A Brera la grandiosa teatralità della pittura lombarda del Seicento

Giulio Cesare Procaccini, “Sposalizio mistico di Santa Caterina”, olio su tela, 149x145 cm

Giulio Cesare Procaccini, “Sposalizio mistico di Santa Caterina”, olio su tela, 149×145 cm

(di Patrizia Pedrazzini)
Inginocchiata su un prato punteggiato di mughetti, iris, campanelle, narcisi, peonie, primule, garofanini e tulipani, Maria di Magdala è vestita e acconciata come una dama del tardo Cinquecento. Abito in seta rosa cangiante, ampia scollatura rifinita d’oro e perle, camiciola bianca con maniche a sbuffo, manto in broccato bianco e rosso su fondo oro bordato in seta color pavone. I lunghi capelli, biondi e ricci, sono un po’ sciolti, un po’ raccolti in trecce avvolte intorno al capo, e impreziosite da un nastro azzurro. Davanti a lei, in piedi, Cristo dopo la Resurrezione. Il corpo, atletico e flessuoso secondo il modello maschile codificato da Prassitele, traspare appena sotto la leggera stoffa del sudario bianco. Ha le stigmate, e guarda intensamente la donna sottolineando, con le mani e le braccia, la volontà di non essere trattenuto.“Noli me tangere”, della pittrice milanese Fede Galizia (che la realizzò nel 1616) è una delle quattro grandi pale d’altare (le altre portano la firma di Carlo Francesco Nuvolone, del fratello Giuseppe e di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano) che compongono, insieme ad altri 42 dipinti, la mostra “Seicento lombardo a Brera. Capolavori e riscoperte”, allestita alla Pinacoteca e curata da Simonetta Coppa e Paola Strada.
Un ricco patrimonio normalmente conservato nei depositi, a causa della drammatica mancanza di spazio del museo milanese, e perciò da anni nascosto alla vista del pubblico. Ma soprattutto una “carrellata” sui principali protagonisti dell’arte pittorica del XVII secolo in Lombardia, dall’età del cardinale Federico Borromeo (che fu arcivescovo di Milano dal 1594 al 1631) alla svolta classicista della Seconda Accademia Ambrosiana (attiva per tutto il Settecento).

Fede Galizia, “Noli me tangere”, olio su tela, 313x196.5

Fede Galizia, “Noli me tangere”, olio su tela, 313×196.5

Opere di grandi dimensioni, ma anche dipinti di soggetto sacro di piccolo e medio formato (tra i quali il bozzetto per una pala d’altare della Certosa di Pavia di Morazzone); ritratti e autoritratti di pittori milanesi appartenuti al cosiddetto “Gabinetto de’ ritratti”; nonché tre oli su tela realizzati per la Sala dei Senatori di Palazzo Ducale (oggi Palazzo Reale) a Milano. Fra questi ultimi, la “Andata al Calvario” di Daniele Crespi (morto, come anche Fede Galizia, in seguito alla peste manzoniana del 1630), sorta, per le sue caratteristiche, di filo conduttore dell’intera esposizione.
Specchio di un clima culturale ancora permeato dal rigore riformista, ispirato al Concilio di Trento, del cardinale Carlo Borromeo (arcivescovo fra il 1561 e il 1584), il dipinto del Crespi si distingue non solo per la fierezza e la crudeltà della scena, ma soprattutto per la facile comprensione dei sentimenti e per la chiarezza delle pose, che conferiscono al fatto evangelico la potenza drammatica di una rappresentazione scenica. Una teatralità, una ricchezza di effetti scenografici e luministici, dalle quali traspare l’enorme influenza che, in età spagnola, ebbe a Milano la grande diffusione della drammaturgia, sostenuta e propagata nelle strade, nei chiostri, nelle chiese, dagli stessi ordini religiosi, che fecero del teatro uno dei maggiori strumenti di comunicazione del tempo. Delle 46 opere che compongono la mostra, 21 sono destinate a essere esposte nell’ambito del futuro progetto museale “Grande Brera”.

“Seicento lombardo a Brera” – Pinacoteca di Brera – .Milano -Fino al 12 gennaio 2014 – Orari: da martedì a domenica 8.30 – 19.15. Prezzi: euro 10 (ridotto euro 7)

A Padova gli “antichi” disegni di Sironi e le magiche trasparenze di Salviati

Nuove donazioni ai Musei Civici agli Eremitani di Padova sono l’occasione per due imperdibili mostre congiunte, aperte fino al 24 novembre: i sorprendenti disegni di Mario Sironi (1885-1961), ispirati al culto dell’antico, e le magiche trasparenze dei vetri di Antonio Salviati (1816-1890).

Sironi

Sironi

Sironi – L’esposizione prende le mosse dalla recente donazione ai Musei Civici di Padova di opere su carta diSironida parte di Andrea Sironi-Straußwald, unico discendente diretto dell’artista: un disegno, tratto dai soldati dormienti della Resurrezione di Giotto alla Cappella degli Scrovegni e uno studio per la decorazione della parete maggiore del Liviano. Sironi fu disegnatore instancabile. Pochissimi artisti hanno lasciato un corpus di opere su carta così numeroso come il suo. Egli fu, come è noto, artista poliedrico e multiforme e,ben lontano dal limitarsi alla sola pittura, affrontò, nel corso della sua vita, l’illustrazione e la grafica pubblicitaria, l’architettura e la scenografia, la scultura, la decorazione murale e le arti applicate. Il gruppo dello studio dall’antico, qui presentato, è decisamente più contenuto e si configura come una rarità, un complesso finora ignoto al grande pubblico. La possibilità di presentarlo quasi per intero rende questa esposizione un tassello importante per la conoscenza dell’artista, e lo studio di queste opere, per certi versi sorprendenti, fornisce una visione più ampia e articolata di uno dei temi centrali per Sironi: quello del rapporto con il passato e con la tradizione, incessantemente presente sia nel suo operare artistico, sia nei suoi scritti teorici.

Salviati

Salviati

Salviati – La seconda mostra congiunta, dal titolo “Vetri dal Museo Salviati. Magiche trasparenze della donazione Tedeschi”, rappresenta un saggio di grande fascino dell’arte vetraria muranese, dafine Ottocento agli anni Ottanta del secolo scorso: lattimi incamiciati, vetri a sbruffo, vasi con bolle soffiate, vasi in calcedonio, creazioni in vetro murrino, vetri fumé, lavori a incalmo, esemplari per lo più unici e rarissimi. Un evento che, segnando l’ingresso di questa importante raccolta nei musei patavini – in parte come preziosa donazione di Anna Tedeschi, in parte come deposito quinquennale – ci riporta a una delle personalità e dei nomi cui si deve, a metà Ottocento, la rinascita del vetro artistico veneziano, dopo la crisi di stagnazione del primo Ottocento e ci conduce dagli anni Trenta del Novecento al secondo connubio che caratterizzerà sempre più la lavorazione artistica del vetro. Tra le circa 100 opere in mostra troviamo alcuni pezzi importantissimi, come il “calice di vetro girasol” molto trasparente, con tre delfini di vetro girasol sul rocchetto alternati a tre fiori di vetro rosa, sicuramente risalente ai primi anni della produzione Salviati; oppure il “calice di vetro rosso rubino”– una coppa di vetro soffiato rosso rubino all’oro – estremamente raro, che compare col n. 462 nel più antico catalogo conosciuto dell’azienda edito a Londra nel 1867, un “piatto OP” di vetro murrino con cerchi di cristallo e di vetro giallo e verde su fondo nero, parte di una serie di otto vetri OP esposti alla Biennale del ’66 – gusto optical e sperimentazione, e due bottiglie Zefiro di vetro soffiato molto sottile e leggermente fumé. Dai tappi originalissimi e con macchie sulle pareti realizzate con la tecnica dello sbruffo, erano state disegnate da Gaspari, nella collezione Zefiro, per Salviati nell’81 – dopo tanti anni di “assenza” dalla vetreria – per la grande mostra “Vetri Murano Oggi”.

Orari
9.00 – 19.00 da martedì a domenica
Chiuso i lunedì non festivi (è previsto l’acquisto di biglietti cumulativi)
padovacultura.padovanet.it