È morto a Milano Domenico Rigotti, da quarantacinque anni critico teatrale di “Avvenire”

Domenico Rigotti, inviato nel giugno 2010 al Festival di Napoli, in una foto scattata all’ora di colazione (foto Paganini)

Domenico Rigotti, inviato nel giugno 2010 al Festival di Napoli, in una foto scattata all’ora di colazione (foto Paganini)

Una vita dedicata al teatro e alla danza, come espressione anche della complessità dell’animo umano. È stata quella di Domenico Rigotti, per oltre 40 anni critico teatrale del quotidiano “Avvenire”, scomparso domenica 13 marzo nella sua casa di Milano all’età di 80 anni. Nato a Momo (Novara), laurea in Legge alla Cattolica di Milano, iniziò a collaborare nel 1968 con «Avvenire», allora appena fondato, dove venne presto assunto diventando una colonna portante della Redazione Spettacoli, di cui fu anche caposervizio negli anni Ottanta. Stimato come uno dei più importanti critici teatrali italiani, collaborava con la rivista teatrale «Hystrio» e faceva parte della giuria del Premio Ubu. Critico attento e appassionato, amava il teatro, e degli artisti sapeva valorizzare il talento, senza rinunciare a critiche intellettualmente libere e accompagnate da chiari valori cristiani. I funerali si sono tenuti martedì 15, nella chiesa di Santa Maria in San Gottardo a Milano. (AGI)
Era soprattutto un amico. Lo piango a titolo personale. Ma era anche un amico, come termine, non sprecato, di una categoria superiore, come espressione d’un sentimento assoluto, come codice comportamentale. Generoso e appassionato, era un uomo di finezze intellettuali, di vaste conoscenze, di rara cultura, che esprimeva con bonomia, con distaccata noncuranza e soprattutto come forma d’amicizia totale per il teatro e per i teatranti, dei quali conosceva storie, aneddoti, vicende personali, momenti di gloria e, teneramente, inevitabili tramonti. Del nostro lavoro amava scherzare con ironica civetteria: “Siamo gli ultimi dinosauri della critica milanese!” e poi, come in cerca di recondite complicità: “E’ proprio un vizio, non se ne può fare a meno di uscire la sera, eh?” Appunto. Malato e sofferente, continuò ad uscire per andare a teatro… Fino all’ultimo. Lo incontrai qualche settimana fa, il 2 marzo, al Teatro Carcano, dove, anche con l’Avaro di Molière, ci si divertiva, come un nostro gioco antico, a rimembrare i grandi del passato, dei quali Domenico sapeva tutto. Anche quando, attento e scupoloso, scriveva poi, intingendo la penna magari in giudizi severi, lasciando però sempre trasparire l’aggettivo buono, la parola comprensiva, il termine commosso, umano. Perché così voleva la sua natura. Di gentiluomo e di critico. (Paolo A. Paganini)

“Les Troyens” alla Scala: 5 ore e 20 di assoluta bellezza, e i cantanti “galleggiano sulla musica”

Milano. Daniela Barcellona (Didone) in una scena di “Les Troyens” di Berlioz, alla Scala. Nell’altra foto, un’imponente inquadratura del fatale Cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo (foto Bill Cooper)

Milano. Daniela Barcellona (Didone) in una scena di “Les Troyens” di Berlioz, alla Scala. Nell’altra foto, un’imponente inquadratura del fatale Cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo (foto Bill Cooper)

(di Carla Maria Casanova) L’errore, nel presentare lo spettacolo, è stato segnalare con vivacità, forse un po’ ironica, la durata: 6 ore (che poi sono 5 ore e 20, il che fa differenza). D’altra parte, bisognava pur dirlo e la stessa ora di inizio in pieno pomeriggio -17,30- voleva una spiegazione. Ma la notizia ha sortito occhi al cielo e le usate battute “Sai che bella dormita!” e “Non ti invidio” e “Preparati”, “Me, non mi prendono” eccetera. Si sta parlando di “Les Troyens” di Hector Berlioz, opera andata in scena alla Scala ieri sera con delirante, unanime successo. E davvero peccato per quanti non si sono “lasciati prendere” (in teatro, infatti, molte poltrone e molti palchi vuoti. Imperdonabili, questi ultimi).
“Les Troyens”, opera data in edizione originale e integrale, consta di due parti, quasi due opere distinte: “La prise de Troie” (I e II atto, durata 90 minuti) e Les Troyens à Carthage” (III, IV e V atto, durata complessiva 195’ compresi due intervalli di 20’ cad). Tra la prima e la seconda parte, un intervallo di 35 minuti. Adesso che si è capito come funziona (o no?), resta la parte più difficile da raccontare. Quando infatti qualcosa non va (e Dio sa cosa non è andato, quest’anno alla Scala) si fa in fretta a far la battuta abrasiva. Ma quando tutto, proprio tutto, è meraviglioso, il rischio di incappare nella retorica, o nella piaggeria, sta in agguato.
Morale: chi può, vada a vedere questi Troiani e tanti saluti. Ma necessita qualche maggiore dettaglio. Per la cronaca, i commenti – nel ridotto, fuori, persino ancora in metropolitana- trasudavano la felicità di aver ascoltato un’esecuzione musicale di assoluta bellezza. E benché “Les Troyens” non sia titolo popolare, è data anche la consolazione di riconoscere motivi orecchiabili, rimasti da qualche parte nella memoria, magari senza sapere a che cosa appartenessero, come la festosa“caccia reale”, leit motiv dell’opera, o lo struggente “duetto d’amore” dove – dice Pappano – “i cantanti galleggiano sulla musica”.
194_K65A3542Pappano, (pardon) sir Antonio Pappano, è il direttore. Se non è il migliore (oggi, al mondo) poco ci manca. Non saprei comunque chi altro mettergli davanti. “Ho lavorato come un matto”, lui dice come per spiegare il travolgente risultato, lì, tutto da sentire. E che compagnia di canto. Per andar per le spicce, ne cito solo tre: Anna Caterina Antonacci, una Cassandra tragica, eroica, inquieta, “come dieci Anna Magnani” ha detto Pappano; Daniela Barcellona, Didone trafitta dalla consapevolezza del suo destino di dolore, voce di colore lussureggiante; Gregory Kunde, Enea, al quale si riesce a perdonare di aver abbandonato Didone in virtù della sua commovente credibilità e della gloriosa sicurezza vocale. In locandina, ci sono altri 25 interpreti. Ineccepibili.
Lo spettacolo viene da Londra, il regista è David McVicar (sir anche lui), che con le scene di Es Devlin e i costumi di Moritz Junge (tutti e tre anglosassoni) ha creato un meccanismo possente. Scene plumbee, quasi truci per Troia. (Il fatale cavallo, costruito con le armi dei soldati recuperate sul campo, fa una apparizione impressionante). Cartagine arriva gioiosa, con luci e colori del deserto e palme e fiori del Mediterraneo, e costumi etnici rapinosi. Purtroppo il finale deve essere, anche qui, luogo di dolore. 18 minuti di applausi.
Oltre alle 5 repliche (fino al 30 aprile) di “Les Troyens”, sir Antonio Pappano dirige i tre concerti con la Filarmonica (il 9, il10 e l’11 aprile, sempre alle ore 20). In programma Maurice Ravel “Ma mère l’oye”); Hector Berlioz (“Symphonie fantastique”) e Riccardo Panfili (“L’Aurora”, probabilmente, prima assoluta, del Teatro alla Scala).
www.teatroallascala.org

L’incapacità di vivere d’un ingenuo “misantropo” nell’immenso circo delle ipocrisie molieriane

Milano. Marco Isidori, tormentato Alceste nel “Misantropo” all’Out Off

Milano. Marco Isidori, tormentato Alceste nel “Misantropo” all’Out Off

(di Paolo A. Paganini) Verità e diplomazia, savoir faire e schiettezza, sincerità e ipocrisia: sono gli estremi di antagonismi irriducibili. Sono opposti inconciliabili, come il diavolo e l’acqua santa. Sotto questo punto di vista, “Il misantropo” di Molière diventa una paradossale parabola, un colossale paradigma morale, una gigantesca apoteosi della verità, della sincerità e della schiettezza, vissute come un martirio, perché l’integerrimo Alceste, proprio per queste sue esasperate virtù, è visto come il diavolo, anzi come un povero diavolo, in un mondo di cicisbeismi, adulazioni, ipocrisie. E Alceste, incapace di adeguarsi, è visto – ed è – come un insopportabile e un po’ ottuso rompiscatole, un misantropo appunto, inidoneo a farne parte.
Alceste non capisce che l’adorata Celimene è una fraschetta, una maldicente damerina che spettegola e taglia i panni a chicchessia; non capisce che basterebbe poco a fingere che il sonetto propinatogli da Oronte non fa proprio schifo, e così se lo toglierebbe dai piedi; non capisce che, in un processo, è da stolti affidarsi ciecamente al diritto e all’equità, perché un conto è la giustizia, un altro conto sono i giudici… Basta, s’è detto anche troppo di questo “Misantropo”, visto nella sala milanese dell’Out Off. E non vale la pena di dilungarsi oltre anche perché, trattandosi d’una mess’in scena della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, storica compagnia di celebri sperimentazioni, viene ora offerta un’altra superba prova di geniale manipolazione.
Come s’intuirà, la fedeltà contestuale all’originale diventa qui un pretesto drammaturgico, in bilico fra tentazioni operettistiche, performance di cabaret e stentorei straniamenti da teatro epico. Ambientato in una specie di circo, con pedane semoventi a spinta, al posto delle tigri si esibiscono, in un’ora e quarantacinque senza intervallo, sette attori (voci e chitarre) in abiti barocchi, più lui, Alceste, in completo nero impiegatizio contemporaneo, che non è il domatore ma la vittima sacrificale. Marco Isidori – firma anche la regia – è Alceste, e, in un ensemble di straordinario affiatamento, emerge con la sua straziata umanità di sconfitto, un sofferto Don Chisciotte, conscio della propria incapacità di vivere in quel (questo) mondo di ciniche ipocrisie, e tuttavia incapace di adeguarsi.
In una bella (e non so quanto ingenua) dimostrazione di affascinante ed accattivante teatralità, Isidori non riesce a trattenere, usando solo il labiale, le battute dei compagni, quasi a volerli psicologicamente sostenere nelle innegabili difficoltà di un testo martoriato ma sempre di adamantina fascinazione e dalle tante sovrapposizioni di novella inventiva.
Insieme con Marco Isidori, alla fine, sono stati calorosamente salutati tutti gli interpreti, bravi e generosi, che almeno nomineremo nell’ordine della locandina: Virginia Mossi, Paolo Oricco, Maria Luisa Abate, Lauretta Dal Cin, Valentina Battistone, Stefano Re, Giacomo Simoni. Una giusta segnalazione anche alle singolari scene e costumi di Daniela Dal Cin.
“Misantropo”, con Marco Isidori, anche regia. All’Out Off, via Mac Mahon 16 – Milano. Repliche fino a domenica 13 aprile.
Tournée
Teatro Alfa di Torino, dal 6 all’11 maggio.
Il prossimo autunno, al Teatro Vascello di Roma (in date da definire nel mese di novembre

Il ghigno amaro della risata con Arturo Cirillo nella sala delle torture del più turpe dei vizi, l’avarizia

Milano. Sabrina Scuccimarra e Arturo Cirillo in una scena di “L’avaro” di Molière al Teatro Carcano (foto di Marco Ghidelli)

Milano. Sabrina Scuccimarra e Arturo Cirillo in una scena di “L’avaro” di Molière al Teatro Carcano (foto di Marco Ghidelli)

(di Paolo A. Paganini) Suona sempre male la virtù in teatro. Il virtuoso sa di saccenteria, è antipatico come la prosopopea d’un moralista, si dà un sacco di arie o si dà toni di punitive autoflagellazioni per far vedere quant’è bravo, quant’è superiore alle sue stesse ricchezze morali. Vuoi mettere com’è ben più fornito di tocchi d’insostituibile teatralità il vizio? Il vizioso è l’unico grande personaggio della scena: interpreta il sangue, la carne, le pulsioni di tutti noi, poveri peccatori. Ladro, mentitore, ipocrita, traditore, puttaniere, falso. Nel suo bagaglio morale (immorale) c’è sempre qualcosa di noi.
Metti per esempio Molière, che di teatro (e di vizi) aveva capito tutto. Dalla cretina vanità di “Le preziose ridicole” alle scene di malata gelosia di “Il cornuto immaginario”, dal paradigmatico “trattato” sulla repressione morale di “La scuola dei mariti” alle tragicomiche inquietudini dell’altra scuola, quella “delle mogli”, dalle insopportabili adulazioni di “Tartufo” all’accidia del “Misantropo” e così via. Tutti strepitosi successi d’indimenticabili rappresentazioni. Tutti ci si son provati, con ciambelle più o meno riuscite, da Benassi a Moschin, da Servillo a Cecchi, da Tieri a Popolizio, da Romolo Valli a Bonacelli…
Ed ora Arturo Cirillo, che conclude una buona tournée a Milano, al Teatro Carcano, con un cupo “Avaro”, che – come tutte le descrizioni dei vizi – si presta così bene alla caricatura, alla forzatura dei toni, alla coloritura degli effetti comici. Personalmente, in passato, ricordo dell’Avaro solo una storica, superba e svettante interpretazione, fatta da Memo Benassi anni Cinquanta. Poi, da qui ad allora, ne abbiano viste anche di decenti, come quella (non memorabile) di Tognazzi nell’88; di Paolo Villaggio nel ’97, di Roger Planchon nel ’99 al Piccolo. Ora da sbellicarsi, ora cupe come si addice al più turpe dei vizi, il più asociale, amorale, quello che distrugge l’anima del tirchio, offusca la mente dell’usuraio, distoglie da ogni sentimento ed affetto, in tutti vedendo ladri e attentatori del proprio patrimonio, tutti da tenere alla larga, da guardare con perenne sospetto, con insanabile diffidenza. Ecco Arpagone.
Cirillo, che firma anche la regia, l’ha costruito in una scena da camera degli orrori, da sala delle torture. E la tortura c’è, quella che Arpagone infligge al figlio spendaccione, alla figlia succube ma infine disubbidiente a fronte di un matrimonio combinato con un ricco e vetusto amico del padre, che la raccaterebbe anche senza dote. Quando questo torvo personaggio passa di stanza in stanza, fa terra bruciata, un arido deserto. Conoscenti e famigli lo evitano come una mala pianta, contagiosa e purulenta, dal cuoco al cocchiere, dal cameriere a quant’altri abbiano l’impudenza di sfiorarlo, senz’altro per derubarlo! Cirillo, accentuando toni mimica voce ed espressioni, va talvolta fuori riga, ma risulta sempre di piacevole impatto nella sua draculesca interpretazione qua e là un po’ troppo invasiva. Ma quando per carattere e capacità s’incontra-scontra con interpreti che gli tengono testa, saltan fuori piccoli capolavori comici, come la scena adulatoria della sensale di matrimoni (Sabrina Scuccimarra, bravissima, e si merita il primo applauso a scena aperta) o come la scena affamatoria dell’allestimento del pranzo con ospiti che dovrebbero essere d’amore e di riguardo e che invece son visti come avidi sbaffatori dalle contenibili mascelle (e, che a suo dire, dovrebbero accontentarsi d’un sobrio brodino…)
Le quasi due ore di spettacolo senza intervallo sono state seguite con cordiale godimento. Alla fine, applausi per tutti, dai succitati Cirillo e Scuccimarra a Michelangelo Dalisi (il figlio Cleante), a Monica Piseddu (la figlia Elisa), a Rosario Giglio, Antonella Romano, Luciano Saltarelli, Giuseppina Cervizzi.
“L’avaro” di Molière, regia di Arturo Cirillo. Al Teatro Carcano, corso di Porta Romana 63, Milano. Repliche fino a domenica 13 aprile.