Il sesso, così naturale, così scontato. Ma basta un po’ di perversione, e subito risveglia sfrenate tentazioni e curiosità

MILANO, domenica 6 ottobre (di Carla Maria Casanova) – Mi sono spesso chiesta come mai, a parte quel normale gusto per qualsiasi argomento, il sesso, in senso assoluto “la” faccenda più a portata di tutti, ricchi e poveri, belli e brutti, giovani e vecchi, intelligenti e cretini, colti e ignoranti, nobili e proletari, il sesso, dicevo continui a godere di tanto suffragio pubblico anche in secoli come i “nostri” (XX e XXI), quando oramai in merito non esiste più nessun tabù. O quasi. Deve essere quell’aria di proibito trasudante ancora nonostante tutto. Oppure mi sorge il dubbio che, in verità, pur praticandolo liberamente (siamo venuti tutti da lì) la gente “normale” non immagina le infinite potenzialità del medesimo (sesso) e andare a perlustrarle gratuitamente è una ghiotta occasione.
Romanzi come “Les liaisons dangereuses” di Laclos (1792) continuano a suscitare grandissimo scalpore. In confronto, le celeberrime Memorie di Casanova (scritte sul finire del Settecento, ma uscite più di un secolo dopo), sono un libro per educande. Se non altro, quantunque il sesso in Casanova ovviamente abbondi, manca la sottile perversione. E ciò che tanto attira, deve essere proprio la perversione.
L’opera “Quartett” di Luca Francesconi, 90 minuti senza intervallo, rappresentata alla Scala in prima assoluta nel 2011, e ripresa ieri sera, ha avuto, nel frattempo, 76 rappresentazioni, in 17 teatri del mondo e 7 diversi allestimenti (caso unico, nel repertorio contemporaneo).
L’opera riprende pari pari la storia delle Liaisons.
È in sostanza un dialogo, di efferata perversione, tra il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil.
Dalle parole ai fatti. Ma di coiti da tutte le parti, in scena, ne abbiamo oramai visti molti. Qui la perversione sta nel mischiare sacro e profano (e lo dice anche quel buonuomo di sagrestano della Tosca, “Scherza con i fanti e lascia stare i santi…”). Il testo di “Quartett” (libretto di Heiner Müller) è in inglese, ma la puntuale traduzione che oramai tutti i teatri forniscono in tempo reale, non dà via di scampo: è proprio una depravazione delle più bieche.
Detto questo, lo spettacolo è bello per non dire bellissimo.
Il regista Álex Ollé de La Fura Dels Baus (scena di Alfons Flores e costumi di Lluc Castells) inizia con il filmato di grandi nuvole che ci vengono incontro, per passare alla visione a volo d’uccello di una grande città (Milano?) e terminare con la zumata sulla finestra di un palazzo, cui sta affacciata una donna vestita di rosso. Si entra nella stanza: una scatola nera sospesa a metà palcoscenico. Lì sta la donna vestita di rosso e lì si svolgerà tutta l’azione. Due i personaggi. Prima lei sola, in un vaneggiamento tipo “La voix humaine” di Poulenc, poi arriva lui, che mette fine ai piaceri solitari di lei, presenza maschile che la disturba parecchio. In due, la schermaglia non ha fine. Si insultano, si eccitano. Nel dominio dei sensi. “L’amore è il dominio dei domestici”, dice lui con una frase diventata celebre in bocca di Gianni Agnelli.
I due interpreti: Allison Cook e Robin Adams sono strepitosamente bravi, sia in scena (mai volgari!) sia nell’esasperato canto. Lei, mezzosoprano, bella donna, bellissima figura, voce grande e sicura, è stata spesso una fantastica Salome. Lui, baritono di fama, svolge anche carriera concertistica. Entrambi specializzati nel repertorio contemporaneo ed entrambi debuttanti alla Scala nel 2011 con “Quartett”.
Entriamo nel campo di Francesconi (classe 1956, esperienze in musica classica, jazz, rock, radio, cinema, pubblicità, tv). Il compositore, in Quartett, “ha sottolineato”, cito le note di programma perché mi viene più facile e tutti sono contenti “i numerosi aspetti di interesse e attualità che hanno poi orientato la realizzazione della sua opera. In particolare, l’identità che si perde in una moltitudine infinita di specchi dove nulla ha valore, in un delirio nichilistico e tragico (cosa che) può valere come metafora della intera civiltà occidentale e come immagine del destino che sembra ripercuotersi anche sul ruolo dell’arte oggi”.
Ciò che mi ha lasciata basita è lo schema elettronico (partitura?) dell’opera: fogli quadrettati con tracce di pennarello rosso, verde, blu e tante mini scritte in verticale e disegnini e numeri, come fossero schizzi promemoria. In quale modo da lì si possa leggere, ed eseguire, checchessia, è un mistero. Ben si vede che non sono del mestiere. Il giovane direttore Maxime Pascal ci si è invece trovato benissimo ed ha guidato con estrema proprietà l’orchestra della Scala.
Un successo compatto e incontrastato. Non vorrai che a qualcuno venga in mente che non ti è piaciuto o, peggio, che ti sei scandalizzato, vero? Siamo gente vaccinata, no?

“Quartett” di Luca Francesconi. Repliche 11,14, 17, 19, 22 ottobre.

Orientalismo naïf alla Disney. E “Les pêcheurs” di Bizet in Italia divennero popolari come un romanzo di Salgari

TORINO, sabato 5 ottobre (di Carla Maria Casanova) “Les pêcheurs de perles” di Georges Bizet hanno inaugurato la stagione del Regio di Torino. Con successo. È opera desueta, anche se fu proprio l’Italia ad accordarle consensi e recite, quando in Francia, aspramente criticata, tenne cartellone solo per breve tempo e solo grazie alla strenua difesa di Berlioz. In tutto il mondo, era però destinata ad essere fatalmente messa in ombra dall’arrivo dirompente di “Carmen” (1874), che oscurò “à jamais” la restante produzione di Bizet (ben una decina di opere).
Bizet aveva scritto Les pêcheurs nel 1863, a 24 anni. E fu una innovazione.
Sul finire del grand’opéra, e anche l’opéra comique non godeva di ottima salute, il futuro era destinato ad assecondare il drame lyrique, appena impostosi con il “Faust” di Gounod. In più, arrivava l’onda dell’orientalismo, del gusto esotico, e un’opera ambientata in India non ci stava male. In arte, erano alle porte l’Art Nouveau e l’Impressionismo.
Se Les pêcheurs ebbero maggior successo in Italia (tradotti tra l’altro in italiano, edizione ripresa per anni in tutto il mondo) forse un motivo sta anche nel gusto letterario che allora ferveva da noi, grazie ai popolarissimi romanzi di Salgari, dei quali l’opera di Bizet pare una ideale messa in musica. Del tutto assente, nella partitura come nel libretto, il clima eroico. Qui, in un fervore di idee melodiche ispirate a una cantabilità mediterranea (incantevole barcarola, suggestivo leit-motiv della dea), sullo sfondo di luoghi, paesaggi e costumi dell’isola di Ceylon, si dipana una insolita storia di sentimenti, amicizia, onore.
Il triangolo amoroso (soprano/ tenore/baritono) c’è, ma gli interessati si comportano in modo anomalo: tenore (Nadir) e baritono (Zurga), amici di lunga data, innamoratisi entrambi della stessa donna (Leila), per serbare la loro amicizia hanno rinunciato all’amore (comunque, da quel che si capisce, lei amava Nadir). Succede che questi due si ritrovano, con l’impaccio che lei è diventata la sacerdotessa (solita vergine sacra) di un villaggio di pescatori di perle, di cui Zurga è il capo. Si sa come vanno queste cose. Nadir e Leila vengono scoperti in intimi colloqui e condannati a morte. Ma Zurga ricorda improvvisamente che Leila, bambina, lo salvò da morte. Allora inscena l’incendio del villaggio per disperdere la folla inferocita e lasciar fuggire gli amanti, rinunciando per sempre all’amore e salvando l’amico (vedi, con i dovuti ritocchi, Norma, Gioconda, Chénier…).
L’ambientazione esotica, di cui la pittura ha lasciato una ampissima documentazione, da Ingres a Delacroix, Bonamore, Yon (poi saranno Gauguin, van Gogh, Breitner…) è stata riportata nell’allestimento del Regio da Julien Lubek e Cécile Roussat (regia scene costumi coreografia e luci) con candore naïf alla Disney. Atmosfera incantata con colori soffusi ma luminosi. Cieli luccicanti di stelle. Immagini evanescenti per raccontare il passato che insorge e ricorda. I veli sono di rigore. Le palme anche. Una fiaba innocente dove il rapporto tra gesto e musica è essenziale. (Il team è specialista del genere. Ha firmato messe in scena di opere come Il flauto magico, La Cenerentola, Dido and Aeneas…)
Sul podio Ryan McAdams, che aveva già diretto “Les pêcheurs”, proprio a Torino, ma in versione sinfonica. Il palcoscenico pone un’altra dimensione “nella quale – dice il maestro- si devono bilanciare i tempi musicali con le azioni in tempo reale dei personaggi, ma lasciando anche spazio al silenzio e alla quiete, che hanno un potere enorme sulla scena”. Allo stesso modo McAdams ha trattato i cantanti, che hanno esigenze precise di atto in atto, balzando da uno stile musicale all’altro, con un tipo di canto suggestivo e melodico (duetto Zurga/Nadir) ma anche estremamente espressivo e drammatico (duetto Zurga/Leila).
Gli interpreti devono servirsi di tutta la gamma vocale e delle risorse psicologiche, perché il loro personaggio evolve anche in campo introspettivo (Leila, da sacerdotessa che ha rinunciato all’amore, quando ritrova Nadir diventa una donna appassionata e allo stesso modo i due amici-rivali passano attraverso sostanziali cambi di umore. E di voce).
Sono celebri le arie “Je crois entendre encore” (Nadir), “Comme autrefois” (Leyla), “O Nadir” (Zurga). Sono entrate nel repertorio italiano come “Mi par di udire ancora” e “Siccome un dì”, cavalli di battaglia di leggendari interpreti.
A Torino, Nadir è il brillante trentenne tenore francese Kévin Amiel; Leila l’avvenente soprano armeno Hasmik Torosyan, già conosciuta in Italia per le sue spericolate acrobazie vocali (vedi “La figlia del Reggimento” a Bologna l’anno scorso). Zurga, per una indisposizione del titolare Capitanucci, è stato sostituito con molto onore dal baritono belga Pierre Doyen. Nella parte del gran sacerdote Nourabad c’è il tonitruante basso Ugo Guagliardo. Coro e orchestra hanno supportato validamente la partitura.

Teatro Regio – Torino. “Les pêcheurs de perles” di Georges Bizet. Repliche: domenica 6, ore 15; martedi 8 e giovedì 17 ore 20, domenica 20 ore 15.

Giorgio Gaber, oggi? Una bella impresa. Elio ci prova con “Il Grigio”, al Carcano, dove Gaber aveva debuttato 30 anni fa

MILANO, venerdì 4 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) Trent’anni fa, al Carcano, Giorgio Gaber, solo in scena con pochi musici alle spalle, rappresentò “Il Grigio”, scritto con Sandro Luporini. A Milano, ebbe un mese di repliche, dal 6 dicembre 1988 all’8 gennaio 1989. Allora gli spettacoli non erano frettolosi involtini mordi e fuggi da consumarsi in poco tempo, e faceva parte di una trionfale tournée attraverso 26 città, da Belluno a Napoli.
Era il sedicesimo incontro con il teatro, dopo “Il signor G” del 1970, con il quale Gaber inaugurava un suo nuovo genere, il teatro-canzone. Che poi, di spettacolo in spettacolo, sarebbe diventato sempre più teatro e sempre meno canzone.
Ogni suo lavoro, da quel primigenio 1970, era incentrato, con ironica leggerezza e talvolta con livida polemica, su precise tematiche sociali, o politiche, o morali. Gaber aveva un fiuto eccezionale nel cogliere i disagi e gli argomenti più scottanti e problematici dei vari periodi storici nei quali si muoveva. Scopriva i nervi più dolenti di un generale disagio civile, ed entrava in dialettica con l’insofferenza, con le ideologie e con le crisi morali del momento. Per esempio, affrontava il tema dell’uguaglianza e della sua impossibilità (in “Libertà obbligatoria”): o il distacco e la solitudine (in “Polli d’allevamento”); o la riscoperta dell’indignazione (in “Anni affollati”); o il dubbio sui sentimenti (in “Parlami d’amore Mariù”).
Fino, appunto, a “Il Grigio”, con il quale esprimeva il dubbio radicale sull’esistenza, con un personaggio disgustato, che aveva abbandonato il mondo e la vita di ogni giorno, affetti, amori, rapporti di lavoro, per rifugiarsi in una sua casa di campagna, eremo di pace e di tranquillità.
Si fa per dire.
Non aveva previsto di dover fare i conti con “i mostri” che si portava dentro di sé, insoddisfazioni sentimentali, rapporti sfilacciati e inconclusi, rimorsi e ricordi d’accidia e d’egoismo. E soprattutto ancora non sapeva di dover affrontare un diabolico topo di rara astuzia e intelligenza, che viveva dentro casa chi sa in quale misterioso anfratto domestico. Cominciò così una lotta serrata, all’ultima briciola di parmigiano, nelle inutili trappole che aveva seminato per casa, e all’ultima briciola di strategiche inventive per stanarlo e sopprimerlo. Nulla da fare. Il topone era sempre più astuto delle sue trappole.
Ovviamente, la storia, con crescente suspense, si caricava di metafore e simbologie. Il topo rappresentava la guerra, inutile e defatigante, con i nostri fantasmi esistenziali: l’angoscia, la delusione, l’indifferenza e il tradimento, l’ipocrisia, la violenza, e soprattutto la nausea per la volgarità.
“Il Grigio”, con Giorgio Gaber, diventava un ilare dramma in prosa con canzoni di dolente amarezza.
E doverosamente, per la cronaca, ricorderemo anche l’intensa interpretazione che ne fece Fausto, Russo Alesi, con la regia di Serena Sinigaglia, al Piccolo Teatro Grassi, nel 2004, a un anno dalla scomparsa di Gaber.
Ora, è la volta di Elio, all’anagrafe Stefano Belisari, fondatore nel 1980 del gruppo musicale milanese “Elio e le Storie Tese”, una band di pop rock e rock demenziale, che per 37 anni ebbe un successo stellare, specie fra i giovani (con un curriculum di storici concerti e con un medagliere di 27 album).
Tanto per dire che ora, Elio, dopo trent’anni dal debutto di Gaber al Carcano, ha ben meritato lo storico palcoscenico, pur con indole e caratteri diversi, portando in scena, con ammirevole generosità, quello stesso “Grigio”, solo in piccola parte riveduto e corretto, con la regia e l’adattamento di Giorgio Gallione e con gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. La novità più rilevante, di questo allestimento di quasi un’ora e mezzo senza intervallo, in rapporto con “Il Grigio” di Gaber, è che, là, l’inventore del teatro-canzone aveva scoperto la prevalente potenza della parola, gridata, cantata, sussurrata, specie al servizio del suo appassionato impegno civile, qua, Elio sembra soprattutto attratto dal fascino di una storia con musiche (una decina di canzoni), ammiccando al genere comico e al cabaret, forse al musical, poggiando anche sulle sue innegabili doti canore, ma dando una impressione di fredda e distaccata apatia, seppur con frenetica mobilità scenica.
In precedenza, lo stesso Neri Marcorè, nel 2007, con ironica empatia in “Un certo Signor G”, aveva colto l’amaro spirito di una polemica comicità, sempre interrogandosi sul senso della propria vita, fatalmente compromessa dalla mediocrità, dal qualunquismo e dall’imbecillità, ma anche dimostrando l’abisso, e il rimpianto che inevitabilmente, e io credo per sempre, separava dal fenomeno-Gaber. E così avvenne anche nel 2009, quando Marcorè affrontò “Il mondo Gaber” in una specie di musical, del quale fu scritto, “manca però la discesa in profondità, l’improvvisazione, l’imperfezione, tra cuore e mente…”
Possiamo dire la stessa cosa per Elio?
Alla fine, applausi deliranti.

IL GRIGIO, di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, rielaborazione drammaturgica e regia Giorgio Gallione. Con ELIO. Arrangiamenti musicali Paolo Silvestri, scene e costumi Guido Fiorato. Produzione Teatro Nazionale Genova in collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber. Al Teatro Carcano, corso di Porta Romana 63, Milano. Repliche fino a domenica 13 ottobre. |

www.teatrocarcano.com

TOURNÉE
Genova al Teatro Gustavo Modena dal 15 al 27 ottobre,
Roma (Sala Umberto 1-2 novembre),
Trieste (Teatro Rossetti 4-5 novembre),
Torino (Teatro Colosseo 23 novembre),
Bergamo (Teatro Creberg 30 novembre),
Bologna (Teatro delle Celebrazioni 6-7 dicembre),
Catania (Teatro ABC 14-22 dicembre).

L’ultima opera di Rossini, senza più virtuosismi, senza più “crescendo”. Le invenzioni del regista Arnaud Bernard

COMO, venerdì 27 settembre ► (di Carla Maria Casanova) “Guglielmo Tell” di Gioachino Rossini, scelta più che ardita nonostante i vigorosi tagli (tolte del tutto le danze), ha inaugurato la stagione 2019/20 di OperaLombardia, il circuito di cinque opere da alternarsi in cinque teatri di tradizione lombardi, da settembre a febbraio. Si è incominciato con Como, teatro Sociale. Seguiranno Cremona, Brescia, Pavia, Bergamo alta e (solo per il “Gugliemo Tell”) due recite fuori zona, a Pisa.

Guglielmo Tell, opera seria, è l’ultima di Rossini, il quale, trentasettenne, chiuse volontariamente la sua fecondissima carriera teatrale (38 opere, per la maggior parte del teatro buffo). Andò in scena a Parigi nel 1829, dopo cinque mesi di stesura della partitura, tempo insolitamente lungo per il compositore pesarese. Opera-fiume in quattro atti, aveva dovuto essere drasticamente ridotta, la lunghezza della partitura originale essendo stata giudicata non rappresentabile (Wagner non era ancora apparso sulle scene…). Nel melodramma, il Tell rappresenta una novità assoluta: è anche il grande testamento lasciato in eredità da Rossini sia a Verdi sia al grand’opéra francese. Per la prima volta cita liberamente canti popolari, rinuncia ai virtuosismi canori, ai suoi celebri crescendo, punta su una melodia lirica e drammatica.

La storia, che riprende il dramma di Schiller, racconta dell’eroe svizzero Guglielmo Tell, leggendario arciere, al quale il tiranno Gessler intima un gesto di estrema crudeltà: colpire una mela posta sul capo di suo (di Tell) figlio. Tell vince la sfida, ma tiene in serbo una seconda freccia, “destinata a te, se avessi fallito il colpo” dice l’eroe a Gessler, che lo fa arrestare. Poi la Storia (perché si tratta di storia vera) dice che Gessler finì annegato nel lago dei Quattro Cantoni in burrasca, o forse trapassato da un’ultima freccia di Tell. Fatto sta che il popolo svizzero riacquistò la libertà. Questa in sostanza la trama, con l’aggiunta, nell’opera, di una faccenda d’amore tra la nobile Matilde e il patriota Arnoldo, storia che non interessa a nessuno. La vicenda è dunque priva di grandi attrattive, oltre che di risorse sceniche.
L’edizione di “Guglielmo Tell” per OperaLombardia, quattro atti con due intervalli, dura circa 3 ore e mezza. Il primo atto è di 65 minuti, piuttosto pesante. Poi, tutto scorre più spedito.

La novità sta nell’allestimento (regìa di Arnaud Bernard) che inventa una storia nella storia, iniziando a dipanarla lungo la celeberrima Ouverture. I pezzi sinfonici, a parer mio, vanno eseguiti senza commenti, ma questa idea del regista bisognava pure che incominciasse da qualche parte e così il sipario si apre su una bella sala ottocentesca, dove, intorno a una tavola imbandita, è raccolta una famiglia borghese. La sala (molto bella, scene di Virgile Koering, costumi Carla Galleri, luci Fiammetta Baldiserri) rimarrà fissa. Al suo interno viene a svolgersi la vicenda storica, con continue invenzioni, tipo innocente saggio di fine anno scolastico: montagne di carta, nuvole di cotone, teloni blu per il mare, barchette di cartone, notturni a luci blu e stelline d’argento… I personaggi entrano ed escono dal camino e da un armadio della sala. I loro costumi sono quelli della storia: contadini e combattenti svizzeri del medioevo.

La vera idea di Bernard però è un’altra: il ragazzino di famiglia, un discolo vivacissimo vestito alla marinaretto, intento a leggere un libro: la storia di Guglielmo Tell appunto, e continuerà a leggerla fino alla fine: piccolo fil rouge che lo fa diventare il protagonista dell’opera. Presenza magari un po’ ossessiva, però difficile realizzarla in altro modo. Non è un mimo ma un personaggio del cast, e non l’ultimo, dato che si tratta di Jemmy, il figlioletto che “resta immobile” con la mela in testa affrontando impavido il tiro dell’arco paterno. Jemmy deve anche cantare, con vocetta acuta, la sua statura fisica e l’età imponendo per interprete un sopranino leggero di piccola taglia.
Nella fattispecie è Barbara Massaro, vincitrice di un concorso AsLiCo, cantante di qualità e dotata di notevole presenza scenica: qui salta e corre dal primo all’ultimo atto con una verve strepitosa. E anche canta molto bene. Degli altri del cast si segnala in primis Marigona Qerkezi, kossovara classe 1993, cantante e flautista, figlia di un mezzosoprano, rivelatasi in un concorso AsLiCo. Biondona di bella presenza (ha perso i dieci chili di troppo), prepotentemente distintasi a Como già lo scorso anno nel “Viaggio a Reims”, voce di colore splendido, musicalissima, padrona della scena, è stata una Matilde di rilievo. Il suo innamorato Arnoldo, tenore, ha il ruolo più impervio dell’opera, con sovracuti senza risparmio. Giulio Pelligra li ha, seppur non strabilianti. È calda ed espressiva la voce del baritono albanese Gezim Myshketa (Guglielmo Tell, vincitore AsLiCo 2006, oramai immesso nel circuito internazionale), così come sono piaciuti nelle loro pur brevi parti il mezzosoprano Irene Savignano (Edwige) e Rocco Cavalluzzi (Gessler).
Sul podio, a capo di una valida Orchestra dei Pomeriggi, Carlo Goildstein, magari un po’ scialbo per Rossini (inizio decisamente languente) ripresosi nel corso dell’opera.
Davvero ottima la prestazione del Coro OperaLombardia.
L’esito della serata, già calorosissimo alla prova generale destinata ai giovani, si è ripetuto ieri alla prima, con applausi anche a scena aperta.

Gioachino Rossini- “Guglielmo Tell”, Como Teatro Sociale, replica sabato 28. Info 031.270170. Repliche in ottobre, a: Cremona, Teatro Ponchielli 4 e 6, Brescia, Teatro Grande, 11 e 13. In gennaio, Pavia Teatro Fraschini 17 e 19, Bergamo Alta, Teatro Sociale, 24 e 26. In febbraio, 22 e 23, a Pisa, Teatro Verdi.
www.operalombardia.it