EXPO 2020, Dubai ► Anche il Piccolo Teatro, con “Matteo Ricci e Xu Guangqi”, per una settimana nel Padiglione Italia

MILANO, mercoledì 22 gennaio I rapporti tra le città e le istituzioni culturali della Repubblica Popolare Cinese e del nostro Paese, che in questo 2020 celebrano anche i cinquanta anni di relazioni, troveranno ampio spazio anche tra le iniziative che dal 20 ottobre e fino all’aprile del 2021 animeranno il Padiglione Italia ad Expo 2020 Dubai, per la quale è previsto un flusso di 25 milioni di visitatori.
Tra le iniziative previste nell’ambito del Padiglione Italia, sarà in programma anche la rappresentazione dello spettacolo “Matteo Ricci e Xu Guangqi”. Sarà uno dei maggiori risultati della proficua collaborazione tra il Piccolo Teatro di Milano e l’Accademia Teatrale di Shanghai, oltre che una storia simbolo della conoscenza e del rispetto tra i popoli e le culture.
Lo spettacolo sarà rappresentato per una settimana nel mese di novembre 2020.
La narrazione della straordinaria amicizia che legò i due uomini di scienza e di fede, “Matteo Ricci e Xu Guangqi”, si farà simbolo della forte connessione che si sviluppò fin dal XVI secolo tra la nostra cultura e quella cinese.
In occasione dell’evento saranno organizzati laboratori e workshop congiunti sul valore della coproduzione internazionale.
L’iniziativa è promossa in sintonia e con il Patrocinio ufficiale del Ministero della Cultura Cinese.
Sarà inoltre possibile vedere esposti per la prima volta al di fuori della Cina alcuni testi originali di Padre Ricci, tanto in latino che in cinese, assieme a una preziosa documentazione messa a disposizione dalla Shanghai Public Library.
Ritroviamo nel personaggio di Matteo Ricci – ha dichiarato il Commissario italiano per Expo 2020, Paolo Glisenti- il tema del viaggio che connota il racconto italiano all’esposizione universale e arricchisce il percorso culturale che si svolgerà nei sei mesi dell’evento nel nostro Padiglione. Altrettanto fondamentali saranno le iniziative formative che si concentreranno sullo scambio culturale con la Cina e con gli altri Paesi partecipanti i cui studenti saranno protagonisti nei nostri spazi educativi”.
La cultura, l’identità, si fondano sulle relazioni tra culture, lingue – dichiara Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa -. Lo conferma il nostro lungo legame con la Cina: sono quasi vent’anni dalla nostra ‘prima volta’ a Pechino, nel 2002, e quindici anni con l’Accademia Teatrale di Shanghai. Expo 2020 Dubai è una straordinaria occasione per presentare lo spettacolo Matteo Ricci e Xu Guangqi, nato dalla collaborazione tra Piccolo Teatro di Milano e Accademia Teatrale di Shanghai. Il significato più profondo dello spettacolo è il potere e il dovere del teatro di essere un ponte, per passare dalla differenza delle culture, che suscitano chiusure, a una cultura delle differenze, aperta al mondo”.

Tutti insieme disperatamente. Rancori vendette tradimenti. Quattro straordinari attori sullo sfondo della guerra cecena

MILANO, sabato 18 gennaio (di Emanuela Dini) Il caos, la disperazione, il rancore, l’alcoolismo, la depressione, i tradimenti, la guerra che tutto domina e tutto pervade. C’è tutto questo, e ancora di più nel dramma “In piedi nel caos”, in prima nazionale al teatro Elfo Puccini, da un testo di Véronique Olmi, autrice francese con origini slave. Uno spettacolo di grande disperazione ma anche di grande forza: fisica, verbale, visiva, emotiva, sonora. Con personaggi – interpretati da Cristina Crippa, Carolina Cametti, Marco Bonadei e Angelo di Genio, quattro attori storici del Teatro dell’Elfo – che il regista Elio De Capitani ha giustamente definito «terribili, intensi e magnifici».
La vicenda si snoda a Mosca, nel 1995 e sullo sfondo c’è la guerra cecena «che all’Europa non gliene frega niente, conflitti locali». Una guerra che ha rimandato a casa Yuri, con una gamba che sta andando in cancrena, depresso, alcolizzato e apatico, sordo all’amore e agli sforzi della moglie Katja che lo ama al punto di dirgli «Sarò la tua cagna, dimmi qual è il mio posto e io ti aspetterò»; una guerra che avvelena gli animi e uccide le relazioni, una guerra che, anche se vista in televisione fa urlare alla disperata Katja «Io sono circondata e invasa dalla guerra».
Tutta l’azione si svolge nella cucina della “kommunalka”, la casa in comune una volta di proprietà degli aristocratici genitori di Babuska. Adesso Babuska, oramai anziana, divide la casa con Yuri e Katja, più il padre di Yuri, vecchio infermo «che si piscia addosso» ma che con la sua pensione garantisce il minimo vitale, e Grisha, sfrontato affarista e delinquentello che traffica col mercato nero e prostitute e diserta una volta chiamato al fronte.
Una piccola comunità di disperati, legati da reciproci rancori e vendette, che affoga nelle miserie quotidiane della caccia agli scarafaggi o della svendita ai turisti tedeschi dei vecchi libri di famiglia. Ma che riesce a trovare sprazzi di umanità in una tazza di tè bevuta insieme, in un tradimento coniugale che regala l’arrivo di un neonato, nell’accettazione della vita che continua perché «vivere non ha alcun senso ma non è una buona ragione per crepare».
Le due ore e un quarto di spettacolo (in due tempi, con intervallo di 15 minuti) sono impegnative per un testo che – soprattutto nel primo tempo – non lascia barlumi di speranza, e per una messa in scena dominata da una fisicità straripante – urla, mobili buttati a terra, spintoni, cadute – che però riesce a fermarsi sempre un centesimo di millimetro prima della violenza. Fantastici i giochi di luci (di Nando Frigerio), lo spiraglio di una porta socchiusa, la mattina d’inverno che arriva dai vetri ghiacciati, la lampada della cucina che oscilla dal soffitto, persino le luci interne dei frigoriferi lasciati aperti e vuoti. Luci che diventano storie e dialogano con gli attori, assumono il ruolo di un vero e proprio elemento di racconto, scandendo momenti e vicende e guadagnandosi giustamente anche una sacrosanta battuta da protagonista «Brindiamo alla luce».
Di una bravura strepitosa tutti e quattro gli attori – finalmente senza microfoni! – e particolarmente emozionante Carolina Cametti (Katja) che alterna amore, disperazione, disincanto in una modalità così avvolgente che verrebbe voglia di salire sul palcoscenico per abbracciarla e consolarla e Angelo Di Genio che dà vita a uno Yuri senza speranza, cinico, sprezzante e depresso ma che riesce a salvarsi facendo outing delle proprie bugie e vigliaccherie.
Uno spettacolo per spettatori forti, sia per la durata sia per la disperazione del testo (ma per fortuna con più di un guizzo d’ironia) e, soprattutto, splendidamente interpretato. Giustamente applaudito. Da vedere.

“In piedi nel caos” di Véronique Olmi. Regia Elio De Capitani. Con Cristina Crippa (Babuska), Carolina Cametti (Katja), Angelo Di Genio (Yuri), Marco Bonadei (Grisha). Produzione Teatro del’Elfo. Al teatro Elfo-Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche fino a domenica 2 febbraio. Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606

www.elfo.org

Roméo et Juliette. La prima parte, sotto tono. Ma dopo l’intervallo riprende vita. Ed è un trionfo di scene entusiasmanti

MILANO, giovedì 16 gennaio (di Carla Maria Casanova)Roméo et Juliette” dall’originale tragedia shakespeariana Romeo and Juliet, dove il protagonista sembrerebbe piuttosto lui. Così nell’opera di Charles Gounod, tornata ieri sera alla Scala nella stessa edizione di 9 anni fa (nata a Salisburgo, riprodotta dal Metropolitan, regia di Bartlett Sher, qui ripresa da Dan Rigazzi).
Con questo titolo è entrato in carica al Piermarini il nuovo sovrintendente Dominique Meyer, che fa suo il progetto preparato da Pereira.
Per Roméo et Juliette, composta nel 1867, otto anni dopo Faust, è accaduto quello che avviene ineluttabilmente in questi casi: il successo strepitoso del Faust (diventata con Carmen l’opera più popolare del repertorio francese) non lasciò più spazio per le posteriori Filemone e Bauci, La regina di Saba, Mireille e, appunto, Roméo et Juliette, la quale tuttavia da qualche tempo è in via di netta risalita. Celeberrima resta la vicenda degli amanti di Verona, diventata prototipo universale della letteratura rosa, sia pur tinta di nero (in musica ispirò tra gli altri Bellini, Berlioz, Čajkovskji, Zandonai…).
Gounod, di forte preparazione religiosa (si occupò a fondo di studi teologici e pensò seriamente di farsi prete), organista e maestro del coro in una chiesa di Parigi, ebbe interesse primario per la musica liturgica ma sentiva profondamente anche il teatro e la musica drammatica. A differenza della maggior parte della musica francese, la sua si distingue per la gravità, dovuta anche alla influenza wagneriana. Eppure, una sua caratteristica peculiare è la grazia lirica, la leggerezza, l’ispirazione melodica. Come dimenticare i suoi celebri valzer ariosi (Faust, Roméo et Juliette)?
L’opera qui in causa, in 5 atti, viene data alla Scala in lingua originale, in due tempi (intervallo dopo la prima scena del III atto). Ieri, la prima parte dello spettacolo ci è parsa decisamente sotto tono. Scenicamente e musicalmente. Regìa poco articolata, scene plumbee, direzione lenta, protagonisti deludenti. Anche l’aria di coloratura di Giulietta (“Je veux vivre”), l’unica aria nota di tutta l’opera, è passata via senza suscitare eccessivi entusiasmi.
Dopo l’intervallo, è stato come se sullo spettacolo si fosse accesa la luce. Il sipario si apre sui tafferugli di piazza tra Capuleti e Montecchi con i fatali duelli che vedono uccisi Tebaldo e Mercuzio. Va detto che il tradizionale Trecento in cui è ambientata la tragedia è posposto al Settecento, con costumi ricchi e ricercati, trasposizione che peraltro non crea inconvenienti. La scena è vigorosamente animata, bello lo strappo del grande velo sulla folla, bello il gioco dell’immenso lenzuolo nel quale si avvolgerà Giulietta diventando il suo sudario. Efficace la scena finale della tomba. Anche il versante musicale ha preso ritmica vitalità.
La direzione vedeva l’esordio alla Scala di Lorenzo Viotti, giovane figlio di Marcello. Dopo un inizio un po’ titubante, il braccio è diventato autorevole, attento a evidenziare con raffinata eleganza anche gli episodi marginali (vedi le chansons di Stéphane e Mercutio).
Una vera e propria progressione drammatica ha sottolineato l’evoluzione sentimentale dei due protagonisti, da ragazzi spensierati ad amanti consapevoli. E gli interpreti. Se nel primo tempo erano parsi addirittura più valenti i comprimari (Frédéric Caton-Capulet, Ruzil Gatin-Tybald, Mattia Olivieri-Mercutio, Jean-Vincent Blot-Duca di Verona e, ottimi, Dan Paul Dinitrescu–frate Lorenzo, Marina Viotti-Stéphane, Sara Mingardo-Gertrude), adesso sono entrati di forza nel gioco i due protagonisti: Diana Damrau e Vittorio Grigolo. Lei, soprano tedesco già nota alla Scala (fu tra l’altro Violetta nella “famosa” Traviata di Tcherniakov, quella del taglio delle zucchine per intenderci) molto bella e agile, si è liberata della sua giocondità adolescenziale per diventare donna appassionata, con una vocalità sicura e luminosa. Emozionante l’aria del veleno.
Per Grigolo, che dieci anni fa era un bulletto smanioso di apparire, è arrivata la maturità e se ancora non riesce proprio a rinunciare a quelle braccia spalancate in attesa dell’applauso (era il gesto di Pavarotti, il quale lo rivolgeva al pubblico con una certa divertita complicità, come a dire: Sono stato bravo, siete contenti?… ed era Pavarotti!), se dunque Grigolo mantiene questo gesto plateale un po’ indisponente nella sua durata, anche piuttosto rischiosa, d’altro canto fa legittimo sfoggio di una agilità davvero sorprendente: si arrampica sul muro del palazzo per raggiungere l’amata Giulietta, spicca salti acrobatici e duella con il rivale Tebaldo con perfetta proprietà professionale. E nel duetto d’amore con Juliette, dopo le segrete nozze, ha avuto accenti e gesti di travolgente passionalità (non per niente passa per il sexy tenore per antonomasia).
Nutriti applausi della sala per il lieto fine. Cioè quello che io, con apparente irragionevolezza, insisto a considerare lieto fine: morire insieme giovani e innamorati. Vedi Aida o (questa volta con qualche reticenza) Norma o Andrea Chénier. Lieto fine nel senso di sorte, per amara che sia, di chi “al vento non vide cader che gli aquiloni”.

Teatro alla Scala- Charles Gounod – Roméo et Juliette. Repliche: 18, 21, 26, 30 gennaio; 2, 13, 16 febbraio.

Tra le lenzuola, più per odiarsi che per amarsi. Notti insonni di tre coppie litigiose. Elena Callegari e Mario Sala all’Out Off

MILANO, giovedì 16 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) “Sleepless – Tre notti insonni”, tre brevi atti unici di Caryl Churchill, vecchi testi del 1982, ma ancora validi oggi con poche rughe ben spianate. Il titolo è di per sé una tautologia, affermazione vera per definizione, ma ripetuta, pleonastica, ridondante, superflua, inutile. “Sleepless” già vuol dire “insonne”, “in bianco”. Ma proseguendo, poi, con “tre notti insonni”, diciamo che è un rafforzativo. E, poi, suona bene.
Si riferisce allo spettacolo in scena all’Out Off (poco più di un’ora), dove la vera scena è un letto matrimoniale, luogo deputato per copule di celebrative effusioni, ma qui, ahinoi, con tre coppie di tre vicende, che non consumano quanto quel giaciglio dovrebbe promettere, e che, per la bisogna, sarebbe attrezzo prediletto e preferito da tutti gli amanti in fregola e da tutte le coppie di amorosi ardori, celebri o proletari che siano, in convegni o legittimi o di sfroso.
Qui si tratta di tre convegni di amori stantii, anzi di non amore, appesantiti dalla noia, dalla frustrazione, dal disagio economico, dalla presunta gelosia per altre donne, o per altri uomini di fantasmica immaginazione, con donne che si trascinano stancamente tra vite consunte da bambini fastidiosi o da aborti, con mariti o compagni distratti o affaticati dal lavoro (“Eh, io devo pur lavorare se dobbiamo mangiare!”, sembra dire) e con compagne o mogli che non lavorano, umiliate, mortificate dalla mancanza di soldi e di indipendenza (“È insopportabile star qui tutto il giorno, dalla mattina alla sera, senza far niente, solo per aspettare te”), che nel frattempo lui se la fa, magari, con un’altra donna…

“Sleepless”, di C. Churchill, regia Lorenzo Loris. Nella foto: Elena Callegari e Mario-Sala.

Ecco perché, dopo quasi quarant’anni, il testo della Churchill, così vecchio e così ancora drammaticamente attuale, continua ad avere una sua freschezza, in questi consunti rapporti di coppia, finiti e trascinati per inerzia, o per incapacità, o per noia, o per abitudine, ravvivati solo dall’aggressività, dalla volgarità delle offese, dalla ferocia dei litigi, o per pavidità e paura di rimanere soli con la propria incapacità di vivere. E, per assurdo, per continuare a sentirsi vivi. Pur con il gusto disperato dell’umorismo noir della scrittrice inglese, che sembra usare con perfidia la sua tetra ironia un po’ per celia, un po’ per non morir.
Elena Callegari e Mario Sala interpretano, di volta in volta, le tre coppie di un unico disagio, cambiando solo il registro linguistico di episodio in episodio. E, per dare loro quel che è di se stessi e della Churchill quel che è della Churchill, anche divertendosi e divertendo, mettendoci una verve interpretativa ora incalzante, ora sognante, ora dolente, da manuale. Bravi. Seguiti amorevolmente dall’attenta e contestualmente rispettosa regia di Lorenzo Loris, con un sorriso amaro, tra lenzuola con poco amore, ma molto livore.
Applausi finali in cordiale allegria. Si replica fino a domenica 9 febbraio.

Teatro Out Off, via Mac Mahon 16, Milano.
www.teatrooutoff.it