All’Arena di Verona. Mai visto un simile cartellone. Da capogiro. Orgia verdiana: 6 opere, e Aida in due versioni

VERONA, giovedì 17 giugno ► (di Carla Maria Casanova) Covid o non Covid, questo cartellone 2021 dell’Arena fa girar la testa. Mai, nelle oramai centenarie stagioni, si era visto qualcosa di simile. “Ce l’abbiamo messa tutta” dice la trionfante sovrintendente e direttore artistico Cecilia Gasdìa.
Tanto per cominciare, dal 19 giugno al 3 settembre, 37 recite di 6 titoli operistici, 5 gala (due di canto).
Le opere, un’orgia verdiana: Aida, Nabucco, Traviata (e il Requiem, considerato l’opera preferita da Verdi) cui si affiancano Cav & Pag (Cavalleria e Pagliacci) e Turandot.
Aida, a 150 dalla nascita (1871-2021) è proposta in due versioni. Dopo la grande inaugurazione diretta da Muti in concerto (sabato 19 giugno), sarà ripresa in forma scenica per 11 serate diretta da Diego Matheus e Daniel Oren.
Non essendo possibile citare la miriade di interpreti di questo sfolgorante cartellone, cerco di spulciare qua e là, prendendo nota anche di alcune piccole curiosità. Ce ne sono.
Restando su Aida (come La traviata e Turandot avrà lo storico allestimento areniano firmato da Zeffirelli) segnalo, nelle vesti di Amneris, la preziosa presenza del mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili (occorrerà che si costruisca un nom de plume… cioè de chant”) e di Anna Maria Chiuri. Come Radames si alternano 6 tenori, tra cui Jorge de Leon e Roberto Aronica, e 6 gli Amonarso (primo Luca Salsi, il cui temperamento sanguigno dovrebbe trovarsi benissimo nelle selvagge spoglie del prigioniero etiope). Nabucco ci serberà grandi soddisfazioni (ne sono sicura) per il debutto del baritono mongolo Amartuvshlin Enkhbat, classe 1986, che si è appena coperto di gloria al Maggio Fiorentino come Vargas ne La forza del destino (anche per lui, urge un compromesso per un nome più accessibile). Canterà anche come Alfio in Cavalleria, con un bel ritorno di Sonia Ganassi nelle vesti di Santuzza (bene che sia un mezzosoprano, per questa parte).
La traviata, cui l’Arena non può rinunciare (6 recite) esibisce, tra le altre, la recente ma già molto collaudata stella Lisette Oropesa (ricorderete il soprano che perse 30 chili o giù di lì: adesso ha un fisico da modella: è stata oggetto di ovazioni al Rof di Pesaro due stagioni fa). Qui occhio ai tenori: si alternano Francesco Meli, Celso Albelo, Vittorio Grigolo, Saimir Pirgu. Vinca il migliore.
Sezione tenori in cartellone notiamo una ripetuta presenza di Yusif (oramai lo si chiama per nome), sposo di Anna Netrebko. Yusif è presente in Cavalleria (Turiddu), Pagliacci (Canio), Turandot (Calaf). Nell’opera pucciniana canta accanto alla moglie protagonista. E va bene che lui ha debuttato sui grandi palcoscenici, vedi La Scala, perché imposto dalla star consorte ma ad essere sinceri si è difeso (e sempre di più si difende) con grande onore, tanto che da qualche parte, se non vado errata proprio nello Chénier alla Scala, fece meglio lui di lei.
Riguardo a Turandot, due chicche (si fa per dire): nei panni dell’Imperatore Altoum, altissimo per grado e per tradizionale posizione in scena, ma piccolissima parte, troviamo un nome che fece tremare le vene ai polsi di molti tenori (una trentina di anni fa): l’americano Chris Merrit. Fu la vedette del Rof di Pesaro, con quei re naturali da sbigottire. Purtroppo non ebbe vita canora lunga. Già nel 2000 l’avevo incontrato a Piacenza nel personaggio di Erode in Salome.  Ruolo piccolo però significativo e, pur senza i suoi proverbiali virtuosismi, era sempre un Merrit da sentire. Adesso come Altoum mi viene un po’ da piangere. Dev’essere comunque, quella dell’Imperatore cinese, una parte di singolare attrattiva per i cantanti, se penso che come tale ascoltai a Ravenna anche Giuseppe di Stefano (!!) oramai fuori carriera da tempo. Sic transeat gloria mundi.
Sempre in questa Turandot ci si imbatte in un’altra vecchia (non per età) conoscenza: Marcello Nardis (Pong). Mi par di ricordare che fu iniziato alla carriera da Giulietta Simionato (lei già intorno ai 90) e certe malelingue andavano dicendo che fosse il di lei fidanzato. Nessuno dei due negò mai. Non ce n’era bisogno.
Un nome certamente glorioso che qui ritroviamo in piccolissime parti, quasi da figurante (in Traviata e Pagliacci) è Max René Cosotti, del quale non potrò mai dimenticare l’interpretazione sconvolgente de Il Nano di Zemlinsky, a Trieste, 1992. A proposito, i “fidi” sanno certo che Cosotti è il marito di Daniela Mazzucato, una autentica immortale (come Elena Zilio) ancora graziosa come una ragazza.
Adesso io mi rendo conto di aver proposto un elenco monco, ma l’avevo già detto in apertura.
Mi sembra doveroso comunque ricordare il 30 luglio il Gala di Placido Domingo (baritono) e il 17 luglio agosto quello di Jonas Kauffmann cui si è affiancata Martina Serafin, egregio soprano internazionale italiano nonostante la nascita e la principale attività viennesi.
Il 22 agosto, nell’Inno alla gioia della IX sinfonia di Beethoven cantano il soprano Ruth Iniesta, il tenore Saimir Pirgu e i nostri due divi: contralto Daniela Barcellona e basso Michele Pertusi, il quale è pure tra gli interpreti del Requiem verdiano, il 18 luglio. E adesso, musica!

Al limitar dell’estate, il neo direttore Claudio Longhi presenta l’estiva del Piccolo. E un anno dedicato a Giorgio Strehler

MILANO, martedì 15 giugno Presso il Teatro Grassi, in via Rovello, tra il porticato del Chiostro Nina Vinchi, quasi gremito di pubblico e operatori, pur tra mascherine e distanziamenti pandemici, ieri è stata presentata l’estiva teatrale del Piccolo Teatro, che da qui, si estenderà via via in una serie di appuntamenti disseminati nei diversi Municipi di Milano.
Il cartellone, per chi rimarrà in città, offrirà due intensi blocchi programmatici:

Nel Chiostro, dal 21 giugno al 29 settembre, (e, inoltre, Teatro Strehler, Teatro Studio Melato, Teatro Grassi): “Ogni volta unica la fine del mondo”, affidato alla triade artistica Marta Cuscunà, autrice e performer di teatro visuale, Marco D’Agostin, performer e coreografo, e l’ensemble teatrale “lacasadargilla”;

E dal 15 giugno al 26 settembre (Chiostro Nina Vinchi,Teatro Grassi, Municipi di Milano), in un decentramento dal centro a tutta la città, “Incursioni/Escursioni”, affidate a Davide Enia con i suoi “Madrigali di rivolta”, a Stefano Massini con “Not(t)e a piè di pagina”, e a Marco Paolini con “Antenati e altre storie”, che vedrà la partecipazione, a Cascina Merlata, di Telmo Pievani.

Il neo direttore del Piccolo, Claudio Longhi, in una presentazione incisiva, tenera e commossa, ha scritto, tra l’altro:
Dopo la seconda ondata pandemica, il confinamento, il peso straziante delle perdite, le angustie per il domani e la volontà di rimettersi in gioco, la paura, il desiderio, la rabbia, l’impotenza, il limitar dell’estate porta con sé, insieme alle speranze della campagna vaccinale e alla certezza di riscatto, una voglia di rigenerazione, di altrove, di aria, di libertà. In un frenetico carosello di ombrellini e ombrelloni e bastoni da passeggio, papaveri lampeggianti dal rosso smagliante e morbida polvere, scricchi di cicale e treni dei desideri in fuga all’impazzata, è da queste considerazioni che ha preso le mosse la progettazione dell’estate del Piccolo Teatro di Milano: dall’esatta consapevolezza della necessità di esserci (in un momento così particolare per la vita della nostra comunità) e di starci in sicurezza (per assecondare la prepotente esigenza di condivisione di queste settimane senza peraltro disperdere i vantaggi faticosamente costruiti nei mesi scorsi nella lotta contro il virus), così come dal bisogno di ascoltare, o quanto meno di tentare di interpretare le urgenze e le aspettative del momento (riconoscendole e cogliendone lo spirito, senza arrendervisi in maniera prona), dando al tempo stesso risposte a questioni che, volenti o nolenti, la pandemia ha consegnato al nostro teatro, quali: che relazioni si danno, oggi, tra spazio aperto e spazio chiuso? E ancora: se il teatro è specchio di una città, come il teatro può abitare le “città-in-cambiamento” di questo difficile torno di tempo così strano e sospeso?…”

Claudio Longhi è quindi entrato nel merito di questo suo primo importante – ed entusiasmante – impegno alla direzione del Piccolo, dopo Strehler, Ronconi ed Escobar, illustrando e presentando il suo articolato ma distinto programma di appuntamenti, scanditi essenzialmente in tre tempi o movimenti.

In un primo movimento – posto significativamente sotto il titolo: “Ogni volta unica la fine del mondo”, in omaggio a Derrida – si è scelto di ragionare insieme, a partire dal teatro e dalle sue irriducibili specificità, sul problema, oggi cruciale, della “sostenibilità”. “Una sorta di piccolo manifesto pratico-teorico, questa rassegna Ogni volta unica la fine del mondo – manifesto da realizzare, poi, nel concreto farsi di nuovi spettacoli. O un laboratorio/palestra, se si preferisce, per saggiare linguaggi e attrezzarsi alle sfide che ci attendono domani.”

In un secondo movimento:  Incursioni/Escursioni”.  Vuole invece essere una stella polare, «un invito ecumenico a fare del palcoscenico il luogo deputato al riunirsi della comunità nel suo complesso, la formula «teatro d’arte per tutti», coniata da Paolo Grassi e Giorgio Strehler per perimetrare la propria idea di teatro, porta in sé, infatti, con ogni evidenza, un preciso progetto “politico” di relazione teatro/città.

Ma c’è un terzo, importantissimo movimento. «In ultimo, a mo’ di esergo della prossima stagione, proprio nell’estate che vede ricorrere il centesimo anniversario dei natali di Giorgio Strehler (nato a Barcola, Trieste, il 14 agosto 1921), un terzo movimento non poteva non essere dedicato a celebrare la memoria del grande regista – una memoria non sterilmente fine a se stessa, ma capace di confrontarsi con il presente, dandogli forza e sostanza.»

Il progetto “Strehler 100” si estenderà su tutta la prossima stagione, dal 14 agosto 2021 al 14 agosto 2022.

Infine, i ringraziamenti e i riconoscimenti con i quali Claudio Longhi ha voluto dare un segno ufficiale di gratitudine e di fiducia a quanti sono stati vicini a lui e al Piccolo in questo periodo di angosce e restrizioni, ricordando anche le prossime e tangibili collaborazioni che andranno a completare la programmazione estiva degli spazi del Piccolo Teatro di Milano, cioè Regione Lombardia, Fondazione Cariplo e AGIS Lombarda, che continuerà il dialogo con “NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo”, così come proseguirà il confronto con il Festival “Tramedautore” promosso da “Οὔτις – Centro Nazionale  di  Drammaturgia  Contemporanea”  e  con  “MiX  –  Festival Internazionale  di  Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer”. E, nel quadro delle celebrazioni del centenario dantesco, la collaborazione per il prossimo settembre con la “Società del Quartetto di Milano”.

(p.a.p.)

Per il programma dettagliato e per ogni altra informazione:
www.piccoloteatro.org

Esodo di affamati e disperati. La solidarietà di Steinbeck, pardon, di Popolizio. E banche e padroni stanno a guardare

MILANO, venerdì 11 giugno ► (di Emanuela Dini) Un popolo in fuga dalla miseria e dalla fame. Un’umanità stremata e dolente, costretta a migrare dalle terre dell’Oklahoma, rese sterili e arse dalle tempeste di sabbia, verso la terra promessa della California “dove non fa mai freddo” e gli aranci e gli alberi da frutto colorano le vallate.
Un sogno che non si avvera, il lavoro che non c’è, lo sfruttamento e la fame che uccide, le alluvioni che sommergono vite e speranze.
La tragica solidarietà dei disperati che porta una madre che ha appena partorito un bimbo morto a donare il suo latte a un vecchio che sta morendo di fame.
È “Furore”, il romanzo scritto da John Steinbeck nel 1939, tratto dalle sue inchieste e articoli giornalistici pubblicati tre anni prima sul “San Francisco News”. Il giornale aveva chiesto allo scrittore di indagare sulle condizioni di vita dei braccianti sospinti in California dalle regioni centrali degli Stati Uniti, soprattutto dall’Oklahoma e dall’Arkansas, a causa delle terribili tempeste di sabbia e dalla conseguente siccità che avevano reso sterili quelle terre coltivate a cotone.
E Massimo Popolizio lo porta in scena, nell’ adattamento di Emanuele Trevi e con l’accompagnamento della musica dal vivo di Giovanni Lo Cascio.
Ed è subito Teatro, con la T maiuscola.
Su una scena vuota e nera, gli strumenti di Lo Cascio sulla sinistra, una sorta di batteria “arricchita” dalle mille sonorità suggestive, un leggio al centro, un tavolo con una macchina per scrivere anni ’30 sulla destra.
Non serve nulla di più.
Massimo Popolizio dà vita e corpo alle storie di quei derelitti, gioca il ruolo del narratore che tutto conosce, osserva, decifra e racconta, con una potente solidarietà verso i diseredati e una beffarda ironia verso i potenti, le macchine, i padroni. Sullo sfondo, filmati e immagini in bianco e nero scandiscono e accompagnano i vari capitoli della narrazione. La Polvere, che tutto sommerge e inaridisce; le Banche, “che respirano profitti e mangiano interessi”; la Route 66, il sentiero di un popolo in fuga; la California, terra promessa che tradisce; i Semi del Furore che germogliano negli animi degli affamati.
La voce, i racconti, i movimenti sincopati e ritmati – strepitoso il monologo “La Tartaruga”, con una mimica del volto e del collo che trasforma Popolizio nell’animale – il dialogo continuo con Lo Cascio e i suoi accordi trasformano quello che con un termine adesso di moda si chiama “Reading” in un momento di altissimo teatro e poesia, dove la parola si fa spettacolo e dove Popolizio dà anima a una narrazione dolente, accusatoria, sonora e visionaria, e basta un mutare di tono e di ritmo per transitare dalla speranza alla disperazione, dalla compassione alla crudeltà, dalla morte alla vita.
Un’ora e mezza di spettacolo tiratissimo, senza intervallo, senza pause, senza momenti di quiete. Con un finale intimo, dolente e sussurrato. Che commuove.

“Furore”, dal romanzo di John Steinbeck. Ideazione e voce: Massimo Popolizio. Adattamento Emanuele Trevi. Musiche eseguite dal vivo da Giovanni Lo Cascio. Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma-Teatro Nazionale. Al Piccolo Teatro Strehler, fino a domenica 20 giugno.

Verdi versione Stargate? Uno sciagurato spettacolo, orrido e orripilante, con luci spietate da discoteca impazzita

FIRENZE, sabato 5 giugno ► (di Carla Maria Casanova) “La forza del destino”, opera buffa del Settecento con musica di Giuseppe Verdi. Oppure: spettacolo psichedelico con impostazione Stargate. La seconda versione è più inerente all’oggetto in causa e peggio della prima.
È l’opera andata in scena ieri sera al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Secondo titolo della 83ma edizione del Festival estivo, miracolosamente realizzato dal coraggioso staff dell’Ente nonostante la pandemia. Teatro pieno (cioè a metà, e tutti mascherati, ancora ligi agli ordini Covid che non si capisce in definitiva che cosa consentano. Non è scattata la zona bianca?).
Applausi, qualche tentativo di dissenso. Il pubblico fiorentino, freddino per tradizione, non si sbilancia mai. Meno male perché qui sarebbe stato da buttar giù il teatro (non per gli applausi).
Incomincio subito dall’orrido, così posso finire almeno con qualche nota lieta dato che qualche nota lieta, in questo sciagurato spettacolo, c’è.
Regìa di Carlus Padrissa de La Fura dels baus e già si è detto. Il palcoscenico è invaso da megastrutture triangolari (pareti, piani, scivoli) preferibilmente con la punta rivolta alla platea che genera nello spettatore il desiderio di indossare un’armatura o quanto meno proteggersi con uno scudo. Ma la vera aggressione sta nell’incessante, prorompente gioco di proiezioni che ti avvolge da ogni parte, come essere immersi in un vortice di foglie o corpuscoli alzati da un folle vento. Il tutto condito con luci spietate da discoteca impazzita. Dopo un po’ si ha voglia di uscire. Per sentire la musica (non dico ascoltare, ma almeno sentire) occorre chiudere gli occhi. Lo scopo sarebbe esattamente questo: ascoltare l’opera.
Due o tre accenni tanto per dare l’idea. Atto primo. È in scena Leonora con una tenuta da fumetto: gorgiera, corpetto con i seni talmente pronunciati che ci si domanda se siano vestiti o “a pelle”; per abito un panier, armatura in metallo per reggere le crinoline, con il particolare che la gonna non c’è: sono in vista due gambe nemmeno stratosferiche (la signora in questione è ben messa). Commedia dell’arte? Mentre detta signora non si decide a scappare di casa con l’amante Alvaro, irrompe il vecchio padre, marchese di Calatrava (momento drammatico da cui dipende tutto l’amaro destino dell’opera): lui è un azzimato don Basilio con parruccone bianco e fucile spianato. Il marchese, come si sa, viene ammazzato per fatale errore. Il pubblico ride. Pazienza.
Leonora sceglie l’eremo. Si propone al padre Guardiano in bodi di maglia argentata con manto scintillante. I conventi son fatti per accogliere i peccatori (è chiaro che costei è una da marciapiede e d’altra parte pure il sant’uomo indossa un saio d’oro). Preziosilla è ancora più sbarazzina: anche lei in calzamaglia, con una tunichetta rossa leccata addosso e il reggiseno formato da due palle di vetro a luci intermittenti. Nell’ultimo atto, quando Vargas va a cercare Alvaro in convento, se lo trova davanti vestito di piume che pare Papageno.
Va precisato che l’ultimo atto si svolge nel secolo 3000 laddove tutti sono tornati uomini delle caverne. Sul siparietto una scritta spiega che così diventeranno i superstiti, secondo la terrificante (profetica?) frase di Einstein “Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale ma la Quarta sarà combattuta con bastoni e pietre”. E dunque, trasportati in una futura preistoria, coperti di pelli e con ispidi lunghissimi capelli, i malcapitati si aggirano tra carcasse di animali e iniziano a duellare con tibie – femori ?- di dinosauri, quantunque Vargas abbia portato con sé le regolamentari spade “..qui armi tu non hai… due ne portai”. Anche Leonora è donna delle caverne ed uscendo dalla sua spelonca, dopo la ben nota aria “Pace mio Dio”, dice sconsolatamente,“misero pane, a prolungar qui vieni la sconsolata vita…” e va a raccogliere le provviste lasciate dal padre Guardiano. Cioè, un poderoso osso di dinosauro. In sala si odono scoppi di risa nemmeno soffocati.
Ma il climax è avvenuto prima, quando Carlo de Vargas canta “Urna fatale” mentre Alvaro, ferito, è forse moribondo. Per illustrare le cure profuse ad Alvaro lo si vede alzato ignudo da una gru e subito calato in un tubo verticale trasparente pieno di liquido. Una sorta di immersioni in formalina. Vedi classico feto nel vaso. Luci rosse illuminano il suo corpo contraffatto. Poi lo tirano fuori e lui è risanato. Questa operazione raccapricciante avviene mentre l’altro (cioè Carlo) canta “Urna fatale”, l’aria più affascinante dell’opera (ah, Ettore Bastianini!!). Roba da agguantare il regista Padrissa e fargli passare un bruttissimo quarto d’ora.
Bisogna dire che il Maggio è recidivo. Nel lontano 1953 analogo esperimento fu tentato da Pabst, che aveva però solo proposto di trasportare “La forza” nella Rivoluzione spagnola del 1936, con cannoni, armi moderne e Leonora una ausiliaria. L’allora cast stellare (Tebaldi/del Monaco/Siepi/Barbieri/Protti, direttore Mitropoulos) si ammutinò e Pabst dovette cambiare rotta. Ma erano interpreti di altra autorevolezza. Ed erano soprattutto altri tempi.
Sul versante musicale, ce n’è anche per gli interpreti. O forse solo per Saioa Hernandez. Cosa diavolo è successo a questo signor soprano che nel 2018 ha spopolato in Attila, al suo debutto alla Scala, e l’anno dopo idem in Tosca? Qui le sciabolate stridenti del suo registro acuto hanno creato problemi (se non a lei, certamente all’uditorio). Ha risolto bene, un po’ sottotono ma per lo meno niente sciabolate, l’aria finale “Pace mio Dio”.
E finalmente adesso siamo in salita. Ottimo debutto al Maggio e nel ruolo (Preziosilla) per Annalisa Stroppa, nonostante sia stata davvero mal servita dalla insensata mise e gestualità imposta dalla regìa. E bene nella pur minima parte (Curra) la giovane Valentina Corò allieva dell’Accademia. Grandi soddisfazioni hanno riservato gli interpreti maschili, dal sicuro Roberto Aronica (Alvaro) al veterano di gran classe Ferruccio Furlanetto (padre Guardiano), al valente giovane Nicola Alaimo (Melitone) allo straordinario Amarturvshin Enkhbat (Vargas) baritono mongolo classe 1986. Per lui l’unico, meritatissimo, fragoroso applauso a scena aperta. Magari da regolare un po’ ci sarebbe il nome. Anche il coro istruito da Lorenzo Fratini, travestito sconsideratamente (il Coro) dai costumi di Chu Uroz, ha cantato con impegno.
Sul podio dell’Orchestra del Maggio (c’era anche l’orchestra) c’è Zubin Mehta. Reduce dai festeggiamenti degli 85 anni, un po’ barcollante per i recenti interventi subiti ma forte di lunghissima esperienza (al Maggio dal 1992 ha diretto 5 edizioni de La Forza) Mehta non ha esitato ad affrontare questo titolo scaramanticamente “innominabile”. Cosa gli abbia fatto accettare questo allestimento di Carlus Padrissa, non si sa. Magari, dopo tante “Forze”, tanto per cambiare… Ma l’opera lirica è uno spettacolo ben preciso, con regole inalienabili. Rinnovare si può: lavoro delicatissimo da lasciar fare ai geni del mestiere e allora possono nascere dei capolavori. Uno per tutti Il viaggio a Reims “di” Ronconi, pietra miliare dell’intero firmamento operistico.
Aggiungere tanto per aggiungere, in scena, può essere una battuta, come i baffi di Dalì alla Gioconda. Nel qual caso l’opera sono i baffi e non la Gioconda. Ne La Fura dels baus forse l’unica immagine accettabile è l’apoteosi finale, con quella sorta di aurora boreale che si sprigiona dietro a Leonora. Anche se avrebbe più a che fare con l’apoteosi di Suor Angelica o di Margherita nel Mefistofele. Anche sbagliare opera non va bene.

“La forza del destino”, di Giuseppe Verdi. Direttore Zubin Mehta. Regia Carlus Padrissa. Scene Roland Olbeter. Costumi Chu Uroz. Luci e video Franc Aleu. Fino a sabato 19 giugno.