Il mito di Klimt: a Palazzo Reale l’opera d’un cesellatore della pittura, dall’apprendistato alla Secessione viennese

Gustav Klimt, “Salomè” (particolare), 1909. Olio su tela, cm178x46

Gustav Klimt, “Salomè” (particolare), 1909. Olio su tela, cm178x46

(di Patrizia Pedrazzini) Un solo, unico, semplice girasole si erge, al centro di un quadro interamente cosparso di punti d’oro, su di un piedistallo fiorito, contro un fondale di foglie che riempie, senza lasciare vuoti, tutto lo spazio della tela. Una sorta di mosaico mistico, davanti al quale il critico Ludwig Hevesi esclamò affascinato: “Sta davanti a noi come una fata innamorata, il cui abito verde-grigio fluisce verso il basso con un brivido di passione”.
“Girasole”, dipinto fra il 1907 e il 1908, è uno dei venti oli di Gustav Klimt che fino al 13 luglio saranno esposti a Milano, a Palazzo Reale, nell’ambito della mostra (in tutto 134 “pezzi”, fra opere anche di altri artisti, lettere e cimeli) “Klimt. Alle origini di un mito”. Un’esposizione per certi aspetti “diversa”, che propone, del grande pittore viennese (1862-1918), le fasi e i momenti meno noti: gli anni dell’apprendistato artistico, improntato alla pittura “storicistica” di un maestro come Hans Makart (in mostra anche opere di quest’ultimo); l’amore per la manualità artigianale e per la preziosità dei metalli, ereditato dal padre (che, cesellatore e orafo, gli trasmise la propensione a decorare anche gli spazi più piccoli, mentre dalla madre derivò la passione per la musica); il legame artistico con i fratelli Ernst e Georg (presenti i loro lavori) e la nascita della Künstler-Compagnie, la Compagnia degli Artisti che, costituita nel 1881 da Gustav ed Ernst insieme a Franz Matsch, fu attiva per quasi dodici anni, distinguendosi soprattutto nella decorazione pittorica di edifici pubblici. Fino alla Secessione, al rifiuto della tradizione storicistica e al successivo passaggio all’avanguardia internazionale.
È quindi possibile ammirare, nelle sale di Palazzo Reale, i ritratti giovanili fatti da Klimt a membri della famiglia e i bozzetti dei grandi dipinti decorativi realizzati per teatri e musei; i paesaggi (nella sala loro dedicata, una panoramica sul paesaggismo austriaco del tempo) e la velata inquietudine dei ritratti femminili; i disegni per le banconote della Banca Austro-Ungherese e la riproduzione del monumentale “Fregio di Beethoven”, realizzato da Klimt nel 1902 lungo le pareti di una sala del Palazzo della Secessione: un’opera alta più di due metri e lunga oltre 34, in cui l’artista, ispirato dalle note della Nona Sinfonia, rilegge in chiave simbolista l’eterna lotta tra il bene e il male, tra affreschi, intarsi di pietre, stucchi e vetri colorati. Ma ci sono anche i colori, la verticalità, il viso insieme seducente e fiero, i capelli, le mani che sembrano artigli di un’aquila di un capolavoro quale “Salomè” (o “Giuditta II”), del 1909. E la quiete serena del sonno di “Madre con due bambini” (o “La famiglia”), dell’anno successivo: tre visi che affiorano, delicati e pallidi, sui quali spicca il rosso delle labbra, da un’unica grande coltre scura. Fino all’incompiuto (1917-18) “Adamo ed Eva”: lui e lei in piedi su una base di fiori dove il decorativismo dello sfondo, tipico di Klimt, si unisce, nella parte superiore del dipinto, a un fondale monocromo più vicino allo stile di un altro grande artista austriaco morto lo stesso anno: Egon Schiele.
La mostra è realizzata in collaborazione con la Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.
“Klimt. Alle origini di un mito”. Al Palazzo Reale di Milano, fino a 13 luglio. Per prenotazioni e informazioni, tel. 02.54917.
www.klimtmilano.it

 

A Venezia i “ritratti” delle grandi città d’Italia e d’Europa fra Rinascimento e Secolo dei Lumi

Particolare della xilografia “Venetie MD” di Jacopo de’ Barbari

Particolare della xilografia “Venetie MD” di Jacopo de’ Barbari

Tavole, tele, incisioni, atlanti, topografie disegnate e dipinte da mani espertissime, che per secoli hanno costituito il solo, ma anche il più suadente e immediato mezzo per mostrare la bellezza e la ricchezza delle maggiori città d’Europa. Dall’8 febbraio, e fino al 18 maggio, questo straordinario repertorio iconografico, affascinante manifesto delle ambizioni di papi, principi e sovrani, viene esposto a Venezia, al Museo Correr, sotto il titolo “L’immagine della città europea dal Rinascimento al Secolo dei Lumi”. Un’ottantina di opere, provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane e straniere, per condurre il visitatore, indietro nel tempo, in un ideale viaggio attraverso città che il tempo ha trasformato (o che in larga parte non esistono più), alla riscoperta, per ognuna, del tessuto urbano originale.
A partire dall’Italia, che per prima, agli inizi del Quattrocento, introdusse, grazie all’ideazione della prospettiva, un’imago urbis di grande impatto qualitativo e spettacolare. Un tema, quello del ritratto della città, che si colloca tra i soggetti privilegiati della pittura europea fin dal Medioevo, e che la mostra veneziana coglie soprattutto nel suo passaggio dal periodo (XVI-XVII secolo) nel quale arte e scienza vanno ancora a braccetto alla fase del loro lento divorzio quando, in pieno Settecento, la topografia diventa una vera disciplina e si passa dalla veduta di impianto prospettico alla vera e propria “pianta”.
Curata da Cesare De Seta, storico dell’arte e dell’architettura moderna e contemporanea, l’esposizione tocca, nel suo viaggio attraverso il tempo e lo spazio, le capitali di Spagna, Francia, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Polonia, Russia. E gli splendori di Venezia, Genova, Firenze, Roma, Napoli, Siracusa. Da quel “monumento xilografico” che è la Venetie del pittore e incisore veneziano Jacopo de’ Barbari alle vedute di città italiche dell’olandese, naturalizzato italiano, Gaspar van Wittel, alla Varsavia di un altro pittore e incisore veneziano, Bernardo Bellotto, alla Toledo di El Greco, alla Madrid di Goya. Fino agli scorci di Parigi e di Londra del XVIII secolo. In concomitanza, sempre al Museo Correr, si apre anche la mostra “Léger. La visione della città contemporanea 1910-1930”. (P. P.)
“L’immagine della città europea dal Rinascimento al Secolo dei Lumi”. Venezia, Museo Correr, 8 febbraio – 18 maggio 2014

Vassily Kandinsky: a Milano la vita e le opere di un eclettico artista senza confini

Quadro con macchia rossa (1914), olio su tela, cm 130x130

Quadro con macchia rossa (1914), olio su tela, cm 130×130

(di Patrizia Pedrazzini) Non sono molti gli artisti che sono riusciti, nel corso della loro esistenza, a vivere come cittadini di tre Stati diversi. Vassily Kandinsky è stato uno di questi: nato in Russia, a Mosca, nel 1866; celebrato come tedesco al Bauhaus, la prestigiosa scuola di architettura, arte e design che fiorì in Germania fra il 1919 e il ’33; morto francese a Neuilly-sur-Seine, poco fuori Parigi, nel 1944. Un artista senza confini, il cui cammino di viaggiatore, di esploratore di culture, di analista delle ragioni che muovono linee e colori, viene ora riproposto, e ripercorso, nell’ambito della mostra che Milano gli dedica nelle sale di Palazzo Reale. Una grande retrospettiva monografica che, attraverso più di ottanta opere (oli, litografie, xilografie, tempere, linoleografie, linoleum, inchiostri, grafiti, acquerelli, guazzi, puntasecca), provenienti dalla Collezione del Centre Pompidou, racconta, toccandone in ordine cronologico i periodi principali della vita, il viaggio artistico e spirituale di uno dei pionieri dell’arte astratta. Da quando, nel 1896, fresco di studi di economia e diritto romano e russo all’Università, rimane “folgorato” dalla visione de “I covoni” di Claude Monet nella mostra degli Impressionisti che si tenne quell’anno a Mosca, alle esperienze raccolte negli anni trascorsi qua e là in Europa nei decenni fra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, fra Rivoluzione russa e affermazione del Nazismo, in un turbine di conflitti, venti di rivolta, instabilità. Ma anche, inevitabilmente, di nuove idee e nuove visioni, a contatto con le quali Kandinsky sviluppa il proprio pensiero artistico, che abbraccia peraltro più campi, dalla pittura alla musica al teatro. Nei quali cerca e difende lo “spirituale nell’arte”, come recita il titolo del suo scritto fondamentale (pubblicato a Londra nel ’14), dove affronta lucidamente, sul piano teorico, il rapporto tra forma e colore, e quello, per lui fondamentale, tra colore e suono, alla base dell’astrazione.

Senza titolo (1917), olio su tela, cm 27.5x31.5

Senza titolo (1917), olio su tela, cm 27.5×31.5

L’esposizione milanese ripercorre tutto questo. A partire dalla prima sala, rivestita di pitture parietali, per passare alle quattro vere e proprie sezioni della mostra (che a loro volta si sviluppano in otto sale): l’esperienza di Monaco (1896 – 1914), il ritorno in Russia (1914 – 1921), gli anni del Bauhaus (1921 – 1933), la permanenza a Parigi (1933 – 1944). Un percorso di evoluzione artistica che è già di per sé un viaggio, verso cambiamenti sempre più marcati e significativi, ma anche sempre ognuno nel solco della stagione precedente. E senza mai abbandonare le radici della tradizione russa. Ecco allora, dopo i primi studi artistici all’Accademia di Monaco, i paesaggi post-impressionistici e le tempere ispirate all’arte “popolare” del Paese natale. Ma anche un’opera come “Improvvisazione III”, del 1909, che già segnala il passaggio verso l’astrattismo. Ecco “Quadro con macchia rossa”, del 1914, l’anno nel quale lo scoppio della Grande Guerra lo costrinse a rientrare a Mosca. E l’ultimo dipinto berlinese, “Sviluppo in bruno”, del ’33, quando già sapeva di dover lasciare la Germania. Fino ad “Accordo reciproco” (1942), nel quale si leggono due figure, una maschile l’altra femminile, che venne esposto accanto al letto di morte del Maestro per volere della moglie Nina. La stessa che, fra il ’76 e l’81, fece dono della collezione al Centre Pompidou.

“Vassily Kandinsky. La collezione del Centre Pompidou”. Milano, Palazzo Reale, fino al 27 aprile 2014. Informazioni:  Vassily Kandinsky

Disegni, incisioni e stampe di artisti delle Venezie del primo 900 in mostra agli Uffizi

Guido Balsamo Stella (1882-1941) “Attitudini di difesa” (Amazzone), 1913 - Acquaforte

Guido Balsamo Stella (1882-1941) “Attitudini di difesa” (Amazzone), 1913 – Acquaforte


A Firenze, nella Sala Edoardo Detti del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi – sotto la direzione di Marzia Faietti e di Giorgio Marini – è stata inaugurata la mostra “Una novella patria dello spirito. Firenze e gli artisti delle Venezie nel primo Novecento”. Rimarrà aperta fino al prossimo 9 febbraio 2014. Con questa mostra si è inteso indagare e valorizzare la speciale attrazione esercitata dalla città di Firenze su molti artisti veneti, friulani e giuliani nei primi decenni del Novecento, quando il capoluogo toscano rappresentò per molti aspetti la sintesi più compiuta della cultura italiana, e non solo figurativa e letteraria. Ne emerge quell’arte del “Bianco e Nero” che proprio allora andava ricevendo nuovo impulso grazie anche ai molti artisti, attirati dal fascino del glorioso passato d’arte della città. Essi contribuirono alla sorprendente vitalità di una stagione particolarmente felice per l’incisione: basti citare la Scuola d’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti, guidata da Carlo Raffaelli e poi da Celestino Celestini che, raccogliendo l’eredità di Fattori, avviò nel 1912, prima in Italia, corsi ufficiali, o la Prima Esposizione Internazionale di Bianco e Nero (1914), e ancora la Seconda Esposizione Internazionale dell’Incisione Moderna (1927), esperienze tutte che fecero di Firenze, per alcuni lustri, l’autentica capitale dell’incisione in Italia. La città viveva la stimolante fioritura delle riviste storiche d’inizio secolo accogliendo un gruppo di intellettuali che dalle regioni non ancora “redente” vi convergevano seguendo il richiamo di una comune cultura “italiana”.
Carlo Cainelli (1896-1925) “Interno di caffè”, 1920 - Acquaforte e acquatinta

Carlo Cainelli (1896-1925) “Interno di caffè”, 1920 – Acquaforte e acquatinta


Ai nomi più noti di Saba, Slataper, Stuparich o Michelstaedter tra i letterati, fanno riscontro quelli dei giovani artisti loro conterranei che vi inseguivano la ricerca di un’identità culturale, trovandovi in alcuni casi una nuova patria d’elezione. Il più emblematico resta quello di Giannino Marchig, ma vanno ricordati anche Rietti, Croatto e Sbisà, cui si aggiunsero i trentini Disertori e Cainelli, e ancora Bianchi Barriviera e Balsamo Stella dal Veneto. La maggior parte di essi trascorse a Firenze gli anni fondamentali della propria formazione, con la conseguenza che molte delle loro opere furono acquisite direttamente alla loro epoca, mentre altre sono frutto di acquisizioni anche molto recenti. Il percorso muove attraverso 66 opere su carta, tra disegni e stampe, che rivelano come nella dimensione intima della lastra o del foglio questi artisti abbiano saputo sintetizzare in maniera mirabile i temi del ritratto, della figura e del paesaggio. Pur con percorsi diversi, tutti trovarono nella speciale valenza “segreta”, lenta e di meditata pazienza della pratica incisoria uno strumento consono a esprimere un loro personale “sentimento del tempo”, per molti ancora sotto gli influssi delle poetiche simboliste.