Un testo sfumato, criptico, ma non assurdo. In luoghi-non luoghi: una città, la stazione, un’azienda. Ma tutti interiori

LUGANO (CH), mercoledì 21 febbraio – ► (di Marisa Marzelli) Il LAC (Lugano Arte e Cultura) continua la sua politica di farsi sempre più centro di (co)produzioni teatrali e non solo offrire un cartellone di spettacoli in tournée. Questa volta, in associazione con quattro enti italiani di rilievo (Teatro Stabile del Veneto, Elfo, Emilia Romagna Teatro, Teatro Piemonte Europa), il 20 e 21 febbraio ha debuttato The City, del reputato drammaturgo inglese contemporaneo Martin Crimp, un lavoro scritto nel 2008 e andato in scena al Royal Court Theatre di Londra (nel cast c’era Benedict Cumberbath!). Prima assoluta in lingua italiana. La regia è di Jacopo Gassmann, figlio di Vittorio, fratello minore di Alessandro.
Dimenticata per il momento l’esplorazione di quel teatro contemporaneo che corteggia borderline danza, performance, videoinstallazioni e quant’altro, questa nuova operazione del LAC è puro teatro di parola. Costellazione: teatro dell’assurdo.
Datato? Fuori tempo?
Niente affatto.
Martin Crimp (nato nel 1956, autore sinora di una ventina di titoli) è definito da alcuni il Pinter del XXI secolo. Non a caso, la traduzione di The City è opera di Alessandra Serra, diventata nel 1989 traduttrice ufficiale e portavoce di Harold Pinter.
Chi ha qualche dimestichezza con i palchi dell’assurdo non si stupisce certo che la gente sia circondata da rinoceronti, che un commesso viaggiatore si svegli una mattina trasformato in scarafaggio o che Godot non arrivi mai. Ma quelli e altri testi diventati classici sono, ai nostri occhi, metafore che ci sembra di saper palleggiare ormai bene. Sotto questo aspetto il testo di Crimp è più sfumato, criptico, apparentemente ancora legato ad una narrazione in qualche modo naturalistica, con i piedi ben piantati nella società reale.

Una coppia si ritrova la sera a casa, a lui oggi in azienda non funzionava il pass, poi un collega gli ha detto che la società “sta ristrutturando”. Lei, che fa la traduttrice ma vorrebbe diventare una vera scrittrice, ha fatto un incontro strano, un’infermiera trascinava via una bambina che il padre stava cercando. L’infermiera è anche (forse) una vicina di casa ed ha un marito medico, al fronte in una guerra lontana. Dubbi, tante contraddizioni nelle parole distratte dei protagonisti, un’inquietudine vaga e mai approfondita. Si scoprirà alla fine che la città (The City) è tutta interiore, costellata di non luoghi come l’azienda o la stazione.

È un testo dai significati multipli – esistenziali ma c’è anche un ragionare e un interrogarsi su che cosa sia la creazione artistica –, non facile anche perché non cerca la partecipazione emotiva del pubblico e richiede concentrazione sulle sfumature del linguaggio.
La visivamente raffinata regia di Jacopo Gassmann ne ha fatto un atto unico di circa un’ora e mezza; singole situazioni fanno avanzare il tempo narrativo e sono separate da stacchi a volte da cesura cinematografica. Scena (di Gregorio Zurla) che raffigura una fuga di stanze in prospettiva, separate da tenui sipari apribili di tulle con pochi oggetti, ben scelti cromaticamente, da interno borghese. Adeguate le luci (Gianni Staropoli) e l’accurato disegno sonoro (Zeno Gabaglio). Ottimi gli attori: Lucrezia Guidone, Christian La Rosa, Olga Rossi e la giovanissima Lea Lucioli (per la prima volta sul palco). Nell’insieme uno spettacolo di qualità, ben meditato e coerente. Peccato per un neo (si potrà forse aggiustare nelle repliche): una certa mancanza di ritmo ed energia che tende ad eccessivo minimalismo e rischia di generare momenti di noia.
(Spettacolo visto alla prima del 20 febbraio al LAC di Lugano).

TOURNÉE
The City, dopo l’esordio luganese, sarà in scena a:
Padova (Teatro Verdi, dal 28 febbraio al 3 marzo)
Venezia (Teatro Goldoni, dal 7 al 10 marzo)
Bologna (Teatro Arena del Sole, dal 14 al 17 marzo)
Torino (TPE Teatro Astra, dal 19 al 21 marzo)
Perugia (Teatro Morlacchi, 23 e 24 marzo)
Milano (Teatro Elfo Puccini, dal 2 al 7 aprile)

 

Orsini/Branciaroli, due vecchi “ragazzacci”. Dopo dieci anni di silenzio, non rinunciano a farsi ancora dispetti e ripicche

MILANO, mercoledì 17 gennaio – (di Paolo A. Paganini) – Un dramma e una commedia sul “De senectute”. Non faremo una ricerca di archeologia letteraria, da Cicerone (44 a. C.) o da Seneca (62/65 d. C.), con classici ed Epistole di eterna attualità. Ma parlando di vecchiezza (o vecchiaia) in ambito teatrale, è un motivo di esultanza riferire di due “mostri” di fascino recitativo, che sono oggi un onorifico vanto di longevità sulle tavole dei palcoscenici: Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Ieri sera al Piccolo Teatro “Strehler”, quasi pieno in ogni ordine di posti, hanno forse segnato la rinascita del teatro italiano (dopo le reclusioni sanitarie e psicologiche imposte dal Covid).
I nostri due grandissimi attori, Orsini (classe 1934) con 60 anni di professione, e Branciaroli (classe 1947) con 50 anni di onorato servizio, sono dunque legittimati (per età e per eccezionale fascino professionale) a parlare di vecchiaia. Non solo a parlarne ma a recitarla sulla loro pelle con l’impronta di tante esperienze.
La commedia, spensierata, beffarda, irresistibilmente comica, ispirata all’autorevolezza di Neil Simon, e con la regia di un altro grande attore, Massimo Popolizio, anche lui con qualche anno sulle spalle (ha superato i 60 anni, ma ha 40 anni di teatro), sono dunque due protagonisti più uno, con molte medaglie al merito.
La commedia di Simon è qui trattata non solo con la maschera della vecchiaia (quella c’è, e amen), ma con un incontenibile desiderio di far ridere a tutti i costi. E per due ore, con un intervallo, ci riescono senza pietà. A volte, sfiorano la caricatura. Ma ci sta bene anche questa. I vezzi, i capricci, le piccole ribellioni, le ataviche manie, l’insanabile vocazione a uno smodato eterno menefreghismo, sempre con tutti i sintomi del protagonismo. Orsini e Branciaroli sono dunque qui due attori che rappresentano, come impone la scrittura di Simon, due vecchi attori di Varietà, che dopo un decennale autoimposto silenzio (ah, i capricci senili!) non si sono più rivolti la parola. Ora, vengono chiamati, nella finzione scenica, a ritrovarsi di nuovo in scena per provare per una sola volta i numeri d’un loro vecchio spettacolo di Varietà. Bizze, litigi, offese, dispetti subito riemergono come se il tempo non fosse passato. Ne succedono di tutti i colori, compresi gli acciacchi, le perdite di memoria, le ipocondrie, e con un tenero finale di malattia, che rappresenta la piega amara, tra rimpianto e nostalgia, di un glorioso genere teatrale, il Varietà, ormai finito sotto i colpi di mannaia del cinico e appiattito strumento televisivo. Storia di un mondo finito.
Ma, forse, i due vecchi amici/nemici si ritroveranno sotto il tetto di un ospizio per vecchi attori…
Orbene, se volete passare due ore di straordinaria felicità (e se volete credere a un sottoscritto con più di mezzo secolo di scrittura teatrale) non perdetevi questa occasione: vedrete uno spettacolo comico/sentimentale di poetiche tenerezze, forse ritroverete anche gli antichi sapori del vecchio indimenticabile Varietà, ma soprattutto vedrete in scena due amatissimi attori (che con un analogo spettacolo sulla vecchiaia abbiamo visto, ancora in coppia, esattamente due anni fa). Allora si trattava di “Pour un oui ou pour un non” di Nathalie Serraute, visto al Piccolo Teatro Grassi, ma era tutta un’altra cosa. Tutto costruito sulle finezze letterarie degli amati stilemi filosofici della Serraute. Qui ora non ci sono arzigogolati stilemi, ma un godereccio spettacolo che non va alla testa, ma, con altrettanta nobiltà, alla pancia, sempre con raffinata bellezza e inesausta e saziata felicità.
Si replica fino a mercoledì 31 gennaio.

I RAGAZZI IRRESISTIBILI, di Neil Simon – con Umberto Orsini e Franco Branciaroli, e con Flavio Francucci, Chiara Stoppa, Eros Pascale, Emanuela Saccardi – regia Massimo Popolizio. Una produzione Teatro de Gli Incamminati, Compagnia Orsini, Teatro Biondo Palermo, in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano.

Tournée

MILANO – Piccolo Teatro Strehler – dal 16 al 21 gennaio
SONDRIO – Teatro Sociale – 22 gennaio
NAPOLI – Teatro Diana – dal 24 gennaio al 4 febbraio
BRUGHERIO – Teatro San Giuseppe – 7 e 8 febbraio
PAVIA – Teatro Fraschini – 9, 10, 11 febbraio
MANTOVA – Teatro Sociale – 13 febbraio
PORDENONE – Teatro Verdi – 14 e 15 febbraio
TREVISO – Teatro Mario Del Monaco – 16, 17, 18 febbraio
TRIESTE – Teatro Il Rossetti – 19 e 20 febbraio
GORIZIA – Teatro Comunale – 21 febbraio
PALMANOVA – Teatro Gustavo Modena – 22 febbraio
BOLOGNA – Teatro Duse – 23, 24, 25 febbraio
COLLE VAL D’ELSA – Teatro del Popolo – 26 febbraio
BENEVENTO – Teatro Vittorio Emanuele – 28 febbraio
PALERMO – Teatro Biondo – dall’1 al 10 marzo
FIRENZE – Teatro della Pergola – dal 12 al 17 marzo
FOGGIA – Teatro Umberto Giordano – 19 e 20 marzo
SALERNO – Teatro Verdi – dal 21 al 24 marzo

 

Auguri 2024. Quest’anno il nostro giornale riserva a tutti i Lettori e agli Amici un inusuale “pensiero”

Un simbolico omaggio ispirato da una quasi centenaria famiglia teatrale, che, dagli anni Trenta, dà il proprio contributo ai palcoscenici italiani. I membri di questa fedele e singolare famiglia vengono, in parte, presentati qui sotto, sperando che ciò sia di buon auspicio per un anno di gratificanti soddisfazioni teatrali. Apre il capostipite, vittima ancor giovane, nell’immediato Dopoguerra, di un’assurda tragedia.

Spartaco Paganini, attore e artista incisore. Nato a Verona l’8 luglio 1911. Morì tragicamente all’Arena di Verona il 5 maggio 1945. Era il giorno della consegna delle armi agli Alleati da parte dei partigiani. L’anfiteatro era stracolmo di gente, che salutava il corteo dei quasi cinquemila partigiani che avevano sfilato per le vie di Verona per poi accedere all’interno dell’Arena. Una pallottola, rimasta in canna di un fucile gettato sul camion, esplose e fece partire il colpo, che finì proprio nel cuore di Spartaco Paganini, che stava entrando in Arena sotto braccio con altri due colleghi attori. Colpito si accasciò subito, mormorando: “Mamma!”. Il collega, che ancora non aveva capito, lo apostrofò: “Ma smettila di recitare sempre!”. Ma questa volta non stava recitando. Il marmo tombale al Cimitero monumentale di Verona porta la scritta: “Spartaco Paganini / N. 8.7.1911 – M. 5.5.1945 / Volontario della libertà / caduto tragicamente / nel secondo Risorgimento della Patria” – (Lo scrivente – direttore del giornale e nipote della vittima – è stato testimone di quel tragico e assurdo incidente – p.a.p.).

Antonietta Pilotto Paganini, (1933 – 2019) diplomata al Conservatorio di Verona, specializzata in musica da camera al Conservatorio di Milano. Dopo un inizio professionale in un complesso lirico (tournée anche in Spagna con un repertorio pucciniano), si dedicò a recital concertistici in Veneto e in Lombardia, dedicandosi poi all’insegnamento della musica nella scuola secondaria di primo grado.

Spartaco Paganini, di origine veronese, visse ad Ancona per decenni. Qui si fece conoscere sin dalla fine degli anni Sessanta, come operatore culturale, promoter e organizzatore di eventi legati al mondo della moda e dei concorsi di bellezza. Una vita molto intensa, la sua, legata al mondo dello spettacolo. Paganini era anche attore (teatro, cinema e fiction). Aveva gestito le stagioni di prosa di vari teatri: ad Ancona (lo Sperimentale), Maiolati Spontini, Loreto, Porto San Giorgio e Civitanova Marche. Era stato anche il promotore del “Festival dell’Operetta” di Ancona, nonché direttore artistico di Teatro Donna. È morto a Senigallia, a 65 anni, dopo una breve malattia.

Francesca Paganini diplomata alla scuola del Piccolo Teatro. Con Franco Parenti il debutto, con “Gran Can Can” e “Il malato immaginario”. Nel 1982/83: co-protagonista con Valeria Moriconi ne “La Venexiana”. Si succedono scritture importanti, da TSB (Teatro stabile di Brescia) con “Il tartufo”, reg. Mina Mezzadri; a stabile di Genova con “l’egoista” (M. Sciaccaluga, Alberto Lionello). Fino alla conduzione de “L’albero azzurro per 4 anni (1990/1994). Creazione della compagnia della Magaluna con la quale gira in tutta Italia fino al 2012, data d’inizio del suo percorso di insegnante di scuola primaria.

Ilaria Paganini. Nata a Verona l’8 settembre 1969. Ballerina per varie produzioni per la TV Fininvest dal 1990/93. Per il Musical “Cats”, originale tedesco, ballerina cantante 1993/1994. Per la compagnia di Carla Fracci ballerina e solista per vari balletti: Giselle, Francesca da Rimini e Cenerentola 1995/97. Ballerina per programma RAI: “Ci vediamo in TV” con Paolo Limiti 2001/2003. Ballerina solista nella Compagnia di danza contemporanea di Susanna Beltrami nei balletti: El Diablo e Sagra della primavera 1987/88. Ballerina nella Compagnia di danza classica Anna Razzi nei balletti: Le Cid de Campeador, Le Silfidi, Francesca da Rimini (1998/99).

… E, per ora, la dinastia teatrante dei Paganini si chiude con la giovane: Valeria Chantal Pini (1986), attrice specializzata in Teatro-Terapia, in varie scuole di recitazione, tra cui: la scuola Borgo Teatrale, Pantagruele Teatro delle Arti, scuola Associazione teatro Gost…

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Grandioso perfetto. Ma c’è qualcosa che non va. Qualcosa di ferocemente sbagliato. Eppure bellissimo, monumentale

MILANO, venerdì 8 dicembre ► (di Carla Maria Casanova) – Confesso. È la prima volta, in tanti anni, che la inaugurazione della Scala mi ha messo a disagio. Nei giorni scorsi ho visto la fila di persone che attendeva la possibile, non probabile, assegnazione di uno dei 144 posti del loggione, la quale sarebbe avvenuta solo il 7 mattina, per estrazione (con notaio, credo). Alcuni di questi postulanti dicevano: Per me è  la prima volta… Io vengo alla Scala dal 2007, Io dal 1995!!!…
Io – che firmo- alla inaugurazione della Scala vengo dal 1960, ininterrottamente (Covid escluso). Ho un record assoluto. Non è per fare la gradassa. È solo una questione di anzianità. Sono la più vecchia… Ho visto tutto, sentito tutto.
Questa volta c’è qualcosa che non va più. C’è qualcosa di ferocemente sbagliato in tutto quanto.
La frenesia delle informazioni intorno a questa prima ha raggiunto il parossismo: 35 collegamenti cittadini, 20 mondiali (cito a caso). Riprese tecnologiche in 4 k (quattro volte superiore all’HD, per chi se ne intende). Nel mondo, tutto ha da essere più. Più grande, più bello, più costoso, più lungo, più fenomenale. Basta che sia più.
La sublime Lucilla dell’ufficio stampa scaligero mi ha chiamato alle 22 di ieri con voce rotta. Scusa se ho giù la voce, connetto ancora per poco. Quest’anno vi mandiamo gli inviti per mail. Devo fare ancora tutti i biglietti. I programmi di sala non sono ancora arrivati. Sentiamoci domani mattina…
La Scala inaugura la stagione per la duecentoquarantesima volta o giù di lì. Tutto regolare. Regolare un bel niente. Mezzo, o certamente un quarto di mondo sta soffrendo fame, freddo, sevizie, torture inenarrabili. Nel 2050 non ci sarà più acqua da bere. Mangeranno (per fortuna sarò morta) carne vegetale, broccoli in pillole, si sposteranno sui droni personali, affitteranno voli per Luna, Marte, Venere… Per Giove! Sì, anche per Giove!
Ieri sera mi si è rotto un filo della collana della Traviata di Rio (1951) della Tebaldi, avuta da lei in dono. È un gioiello teatrale molto importante, lo posso indossare solo a una prima della Scala. Il mio gioielliere mi ha fatto un piacere: stamattina l’ha reinfilato. Vado alla Scala. Però diamoci una regolata.
Qualcosa non va più.
Il concetto vi dissi. Or ascoltate com’egli è svolto. Andiam. Incominciate!
Milano. Teatro alla Scala. Don Carlo di Giuseppe Verdi inaugura la Scala per la quinta volta.
È opera monumentale. Grandiosa. Bellissima. I rifacimenti sono stati tanti, dalla prima di Parigi (1867) in francese, Carlos con la s finale e in 5 atti. Pochi mesi dopo a Bologna già la s non c’era più. Così alla prima scaligera, marzo poi 26 dicembre 1868, Però gli atti sempre 5 e il balletto. Poi il pubblico (italiano sia chiaro) si era lamentato: troppo lungo. Allora, per il ritorno alla Scala nel 1884, Verdi taglia. Gli atti sono quattro. Torneranno ad essere 5, alla Scala, solo due volte: nella stagione del bicentenario (1977), con Abbado, e nella ripresa con Myung Whun Chung 2017. Sennò, sia Muti (1992) sia Gatti (2008) lo riprenderanno in 4 atti.
Che fosse da tagliare, mi pare buona cosa, peccato proprio l’atto di Fontainebleau, il flash back che introduce la storia, là dove si capisce perché Elisabetta e Carlo si innamorano. Pazienza. Oramai sappiamo tutti com’è andata. E poi non sarà nell’opera lirica che cerchiamo spiegazioni. Anche così Don Carlo pullula di pagine, arie, duetti sublimi. Tutto da ascoltare.
I paragoni tra le diverse produzioni, anche solo delle precedenti edizioni scaligere, si sprecano. Stamattina su Rai 5 hanno fatto passare quella del 2008. Confronti inevitabili. Nell’edizione di oggi alla Scala il cast non è dei più omogenei, anche se le singole voci sono tra le migliori sul mercato. Ieri sera, dopo il primo duetto Filippo/Posa, mi è venuto spontaneo: Pertusi (Filippo) supera tutti. Timbro vocale, dizione, intelligenza, presenza, personalità: che artista! È stato un vero dolore quando il sovrintendente Meyer è venuto alla ribalta per annunciare che Pertusi aveva avuto un improvviso abbassamento di voce e avrebbe continuato alla meglio. Proprio prima della sua grande aria “Ella giammai m’amò!” L’ha cantata da grandissimo professionista ma che peccato!
Gli altri: Francesco Meli (don Carlo) è corretto, sincero; Luca Salsi (Posa) con la grande voce che oggi gli fa cantar tutto, qui ha anche una affettuosa partecipazione personale ma gli manca proprio l’aplomb del “marchese, duca siete” (Bastianini dove sei); Anna Netrebko (Elisabetta) vent’anni fa additata come soprano rivelazione prima al mondo (forse allora quasi lo era) è una brava cantante cui continuo a non riconoscere una spiccata personalità, anche se la voce è bella. Ma è difficile inventarsi regine.
Elina Garanča (Eboli) mezzosoprano lettone assai avvenente, ha puntato sul sottile lato perfido del personaggio (ma quando si è gelosi si sa…) poi redimendosi nell’appassionato celebre “O don fatale”. In alcune repliche subentrerà la nostra Veronica Simeoni.
Nei panni del paggio canta Eliza Verzier. Sul versante maschile c’è stata una sostituzione nel ruolo del Grande Inquisitore, affidato al basso Jongmin Park. Un bel bassone però siamo molto lontani, specie per la terrificante presenza che questo “Prelato” dovrebbe avere, dai grandi interpreti del passato.
Sul podio di Orchestra e Coro della Scala c’è il direttore musicale Riccardo Chailly, alla sua decima inaugurazione di stagione. È direttore esperto, accurato, attento. Forse sono stati i tempi un tantino lenti a non accontentare tutti? Ma ricordate quella volta che qualcuno dal loggione gridò: “Tempi da banda!” a Kleiber? A Carlos Kleiber. Per fortuna Toscanini era morto. Punto.
Eccoci allo spettacolo.
Sala esauritissima. Il palco reale rimpannucciato con decorazione floreale da presepio. Al posto del Capo dello Stato sedeva la senatrice a vita Liliana Segre.
In scena, spettacolo grandioso, dignitoso, scaligero perfetto. Tetro quel tanto che basta. (Impianto scenico di Daniel Bianco). Subito una cancellata e così sappiamo che di libertà qui non si parla.
L’atmosfera non si rallegra mai, nemmeno nell’atto lieve della “Canzone del velo” atto che però viene popolato da personaggi variopinti (costumi Franca Squarciapino) tra cui una piccola animata folla di coloratissimi nani (pardon: signori diversamente alti) addobbati con vestitini sgargianti.
Poi torna l’impianto turrito con le pareti di alabastro che si srotolano per aprire gli spazi. Non è roba stupefacente, si è visto ben altro. Ma viene la scena dell’Autodafè, davvero grandiosa. Un impatto da lasciare a bocca aperta. Da ricordare.
Onore qui anche al regista Lluis Pasqual, che per il resto non si è lasciato cogliere da imput di esagerata fantasia. Il suo operato non è stato apprezzato dal pubblico che, alla fine, ha emesso a sua intenzione sonori buu. Lo spettacolo dura 182 minuti più 60 dei due intervalli. 7 repliche fino al 2 gennaio (dicono “tutte esaurite”. E allora come si fa?)
Tradizionale chiusura di serata alla Società del Giardino per la cena di gala con menu succulento approntato per il dodicesimo anno da Caffè Scala che si avvale per la seconda volta dello Chef Enrico Bartolini affiancato Da Davide Boglioli. Tutti i salmi finiscono in gloria.