Il “Barbiere” non è una farsa. Basta buffonate, niente goliardate. E Pizzi lo riporta alla commedia. Un’apoteosi

NOSTRO SERVIZIO * PESARO, martedì 14 agosto ► (di Carla Maria Casanova) E infine il “Barbiere”. Troppo facile preconizzare alla Adriatic Arena un successo epocale. Il “Barbiere di Siviglia”, composto in 13 giorni, caduto clamorosamente alla prima rappresentazione (Roma, 20 febbraio 1816) e subito, dalla prima replica, accolto trionfalmente, al Rof ha fatto la parte del leone.
È l’unica opera rossiniana mai uscita dai cartelloni e a riproporla c’è sempre il grosso rischio di strafare.
Tutti si sono permessi di tutto, con il Barbiere, anche per un comprensibile desiderio di non ricalcare troppo le precedenti esperienze.  Al Rof  compare in cartellone per la sesta volta. Da subito, con una eccezionale prerogativa: l’edizione critica di Alberto Zedda, lo specialista rossiniano che nel lontano 1959 aveva scoperto nella partitura corrente errori e misfatti e con anni di studi e ricerche, condotte in seno a Casa Ricordi, la riportò alla sua concezione originale. Dava così anche origine alle edizioni critiche di tutto il repertorio lirico italiano del primo Ottocento. Evento storico.
Ma era fatale che la popolarità immensa acquisita dal “Barbiere” non riuscisse a depurarlo da una quantità di trasgressioni che vengono tuttora puntualmente perpetrate, nell’esecuzione o nell’allestimento.
Cosa fare per distinguersi?

Pietro Spagnoli, Michele Pertusi, Armando De Ceccon, Maxim Mironov (foto Amati Bacciardi)

Pier Luigi Pizzi, presenza pesarese costante (basti dire che vi ha prodotto tre “Tancredi” diversi) nella sua pur lunghissima carriera il “Barbiere” non lo aveva  affrontato mai. Né a Pesaro né altrove. Uomo di teatro di raffinato gusto e cultura, con la collaborazione di Massimo Gasparon, si è preoccupato in primis di focalizzare l’ambientazione dell’opera: non la buffonata, la commedia dell’arte, Goldoni, ma il 700 di Beaumarchais, autore del primitivo testo.
A questo punto l’opera ridiventa la “commedia”, come è definita sul frontespizio, e non “farsa”. La collocazione aristocratica salta all’occhio all’aprirsi del sipario: sono due piccole rigorose strutture architettoniche a specchio, illuminate da luce piatta, bianchissima (colore che, con il nero, domina tutta la scena). Non compaiono orpelli né oggetti di “culto” quali parrucche o insegne. I musicanti che fan la serenata a Rosina sono ammantati in spagnoleschi severi costumi neri; il Conte Almaviva, un biondo Amleto in elegante camicia bianca a jabot, risponde perfettamente a quello che sa di essere (“un uom del mio rango”) e Figaro, in attillata marsina bianca e nera, faccendiere di un certo tono, si prende l’agio di lavarsi i piedi nella fonte della piazza (che è la replica della fontana di Pesaro). Poi, Figaro, verrà sulla passerella di proscenio a cantare “largo al factotum” a torso nudo. Siccome ha un fisico che può permetterselo, il successo è ancor più convinto. Don Bartolo è un aristocratico signore convinto di essere ancora appetibile, anche per la giovane pupilla. Pizzi gli ha imposto l’erre moscia, vezzo che si addice a pennello al personaggio. Don Basilio, niente a che vedere con il solito pretaccio sporco e gaglioffo, è un severo maestro di musica (anche maestoso, trattandosi di Pertusi). Rosina non implica nessuna particolare recitazione: una vivace ragazzetta.

William Corrò, Aya Wakizono, Pietro Spagnoli, Davide Luciano

Pizzi ha dato spazio a un personaggio in più, di solito emarginato: la governante Berta, che riporta in scena Elena Zilio, indimenticata soubrette celebre (trent’anni fa) per le sue parti en travesti.
Non tutto il cast è strepitoso, ma ci sono tre punti di forza di eccezionale qualità: il vigoroso, scattante Figaro di Davide Luciano (baritono beneventano con studi di pianoforte, basso, percussioni e chitarra), Pietro Spagnoli, nella magistrale interpretazione del Tutore don Bartolo e il grande Michele Pertusi che, dopo aver dovuto rinunciare alla prova generale per improvvisa indisposizione, è tornato in azione in piena forza, fisica, interpretativa  e vocale. Si può immaginare cos’è successo quando ha cantato la Calunnia, vero pezzo da antologia. Un po’ debolini ma dignitosi  Maxim Mironov (Almaviva) e Aya Wakizono (Rosina).
Grande applauso di affetto per la Berta di Elena Zilio.
C’è un bel direttore a capo dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI: il versatile canadese Yves Abel, che con il Rof vanta presenze dal 1995.
Il Coro del Teatro Ventidio Basso diretto da Giovanni Farina, recente conquista del Rof, si è fatto applaudire senza riserve. Lo spettacolo, aperti tutti i tagli possibili, è lunghetto: 195 minuti compreso l’intervallo (105’ solo il primo atto). Comunque, apoteosi.

“Barbiere di Siviglia”. All’Adriatic Arena. Repliche 16, 19, 22 agosto, ore 20

Da un incredibile marasma di confusi e imprevedibili percorsi, un gioiellino: “Adina”. Con Lisette Oropesa. Straordinaria

NOSTRO SERVIZIO * PESARO, lunedì 13 agosto ► (di Carla Maria Casanova) Si sapeva che ci sarebbe stato da divertirsi e i posti del Teatro Rossini, anche per le repliche, sono andati via in un baleno. “Adina”, farsa in un atto (brevità, gran pregio!) ha una genesi complicata e anomala. Fu commissionata a Rossini nel 1818 da un misterioso personaggio portoghese e destinata forse a una primadonna da lui “protetta”,  ma poi c’è una lettera di contratto indirizzata a Rossini da tale Emanuele Gnecco, banchiere genovese (altro protettore della signorina?). Le relazioni, si sa, hanno percorrenze imprevedibili. Fatto sta che l’opera andò in scena solo otto anni dopo, lasso di tempo insolito per Rossini. Insolito, se non altro in così massiccia misura, anche l’intervento di collaboratori e copisti, oltre al ricorso degli autoimprestiti, per la stesura della musica. Pure il libretto, che porta l’altisonante nome di Gherardo Aldobrandini Bevilacqua, pittore e letterato, si rifà a un preesistente scritto di Felice Romani dal titolo “La figlia del Califfo”. Che da tanta confusione sia sortito un gioiellino è uno di quei miracoli non infrequenti nel teatro rossiniano.

Levy Sekgapane e Lisette Oropesa in una scena di “Adina”

L’opera ebbe però una sola rappresentazione, a Lisbona, nel 1826, per ricomparire in epoca moderna solo nel 1963 all’Accademia Chigiana di Siena.
Al Rof arrivò nel 2003. Per l’occasione fu recuperata e restaurata la storica berlina di gala dei marchesi Mosca, settecentesco cimelio del patrimonio artistico pesarese.
Il titolo originale dell’opera indica una precisa collocazione: il Serraglio di Bagdad. Rosetta Cucchi, temeraria regista pesarese, approdata alla regìa nel 2001 e da anni attestatasi al Wexford Opera Festival (che coproduce questa “Adina”), di Bagdad si è fatta un baffo. Con l’abile scenografo Tiziano Santi, la costumista Claudia Pernigotti e l’autore-luci Daniele Naldi, ha collocato la sua Adina in un non-tempo dominato da una enorme torta nuziale lungo i cui piani si svolge la vicenda. Come vuole la migliore tradizione, anche qui amori difficili, ma in un contesto inusitato: Adina, pupilla del Califfo suo prossimo sposo, gli è onestamente affezionata (per una volta, non si tratta di un improbabile vecchio panzone, ma di un fin troppo aitante marcantonio). Solo che, all’improvviso, ricompare il vecchio – cioè giovane – fidanzato creduto morto e Adina, dopo un sacco di ripensamenti e rimorsi, rendendosi conto di esserne ancora innamorata, decide di fuggire con lui. Dopo varie vicissitudini, tutto finisce in gloria anche perché, colpo di scena, il Califfo scopre di essere il padre di Adina.
Rosetta Cucchi, oramai regista internazionale, viene da una formazione musicale seria (è stata per anni accompagnatrice di recital di cantanti), e sa come gestire la materia.
Nei miei primi anni di pianista, a Roma”, dice la Cucchi, “vivevo con un gruppo di giovani attori che mi hanno presto contagiata. Avevamo formato anche una compagnia, e in questa formazione abbiamo girato l’Italia. Da allora ho sempre pensato che non mi sarei orientata esclusivamente verso la carriera di solista ma avrei inteso la musica nel senso più lato di teatro musicale”. Spesso provocatoria, qui la regista si muove con brillante candore.

Vito Priante e Matteo Macchioni (foto Amati Bacciardi)

Ha per le mani un bel cast: il prestante baritono napoletano Vito Priante (Califfo) con a suo attivo già numerose incisioni, il tenore sudafricano Levy Sekgapane (Selimo) vincitore di Operalia 2017, ma soprattutto la straordinaria Lisette Oropesa (Adina). Americana di origini cubane, soprano lirico-leggero dotata di agilità, si è diplomata nel 2008 presso il Metropolitan dove si è già esibita in un centinaio di recite. Al Rof debutta ed è stata rivelazione. A suo perfetto agio in scena, ha captato l’interesse del pubblico sin dalla prima aria, la cavatina “Fragolette forunate” (una delle poche pagine scritte da Rossini quasi per intero!). Poi è stato tutto un progredire di applausi.
Sul podio c’è Diego Matheuz, festeggiato dall’Orchestra Sinfonica G.Rossini alla prova generale, giorno del suo 34 esimo compleanno. Matheuz, venezuelano, è, con Gustavo Dudamel, il più felice prodotto dell’istituzione internazionale del Sistema Abreu. Velocemente impostosi in Europa (dal 2011 al 2015 è stato direttore principale alla Fenice di Venezia), dirige per la prima volta al Rof. Prossimi debutti a Vienna e al Bayerische Staatsoper.
Come ci si aspettava, Adina ha sortito un esito entusiastico.
Settantacinque minuti di spettacolo e poi tutti a cena in riva al mare.

Teatro Rossini. “Adina”. Repliche 15, 21 agosto ore 20. sabato 18 ore 16.

“Ricciardo”, guerre e amori, e un pallosissimo primo atto. Ma poi arrivano Pretty Yende e il “divo” Juan Diego Florez

Pretty Yende e Juan Diego Florez in una scena di “Ricciardo e Zoraide”

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PESARO, domenica 12 agosto ► (di Carla Maria Casanova) “Tutta Pesaro impazza. È Festivàle” diremo “alla” Traviata. Città in festa. Il ROF (Rossini Opera Festival) si è inaugurato ieri sera con “Ricciardo e Zoraide”, qui comparso in cartellone per la prima volta nel 1990 (una ripresa nel 1996). È titolo desueto, ma quest’anno ricorrono i suoi 200 anni di vita. E il ROF li festeggia.
Quando compose il “Ricciardo” (1818) Rossini aveva 26 anni. A suo attivo contava una fitta schiera di titoli, buffi e seri, da “Cenerentola” a “Italiana in Algeri”, “Otello”, “Mosè”, “Armida”, “Il barbiere di Siviglia”. Diciamo i suoi più grandi successi. “Ricciardo” non entrò in questo novero.
Risentito ieri (dopo il 1990) mi par di capire il motivo. Il primo atto (95 minuti) è in verità pallosissimo. La vicenda si svolge nel regno della Nubia (storica patria di Aida!) ma qui siamo ai tempi delle Crociate. Si tratta di guerre e di amori, come al solito complicatissimi e contrastati, cui si aggiunge un fastidioso e impiccione amore paterno. In sostanza non succede niente. Solo il Coro, con i suoi commenti via via di giubilo o di sconforto, sembra prendere parte a quanto accade.
Nonostante la musica, bella sì, ma quei recitativi!! lo spettatore si sveglia dall’immancabile torpore sul finire del primo atto (facciamo a 75 minuti dall’inizio) al suono squillante e seducente della voce di Pretty Yende, che canta “Amor!”, cui seguono altri “Amor” dei due tenori. Poi incalzano duetti, terzetti, fino a un Tutti (a sei) cantati in proscenio.
Oso azzardare: se nel primo atto si cominciasse da qui, il godimento sarebbe assicurato. Ma come si fa a tagliare tanta bella musica? Già, non si può. Certo che i recitativi mettono a dura prova. Finalmente, nell’atto secondo tutto si muove. Nonostante il perdurare dei triti avvenimenti, si partecipa a quanto avviene in palcoscenico. È da dire che c’è un cast di gran pregio.

Una scena d’insieme di “Ricciardo e Zoraide”. A sin.: Juan Diego Florez; in centro: Pretty Yende

Protagonisti Juan Diego Florez e Pretty Yende. Florez è un divo assoluto, il tenore dal do facile per antonomasia. La sua voce, se non ha timbro di particolare fascino, fatale caratteristica dei registri di agilità, rientra nel settore dei fenomeni, perfetta come una equazione algebrica, con valenza tecnica strepitosa. Lui è oramai una icona (la sua auto ha targa personalizzata, con sigla che porta le iniziali del suo nome JDF). Uguale fama ebbe negli anni ’60 la leggendaria sua connazionale Yma Sumac, l’usignolo delle Ande (compii prodezze per andare ad ascoltarla). Nel “Ricciardo”, accanto a Florez svetta Pretty Yende, già allieva della scuola di perfezionamento della Scala, oramai assurta a un posto d’onore nel firmamento musicale internazionale. È graziosa, canta bene e con timbro e colore vocale molto belli (qualità rare).
Possente è l”altro” tenore (Agorante) Sergey Romanovsky con voce baritonale dal colore brunito, mentre Nicola Uliveri sfoggia una nuova possanza irrompendo in scena alla grande, nella pur breve parte di Ircano, il ballo impiccione. Assai seducente (applauso a scena aperta) il mezzosoprano Victoria Yarovaya (Zomira), la moglie tradita che alla fine riconquista il marito farfallone. Questo florilegio, forse non sempre sorretto con sufficiente trasporto dalla bacchetta del marchigiano Giacomo Sagripanti a capo dell’Orchestra Nazionale della Rai, serve a risarcire lo stanco spettatore.
L’allestimento (regia del canadese Marshall Pynkoski, scene Gerard Gauci, costumi Michael Gianfrancesco) è concepito come un grande affresco tradizionale occupato da una opulenta tenda di accampamento bellico, poi da una struttura fissa ad arcate con fondale di paesaggio marino. Le masse si muovono geometriche e compassate, i frequenti spazi orchestrali sono riempiti da stereotipati balletti. Un grazie di cuore comunque a Pynkoski per avere scartato la solita trasposizione in epoca attuale, con l’immancabile situazione di conflitto mussulmani-cristiani.
Il “Ricciardo” è un “dramma serio”. Un Rossini dove non si sorride, e tanto meno ride, mai. Vien fatto allora di domandarsi come sia stata possibile, per l’edizione 1990, una delle realizzazioni più spassose – e premiate – mai apparse al Rof. Era regista Luca Ronconi che, con una irresistibile lettura ironica, aveva sistemato l’azione nel deserto, con una tale quantità di rocambolesche invenzioni da suscitare in teatro reali scoppi di ilarità. Persino gli orpelli dei costumi erano comici. Quando si dice la regia. Certo, si trattava di Ronconi. Per fortuna (o purtroppo) il tempo passa e la memoria non sempre è lunga. Niente paragoni.
“Ricciardo e Zoraide” 2018, 150° anniversario rossiniano, ha avuto ieri sera all’Atlantic Arena del ROF esauritissima (1200 posti) un’accoglienza trionfale.

Repliche 14, 17, 20 agosto, ore 20

“Ma quando vien lo sgelo”, canta Mimì. Intanto, dopo prove massacranti, s’è “sgelata” l’orchestra. In un tableau vivant

Elena Mosuc (Mimì)

TORRE DEL LAGO (Lucca), sabato 28 luglio ► (di Carla Maria Casanova) Corre una voce, a Torre del Lago: qui è come fosse il manico dell’ombrello. Anche se il cielo è procelloso, se a Viareggio diluvia, se la meteo annuncia temporali e pioggia, a Torre del Lago il cielo “gira”, si apre. Insomma, non piove. Per un teatro all’aperto, non è da poco.
L’ho sperimentato alla prova de “La Bohème”, terza opera in cartellone: le previsioni non davano speranze. Gli smartphone, consultati con apprensione, citavano irrevocabilmente acqua. Il cielo presentava nuvoloni plumbei. E due gocce sono anche arrivate. Due. Poi il cielo è “girato”, si è aperto.
Se la prova generale dell’opera è durata cinque ore e mezza, il motivo è un altro: l’orchestra e coro, che da anni collaborano con i complessi del Puccini Festival (tra poco impegnati, tra l’altro, nella trasferta in Finlandia, al Festival di Savonlinna), sono quelli del Teatro dell’Opera di Tblisi (Georgia) e i bravi professori si erano diligentemente preparati in patria, però ciascuno per conto proprio, sulla sua parte: insieme non avevano ancora provato.
Si sa che, in orchestra, quello che conta è suonare insieme. Il direttore Alberto Veronesi si è sentito mancare rendendosi conto del lavoro che gli si parava davanti per ottenere il risultato voluto o per lo meno accettabile. Eppure ce l’ha fatta, con un tour de force eroico. Forse anche aiutato dal particolare che “La Bohème” è una delle opere che ha nel cuore, non fosse che per l’afflato che si sprigiona da quelle note di Mimi, “ma quando vien lo sgelo, il primo sole è mio” (“Un momento di bellezza musicale indescrivibile,- dice Veronesi – che lascia senza fiato”).

Lana Kos (Musetta)

Ecco, da lì il miracolo si è compiuto anche con lo “sgelo” dell’orchestra, che ha imposto però prove massacranti. Per Alfonso Signorini, regista dell’opera, la frase su cui puntare è stata un’altra: atto terzo: “Soli d’inverno è cosa da morire…ci lasceremo alla stagione dei fiori” si dicono i due amanti che, consci della prossima fine della loro storia, cercano qualsiasi scusa per farla durare ancora un po’. Ecco dunque una regìa incentrata sul rapporto strettissimo di questi giovani squattrinati e solitari, la cui profonda esigenza sta nella compartecipazione, nel bisogno di sentirsi uniti e amati.
Il lavoro di Signorini si allarga alla ambientazione dell’opera, nella Parigi metà Ottocento, quella inconfondibile degli Impressionisti. “Mi sono ispirato a questa pittura in modo a volte maniacale – dice il regista – nella ricerca dei tessuti, dei colori, della luce”. Con la collaborazione di Leila Fteita (scene e costumi) ne è uscito uno spettacolo splendido, un “tableau vivant” di eleganza sopraffina. Taglio scenico suggestivo, concentrato in un primo piano al centro del palco del Gran Teatro all’aperto, dominato dal fondale dei tetti di Parigi. In più, in cielo, la luna piena.
Ma questo è stato un regalo optional del Buon Dio.
Altri due regali inaspettati nel cast: la voce ampia e morbidissima del tenore  Francesco Demuro, ideale Rodolfo, e la sorpresa di Lana Kos (Musetta) prelevata dal cast di “Turandot”, dove già si era fatta notare come Liù. Graziosa trentenne croata con voce di bellissimo timbro e di sicuro istinto musicale è riuscita, come qualche rara volta accade, a polarizzare la presenza femminile oscurando persino la protagonista (Elena Mosuc). Un’ottima prova hanno dato anche Mauro Bonfanti (Marcello), Alexandar Stamatovic (Colline), Daniele Caputo (Schaunard).

Replica: 3 agosto (con nuovo cast). Il ricchissimo cartellone pucciniano prosegue con “Manon Lescaut” (in forma di concerto), “Madama Butterfly”, “Il Trittico”.