Fu il più europeo di tutti. Ignorato dal fascismo. “In Italia c’è solo lui, Oscar Ghiglia e basta”, disse Amedeo Modigliani

VIAREGGIO, giovedì 14 giugno – L’appuntamento estivo del Centro Matteucci per l’Arte Moderna, di Viareggio, è, quest’anno, riservato ad Oscar Ghiglia, il più italiano ed insieme il più europeo degli artisti italiani d’inizio Novecento.
A rendere ancor più imperdibile la mostra, giunge ora la notizia del prestito di due celebri opere di Modigliani, “L’enfant gras” e “Tête de femme rousse”, eccezionalmente concesse rispettivamente dalla Pinacoteca di Brera e dalla GAM di Torino.
La loro presenza permetterà di cogliere le reciproche influenze dei due artisti, sulla base della loro formazione giovanile a Livorno. È una delle prime volte in cui verranno presi in esame gli stretti legami tra Ghiglia e Modigliani, nonché la considerazione nutrita da quest’ultimo per il più maturo amico, anche dopo il trasferimento a Parigi.
Questa selezionatissima monografica – accanto ai capolavori più noti di colui che, in modo del tutto personale, ha saputo aggiornare la lezione di Fattori – espone per la prima volta, una ventina di opere fondamentali, che sino ad ora, mai erano uscite dai raffinati salotti di un collezionista d’eccezione.
“Oscar Ghiglia. Classico e moderno”, la mostra, curata da Elisabetta Matteucci, sarà visibile al Centro Matteucci dal 6 luglio al 4 novembre.
In Italia non c’è nulla, sono stato dappertutto. Non c’è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c’è Ghiglia. C’è Oscar Ghiglia e basta“. La nota affermazione di Modigliani, riferita da Anselmo Bucci nei “Ricordi parigini” (1931), contrasta con il silenzio venutosi a creare attorno a Ghiglia dopo la morte. Condizione riservata, come osservava Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 in occasione della mostra “Arte Moderna in Italia. 1915-1935”, a quell’intera generazione d’artisti penalizzata dal “giudizio negativo sul fascismo”.
È con gli studi di Raffaele Monti e Renato Barilli della metà degli anni Settanta, confluiti in una serie di mostre monografiche rivelatrici di un grande talento, che il livornese comincia ad essere preso in considerazione, rappresentando un “caso” che incarna, in termini esemplari, la cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. Una pittura, la sua, priva di contaminazioni anche per il tratto umbratile e scontroso del personaggio, non molto aperto alle relazioni, spesso in contrasto anche con amici vicini, come Giovanni Papini e Amedeo Modigliani.
Se del primo, dopo la condivisione delle idee attraverso la collaborazione con Spadini, Borgese e Prezzolini al “Leonardo”, mal digerì la svolta futurista, della frattura con il secondo sfuggono le ragioni. A testimonianza di un sodalizio, che per i riflessi sull’opera appare tra i più fertili e intensi dell’arte moderna, restano le famose cinque lettere inviate, nel 1901, durante il soggiorno a Venezia e Capri, da Modigliani a Ghiglia; il tono è di un giovane che, aprendosi al mondo, intravede nell’artista più maturo il proprio alter ego.
Formatosi nella Firenze “modernista” delle mostre rivoluzionarie della Promotrice e di Palazzo Corsini, da autodidatta di grande talento Ghiglia si rivela tra i più ricettivi alle nuove istanze cosmopolite, declinanti in una pittura di pura invenzione, dove classico e moderno idealmente si fondono. A cogliere in anticipo l’essenza di questo doppio registro è Llewelyn Lloyd, che definisce l’arte dell’amico “originalissima, non somigliante a nessun’altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l’impressionismo francese“. Nell’estrema generosità, il giudizio tralascia, però, i poli essenziali di riferimento: Fattori e Cézanne, dei quali Ghiglia ha percepito l’elevata caratura, rapportandovisi come ad un magistero più che come ad un modello.
Negli oltre quaranta capolavori in mostra tali radici emergono inequivocabilmente, sebbene il livornese non abbia mai smesso di guardare al di là delle Alpi.
In una lettera a Natali, allora a Parigi, scrive: “Perché non vai a trovare Rosso? Come italiano e giovine artista tu dovresti farlo (…) Digli che io lo saluto considerandolo una delle più grandi glorie di questo secolo e che spero di poterlo presto abbracciare. Sono contento che ti piaccia Van Gogh, ma cerca ancora di vedere Cézanne, ti convincerai che il passato, così, è l’avvenire“.

Viareggio, Centro Matteucci per l’Arte Moderna. Via Gabriele D’Annunzio, 28 – Dal 6 luglio al 4 novembre. Info: tel. 0584 430614
www.cemamo.it

I possenti, sensuali nudi d’una pittrice del 700 veneziano. Libera, non conformista, contro gli ostili pregiudizi maschili

“Giulia Lama veneziana, vivente fra gl’Arcadi Lisalba molto erudita nelle filosofie, ed assai valorosa Pittrice, cosicché le principali Chiese cercano avere delle opere sue, ed in particolar qualche Palla, nella cui maniera di dipingere acquistassi ella grandissimo onore”. (Luisa Bergalli, Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, Venezia, 1726)

VENEZIA, martedì 29 maggio – Nella prima metà del Settecento, a Venezia, oltre a Rosalba Carriera, viveva un’altra pittrice di primo piano, purtroppo del tutto ignorata fuori dalla sua patria: Giulia Lama (1681-1747). Il Museo del Settecento Veneziano di Ca’ Rezzonico celebra questa figura con la presentazione di 12 splendidi studi di nudo realizzati dall’artista, parte di una più ampia raccolta di sue opere grafiche, appartenenti al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe del Museo Correr.
Figlia d’arte – suo padre, Agostino, era pittore lui stesso oltre che mercante d’arte e perito – a dispetto delle sue colleghe impegnate nella produzione di generi “femminili” come il ritratto o la miniatura, Giulia Lama si cimentò nella pittura di storia, con grandi composizioni affollate, ricevendo diverse commissioni ecclesiastiche (in particolare le pale d’altare per le Chiese di Santa Maria Formosa e di San Vidal) e suscitando evidentemente invidie e maldicenze tra i colleghi maschi, tanto da far scrivere all’abate Antonio Conti: “la povera donna è perseguitata dai pittori ma la sua virtù trionfa sui suoi nemici”.
La sua estetica, lontana da visioni prettamente decorative o intrise di calda sensualità, si qualifica nelle raffigurazioni dal forte risalto plastico ed espressivo, violente nella loro gestualità e nell’uso del colore, in sintonia con quanto diffuso in quegli anni a Venezia da Giambattista Piazzetta.
Questi peraltro – uno dei pochi colleghi che le dimostrarono sincero apprezzamento – ci ha lasciato uno straordinario ritratto della pittrice, che compie la sua esistenza interamente nella parrocchia di Santa Maria Formosa senza mai lasciare Venezia, e che pare essere stata non bella d’aspetto, ma dal temperamento forte seppure malinconico.
Dallo studio dei documenti d’archivio, Giulia riemerge come artista poliedrica e donna raffinata e istruita, avendo ricevuto un’educazione scientifico umanistica di tutto rispetto.
La giovane Lama studiò infatti matematica con il padre domenicano Tommaso Pio Maffei – colui che “aveva insegnato le matematiche e la politica ai soggetti più illustri del nostro Paese” – e frequentò il circolo scientifico umanistico che a Venezia si era raccolto a casa Doro, “medico di gran fama”, ove si alternavano esperimenti e dissertazioni scientifiche a discussioni letterarie.
Da qui forse la passione anche per la poesia – tanto che nel 1726 Luisa Bergalli, futura moglie di Gasparo Gozzi, inserì alcuni sonetti e canzoni della pittrice tra “I componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo”.
Dunque pittrice e poetessa a pieno titolo – entrambe espressioni di un suo sentire esistenziale infelice, per le delusioni amorose e i tormenti dell’anima -ma anche merlettaia, attività che le garantì in effetti il sostentamento.
Ma la forza anticonvenzionale e anticonformista dell’arte e della personalità di Giulia Lama emerge soprattutto nei suo disegni, in particolare nei nudi: forse fra le sue opere più belle.
Il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe del Museo Correr possiede una splendida selezione delle sue opere grafiche, tutti studi di nudo tratti dal vero: una prassi non certo convenzionale per una donna dell’epoca. Alcuni di questi fogli, restaurati per l’occasione, eseguiti a gesso nero o rosso e lumeggiature di gesso bianco, carichi di forza espressiva, vengono ora esposti per la prima volta in una piccola ma preziosa mostra allestita nella Sala degli Arazzi di Ca’ Rezzonico, a cura di Alberto Craievich: “in queste opere – egli scrive – non troviamo nulla di delicato e gentile; si tratta di uno stile che è antitetico ai luoghi comuni della femminilità”.

GIULIA LAMA, Pittrice e poetessa (1681-1747) – Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano, Dorsoduro 3136, 30123 Venezia – Fino al 3 settembre.

Informazioni
www.carezzonico.visitmuve.it

 

Impressionismo e avanguardie. Da Philadelphia cinquanta capolavori del ricco (e sapiente) collezionismo americano

Pablo Picasso, “Donna e bambine”, 1961, olio su tela, 146 x 113.7 cm – Philadelphia Museum of Art –  Donazione di Mrs. John Wintersteen, 1964

MILANO – (di Patrizia Pedrazzini) Fondata nel 1682 dal quacchero William Penn sull’estuario del fiume Delaware in omaggio ai principi della libertà e della tolleranza religiosa, Philadelphia non è solo la principale città della Pennsylvania e una fra le più antiche degli Stati Uniti. È prima di tutto, nel cuore patriottico dell’America, il luogo nel quale, il 4 luglio 1776, venne firmata la Dichiarazione d’indipendenza, seguita, nel 1787, dalla Costituzione. Ma è stata anche, almeno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, uno dei principali centri dell’industria ferroviara, nonché di quella dell’acciaio, delle navi a vapore, delle raffinerie, dei prodotti alimentari. Una capitale del lavoro e del commercio, quindi del denaro. Che i ricchi industriali del tempo non disdegnavano di investire nell’acquisto di capolavori artistici, dipinti soprattutto, dei contemporanei maestri europei, dando vita e corpo a collezioni i private di inestimabile valore e bellezza. Successivamente radunate in una delle istituzioni di maggior prestigio della città, il Philadelphia Museum of Art, fondato nel 1876 sulla scia della prima esposizione internazionale, che la città aveva appena ospitato, e oggi forte di un corpus di oltre 230.000 opere, due millenni di produzione artistica mondiale.
Bene, ora una nutrita selezione delle collezioni di opere d’arte datate fra la seconda parte dell’Ottocento e la prima del Novecento, letteralmente “trasloca” da Philadelphia a Milano per approdare alla mostra “Impressionismo e Avanguardie”, a Palazzo Reale fino al 2 settembre. Promossa e prodotta dal Comune e da MondomostreSkira (che ne cura anche il catalogo), l’esposizione presenta cinquanta capolavori, quasi esclusivamente dipinti, radunati in una sorta di raffinata miscellanea di nature morte, paesaggi, ambienti cittadini, ritratti, firmati da maestri del calibro – e non sono tutti – di Cézanne, Degas, Manet, Gauguin, Monet, van Gogh, Pissarro, Renoir. Per passare a Braque, Kandinsky, Klee, Matisse, Chagall, Picasso. Fino al surrealismo di Dalì e Mirò. E incluse tre artiste: la statunitense Mary Cassat, originaria di Pittsburgh divenuta poi amica e allieva di Degas; la parigina Marie Laurencin; e la francese Berthe Morisot, pittrice ma anche modella preferita di Manet, che la ritrasse in undici tele, fra le quali l’incantevole “Berthe Morisot con un mazzo di violette”, del 1872.
Ricca ed eterogenea, distribuita su nove sale per altrettanti settori, la mostra milanese consente la visione, pur nell’insieme di opere tutte di indubbio valore, di capolavori di rara bellezza: da “La classe di danza” di Degas alla “Marina in Olanda” di Manet, dalla “Ragazza con gorgiera rossa” di Renoir alla “Place du Tertre à Montmartre” di Utrillo. Chagall è presente con “Nella notte”, del 1943, Kandinsky con “Cerchi in un cerchio”, dipinto nel ’23.
Da segnalare il lavoro di trasformazione, insieme estetica e funzionale, degli spazi espositivi, finalizzato a ricreare l’atmosfera di un’istituzione museale tipicamente americana. Quindi arredi semplici e linee pulite. Mentre le quattro sale interamente dedicate alle opere acquistate da altrettanti collezionisti (Cassatt, White, Stern e Arensberg) si avvalgono di finiture particolarmente raffinate, pareti dai colori intensi, rivestimenti in tessuto dei pannelli di supporto dei quadri, legno a doghe per i pavimenti. Come piaceva alla ricca Philadelphia e ai suoi ricchi (e sapienti) capitani d’industria.

“Impressionismo e Avanguardie. Capolavori dal Philadelphia Museum of Art”, Milano, Palazzo Reale, fino al 2 settembre.
www.palazzoreale.it
www.impressionismoeavanguardie.it

Per la prima volta fuori dal Portogallo la Collezione Miró. Dalla città di Porto a Padova: 85 delle sue “metamorfosi”

Joan Miró, “Personnage”, genn. 1960. Olio e pastello a cera su cartone, 105×75 cm

PADOVA – La Fondazione Bano e il Comune di Padova accolgono, in prima mondiale al di fuori del territorio portoghese, l’importantissima Collezione Miró conservata nella città di Porto, ed ora accolta nella sede di Palazzo Zabarella, nel cuore di Padova, dal 10 marzo al 22 luglio 2018.
Joan Miró: Materialità e Metamorfosi”, organizzata da Fundação de Serralves – Museu de Arte Contemporânea, Porto,  riunisce ben ottantacinque tra quadri, disegni, sculture, collages e arazzi, tutti provenienti dalla straordinaria collezione di opere del maestro catalano di proprietà dello Stato portoghese.
Nella sua esplorazione della materialità, Miró fu eguagliato forse solo da Paul Klee. Di certo Miró allargò in maniera decisiva i confini delle tecniche di produzione artistica del Ventesimo secolo.
E il percorso espositivo, focalizzandosi sulla trasformazione dei linguaggi pittorici che l’artista catalano iniziò a sviluppare nella prima metà degli anni Venti, documenta le sue metamorfosi artistiche nei campi del disegno, pittura, collage e opere di tappezzeria.
La sequenza di opere proposta dalla mostra, evidenzia il pensiero visuale di Miró, il modo in cui egli ha saputo lavorare con tutti i sensi, dalla vista al tatto, ed esplora, al contempo, i processi di elaborazione delle sue creazioni.
L’importante Collezione Miró che debutta a Padova ha una storia recente piuttosto fortunosa. Le opere, furono di proprietà del Banco Português de Negociós, che tra il 2004 e il 2006 le aveva acquistate da una importante collezione privata giapponese. Il Banco nel 2008 venne nazionalizzato dallo Stato portoghese che, in fase di forti difficoltà economiche, decise di mettere sul mercato la prestigiosa Collezione. Incaricata della vendita fu Christie’s che, nel 2014, decise di porla all’asta presso la sua sede di Londra.
Ciò ha portato a una protesta immediata, e l’asta è stata prima rinviata e poi cancellata, così le opere di Miró sono rimaste in Portogallo. Sono state esposte pubblicamente per la prima volta al Museo Serralves di Porto, tra ottobre 2016 e giugno 2017, in una mostra che ha avuto oltre 240.000 visitatori, un evento che si è dimostrato essere una delle mostre di maggior successo della recente stagione espositiva portoghese. Prima di raggiungere Padova, la collezione è stata ospitata anche dal Palazzo Nazionale Ajuda a Lisbona con lo stesso titolo, “Joan Miró: Materialità e Metamorfosi”.
La mostra che Palazzo Zabarella propone al pubblico, copre un periodo di sei decenni della carriera di Joan Miró, dal 1924 al 1981, concentrandosi in particolare sulla trasformazione dei linguaggi pittorici che l’artista catalano iniziò a sviluppare nella prima metà degli anni Venti. Nel corso della carriera, Joan Miró (1893-1983) ribadì sempre l’importanza della materialità come fondamento della propria pratica artistica. Ciò non significa che i materiali gli imponessero tutti gli aspetti della raffigurazione: in diversi momenti egli produsse elaborati bozzetti preparatori anche per le opere più spartane e apparentemente spontanee. Ma è fuor di dubbio che il rapporto tra mezzo e tecnica abbia influito su tutti gli aspetti della sua produzione, dai primi quadri e collages fino agli ultimi lavori sotto forma di sculture e arazzi.
L’inventario dei supporti fisici utilizzati da Miró in settant’anni di attività artistica comprende materiali tradizionali, come tela (montata su telaio o meno, strappata, logorata o perforata), diversi tipi di carta da parati, pergamena, legno e cartone (ritagliato e ondulato), ma anche vetro, carta vetrata, iuta, sughero, pelle di pecora, fibrocemento, ottone, truciolato, Celotex, rame, foglio di alluminio e carta catramata, che includono olio, colori acrilici, gessi, pastelli, matite Conté, grafite, tempera all’uovo, gouache, acquerello, vernice a smalto, inchiostro di china, collage, stencil e dacalcomanie. Nel duplice ruolo di artefice e trasgressore della forma del modernismo del Ventesimo secolo, Miró sfidò il concetto stesso di specificità del mezzo. Questa ampia rassegna lo evidenzia in modo spettacolare.

Info e prenotazioni:
tel.+39 049 8753100
www.zabarella.it