Teatro cinema TV letteratura editoria comunicazione: ecco tutti i riconoscimenti del Premio “Franco Enriquez” 2019

SIROLO (Ancona), martedì 13 agosto – La commissione della XV edizione del Premio Nazionale 2019 Città di Sirolo (Centro Studi “Franco Enriquez”) ha reso noto l’elenco degli Artisti premiati. La consegna del prestigioso riconoscimento avrà luogo venerdì 30 agosto, presso il Teatro Cortesi di Sirolo.
Il Premio intende riconoscere gli artisti e gli operatori, che, per dedizione professionale e per impegno civile e artistico, nell’ambito del teatro e della comunicazione, del cinema, della musica, della TV eccetera, si siano particolarmente distinti.

L’ELENCO DEI PREMIATI

Premio alla Carriera. Sezione Grandi Interpreti: ROSALINA NERI

Premio Nazionale per la Drammaturgia: BRUNO FORNASARI, per “La scuola delle scimmie”

Teatro di Prosa Classico e Contemporaneo, Sez. Miglior Attrice: FEDERICA DI MARTINO, per “I Giganti della Montagna” di Luigi Pirandello

Teatro di Prosa Classico e Contemporaneo, Sez. Miglior Adattamento e Regia: EMILIO RUSSO per “Gli uccelli di Aristofane commedia popdi Aristofane

Teatro di Impegno Sociale e Civile e Nuovi Linguaggi, Sez. Miglior Attore: EMILIO RUSSO per lo spettacolo “La rondinedi Guillem Clua

Miglior Sceneggiatura e Regia: FRANCESCO BRUNI, per il film “Tutto quello che vuoi”

FilmTv. Miglior Attore: TOMMASO RAGNO per il film “La stagione della caccia”, dal romanzo storico di Andrea Camilleri

Teatri, Festival e Programmazioni – Miglior Direzione Artistica: UMBERTO ANGELINI, Fondazione CRT Teatro dell’Arte Milano; Festival “FOG Triennale di Milano Performing Arts”

Canzone d’Autore – Sez. Concerti a Scopo Umanitario e di Impegno Sociale e Civile: ANTONELLO PERSICO, con il concerto Antonello Persico canta De André

Musica e Canzone d’Autore, Roots Music. Sez. Grandi solisti, Miglior chitarrista acustico 2019: BEPPE GAMBETTA

Musica Rock Progressiv. Sez. Grandi Gruppi musicali: PFM PREMIATA FORNERIA MARCONI

Musica Classica e Contemporanea. Sez. Grandi interpreti e solisti: MARCO SANTINI

Canto Lirico. Sez. Grandi Interpreti e Tenori di fama mondiale: FABIO ARMIGLIATO e alla memoria di DANIELA DESSI’

Professionisti e Operatori dello Spettacolo. Sez. Grandi Maestri Fotografi: TOMMASO LE PERA

Letteratura Italiana. Sez. Romanzi di Impegno Sociale e Civile: ERIKA RIGAMONTI, per il volume “Segreti di sabbia”

Editoria e Case editrici. Sez. Pubblicazioni per il Teatro: EDITORE MANFREDI

Associazioni, Fondazioni e Onlus. Sez. Comunicazione di Impegno Sociale e Civile: CLOWNDOC di Pescara.

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Centro Studi Franco Enriquez – P.zza Giovanni da Sirolo, 1 – 60020 Sirolo(AN) – Tel.: 071 933 0572.

Gli storditi abitanti del Giardino cechoviano vanno in allegria verso la loro fine. E giù a ridere. Ma è la fine della nobiltà

NOSTRO SERVIZIO – VENEZIA, domenica 4 agosto ► (di Paolo A. Paganini) “Il giardino dei ciliegi” è l’ultima opera di Anton Cechov. Scritta nel 1903 e messa in scena nel 1904 a cura di Stanislavskij (Cechov morirà di tubercolosi pochi mesi dopo), nelle intenzioni dell’autore era nata come commedia, ma per i complessi problemi sociali emergenti qua e là e per la storia d’una famiglia in dissesto economico, simbolo dell’aristocrazia russa, nei quattro atti dell’opera, fin da allora si preferì privilegiare un’angolazione più angosciante. Una tragedia, insomma, a scapito della commedia, pur con sprazzi di autentico divertimento.
Narra la decadenza dell’aristocrazia russa e la nascita di una borghesia ancora senza radici. Nel 1861 erano stati aboliti i servi della gleba, fino allora autentici schiavi al servizio di padroni. Ma, in seguito al nuovo status sociale, i vecchi e inetti aristocratici, senza più servitù che provvedeva alla loro vita e ai loro problemi quotidiani, si erano trovati incapaci di adeguarsi e reagire al cambiamento dei tempi. E fu l’inizio della loro definitiva decadenza.
Qui, c’è la vasta tenuta di una famiglia aristocratica, con un famoso giardino di ciliegi, che, per far fronte ai debiti, dovrebbe essere venduto, sacrificando la casa e il giardino di una felice giovinezza, e consentire così, tagliati gli alberi, la costruzione di villette per turisti e ricchi borghesi, molti dei quali, figli o nipoti di vecchi e sfruttati servitori.
La storia ruota tutta intorno alla vendita di questo giardino e all’addio dei suoi inetti e spensierati proprietari.
Non staremo ad approfondire la trama, già conosciuta per tanti allestimenti e versioni cinematografiche (e nel ricordo, per i più anziani, dello struggente allestimento poetico di Strehler, nel 1978). Ma entreremo subito nel merito della mess’in scena di Alessandro Serra, quasi in chiusura della Biennale veneziana. In coproduzione con più enti (sardi, veneti, piemontesi e milanesi), questa edizione – che vedremo anche in stagione – si avvale di una generosa e ben amalgamata equipe attoriale: Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini. E un giusto valore di merito ad Alessandro Serra, soprattutto per scene, luci e costumi.
Ma, per la regia, il discorso è un altro.
Serra, rispetto alle nostre note iniziali, ha voluto soprattutto valorizzare la commedia a scapito della tragedia. È una scelta rispettabile. È pur vero che questa stordita e scapestrata famiglia aristocratica, anziché piombare nel tedio e nell’inedia di una malinconica, rassegnata e tipica morta gora russa, preferisce, fino in fondo (due tempi, uno di un’ora e venti e l’altro di un’ora e dieci), dedicarsi a musiche e oziosi passatempi (qui, come s’è detto, nessuno lavora). E, in questa chiave, Serra ha fatto un mastodontico lavoro, con un generoso gioco di squadra. Ma nell’infelice Piccolo Arsenale, bello agli occhi ma penalizzante per le orecchie, risulta esplosivamente confuso e tortuoso, anche per una singolare predisposizione del regista per una coralità e un gioco di composizioni coreutiche da opera lirica. E, tra risate scherzi giochi e lazzi (in una scena decisamente brutta), la storia del “Giardino” va a farsi benedire in un eccesso di invenzioni e di trovate che lasciano poco margine alla comprensibilità dell’opera e del pensiero cechoviano. Ci sarà bisogno di tagli e aggiustamenti. Il materiale c’è.

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Sempre in serata c’è stato anche lo sconcertante e incomprensibile e provocatorio “allestimento” (si fa per dire) di “I’m Not Here Says the Void”, prima italiana (60’), regia di Julian Hetzel, con Claudio Rietvelt e Julian Hetzel, sì, proprio lo stesso regista, che ci era tanto piaciuto, il giorno prima, con “All Inclusive”. Qui si tratta di una stramberia senza senso, tra srotolamenti di teloni di plastica, interminabili sedute in silenziosi attendismi, fino alla distruzione, un filo alla volta, un pezzetto alla volta, dello stesso divano. Beh, una Biennale, per la curiosità delle umane genti di “esperti” e appassionati, regge anche simili performance. Fine.

 

Repetita iuvant… Stavolta non aiutano. Le atroci distruzioni dell’ISIS, tra Siria e Iraq, ora son viste come “benemerenze”

NOSTRO SERVIZIO – VENEZIA, sabato 3 agosto ► (di Paolo A. Paganini) – Già facemmo nostro un pensiero di August Strindberg, quando disse: “Penso al drammaturgo come a un predicatore laico che diffonde le idee del suo tempo in forma popolare”.
Una semplificazione di comodo, certo. Ma non sempre una modesta definizione va bocciata come ovvia e insensata banalità.
Ora, per la terza volta siamo costretti a parlare dei riminesi Roberto Scappin e Paola Vannoni, che abbiamo visto e rivisto volentieri. Ma oggi c’impongono una piccola revisione.
La Biennale Teatro quest’anno è rivolta, come si sa, alla “drammaturgia”. E uno si fa l’idea che sia una felice occasione per assistere a un variegato panorama di ben diversificate proposte drammaturgiche dei vari Paesi.
Ma quando nel giro di tre giorni vediamo, all’Arsenale, prima “Sembra ma non soffro” (che è del 2010), poi “L’anarchico non è fotogenico” (che è del 2014), infine “Il racconto delle cose mai accadute” (che è del 2018), che hanno la stessa identica impostazione drammaturgica, la stessa struttura di “teatro di parole”, come già definimmo la loro produzione, uno si chiede a quale stratagemma programmatico corrisponda la privilegiata scelta di questa pur simpaticissima compagnia, della quale, visto un allestimento di sussurrate affabulazioni microfoniche, tutti gli altri sono di eguale impostazione drammaturgica, anche se, dal primo all’ultimo son passati dieci anni.
Questione di soldi (della Biennale)?
Problemi organizzativi (le Compagnie non sono sempre disponibili)? Scelte programmatiche (è difficile conciliare spettacoli, incontri stampa, dibattiti, interviste, pubbliche presentazioni, premi, riconoscimenti, nello spazio d’una quindicina di giorni)?
Ma, perbacco, una Biennale, seppur prestigiosa, non è la conseguenza d’un diktat statale, o comunale, o politico. O sì?
Ora, quest’ultimo spettacolo, rispetto agli altri, non è che risenta d’una speciale maturazione o di chissà quale rivoluzionaria novità. Si tratta sempre d’un microcosmo di frasi e parole in libertà, dettate dalla convenienza o dal trucco delle associazioni d’idee, per contrasto o continuità. Sempre sussurrate in misteriche, e talvolta incomprensibili enunciazioni. Gli argomenti sono banali e spiritosi, ma senza particolari approfondimenti e senza portare nessun altro contributo a questo loro particolare phonè (che non ha niente da spartire con la gioiosa metafisica del phonè di Carmelo Bene).
Ovviamente, nulla di personale nei confronti di Roberto Scappin e Paola Vannoni, che sono bravi e accattivanti, e ai quali auguriamo sinceramente onori e gloria. Ma anche con qualche altra variante di registro. Difficile? Ma “s’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”…

UNA “MOSTRA” TEATRALE SULLA GUERRA SIRIANA

Ed eccoci a “All Inclusive” (Tutto compreso), dramma-documento sulla tragedia siriana, rivissuta “attraverso vari chilogrammi di macerie da una zona di guerra in Siria e importati in Europa centrale”, e “trasformati in arte”.
In realtà, la definizione, vagamente blasfema, si avvale d’un sofisma che si regge su un assurdo.
I barbari dell’ISIS, come si sa, si sono accaniti nella distruzione del patrimonio archeologico mondiale, dall’Iraq alla Siria, da Hatra a Assur, da Musul a Palmira eccetera. Eppure, questo scempio è indicato, dal regista di “All Inclusive”, Julian Hetzel, come una prova dell’amore per l’arte da parte dell’ISIS, nonostante le scandalose e ignobili distruzioni.
In realtà, come più sopra indicato, si tratta dell’assurdità di un temerario sofisma.
Grazie all’ISIS oggi tutto il mondo conosce quelle opere d’arte distrutte, quando invece, prima, erano un patrimonio conosciuto solo da pochi cultori, appassionati e studiosi. Ed ecco perché, attraverso i cumuli di macerie e detriti portati in Europa, ed esibiti in mostre in un inquieto e crescente disagio dei “visitatori”, per tante mostruosità, anche lo spettacolo, atroce e grondante sangue e dolore tra distruzioni e atrocità, diventa, da una parte, uno strumento conoscitivo delle opere distrutte, e dall’altra parte – quello che più conta –  uno straordinario documento dell’infamia scandalosa della pluriennale guerra civile della “primavera araba” in Siria con centinaia di migliaia di morti e feriti.
Lo spettacolo si presenta, per due ore senza intervallo, come l’ideale visita di un museo, dove sono esibiti i più svariati reperti di guerra. Con relative azioni di guerra. E con interventi coreografici di plastica e suggestiva bellezza.
Non so se lo spettacolo sarà itinerante (con vendita finale di oggettini).
Dovunque “All Inclusiva” possa trovarsi, lo segnaliamo come “doveroso non perderlo”. Specie, e non solo, da parte dei giovani delle scuole.

Dopo i sussurri da confessionale, ora tocca a due affabulanti cowboy. E intanto le “cose” tramano contro gli uomini

NOSTRO SERVIZIO – VENEZIA, venerdì 2 agosto ► (di Paolo A. Paganini) Dunque, avevamo appena visto, l’altra sera, nella suggestiva Sala d’Armi A dell’Arsenale, “Sembra ma non soffro”, con il flemmatico e sussurrante duo riminese, Roberto Scappin e Paola Vannoni, una pièce in punta di lingua di due affabulanti “fedeli” molto laici e per niente religiosi sui loro inginocchiatoi.
Ci era parsa originale.
Ora, abbiamo rivisto la logorroica coppia nelle vesti di due singolari cowboy, senza cavalli e senza pistole. Ma a teatro si fa presto a inventarli: pum, e via una scudisciata su una chiappa.
Eppoi, il loro stile, anche con questo “L’anarchico non è fotogenico”, non è cambiato, è evidentemente un marchio di fabbrica: parole sussurrate al microfonino sulla guancia in un incredibile repertorio di pseudo verità, luoghi comuni, e banali riflessioni, con l’aria di affrontare metafisiche elucubrazioni e chi sa quali sconcertanti rivelazioni. Soprattutto intorno e dentro il concetto della buona morte, coinvolgendo nell’argomento anche vecchi genitori cachetici e diarreici. Allegria.
Ma l’argomento si spalma su tutto, non risparmia niente e nessuno, soprattutto l’insopportabile paradigma di tanti noiosi rituali.
Insomma, devono morire il Natale, la ricerca scientifica sugli animali, la povertà, la carità, l’incapacità, i principi morali, le idee sbagliate, la Rai1 e le fiction di Rai2, l’idea di sacerdozio, e le suore, no, le suore no, perché aiutano a diventare atei.
Poi dovrebbero morire le linee progettuali del teatro. Ma evviva Rita Pavone e “La pappa di pomodoro”.
E poi: è bello infilare la mano sotto l’elastico delle mutandine. Meglio una mano lì, che un piede nella fossa!”
Ed ora ci vorrebbe un colpo di scena!
Ma devi smetterla di dire: la vita mi soffoca. Mi sembri una casalinga degli anni 60. Hai fatto lo struscio vaginale?, “Si dice striscio”. Ma sì, porco boia. Anche il boia deve morire. E poi: “Tutto finisce. Come la morte. E tutto è bene quel che finisce!”
Così per 50 minuti, ma potrebbero diventare ore. Già tanto non succede niente, è solo teatro di parola, pardon, di parole. Basta continuare a trovarle. Basta che siano quelle giuste per divertire l’inclita guarnigione. E via andare.

QUANDO SONO GLI OGGETTI A FARE I DISPETTI

Per cambiare, ecco di nuovo Manuela Infante. Dopo il suo “Estado vegetal” con Marcela Salinas, ora, al Piccolo Arsenale, è andato in scena “Realismo”, un’ambiziosa operazione drammaturgica con molta carne sul sacro fuoco. Non più un solo attore. Ora sono in scena Cristian Carvajal, Ariel Hermosilla, Hector Morales, Rodrigo Perez e Marcela Salinas.
In costumi ottocenteschi, sembra una classica compagnia goldoniana, più propensa al gioco dell’arte che al teatro borghese d’epoca. Tra scherzi lazzi e frizzi, inciampi domestici e qui-pro-quo, l’equipe attoriale ci dà dentro con gaudiosa felicità. Anche da parte del pubblico.
Eppure, l’impianto drammaturgico è più ambizioso di quanto appaia di primo acchito.
Narra la storia di una famiglia attraverso la successione delle generazioni, da 150 anni fa ad oggi. Si parla così delle grandi scoperte, delle esaltanti conquiste tecnologiche, come il motore a scoppio. E gli oggetti più pesanti dell’aria, eppure volano.
La famiglia in questione è rigida e benestante, con patriarcali valori di severi pater familias, con – inevitabili -figli goderecci. Qualcuno con qualche handicap. Succede. Poi la famiglia lentamente declina. Bisogna lavorare. Ma qui di voglia ce n’è poca. E così, l’uomo al centro dell’universo tecnologico, artifex di ogni benessere moderno, lentamente diventa schiavo delle cose, che, non più dominate, prendono il sopravvento sull’inettitudine degli uomini: sedie che dondolano, tappeti che vanno dove vogliono loro, luci che si accendono, pacchi che si librano nell’aria, tavoli e sedie che si scompongono e ricompongono come gli piace.
Insomma, per capirci, se in “Estado vegetal” erano le piante che prendevano il sopravvento sull’uomo, qui sono gli oggetti, in una serie ininterrotta di dispetti e di capricci, di cui gli uomini, poveri esseri indifesi, fanno le spese. E lo sviluppo drammaturgico, cominciato come commedia borghese, passando per il teatro dell’arte, ora diventa un irrefrenabile gioco di cose e marchingegni che si animano di vita propria. Dopo le piante, ora son le cose a tramare contro l’uomo. Ma tutto diventa, sulla scena, in un gaudente trionfo illusionistico, da Mago Silvan. Per un’ora e 55 minuti senza intervallo. E il pubblico sta al gioco in festosa e plaudente partecipazione. Anche se, tra “cose” e “stati vegetal”, guardando al futuro, c’è poco da ridere. Ma domani è un altro giorno.