In un covo di maschi erotomani arriva l’ape regina. Ecco il Pinter di Peter Stein al Piccolo Teatro

 

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).

Milano. Una scena di “Ritorno a casa” di Harold Pinter, con la regia di Peter Stein, al Piccolo Teatro Grassi (foto Pino Le Pera).


(di Paolo A. Paganini) “Il ritorno a casa” (1965), di Harold Pinter, non è proprio il ritorno biblico del figliol prodigo. Anche perché quando Teddy, professore di filosofia, dopo sei anni di prestigiosa carriera negli Stati Uniti, di passaggio a Londra, arriva notte tempo nella casa del padre, per un fugace saluto, nessuno si aspetta di vederlo anche con la giovane mogliettina, della quale non sapevano niente. Nella casa paterna di soli uomini (altri due fratelli, il vecchio padre autoritario e il fratello di lui), tutti più o meno erotomani e tutti in possesso di una singolare morale, per la quale tutto è in comune, è ovvio e naturale che, ciascuno sbavando ora senza alcun ritegno per la giovane donna, tutti tentino di farsela. E lei ci sta. Ma nessuno dei cinici e abbastanza animaleschi personaggi poteva immaginare che la donna, da concupita, si sarebbe ben presto trasformata in ape regina. Al marito non rimarrà che tornarsene in America agli amati studi e ai tre figli ancor piccoli che invano attenderanno la madre, dominatrice e regina nella sua nuova casa con quei larvatici sudditi, plagiati e inebetiti.
Harold Pinter (1930-2008), forse il più importante drammaturgo inglese, attore, autore di una trentina di opere, quasi tutte di successo, sceneggiatore d’una cinquantina di produzioni anche famose sul piccolo e sul grande schermo, impegnato politicamente, Nobel nel 2005, largamente conosciuto anche in Italia (da “Tradimenti” a “Il guardiano”, da “L’amante” a “Vecchi tempi”, da “Terra di nessuno” a “Ceneri alle ceneri”), con le sue pièce fra il buio delle anime e il surreale della vita, denunciò, anche con spietata crudezza, il dramma della condizione umana, descrivendone l’ipocrisia, le ambiguità e la distorsione dei rapporti, le insicurezze, talvolta, scavando in un passato senza futuro, adombrando un angoscioso senso da terra di morti, dove i grandi sentimenti, nel bene ma più spesso nel male, vengono modernamente banalizzati in un tormento interiore senza passione.
Ora, al Piccolo Teatro, in due tempi di cronometrica precisione di un’ora e tredici ciascuno, Peter Stein ha messo in scena “Il ritorno a casa” con un eccezionale staff di attori, dopo quello relativamente recente (il maggio scorso) di Luc Bondy, con Bruno Ganz e Emmanuelle Seigner. Due allestimenti stilisticamente assai diversi. Più mediterraneizzato e volgarizzato quello con Bruno Ganz, più “inglese” e di più grottesca ironia questo di Peter Stein. Anche per la presenza di un importante nucleo attoriale estremamente eterogeneo e felicemente amalgamato. Paolo Graziosi è il grande vecchio, laido e cinico, di apparente decrepitezza ma ancora capace di imprevedibili e compensative violenze verbali. Dei figli, Alessandro Averone interpreta un untuoso e dialettico damerino, forse magnaccia e piccolo imprenditore; Rosario Lisma è il suonato pugilatore, facile ma piacevole; Andrea Nicolini è il professore invertebrato (che saprà “vendicarsi”… perfino mangiando di nascosto il panino al formaggio di Lenny, mentre gli altri si divorano lamoglie). E poi c’è Elia Schilton, lo zio un po’ sognatore, un po’ effeminato, quindi di vocazione vittima, nel ruolo dello zio Sam. E infine c’è Arianna Scommegna, non più come nella precedente scorsa edizione bionda fatale sciupauomini, ma qui, piuttosto, abbastanza comune, dall’apparenza bigotta, acqua cheta, quindi pericolosa nella sua volitiva imprevedibilità e determinatezza. Entusiastici applausi alla fine per tutti.

Milano, Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2 – fino a domenica 1 dicembre.

La tournée
Piacenza, 3 – 4 dicembre
Lucca, 6 – 8 dicembre
Siena, 10 – 12 dicembre
Massa, 13 – 15 dicembre
Mestre, 8 – 9 gennaio 2014
Vicenza, 10 – 11 gennaio 2014
Roma, 14 – 26 gennaio ’14 Lecco, 28 gennaio ’14
Cuneo, 29 gennaio ‘14

Cosa succede se un brutto diventa bello? Grottesca satira di Von Mayenburg al Teatro Filodrammatici

Milano. Una scena di “Brutto”, di Marius von Mayenburg, al Teatro Filodrammatici.

Milano. Una scena di “Brutto”, di Marius von Mayenburg, al Teatro Filodrammatici.


(di Paolo A. Paganini) E se gli uomini avessero la stessa faccia? Ebbene, nello “scherzo” teatrale “Brutto”, di Marius von Mayenburg, quarantunenne drammaturgo tedesco, non proprio sconosciuto in Italia, abile, mordace, acuto, sottilmente ironico, ma dalla battuta a volte feroce ed esilarante, sembra farsi la stessa domanda di cui sopra. La risposta arriva a un parossismo estremo ed esasperato, tatralmente scontato ma d’interessante presa drammaturgica. Ebbene, se gli uomini avessero la stessa faccia, le mogli, per esempio, avrebbero piccanti occasioni di scelta nel portarsi a letto il marito e tutti quelli che somigliano al marito, senza mai sapere qual è mai il legittimo. E gli stessi uomini potrebbero giocare sull’equivoco per boccacceschi scambi di persona. Ma la più curiosa ipotesi è quella per la quale, in un certo senso, si verrebbero a uniformare i sessi in una specie di ambiguità solipsistica. Cioè, vedendo una bella persona uguale in tutto e per tutto a sé stessi, come se si fosse davanti a uno specchio, verrebbe da dire: mi piaccio, mi amo, con l’altro che contraccambia l’autogiudizio con conseguente omofilia. Fine.
Qui, ora, al Teatro Filodrammatici, in un atto unico di un’ora e dieci senza intervallo, l’azione nasce dall’orrenda bruttezza d’un geniale inventore che si convince a rivolgersi a un esperto chirurgo plastico per farsi cambiare i connotati. Ebbene, con l’intervento, diventa bellissimo. E il chirurgo ha un tale successo che si allarga a dismisura il numero dei pazienti, tutti smaniosi di diventare belli come il prototipo. Ovviamente, non si cambia cavallo in corsa. E il chirurgo, visto che gli era riuscito così bene il primigenio intervento, lo ripete in tutto uguale anche per gli altri. Conseguenza: un mondo di facce uguali, con i grotteschi e pruriginosi effetti che abbiamo descritto più sopra.
Con qualche intrinseco riferimento critico alla globalizzazione e alla moda degli interventi plastici (Von Mayenburg non ha tutti i torti, guardando alla pazzia di tante donne, tutte con le labbra uguali, tutte con gli zigomi tirati alti uguali, tutte con i seni uguali, tutte con le chiappe liposuzionate…).
Ma è marginale rispetto alla grottesca comicità di questa pièce, tutta giocata con abile, divertita partecipazione da Tommaso Amadio, Mirko Ciotta, Michele Radice e Cinzia Spanò. Interessante la regia di Bruno Fornasari, qua e là un po’ pasticciata, ma poco avrebbe potuto fare di diverso con i quattro interpreti, in frenetica successione di scene senza soluzione di continuità, in ruoli anche diversi. Grandi risate e successo finale di pubblico.

“Brutto”, di Marius von Mayenburg, al Teatro Filodrammatici, Milano. Repliche fino a domenica 1 dicembre.

I “Giorni” di Beckett, così “felici”, così disperati, con Nicoletta Braschi al Franco Parenti

Milano. Nicoletta Braschi, protagonista di “Giorni felici” di Beckett al Salone Franco Parenti (Gianni Fiorito)

Milano. Nicoletta Braschi, protagonista di “Giorni felici” di Beckett al Salone Franco Parenti (Gianni Fiorito)

(di Paolo A. Paganini) Nel 1759 Voltaire scrisse “Candido”, romanzo tra l’ironico, il satirico e il blasfemo, nel quale vengono descritte le incredibili disgrazie, le più tragiche peripezie che Candido, di nome e di fatto, viene ingiustamente a subire. E ciò nonostante continua, imperterrito e felice, a dichiarare che questo universo di miserie e di violenze è “il migliore dei mondi possibile”. In realtà, il pamphlet di Voltaire era una satirica presa di posizione contro la dottrina leibiniziana, ma poco importa. L’assunto filosofico venne ben presto trasfigurato in una universale canzonatura come apologo della noia e della stupidità della vita, con ciò condannando per sempre il facile ottimismo intellettualistico. Una risata vi seppellirà.
Così la pensò, duecento anni dopo, anche Samuel Beckett, il quale con “Giorni felici” descrisse la tragedia del vivere umano nella potenziale condizione di desolata ottusità di una umanità, tuttavia felice di stare quaggiù. Come ora sostiene questa Winnie di Nicoletta Braschi, che, stolidamente convinta e ottimisticamente riconoscente, continua a dichiarare quanto siano felici i suoi giorni. Eppure, nei due tempi di “Giorni felici” (un’ora il primo, mezz’ora il secondo) al Teatro Franco Parenti, Winnie è lì con mezzo corpo sepolto in una fossa, allegoria di una umanità imprigionata nella fatale schiavitù della vita prima che la fossa si chiuda inesorabilmente sull’ultimo anelito. Ciononostante, Winnie, in un assurdo attaccamento, continua, senza ribrezzo di sé, a vivere felicemente delle sue piccole cose, lo spazzolino da denti, il rossetto, una lima per le unghie, mentre il marito Willie, fuori dalla buca, paralizzato, si trascina miseramente in grugniti e bofonchiamenti.
Nicoletta Braschi? Un capolavoro di controllato senso della misura. Insistita nella sua logorroicità petulante e felicemente stupita in elogio della “bellezza” del mondo, eppure intervallata da sapienti, tragici silenzi, specie nella seconda parte, quand’ormai emerge solo con la testa. La mimica facciale, l’angoscia degli occhi, che forse per la prima volta insinuano il dubbio, sono state di una “felice” tragicità.
Altro che Beckett comico!
Accompagnata dalla presenza inquietante di Roberto De Francesco (Willie), lo spettacolo è stato (finalmente) seguito da un laico rispettoso silenzio da parte del folto pubblico. Applausi entusiastici alla fine.

Si replica fino a domenica 24

Godot al Puccini con Balasso e Ferrini. E Beckett è diventato autore comico di varietà

Milano. Natalino Balasso e Jurij Ferrini in “Aspettando Godot” di Samuel Beckett in scena all’Elfo Puccini (foto Massimo Battista)

Milano. Natalino Balasso e Jurij Ferrini in “Aspettando Godot” di Samuel Beckett in scena all’Elfo Puccini (foto Massimo Battista)


(di Paolo A. Paganini) “Aspettando Godot”: un classico dell’assurdo, con connotazioni allegoriche, via via criticamene studiate, analizzate, in una vasta saggistica, dalla filosofia alla sociologia, alla metafisica, vista soprattutto come metafora del vivere umano. Tragicomica storia di Estragone e Vladimiro. Angosciosamente annoiati, in un’anonima e deserta strada di campagna con un albero stecchito, aspettano, senza un perché, un misterioso personaggio, che non arriva mai, cioè Godot. Arriva invece Pozzo, crudele padrone di Lucky, rassegnato masochista, tirato per una corda, che balla o canta o parla a comando. I quattro si scambiano battute, tengono discorsi infarciti di tutto e di niente, tra inutili ricordi, illogiche riflessioni e lucidi deliri senza senso. Quando Pozzo e Lucky se ne vanno, arriva un messaggero ad annunciare che per quella sera Godot non arriverà. Ma domani senz’altro. Fine del primo tempo. Inizio del secondo. I due stanno ancora attendendo. Ma, anziché Godot, arrivano di nuovo Pozzo, cieco e piagnucoloso, e Lucky, muto e senza memoria. Se ne andranno di nuovo e il messaggero del giorno precedente annuncia che anche quella sera Godot non arriverà, ma l’indomani certamente. Ancora soli, Estragone e Vladimiro, per ammazzare il tempo, cercano d’impiccarsi, ci ripensano e restano lì, come sempre, perché morire o vivere, andarsene o restare è lo stesso.
Samuel Beckett, uno dei padri del teatro dell’assurdo, scrisse “Godot” nel 1953, ispirato probabilmente dai grandi comici americani, da Chaplin a Buster Keaton, dai fratelli Marx a Stanlio e Ollio. Se ne sono sentite le influenze, più o meno palesi, in tanti passati allestimenti, da quello comicamente assurdo e vagamente cabarettistico dell’incredibile quartetto Gaber, Jannacci, Rossi, Andreasi nel 1990, a quello di Mario Scaccia (1997), e poi ancora dall’allestimento con Giulio Bosetti (1998) a quello di Pasqual al Piccolo (1999) e a quello di Luca De Flippo (2002).
Ora, all’Elfo Puccini, l’assunto comico è stato preso come assoluta certezza drammaturgica e, nei due tempi (uno di 1 ora e dieci e l’altro di 50 minuti) è stata messa in scena una scatenata performance di gag del più classico ed antico varietà, con tanto di spalla e comico in alternanza di ruoli, in uno scatenamento di risate, peraltro sostenute da un testo che sembra in realtà fatto apposta per diventare qualcosa di poco serio. Ma l’angoscia beckettiana, la disperata impotenza di una parola privata di significato, l’angoscia insomma dell’incomunicabilità, anzi l’angoscia di cercare di comunicare l’incomunicabilità, sono scomparse da questa deserta landa di disperati senza disperazione. D’altra parte, lo stesso Beckett scrisse una volta: “Non ho niente da dire ma posso soltanto dire fino a che punto non ho niente da dire…” Più che le parole, dunque, che dicono e non dicono, che ora affermano e subito dopo negano, contano i gesti, a fare da contorno a un’unica, immensa, imperscrutabile protagonista: l’Attesa. Il dramma dell’Attesa, grande, immane, tragica metafora dell’alienazione umana, di un’umanità, sfinita e disfatta, che attende e spera, che spera e attende senza sapere perché.
E il pubblico ancora una volta ne è conquistato, soggiogato, attento ma soprattutto gaudiosamente divertito, ma mai imbarazzato, mai a disagio. Il destino dell’uomo nel deserto della vita non interessa ormai più a nessuno.
Natalino Balasso e Jurij Ferrini (anche regia), come Estragone e Vladimiro, sono una perfetta ed affiatata coppia comica, servita involontariamente (?) da un testo che, volendolo rigirare su questo versante, sembra fatto apposta per far ridere. Angelo Tronca e Michele Schiano di Cola sono rispettivamente lo schiavista Pozzo (bene ma un po’ troppo squillante) e l’amebico Lucky. Successo strepitoso di risate ed applausi, con sei chiamate alla fine.

Si replica fino a domenica 17.