FIDELIO, ripreso alla Scala nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali. Per ritrovare libertà, giustizia e amore

MILANO, martedì 19 giugno ► (di Carla Maria Casanova) Un rimedio per scongiurare l’incedere della sordità e la ovvia depressione che ne consegue? Comporre un’opera lirica. Ci provò Ludwig van Beethoven e scrisse “Fidelio”, iniziando nel 1805 a dedicarsi al progetto, portato a termine nel 1814. (La sordità completa, che lo obbligherà all’uso dei famosi quadernetti di conversazione, arrivò inarrestabile nel 1818). “Fidelio” resterà opera unica. Tuttavia, sordo, Beethoven darà vita a imprese gigantesche quali la Missa Solemnis, la Nona Sinfonia, le Variazioni Diabelli…
Naturalmente, non è da tutti essere Beethoven.
Il “Fidelio” che inaugurò la stagione 2014, ultimo spettacolo dell’era Barenboim/Lissner, è stato ripreso ieri sera alla Scala.
Con successo.
Uguale l’allestimento, nuovi direttore e cast. La serata, nell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali, era dedicata a Vittore Veneziani e a Erich Kleiber (il primo, grande maestro del coro, fu allontanato dalla Scala in quanto ebreo; il secondo, cristiano e tedesco, quando venne a conoscenza dei soprusi avvenuti in seguito alle leggi razziali, per solidarietà con gli artisti ebrei respinse il contratto già firmato per dirigere alla Scala.
In sala, ieri, con una nutrita presenza della comunità israelita, la neo-senatrice a vita Liliana Segre.
L’allestimento, abbiamo detto, è quello di quattro anni fa, ma “l’opportunità che mi è stata offerta di riprendere lo spettacolo – dice la regista Deborah Warner – mi ha permesso di approfondirlo. E il fatto che il cast sia totalmente rinnovato mette in gioco nuove personalità, nuovi caratteri: perché questa è un’opera che ha molto a che fare con l’individualismo”. Si ricorda che la Warner ha trasposto la vicenda in epoca contemporanea, in una fabbrica dismessa, che diventa prigione dittatoriale (le scene e i costumi sono di Chloe Obolensky, le luci di Jean Kalman).

“Fidelio”, di Ludwig van Beethoven (foto Brescia/Amisano)

La storia – come si sa – non è allegra. È anzi una vicenda tenebrosa, quando non tetra.
Si svolge in un carcere di massima sicurezza, dove Fidelio/Leonore, sposa innamorata, si è fatta assumere dal carceriere nella speranza di poter liberare il proprio marito, rinchiusovi per ragioni di pura vendetta dal cattivissimo governatore Pizzarro, storico nome predestinato a nefandezze.  Fidelio riesce nell’intento, e tutti sono felici e contenti. Chi l’avrebbe detto: Beethoven, sordo, in barba a Verdi, le cui opere rutilanti di feste e tralalà si concludono quasi sempre in ecatombe.
Della storia di Fidelio, diciamocelo pure, non importa niente a nessuno. Ma c’è la musica, e quella val la pena ascoltarla bene, dai 17 minuti dell’Ouverture, al celeberrimo Coro dei prigionieri, a tutto quanto. Myung-Whun Chung, grande direttore forse un po’ stanco, lo sa bene: “questa musica ha il potere di innalzare lo spirito dell’ascoltatore”. Se poi gli interpreti si prendono la briga di far diventare la storia un autentico dramma, si evidenziano anche nel canto momenti di intensa commozione. Qui li abbiamo avuti con il carceriere Rocco (Stephen Milling, ruolo chiave), a volte con Fidelio/Leonore (Ricarda Merbeth, pur non sempre coinvolgente, ah, Birgit Nilsson, dove sei!!), e con Florestan (tenore Stuart Skelton) il quale, dopo due anni di carcere durissimo, ridotto in fin di vita e anche prossimo ad essere ucciso, riesce a tirar fuori una voce così veemente da far capire subito che ce la farà e tutti si mettono il cuore in pace.
Non lasciano tracce indelebili Eva Liebau (Marzelline), Martin Piskorski (suo innamorato respinto), Luca Pisaroni (Pizarro).
Deborah Warner, regista, con un finale un po’ pompier di gran luci e sbandieramenti (d’altra parte, scatenata è pure la musica) ha detto che il suo intento è stato di mettere a fuoco i grandi temi “Cosa significa oggi il concetto di libertà? Qual è il significato di giustizia? Qual è il potere dell’amore?”. Libertà, giustizia, amore, termini molto usati e invocati anche se “quelli che pretendono la libertà, poi non sanno cosa farsene”, parole di Pier Paolo Pasolini che molto fascista non era. Purtroppo, non vanno altrettanto di moda l’intelligenza e l’onestà.

“Fidelio” di Ludwig van Beethoven. Teatro alla Scala. Repliche: giovedì 21 giugno, lunedì 25 giugno, giovedì 28 giugno, lunedì 2 luglio, giovedì 5 luglio, sabato 7 luglio.
Infotel: 02 72003744
www.teatroallascala.org

Il Carcano 2018/2019, una macchina da guerra teatrale su più fronti: prosa lirica danza ragazzi storia novità e riprese

MILANO, venerdì 8 giugno – Con la tradizionale presentazione/spettacolo, quest’anno ancor più imponente ed articolata, a teatro esaurito (anche a sbigliettamento, gratuito), spaziando dall’arte alla storia, alla prosa, alla lirica, alla danza, con un accattivante assaggio degli spettacoli da parte degli artisti e degli attori, è stato illustrato il cartellone 2018/2019 del Teatro Carcano.
Si è dato così ufficialmente il via a “Un viaggio chiamato teatro”, sottotitolo della Stagione. Perché “Un viaggio chiamato teatro”? Perché è stato fatto un percorso, fino a oggi, di 28 spettacoli prodotti, 64 spettacoli ospitati, 800 alzate di sipario, 480.000 spettatori… e che, con la prossima stagione, avrà un intenso tragitto di tappe, attraverso l’opera lirica (che ritorna dopo decenni di assenza), la danza, il teatro di prosa, la “cultura narrata” (una forma di cultura orale per rendere più avvincente ed affascinante il ritorno al libro, alla cultura scritta), il teatro ragazzi (per accompagnare i giovani e particolarmente i bambini alla scoperta, forse per la prima volta, del meraviglioso mondo delle storie).
Particolare rilievo merita la segnalazione del ritorno dell’opera lirica, sullo storico palcoscenico di corso di Porta Romana, che vide i debutti assoluti di celebri titoli di Donizetti e Bellini. Il nuovo corso prenderà vita grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Musica Giuseppe Verdi di Milano e l’Accademia di Brera, in un doppio appuntamento, in apertura di stagione e a maggio, con il Rossini più farsesco e giovanile e un capolavoro universale nato dal genio di Mozart.

PROSA: PRODUZIONI, COPRODUZIONI E OSPITALITÀ

BELLA FIGURA, di Yasmina Reza, scrittrice e commediografa francese, spettacolo a cinque personaggi, con Anna Foglietta, Paolo Calabresi, Anna Ferzetti, David Sebasti, con la partecipazione di Simona Marchini. Regia di Roberto Andò. Sarà lo spettacolo inaugurale della prosa, dal 18 al 28 ottobre.
ALLA MIA ETÀ MI NASCONDO ANCORA PER FUMARE, della scrittrice algerina  Rayhana. Storia di un gruppo di donne costretto a barricarsi in un hammam per sfuggire all’ira dei parenti contro una di loro, rea di aspettare un bambino. Regia di Serena Sinigaglia.
MOLIÈRE/IL MISANTROPO, interpretato e diretto da Valter Malosti e realizzato con Fondazione Teatro Piemonte Europa e LuganoInScena;
QUEEN LEAR di Claire Dowie da Shakespeare, dramma musicale en travesti. Protagonisti e registi i milanesi Nina’s Drag Queens, gruppo di attori e danzatori. Ideazione di Francesco Micheli; musiche originali di Enrico Melozzi.
IL GABBIANO di Anton Cechov, versione del 1895 precedente alla censura zarista. Diretta da Marco Sciaccaluga, con Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Elsa Bossi, Eva Cambiale, Andrea Nicolini, Elisabetta Pozzi, Stefano Santospago, Francesco Sferrazza Papa, Kabir Tavani, Federico Vanni.
LE ALLEGRE COMARI DIWINDSOR, adattamento di Edoardo Erba, da Shakespeare, seconda regia di Serena Sinigaglia. Brani dal Falstaff di Verdi suonati e cantati dal vivo. Con Mila Boeri, Annagaia Marchioro, Chiara Stoppa, Virginia Zini, Giulia Bertasi.
VOCI NEL BUIO, un thriller scritto e diretto dall’americano John Pielmeier e interpretato da Laura Morante;
QUARTET di Ronald Harwood, con Giuseppe Pambieri, Cochi Ponzoni, Paola Quattrini, Giovanna Ralli. La regia è di Patrick Rossi Gastaldi.
RICCARDO III da William Shakespeare, una produzione del Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano con Davide Lorenzo Palla che firma la regia insieme con Riccardo Mallus.
ALLE 5 DA ME di Pierre Chesnot. Cinque uomini più cinque donne, per due soli attori: Gaia De Laurentiis e Ugo Dighero. Regia Stefano Artissunch. Musiche Banda Osiris.
PARENTI SERPENTI, di Carmine Amoroso. Dal film cult di Mario Monicelli del 1992. Con Lello Arena; e con Giorgia Trasselli, Raffaele Ausiello, Marika De Chiara, Andrea de Giyzueta, Carla Ferraro, Serena Pisa, Fabrizio Vona. Regia Luciano Melchionna. Commedia conclusiva della stagione di prosa (9-19 maggio 2019).

LA MUSICA

Ad inaugurare la stagione 2018/19: LA CAMBIALE DI MATRIMONIO, farsa comica musicale in un atto di Gioachino Rossini. Orchestra del Conservatorio G. Verdi. In apertura di serata, LE MOTS QUI SONNENT, un dittico di melologhi in omaggio a Rossini nel 150° della morte, su musiche composte da studenti delle classi di composizione del Conservatorio (12 -14 ottobre).
Uno dei più importanti gruppi gospel, Soweto Gospel Choir, presenterà lo spettacolo FREEDOM, nel centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela (30 novembre – 2 dicembre).
In primavera sarà invece in scena IL DISSOLUTO PUNITO OSSIA IL DON GIOVANNI, dramma giocoso in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte (3-5 maggio 2019). p.a.p.

Per il programma completo e dettagliato della stagione 2018/2019:
www.teatrocarcano.com

TEATRO CARCANO – corso di Porta Romana, 63 – 20122 Milano – 02 55181377-02 55181362

60 titoli nel cartellone 2018/19 dell’Elfo Puccini. E una più stretta catena di produzioni con altre realtà teatrali italiane

MILANO, venerdì 8 giugno – Più di 50 titoli, distribuiti nelle tre sale dell’Elfo Puccini (Sala Shakespeare, Sala Fassbinder e Sala Bausch) fanno parte del ricco e variegato cartellone 2018/2019, dal quale, come linea guida, spiccano due impegnativi allestimenti, che, in certo senso, rappresentano il cuore della ricerca produttiva dell’Elfo e tracciano una politica di collaborazioni con prestigiose sinergie artistiche e produttive del teatro italiano.
Di particolare e significativo interesse ci sembrano: “Afghanistan”, un progetto in due parti, “Il grande gioco” ed “Enduring freedom” (23 ottobre/25 novembre), che l’Elfo produce con Emilia Romagna Teatro Fondazione e che debutta nella sua forma completa l’8 luglio al Napoli Teatro Festival. Un grande affresco, un polittico composto dai migliori autori inglesi e americani che spazia dal 1842 ai giorni nostri. Due spettacoli indipendenti e complementari con un cast di dieci attori, impegnati in più ruoli. Sarà rapresentato sia in serate diverse sia in un’unica maratona (a Milano, Roma e Modena). Regia Bruni-De Capitani. E “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” (5 dicembre/13 gennaio), che nasce invece in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino: una riscrittura per le scene del best seller di Mark Haddon, firmata da Simon Stephens, che trasforma questo romanzo di formazione, dedicato a un adolescente con la sindrome di Asperger, in uno spettacolo corale (vincitore di quattro Tony Award negli Stati Uniti). La regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani si avvale del contributo di una pluralità di attori e artisti.
Altri titoli dell’imponente cartellone. Un filo rosso lega il precedente spettacolo a “Dedalo e Icaro” (15 gennaio/3 febbraio), produzione dell’Elfo con Eco di fondo. Drammaturgia di Tindaro Granata, regia di Giacomo Ferraù e Francesco Frongia. Viene utilizzato il mito greco per affrontare il delicato tema della relazione tra un padre e un figlio malato di autismo.

Gabriele Lavia in “Ragazzi che si amano”, da Prevert (foto Filippo Manzini)

Un’altra collaborazione stabilita dall’Elfo con la compagnia Berardi Casolari per la produzione di “Amleto take away” (27 novembre/9 dicembre), e, ancora una volta, con Marche Teatro per co-produrre lo spettacolo diretto da Arturo Cirillo, “La scuola delle mogli” di Molière (26 febbraio/10 marzo).
Altri artisti cari al pubblico milanese torneranno in stagione coni nuovi titoli:
“Chet” (15/20 gennaio) di Leo Muscato e Laura Perini, uno spettacolo tra musica e teatro, dedicato a Chet Baker. Musiche originali eseguite dal vivo da Paolo Fresu;
“Il senso della vita di Emma” (2/7 aprile), con Fausto Paravidino, autore e interprete;
“Lear, schiavo d’amore” (14/19 maggio), di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa;
“Luciano” (21/26 maggio), ultima creazione di Danio Manfredini;
“Mimì” (10/14 giugno), omaggio a Domenico Modugno, con Mario Incudine, regia di Moni Ovadia.
“I ragazzi che si amano” (7/12 maggio), un recital di poesie di Prevert con Gabriele Lavia.
Il cartellone dell’Elfo prevede anche delle “personali” dedicate ai protagonisti più originali della scena italiana: Carullo-Minasi (26/31 marzo) con tre spettacoli; Vetrano-Randisi (9/18 aprile) con due spettacoli; The baby walk (5/10 marzo) con tre spettacoli della Trilogia sull’identità di Liv Ferracchiati.
La Storia e i suoi tragici riflessi nella vita degli individui e della collettività sono al centro di molte scelte produttive dell’Elfo, a partire da due spettacoli riproposti a distanza di alcuni anni:

Claudia Coli ed Enzo Curcuru in “Afghanistan”. L’8 luglio sarà anche al Napoli Teatro Festival (foto Laila Pozzo).

Libri da ardere”, di Amélie Nothomb, regia di Cristina Crippa, con Elio De Capitani protagonista (26 ottobre/22 novembre);
“Mai morti”, di Renato Sarti (24 gennaio/10 febbraio), con Bebo Storti che interpreta un nostalgico delle ‘belle imprese’ del ventennio fascista;
“Destinario sconosciuto”, di Katherine Kressmann-Taylor (11/23 dicembre), diretto da Rosario Tedesco, che volge lo sguardo agli anni dell’ascesa del Nazismo attraverso la relazione epistolare tra due giovani amici tedeschi;
“Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza” (2/19 maggio), di e con Cinzia Spanò, che prosegue la riflessione sul femminile, iniziata con “La Moglie”, attraverso la ricostruzione di un recente fatto di cronaca (due studentesse di un liceo romano che si prostituivano dopo la scuola) e la coraggiosa sentenza di una giudice.
Autori stranieri contemporanei e compagnie ospiti:
“Una bestia sulla luna” di Richard Kalinoski (16/21 ottobre) con Elisabetta Pozzi, una storia d’amore sullo sfondo di una delle pagine più dolorose del Novecento, il genocidio armeno;
“28 battiti”, di Roberto Scarpetti (11/16 dicembre), interpretato dal premio Mariangela Melato 2018 Giuseppe Sartori (Teatro di Roma);
“Settimo cielo”, di Caryl Churchill (7/12 maggio) regia di Giorgina Pi;
“La Classe”, di Vincenzo Manna (26 gennaio/3 febbraio), con Claudio Casadio, Andrea Paolotti e Brenno Placido;
“Ogni bellissima cosa” di Duncan Macmillan (26 febbraio/3 marzo), regia di Monica Nappo;
“Il regno profondo. Perché sei qui?” (2/7 aprile) di Claudia Castellucci, regia vocale di Chiara Guidi;
“Io lavoro per la morte” (19/24 febbraio) di Nicola Russo, anche interprete con Sandra Toffolatti;
“Un quaderno per l’inverno” (9/14 aprile) uno spettacolo di Massimiliano Civica.
Scritture originali dell’Elfo: a Emanuele Aldrovandi è affidata la scrittura di “Robert and Patty”, dedicato a Patty Smith e interpretato, per ora in forma di lettura, da Ida Marinelli e Angelo Di Genio, mentre è opera di Francesco Frongia il divertissement “La lingua langue” (20/25 novembre), una lezione su come imparare l’italiano e vivere felici.
Riprese degli spettacoli shakespeariani di culto, “Sogno di una notte di mezza estate” e “La tempesta”, dello spettacolo per i più piccoli “Leonardo, che genio!” nei cinquecento anni dalla morte dell’artista, dell’omaggio a Poe di Bruni e Frongia “Una serie di stravaganti vicende”, di “Fuga in città sotto la luna” di Cristina Crippa e Gabriele Calindri, dei successi della passata stagione “L’acrobata” e “L’avversario” e dell’amatissimo Alan Bennett proposto da Luca Toracca con “Una patatina nello zucchero” e il nuovo “Aspettando il telegramma”. (p.a.p.)

Teatro ELFO PUCCINI, c.so Buenos Aires 33 – 20124 Milano, tel. 02 00 66 06 06
www.elfo.org

“Fierrabras”: non perfetto, straordinario. Quasi un singspiel di 3 ore e 40. Ma con una musica che ascolti senza fiatare

MILANO, mercoledì 6 giugno ► (di Carla Maria Casanova) “Fierrabras”, opera di Franz Schubert, in scena ieri sera alla Scala. Cosa mai sarà? Una cosina deliziosa tutta lieder? I lieder ci sono, sì. Addirittura ventitré. È da togliere la “cosina”. Tre atti per un totale di un bel 3 ore e 40 (due intervalli). Alla Wagner, per intenderci. D’altra parte, Wagner è presente, e come. Basti pensare all’arrivo in scena di Carlo Magno, o al terzo atto, quando dalla torre viene lanciato da Florinda un grido che è quello delle Valchirie.
Ma “Fierrabras”, pur avendo taglio eroico, è anche una sorta di singspiel, con dialogo parlato, recitato e melologo (nel terzo atto echeggiano improvvisamente le note della Regina della Notte). Mai rappresentata Schubert vivente, “Fierrabras” era stata composta nel 1823, ultimo tentativo in campo operistico dopo che l’impresario Domenica Barbaja non aveva accettato “Alfonso und Estrella”. Ebbe una esecuzione parziale in forma di concerto nel 1858, per riapparire nel 1988, a Vienna, per opera di Claudio Abbado.
Ed eccola qui, strenuamente voluta dal sovrintendente Pereira, produzione del Festival di Salisburgo. Teatro pieno (molte comitive di tedeschi si vociferava ammesse all’ultimo momento a prezzi ridotti). Comunque successo e nessuna defezione tra il pubblico anche se lo spettacolo finisce alle 23.40.
Lasciamo stare la storia, improponibile ed estesa in un libretto al di là del modesto. Si svolge sullo sfondo epico e storico delle guerre di Carlo Magno contro i Mori. Ma il nocciolo sono gli amori condivisi e/o contrapposti di quattro personaggi, che alla fine convolano, mentre resta, per dirla alla buona, “in braghe di tela” il protagonista moro Fierrabras, che rinuncia all’amore per la figlia di Carlo Magno, si fa cristiano e, abbracciandone gli ideali cavallereschi, viene accolto tra i paladini franchi.
Fierrabras non è un’opera perfetta ma è straordinaria”, dice Harding il direttore. In realtà è piuttosto una antiopera, fatta di situazioni più che di personaggi, e il protagonista Fierrabras è un antieroe, uomo solitario e dolente nel quale Schubert si immedesima. Naturalmente si tratta di musica. Bella musica. La stai ad ascoltare senza fiatare. Il finale del primo atto è di sublime semplicità. I “numeri” (i 23 lieder sparsi nei tre atti) sono una sorta di recital multiplo. E ci sono 17 cori dove il Coro della Scala diretto come sempre da Bruno Casoni, affrontando anche acrobazie da scioglilingua in tedesco, ha dato una prova che si sarebbe detta superiore alle forze di chiunque.
Per portare in scena tale “antiopera” è stata scelta una versione tradizionale, in bianco/nero, che sottolineasse due campi (Franchi/Mori). Si sono prese le stampe del Piranesi per costruire 10 fondali di sapore romantico (scene di Ferdinand Wögerbauer), mentre i costumi (di Anna Maria Heinreich) sono del Medioevo storico, bellissimi.
Su questo ambiente angelicato, che fa pensare al teatro dei Pupi, agisce la regìa di Peter Stein, ripresa da Bettina Geyer e Marco Monzini. Qui la colpa non si sa se sia del titolare o dei collaboratori, ma la regìa non c’è. “Roba da oratorio di Voghera” ho sentito dire. Ignoro come gli oratori di Voghera mettano in scena le opere, ma par di capire che non sia il massimo. Di desolante banalità.
Sul côté musicale, è parsa di piglio routinier la direzione di Daniel Harding, che, pur compassato e di stampo algido, routinier di solito non è.
Le voci, tutti stagionati interpreti di area tedesca, sono notevoli. Citeremo Bernard Richter (Fierrabras), Dorothea Röschmann (sua figlia Florinda), il possente Tomasz Konieczny (Carlo Magno), Anett Fritsch (sua figlia Emma), Markus Werba (Orlando). Unico nome nostrano del cast, nella piccola parte di Brutamonte, il basso Gustavo Castillo, ragazzone di notevole prestanza, allievo solista dell’Accademia della Scala.

“Fierrabras”, di Schubert. Al Teatro alla Scala. REPLICHE: Sabato 9 giugno. Martedì 12 giugno. Venerdì 15 giugno. Martedì 19 giugno. Mercoledì 27 giugno Sabato 30 giugno (ScalAperta)

Infotel 02 72 00 37 44
www.teatroallascala.org