skira che raccoglie contributi anche di Virginia Baradel, Aldo De Poli, Ilaria Morcia e Marta Nezzo). Si tratta di una mostra inedita già nel tema, che mira a mettere in luce il rapporto di Mascherini con la città veneta. L’esposizione presenta quasi 50 sculture, valorizzando questo particolare punto di vista “locale”. Propone un percorso tra le più significative opere presentate da Mascherini alle esposizioni patavine, numerosi documenti inediti sul suo coinvolgimento nel cantiere del Bo all’inizio degli anni Quaranta e sull’amicizia con l’artista dello smalto Paolo De Poli, alcuni dei più bei bozzetti di collezione privata padovana e una particolare attenzione all’attività di Mascherini per le grandi navi da crociera italiane, varate tra gli anni Trenta e Settanta.

Manifesto dell’Aeropittura del 1929 ► Segna la profonda frattura tra il primo e il secondo Futurismo, nonostante “l’aspirazione al cielo”, “l’ansia di staccarsi da terra e di realizzare una prima estetica del volo e della vita aerea” fossero presenti nel movimento sin dall’inizio. Ora però il tema aviatorio, affrontato come oggetto principale, permetteva un salto di qualità necessario e fortemente sentito dallo stesso Marinetti ”aerare la fantasia, per superare il quotidianissimo trito e ritrito”. Proprio all’aeropittura e alla sua innovativa interpretazione e visione del mondo-cosmo è dedicata la mostra che si tiene ai Musei Civici agli Eremitani. Circa 60 opere di collezioni private, tra dipinti e disegni, consentono di ricostruire in maniera organica lo sforzo critico profuso da Marinetti e dagli altri rappresentanti del Movimento nella continua messa a punto delle teorie espresse dal Manifesto dell’Aeropittura, che sono ben lontane da ideologie politiche o da una riduttiva rappresentazione del volo, ma esprimono l’urgenza di ricercare una nuova dimensione, non più terrena né aerea, bensì cosmica. La sola rappresentazione della macchina-aereo o del paesaggio visto dall’alto appaiono dunque riduttivi della spiritualità introdotta con l’aeropittura che mirava, invece, alla frantumazione dei piani, al ribaltamento della nostra dimensione abitudinaria. In mostra a Padova – secondo le differenziazioni indicate dalla stesso Marinetti in occasione della Quadriennale del 1939, a chiarimento del Manifesto – il “verismo sintetico–documentario visto dall’alto” con, tra gli altri, Guglielmo Sansoni (Tato), Alfredo Gauro Ambrosi, tra i fondatori del gruppo futurista “Boccioni” di Verona, Italo Fasulo e Giulio D’Anna; l’aeropittura “trasfiguratrice, lirica e spaziale” di Vladimiro Tulli, Osvaldo Peruzzi e soprattutto Angelo Caviglioni, di cui è esposto un bellissimo olio Rivelazioni Cosmiche del 1932; l’aeropittura “essenziale mistica, ascensionale e simbolica” di Bruno Munari, del romano Domenico Belli e di Nello Voltolina (Novo), che nell’opera Palude del 1931 usa la rappresentazione dall’alto come strumento di astrazione; infine, l’aeropittura “essenzaile, stratosferica, cosmica e biochimica” nei dipinti di Tullio Crali e di Ernesto Michaelles (Thayaht): bellissimo il suo Sorvolando l’Amba Alagi. Significativi i lavori su carta esposti di cui 22 di Tullio Crali realizzati a tecniche miste: matita, tempera, pastello, acquerello, collage.

Tre generazioni di pittori, più o meno noti, tutti con la passione della montagna, sulle orme di Giovanni Segantini

Giovanni Segantini, “La raccolta dei bozzoli” (1881-1883), Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza-Scala.

AOSTA, martedì 4 aprile – L’Assessorato dell’istruzione e cultura della Regione autonoma Valle d’Aosta informa che da venerdì 7 aprile fino a domenica 24 settembre 2017, è allestita, presso il Museo Archeologico Regionale di Aosta, la mostra Giovanni Segantini e i pittori della montagna (a cura di Filippo Timo e Daniela Magnetti).
La mostra propone un selezionato percorso che ha come fulcro l’esperienza pittorica di Giovanni Segantini, tra i massimi esponenti del divisionismo italiano, che ha eletto la montagna a proprio soggetto principe, interpretandola in modo personale e innovativo, sia in termini di stile sia di poetica. La selezione di opere proposte in mostra individua e suggerisce uno dei molti possibili percorsi attraverso la pittura di montagna a cavallo tra il XIX e il XX secolo, limitando la propria attenzione ai soli artisti italiani e concentrandosi geograficamente sui lavori dell’arco alpino.
Accanto alle opere di Giovanni Segantini, del periodo giovanile trascorso in Brianza, compaiono più di cinquanta artisti, a partire da Vittore Grubicy, Emilio Longoni, Baldassarre Longoni, Carlo Fornara, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lorenzo Delleani, Cesare Maggi, Leonardo Roda, Italo Mus, sino a Fortunato Depero. Accanto alle opere di questi maestri trovano posto i dipinti di almeno tre generazioni di altri artisti che, pur non avendo incontrato tutti la grande notorietà, hanno saputo instaurare un dialogo con i capofila, divenendo anch’essi partecipi di una pagina importante della storia dell’arte italiana.
All’interno del grande orizzonte tematico della pittura di montagna, le opere sono state organizzate in sette sezioni, oltre a quella dedicata a Segantini che vede esposto lo splendido olio su tela La raccolta dei bozzoli (1881-1883), così scandite: le vedute estive, le scene di vita campestre e contadina, i paesaggi antropizzati, i ricordi alpini, i laghi, i tramonti e i notturni, le vedute dei grandi paesaggi innevati. A queste si aggiunge una sezione dedicata a Italo Mus, il pittore valdostano più noto e ammirato del XX secolo, di cui ricorre nel 2017 il cinquantesimo anniversario della scomparsa.
La mostra Giovanni Segantini e i pittori di montagna è corredata da un catalogo riccamente illustrato, con testi di Annie-Paule Quinsac, Filippo Timo, Daria Jorioz, Daniela Magnetti, Marco Albino Ferrari, Maurizio Scudiero, Luca Minella, Beatrice Buscaroli. Il volume, edito da Skira, è acquistabile in mostra al prezzo di 36 euro.

“Giovanni Segantini e i pittori della montagna”, Aosta, Museo Archeologico Regionale, Piazza Roncas, 12 – Fino a domenica 24 settembre 2017, tutti i giorni dalle 9 alle 19. Per informazioni: Regione autonoma Valle d’Aosta, Assessorato Istruzione e Cultura, Attività espositive: tel. 0165.275937.
www.regione.vda.it