Un fesso in scena, cioè un ingenuo professore di latino. Più fesso di così. E giù a ridere tutt’insieme verso San Silvestro

Vincenzo Salemme e Teresa Del Vecchio, “Con tutto il cuore” (foto Federico Riva)

MILANO, mercoledì 12 dicembre ► (di Paolo A. Paganini) In quante composizioni si può declinare la parola cuore, oltre all’inflazionata rima con amore? Ci sono persone di “buon cuore”, e altre che ti parlano col “cuore in mano”, perché “hanno cuore”. Ad altre invece “si spezza il cuore”. Oppure si va al “cuore del problema”. E chi ha coraggio è “un cuor di leone”. Poi c’è “anema e core”, ma questa è un’altra musica. Eccetera.
Per farla breve, c’è Vincenzo Salemme che, nella commedia – o farsa – in scena al Teatro Manzoni, in un’ora e quaranta senza intervallo, recita “Con tutto il cuore”, anche se qui di cuore ce n’è uno solo, quello che è stato trapiantato a un malato di cuore dopo l’espianto da un malavitoso morto ammazzato. Ora, per il trapianto, la famiglia pretende che, nella lista d’attesa ospedaliera, venga trovato “il più fesso”, il quale, per sdebitarsi, dovrà uccidere a sua volta l’assassino del boss. Infatti, sarebbe stato poco onorevole per la vendetta utilizzare un uomo d’onore. Il vendicatore doveva essere un fesso, proprio un fesso integrale, per essere ancor più umiliante e vergognosa la vendetta per mano di quel fesso.
Ed eccolo qui il nostro fesso, cioè Vincenzo Salemme, in una farsa di poche pretese drammaturgiche, ma scoppiettante d’inesauribili fuochi d’artificio linguistici, fra battute, calambour, qui-pro-quo, facezie e chi più ne ha più ne metta, in una indigestione di risate (alle quali talvolta non si sottraggono nemmeno gli interpreti), così propiziando, come ogni anno, una vincente posizione in classifica, tra le più spensierate e inutili commedie delle Feste, nelle quali si scateneranno, più o meno, quasi tutti i teatri milanesi, tra brindisi e panettoni. Come per il cinema è atteso il film-panettone dell’anno. E si sa già su chi puntare.
Qui, nella commedia di Salemme, che utilizza senza tanti scrupoli battute vecchie e nuove, con personaggi vecchi e nuovi, la farsa potrebbe essere più amara di quanto non dia a vedere.
Tanto per stare in tema con il protagonista, ch’è un mite ed ingenuo professore di latino, un fesso insomma, verrebbe voglia di pensare che il nostro Autore abbia voluto attenersi alla famosa definizione della Comédie Italienne dell’Opéra Comique di Parigi, “Castigat ridendo mores”.
Ma si corre il rischio di dare alla commedia più contenuti di quanti non abbia.
In realtà, viene esibita sul palcoscenico la più eterogenea galleria di odiosi personaggi, tutti utilizzati solo per ridere. Con imitazioni perfino dell’innocente Totò. E non s’intende offrire niente più. Anche perché l’operazione riesce alla perfezione, andando felicemente ridendo tutt’insieme verso il baratro di San Silvestro, che tutto ingurgita per festeggiare il Nuovo Anno.
Ci penserà poi lui, il 2019, a presentare il conto col suo rosario d’angosce e di problemi.
Intanto, ridiamo.

Antonio Guerriero, Mirea Flavia Stellato, Vincenzo Salemme, Vincenzo Borrino.

Intorno al fesso, andando un po’ per le spicce, c’è una figlia di “poco cuore”, che pensa ai cavoli suoi. C’è una moglie separata che, vampirescamente, pensa solo a spolpare il fesso, il quale ha a che fare perfino con il ganzo della donna, che pretende dal fesso il “rimborso spese” per il mantenimento della donna. C’è poi la scatenata vedova del boss, che pretende vendetta atroce vendetta, e, a suo modo, l’avrà. Gli uomini non sono da meno. Ma, se si deve ridere, tutto fa brodo, ma alla fine risulta monotono per eccesso.
La commedia è divisa pressappoco in tre fasi. La prima rientra in un ideale repertorio comico da varietà, esilarante e scintillante d’idee e di battute. Ottima. La seconda parte, sfiaccata d’idee, cerca nuovi sviluppi, in un macchiettismo di personaggi scontati ed inevitabili (compresa una badante indiana, ch’è invece un travestito di Pozzuoli). La terza brevissima parte, con inevitabile tirata moralistica, più assurda che conseguente, magari vorrebbe essere un trionfo finale alla Brecht, dove tutto viene chiarito, scoperto e insegnato. E infatti qui c’è ora il fesso, che ha ormai capito tutto, che cioè l’onestà non paga. E prende trionfalmente il posto dell’ex boss, con genuflessa obbedienza di tutti i personaggi, a formare la nuova corte di malavitosi. E tutto finisce in gloria con la cavatina rossiniana di Figaro.
Delle risate s’è detto. Trionfo finale scontato.
E avanti tutta verso San Silvestro. Con tanti auguri “di cuore”.

“Con tutto il cuore”, scritta, diretta e interpretata da Vincenzo Salemme. Con Domenico Aria, Vincenzo Borrino, Antonella Cioli, Sergio D’auria, Teresa Del Vecchio, Antonio Guerriero, Giovanni Ribò, Mirea Flavia Stellato – Al Teatro Manzoni, via Manzoni 42, Milano. Repliche fino a martedì 1 gennaio 2019. A San Silvestro, due recite, alle 17,30 e alle 21,30. E a mezzanotte, insieme con tutta la Compagnia, spumante, panettone e buffet di dolci.

www.teatromanzoni.it

“Attila” con fremiti vocali e finale femminista. Scene belliche cinetecno anni 40. Da vedere. Ma soprattutto da sentire

Saioa Hernandez (Odabella) e Ildar Abdrazakov (Attila). Foto Brescia/Amisano

MILANO, sabato 8 dicembre ► (di Carla Maria Casanova) Cinque minuti (quattro e 30 secondi) di applausi al presidente Sergio Mattarella apparso al palco reale. A taluni, me compresa, erano sembrati tanti, pur considerando l’entusiasmo che suscita questo Capo di Stato. Ma la risposta è presto venuta da quanti “sapevano”: “Ma è chiaro! Un applauso contro il Governo e a sostegno di lui (Presidente)”. Come al solito, il garrulo elettorato italiano, dopo essersi espresso alle urne con spensierato ma protervo voto, adesso con improvviso senso civico (?) ci ripensa e gioiosamente, secondo sua natura, si fa sentire. Bene, adesso è tutto chiaro. Segue il prescritto Inno nazionale, persino cantato da alcuni del pubblico. Poi Riccardo Chailly attacca le prime note di “Attila”, l’opera verdiana che ha inaugurato la stagione lirica 2018/19 della Scala.
È opera di scarsa esecuzione (alla Scala, dalla ripresa dopo il 1800, tre edizioni: 1975, 1991, 2011) e di non esagerato fascino. Opera giovanile (del 1846) che ci fa riconoscere immediatamente situazioni musicali (e non) dei precedenti “Nabucco”, “Ernani” e del “Macbeth” che verrà subito dopo. Opera piuttosto tetra, come è stato ben messo in evidenza dall’attuale allestimento, e sostanzialmente bellica. La scelta del titolo, con finale femminista, dove l’eroina stessa si proclama “novella Giuditta”, pare suggerita da questa epoca di selvaggi femminicidi.
La storia racconta di Attila, noto capo degli Unni, che invade l’Italia facendo stragi. Un generale romano, Ezio, gli propone un mercato non limpidissimo: prendi il resto dell’Impero e lascia l’Italia a me. Attila non accetta. Il suo slancio di invasore viene però fermato dal papa Leone Magno in persona. Attila propone alla italica Odabella di sposarlo (troppo lungo spiegare come mai lei si trovi in mano sua). Lei acconsente, vedendosi così facilitato il compito di vendicare suo padre, ucciso dal re barbaro (ovviamente il fidanzato geloso di lei non capisce e la prende malissimo). Morale, gli italici tessono l’agguato e la ragazza porta a segno la sua trama, facendo esclamare al deluso novello sposo il celebre “Tu quoque” di Giulio Cesare. È tutto un tafferuglio di vendette e stragi. Oso dire che alla fine l’uccisione di Attila pare una gran brutta cosa ordita da una manica di esaltati. La morale sarebbe diversa e vorrebbe invece esaltare l’amor patrio. Ma, sempre secondo me, convince poco.

Ildar Abdrazakov e Saioa Hernandez (foto Brescia/Amisano)

Davide Livermore, il regista in causa, l’ha vista soprattutto come una storia di oppressi e oppressori, come è sempre stato da che mondo è mondo. Quindi trasposizione dell’epoca storica in un vago periodo bellico dei giorni nostri (prima guerra mondiale?), con in scena un panorama di città distrutta che fa pensare a Dresda, soldati con fucili e baionette, una camionetta dell’esercito e due cavalli (uno nero e uno bianco) che compaiono per alcuni minuti. Obsolete le proteste degli animalisti: in verità gli animali non manifestano nessuna insofferenza per la loro pur superflua prestazione in palcoscenico. A generare perplessità (e anticipate rimostranze) c’era anche l’annunciato ponte che si spacca. Richiamo a Genova? No (per “rispetto alla tragedia”) il ponte si scinde ma non crolla. L’incontro di Attila e Papa Leone (su cavallo bianco mentre il cavallo nero è riservato all’entrata in scena di Attila) è la perfetta ricostruzione dell’affresco delle stanze Vaticane di Raffaello. Un “tableau vivant” dove la bocca del vulcano erutta fuoco e lapilli e i due santi Pietro e Paolo con spada sguainata si librano in cielo. Non solo, le due figure dell’affresco qui si muovono, e questo è per me l’effetto più stupefacente di tutto lo spettacolo. Sempre per quel che riguarda la messa in scena c’è, all’inizio del secondo atto, la festa nel campo di Attila, trasformata in un’orgia sulla linea “Portiere di notte”, con soldati gay in sottovesti discinte, ragazze seminude che ballano insieme e altre trasgressioni. Anche l’adorazione del biblico “vitello d’oro”, qui trasformato in porcello, se non sbaglio. Ma tutto va nel calderone senza creare soverchi fastidi (l’orgia, pare sia stata la scena che i giovani che hanno assistito alla “primina” abbiano apprezzato maggiormente). Nell’insieme, una realizzazione importante, corrusca, non strabiliante, con l’uso sfrenato di proiezioni ed effetti tecnici. Bei controluce. Gli artefici di così complesso allestimento usciti a farsi applaudire a fine spettacolo erano un team di 10 persone. Pensandoci bene, quello scarno allestimento del ‘75, che Puggelli dovette allestire in economia, in tutta fretta e con mezzi di fortuna, direi fosse più pertinente e di maggiore fascino. Il bisogno aguzza l’ingegno, come si dice.

Saioa Hernandez (Odabella) e Fabio Sartori (Foresto). Foto Brescia/Amisano

Ma non c’è solo il lato da vedere. C’è in primis quello da sentire. Chailly ha avvertito trattarsi di una prima assoluta, per l’inserimento di 5 battute ma, data la scarsa popolarità dell’opera, riteniamo non siano state bene individuate né credo abbiano comportato una variante significativa. Attila, forse si è capito, non è opera che risvegli particolari fremiti. Fa però fremere gli esecutori vocali, con le sue esigenze dello spartito in alcuni casi proibitive. Il soprano Odabella, per esempio. La sua entrata è terrificante, tesissima, con un do sovracuto da prendere di forza. Saioa (il nome è così, non è un refuso) Hernandez, madrilena, debuttante alla Scala, una sorta di bionda vikinga, ha la voce con registro acuto capace di affrontare tali difficoltà. E la tecnica adeguata. Ma della voce non è bella la qualità, aspra e fredda. E non entra nel clima eroico. Non si capisce come Attila possa lasciarsi sedurre dal suo (di lei) inno di amor patrio. Danno maggiore soddisfazione i tre interpreti maschili: il basso Ildar Abdrazakov (Attila) non possiede mezzi di volume possente, però il timbro è splendido e lui un bell’interprete; George Petean baritono (Ezio) con colore vocale brunito, saldo e perentorio, begli acuti, sapiente dosaggio delle emissioni, è stato un avversario di qualità nel celebre duetto con Attila. Il tenore Fabio Sartori (Foresto già nella precedente edizione diretta da Muti) se è di corporatura al limite del consentito, canta come un angelo: voce di bel colore, limpido, squillante, con calde vibrazioni al centro. Ricorda il mai dimenticato Gianni Raimondi. Un piacere ascoltarlo. Francesco Pittari (Uldino) e Gianluca Buratto (Leone) completano onorevolmente l’esiguo cast. Poi c’è il “solito” coro scaligero istruito da Bruno Casoni. Una bellezza!
Sul podio Riccardo Chailly, imposta una articolata narrazione e non dimentica di sottolineare, nell’impeto guerresco di tutta l’opera, le pur presenti aperture melodiche, come nel duetto Odabella-Foresto che rischierebbero di andare perse in tutto quel frastuono d’armi.
Applausi? 15 minuti, insieme e da soli a sipario chiuso. Timidi tentativi di buu per l’allestimento. Ovazione per Sartori e Abdrakazov. Chailly è uscito con gli artisti, mai da solo.
Si vuole uno scorcio sulla sala? Come per tutti, anche per le signore frequentatrici delle prime scaligere, il tempo passa. Alcune sembrano non volerlo ammettere, con esiti raccapriccianti. Le più giovani anonime spettatrici, hanno esibito, ove il caso permetteva, una straripante esposizione di seni (adesso la moda li richiede). Poche personalità, qualche habitué, dalla opulenta, regale Diana Bracco alla diafana Carla Fracci tutta di bianco vestita. Nel foyer dei palchi Arturo Toscanini, un fastosissimo tavolo imbandito con ogni ben di Dio, nel foyer inferiore un sobrio albero di Natale animato a terra da tanti animaletti del bosco. Fine.

“Attila”, di Giuseppe Verdi. Direttore Riccardo Chailly. Regia Davide Livermore. Scene Giò Forma. Costumi Gianluca Falaschi. Con Ildar Abdrazakov (Attila); Saioa Hernández (Odabella); George Petean (Ezio); Fabio Sartori (Foresto); Francesco Pittari (Uldino); Gianluca Buratto (Leone).

REPLICHE: Martedì 11 dicembre; Venerdì 14; Martedì 18; Venerdì 21; Mercoledì 2 gennaio 2019; Sabato 5 gennaio 2019; Martedì 8 gennaio 2019.

Teatro alla Scala – Infotel: 02 72 00 37 44.
www.teatroallascala.org

 

Un quindicenne autistico indaga sull’uccisione di un cane. Quasi un giallo. Scoprirà tante verità, soprattutto se stesso

MILANO, giovedì 6 novembre (di Emanuela Dini) Il libro è stato un best seller e un caso editoriale quasi senza precedenti. “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, di Mark Haddon, ha dominato le classifiche mondiali raccontando, come in un giallo, le peripezie che Cristopher, quindicenne autistico, affronta quando si mette in testa di scoprire chi ha ucciso con un forcone il cane dei vicini.
L’insegnante gli propone di scrivere un libro sulla vicenda e l’indagine presto si dilata e assume contorni ben più vasti e drammatici, diventando una sfida esistenziale e scoperchiando verità difficili e scomode per chiunque, figuriamoci per un ragazzino che si relaziona in maniera complicata con la vita e con gli altri.
Dal romanzo di Haddon è stato tratto uno spettacolo teatrale, attraverso la riscrittura di Simon Stephens, che ha fatto man bassa di premi, vincendo nel 2013 sette Laurence Oliver Awards (il più importante riconoscimento teatrale inglese, assegnato dalla The Society of London Theatre) e quattro Tony Awards (l’equivalente teatrale del premio Oscar, il più prestigioso riconoscimento teatrale americano) a New York.
Rimanendo in tema di sfide, chapeau al duo Bruni-De Capitani che ha trasportato sul palco dell’Elfo quella che nella produzione inglese era un kolossal dagli effetti speciali, con tanto di vera metropolitana in scena, riuscendo a mantenere inalterato – e anzi, a enfatizzare con tatto e poesia – il turbamento, la delicatezza, il travaglio interiore e l’affacciarsi al mondo di Cristopher e il suo modo di entrare in contatto con chi gli sta intorno. Distillando e depurando gli effetti speciali inglesi e regalando uno spettacolo essenziale, elegante e rigoroso dove sono tanti i linguaggi – recitazione, musica, video, disegni – che dialogano insieme.
Una scena bianca e vuota, tre maxi schermi che si animano con i disegni di Ferdinando Bruni e i video di Francesco Frongia, le pagine del libro che Cristopher sta scrivendo appese ai teloni degli schermi, cubi di legno che si spostano su ruote e diventano di volta in volta banchi scolastici, trampolini al mare, vagoni ferroviari: sono la cornice di uno spettacolo di due ore e mezza, con intervallo di dieci minuti, che tocca tutte le corde dell’emotività, arrivando a commuovere facendo sorridere, fino alla grande conquista finale di Cristopher che, quasi incredulo, si domanda: “Ma allora sono capace di fare le cose…”
Sarebbe tutto da raccontare, scena per scena, ma ci piace segnalare alcuni tra i momenti più toccanti, come il lento avvicinarsi delle mani e il momento di conquista quando arrivano a sfiorarsi (gli autistici non amano essere toccati e anche l’abbraccio di una madre li infastidisce), la scena del bagno al mare in Cornovaglia, dove una girandola colorata e una musica sorniona ti trasportano in spiaggia, o l’agghiacciante monologo in chiusura del primo atto, quando il padre dolente e sconfitto non riesce a entrare in contatto col figlio, muto e raggomitolato.
Straordinariamente bravi gli attori, a partire dal giovanissimo Daniele Fedeli (Cristopher) che riproduce con un rigore scientifico le movenze, gli atteggiamenti, il nervosismo e le angosce dell’autismo, Elena Russo Arman, l’insegnante che tutti noi avremmo voluto avere, Davide Lorino, il padre travolto dall’amore e responsabilità, Alice Redini, la madre straziata dalla sua inadeguatezza e sensi di colpa.
Uno spettacolo corale, armonioso, rispettoso, potente. Che è stato giustamente premiato da applausi trionfali di una platea gremita in gran parte da ragazzi e ragazze, che avranno avuto sì e no 20 anni.

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, di Simon Stephens, dal romanzo di Mark Haddon. Regia Bruni-De Capitani. Con Corinna Agustoni, Cristina Crippa, Elena Russo Arman, Alice Redini, Debora Zuin, Nicola Stravalaci, Daniele Fedeli, Davide Lorino, Marco Bonadei, Alessandro Mor. Repliche fino al 13 gennaio 2019 (speciale 31 dicembre, spettacolo+party e brindisi di mezzanotte) – Teatro Elfo Puccini, Corso Buenos Aires 33, Milano – tel. 02 00 66 06 06

Nella desertica cecità del nulla, il fantastico mondo di Gianfranco Berardi. Che vede ciò che gli altri non vedono

MILANO, mercoledì 28 novembre (di Paolo A. Paganini) La sentenza medica non lasciò speranze. Cieco. Con una leggerezza tenera e sfrontata, Gianfranco Berardi l’accettò, pensando più al dolore del padre che a se stesso. Il papà sognava di farne un operaio come lui, all’Ilva di Taranto, ma Gianfranco voleva fare l’attore. A Gianfrà, il teatro è una passione, poi… passa. Ma, intanto, eccolo lì, a Oxford, in una famosa clinica oculistica, parlando ed ascoltando in inglese. Tanto il papà non capiva. E arrivò la sentenza: Laber, una rara atrofia del nervo ottico, che porta inesorabilmente alla cecità. Prima della visita, avevano detto a Gianfranco, se è la Laber, non c’è niente da fare, se è qualcosa d’altro si può intervenire. Se è Laber non costa niente, se c’è da intervenire, costa venti milioni di lire. Uscendo dalla visita medica, il papà, che l’aveva accompagnato e che non aveva capito, era ansioso di sapere. E allora? Allora tutto bene, papà. Abbiamo risparmiato venti milioni. Chi ha deciso di mettere questa battuta, è un genio. Dio, che groppo. E fu allora che Gianfranco vide per la prima volta il papà piangere. E fu allora che, come in un gioco di sublime amore, sorridendo, gli fece forza, dicendo che non cambiava niente, dicendo che la storia era piena di grandi uomini ciechi, e che “la vita è ciò che sentiamo, non ciò che vediamo”…
E il gioco continuò. Anche dopo. Con lo stesso amore. Gianfranco divenne attore, come voleva.
Ora, è all’Elfo Puccini, con lo spettacolo “Amleto Take Away”, che, detto in parole povere, nella nostra guerra personale contro il colonialismo linguistico inglese, possiamo bellamente tradurre con: “ciapa e porta a cà”. E infatti, dopo un’ora caudata (Gianfranco scende in platea, in un’allegra cabarettata con il pubblco: parla a una poltrona vuota e bacia in fronte un anziano canuto signore come fosse un fanciulla in fiore), e si “porta a cà” uno strepitoso applauso finale, quasi dimentichi, tutti, della sua “spensierata” cecità.
Insieme con lui c’è Gabriella Casolari, coautrice del testo e presente come una specie di “servo di scena”, anzi, molto più: crea segni connotativi, passaggi di riferimento, sistemando oggetti di scena, panche, secchi, corone e collane, che consentono all’attore di muoversi e di agire con precisi punti di riferimento, come se niente fosse.
Ed è stupefacente.
Come un folletto matto alla Benigni vecchi tempi, oppure con l’allegra impertinenza di un comico da varietà. Ma è solo un atteggiamento formale, nel senso che la vita va presa com’è, perché, in realtà, non c’è niente da ridere, e il mondo è fatto solo di “piccoli uomini feroci”, avidi ed egoisti, fatui e cretini, con i loro telefonini, con i loro messaggini, facendo finta di essere felici e di avere tanti amici, ai quali, per illudersi, basterà solo un “mi piace”. E, nella cecità dell’anima, non ci si accorge più delle grettezze, delle vanità, in un universo di automi, indifferenti a qualsiasi dubbio, incapaci di scegliere tra “essere o no”. E così si preferisce apparire, più che essere, più perdenti che vendicatori (costa meno), perché non c’è più niente da vendicare. Amleto continuerà mandare Ofelia in convento, ma finirà poi in altri gorghi, e lo zio continuerà a scoparsi sua madre.
Così va il mondo.
Tutti soli, senza nessuna complicità, perché, per essere complici, bisogna avere un complice. Allora, tanto vale essere complici solo di se stessi, accettando le proprie cecità, che consentono di vedere nel profondo dell’anima, di vedere ciò che gli altri non vedono. Come una condanna, senza alternative, se non il conforto d’una accettata solitudine, su un Golgota dove ciascuno è solo con la propria Croce.
Quella di Gianfranco Berardi è di essere inchiodato, nel bianco deserto della cecità, ai cordoni del palcoscenico. In attesa che qualcuno lo liberi dai legacci e lo faccia scendere. E Gabriella Casolari gli dà quella mano che Gianfranco attende, quando comincia e quando finisce lo spettacolo. Un’icona bella come una sacra rappresentazione. E commovente come un divino gesto di umana pietà e di sublime amore.

“Amleto take away”, di/con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari. Musiche Davide Berardi e Bruno Galeone. All’Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche fino a domenica 9 dicembre.
www.elfo.org

Tournée
15 dicembre: Calenzano (Firenze); 12 gennaio: Sinnai (Cagliari); 18 gennaio: Bari; 2 febbraio: Rimini; 21 febbraio: Rubiera (Reggio Emilia); 23 marzo: Fontanellato (Parma); 28-30 marzo: Roma (Teatro Quarticciolo)