Ah, la mania delle idee. Far diventare Puccini un mafioso, ma che idea è? Cos’ha capito Woody Allen? Forse niente

“Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini. In primo piano: Ambrogio Maestri (Gianni Schicchi) e Francesca Manzo (Lauretta). Foto Brescia/Amisano

MILANO, domenica 7 luglio(di Carla Maria Casanova) Forse avrebbe fatto bene a realizzare l’idea, seppur pessima, di mettere in scena “Gianni Schicchi” con personaggi tramutati in topolini (vedi Mickey Mouse di Walt Dysney). Press’a poco come avvenne con la “Madama Butterfly dei coleotteri” di Torre del Lago del 2004 (Ciociosan farfalla, a va bene, ma poi Sharpless grillo, Pinkerton scorpione, bonzi e geishe tutti formiche e cicale… Chi fu l’incauto regista?). Almeno si sarebbe potuto fischiare senza sentirsi in colpa.
Ma a Woody Allen, quando acconsentì a cimentarsi in una regia lirica per l’Opera House di Los Angeles (dove fu messa in scena nel 2008) fu detto che i topolini proprio non andavano bene e neanche i personaggi tramutati in ortaggi da vegani con Schicchi vestito da sigaretta (ma come possono venire certe idee?? Se ne facesse venire un’altra). E adesso mi sorge il dubbio che forse c’entrasse per qualche cosa Placido Domingo, che della Butterfly degli insetti a Torre del Lago era il direttore d’ orchestra e pure general director dell’Opera di Los Angeles… Ma è impossibile che suggerisse lui l’idea. Al contrario, memore del non felice esperimento del Festival pucciniano, forse fu lui a scartare l’idea del Mickey Mouse, quando propose a Woody Allen la regìa dello Schicchi.
Comunque sia, il guaio sta proprio nella mania delle idee. Nell’opera lirica le idee ci sono già nel libretto, basta seguirle. Woody Allen, che oltre ad essere un gran seduttore (le vie del Signore sono infinite) è uno dei maggiori registi esistenti, ha allora puntato sul sicuro: il neorealismo italiano. Filone pluripremiato (nel cinema). Purtroppo Gianni Schicchi, personaggio dantesco (compare tra i falsari, nel XXX Canto dell’Inferno) si riferisce ad una vicenda del Trecento fiorentino, epoca nella quale si colloca con precisione, dialoghi ben costruiti dal libretto di Gioachino Forzano. È un episodio vivace, di tipico spirito toscano. Un ricco vecchio di piccola aristocrazia muore lasciando tutto al convento dei frati. Gli altezzosi parenti si disperano. L’astuto plebeo Schicchi propone di sostituire il testamento, ma lo fa appropriandosi lui di tutti i “lotti” più preziosi. L’ambiente è descritto con precisione e minuzia, le reazioni degli avidi eredi anche, con le loro meschinerie e cattiverie. È una commediola comica, nonostante le connotazioni amare che spesso riserva l’ironia, e Puccini la tratta seguendo la tradizione teatrale buffa italiana della commedia dell’arte e della farsa.

Ambrogio Maestri (Maestro di cappella) e Anna Doris Capitelli  (Donna Eleonora) in “Prima la musica e poi le parole” di Salieri (foto Brescia/Amisano).

E Woody Allen cosa fa? Italia spaghetti e mandolino? Quasi ci siamo: Italia della mafia. Ambiente tetro, tutto grigio/nero (scene e costumi di Santo Loquasto) tanto da stupirsi che il panorama riproduca il campanile di Giotto e il cupolone, anziché il Vesuvio fumante. In scena lampeggiano coltelli, persino il ragazzino ne estrae uno minaccioso. Schicchi (Ambrogio Maestri, non nella sua interpretazione più riuscita) veste come un gangster americano, Lauretta indossa un abitino nero da Claudia Cardinale in “Rocco e i suoi fratelli”. Ironia non c’è, farsa men che meno. Proprio non ha capito niente, di quest’opera, Woody Allen grandissimo regista. Sempre molto, molto rischiose le “idee” che imperversano nell’opera lirica. Inoltre, mi è parso che sul versante musicale tutti gridassero a più non posso. Persino un gran baccano in orchestra, diretta con grinta da Ádám Fischer. Nello Schicchi, Puccini è di una modernità assoluta, con guizzi caricaturali e anche aspre dissonanze, ma il tutto tenuto insieme da un tessuto musicale sempre vigile, dove fa capolino qua e là da una sorta di “leit motiv” melodico vecchia maniera. L’abilità della concertazione è straordinaria. Non l’ho sentita. Una sola è l’aria divenuta popolare: quella di Lauretta “O mio babbino caro”. L’ha cantata Francesca Manzo.
È questo l’ultimo spettacolo della stagione scaligera 2018-19 (poi ci sarà la breve sessione autunnale). È il Progetto Accademia, vale a dire attuato dagli allievi del Corso di perfezionamento della Scala. A “Gianni Schicchi” è qui abbinato, in apertura di serata, Prima la musica e poi le parole,  di Antonio Salieri, grandissimo musicista, messo in ombra dall’avvento del genio di Mozart. Però questo Atto unico (65 minuti i cui primi 50 occupati da recitativi) si salva per il quartetto finale. Altrimenti è davvero pallosissimo. La messinscena (scene e costumi di Luigi Perego, regìa di Grischa Asagaroff) dove imperano mega-riproduzioni di vari strumenti, giganteschi violini, violoncelli, tromboni e clarinetti, è elegante e gradevole e i tre cantanti allievi (Maharram Huseynov, Anna-Doris Capitelli, Francesca Pia Vitale) oltre al divo Ambrogio Maestri, sono molto bravi. Però…
Ad ogni modo, non fidatevi del parere altrui (in questo caso, mio).
Chi vuol togliersi la curiosità, vada di persona. Ci sono cinque repliche (8, 10, 15, 17, 19 luglio) Ieri sera è stato un successo.
Quando è uscito Woody Allen, un trionfo. La regìa è ripresa da Kathleen Smith Belcher, che non si è mostrata alla ribalta. Vedere lui in carne e ossa, per molti ha significato un momento importante forse della propria vita. Lui, piccolo e un po’ malfermo, si è subito defilato.

Il folle delirio di vendetta del Capitano Achab contro la Balena Bianca. Ma infine sarà lui a soccombere alla fiocina

VERONA, venerdì 5 luglio ► (di Paolo A. Paganini) L’avventuroso romanzo “Moby Dick” (1851), di Herman Melville (1819-1891), ha avuto larga diffusione e diverse incursioni critiche, alcune di originali fascinazioni. Lo scrittore e poeta Jorge Luis Borges nel 1853 dedicò a Melville una poesia di grande impatto drammatico, sintetizzando in pochi versi la disperata caccia del Capitano Achab, così prossimo all’Ulisse dantesco, ma Borges aveva anche intuito anche singolari affinità con Shakespeare (e perfino parentele con Lucrezio e a Kafka), in una potentissima metafora della vita, rappresentata dall’inafferrabile Balena Bianca, irraggiungibile come la verità, entrambi, sia in Omero sia in Dante, così simili nel tessere la propria perdizione in un’oscura ansia di morte.
Del racconto di Melville e dell’ossessione di Achab, oltre a Borges, scrissero, tra gli altri, Harold Bloom e Cesare Pavese (che nel 1930 tradusse in italiano “Moby Dick”).
Il cinema se ne impossessò. Da citare almeno Gregory Peck (Capitano Achab) e Richard Basehart (Ismaele, il marinaio unico sopravvissuto), con la regia di John Huston (1956). Indimenticabile.
E, in teatro, c’è stato un impatto altrettanto tragico e inquietante, con il vecchio cacciatore di balene, personaggio scolpito nell’immaginario collettivo, così vicino alla grandezza di certi eroi shakespeariani, da Re Lear a Prospero, a Macbeth.
Ricorderemo Vittorio Gassman, tragico Achab (con il figlio Alessandro nel ruolo di Ismaele), che, nel Porto Antico di Genova, in occasione dell’Expo 1992, allestì un epico kolossal dal “Moby Dick” di Melville, con l’allusivo titolo “Ulisse e la Balena Bianca”. Partecipava una “ciurma” di ventitré interpreti, nel realistico impianto scenico di Renzo Piano (come una nave baleniera di 40 metri), e con le musiche di Nicola Piovani. Un avvenimento memorabile.
Ora, al Teatro Romano di Verona è la volta di Franco Branciaroli (con la Compagnia Teatro degli Incamminati, regia di Luca Lazzareschi), che, con il suo “Moby Dick” di Melville, recupera massimamente sia Ulisse sia Shakespeare, e soprattutto, riprendendo Jorge Luis Borges, le sue “dos enormas cosas: la balena y los mares que largamente surca…”. Ma Borges aggiunse un’altra “enorme cosa”: “aquel otro mar, que es la Escritura”, che in Melville si estende per 135 capitoli in 600 pagine.
In questo vasto mare di parole, ora, Franco Branciaroli – immenso affabulatore – naviga, per due ore (con un intervallo di quindici minuti). Occupa la scena, con gaudiosa e temeraria volontà di sfida, andando verso ed oltre Capo Horn, le sue personali Colonne d’Ercole, per inseguire, a modo suo, il sogno dantesco di Ulisse nel cercare “virtute e conoscenza”, prima di infrangere vanamente la sua folle ossessione di vendetta contro la mostruosa Balena Bianca. E trascinando con sé, in un delirio di morte, l’equipaggio della baleniera Pequod. Eccetto uno, il marinaio Ismaele, che servirà da narratore e testimone.
Lo spettacolo, nell’adattamento dello stesso Branciaroli, tutto impostato su notturne penombre, fra otto panche e uno schermo di sfondo, monotematico e opalino fra azzurri mari e cieli in tempesta, si snoda come una liturgia ora raccontata, ora imprecata, ora maledetta. L’azione è solo scenicamente accennata. Basta la parola. Così come basta la parola ad alludere al moncone di gamba del capitano Achab, con un normale Branciaroli in scena sulle sue gambe.
Eppure, quella gamba, maciullata anni prima fra le fauci di Moby Dick, è il segno tangibile di un tormento di vendetta, diventando, il vecchio baleniere, simbolo di un’umanità divorata nella lotta implacabile contro il male, contro le proprie Balene Bianche, non solo per divoranti vendette, ma per bisogno di conoscenza e di verità, o per misurarsi con il mistero della ragione, o con le forze della natura, o per confrontarsi con il Cielo. E in questa inutile e irraggiungibile ricerca di verità, un uomo, Achab per esempio, diventa emblematica figura, terribile e blasfema come una divinità pagana, storditamente e fatalmente avviata al suo destino di morte. La Balena Bianca prevarrà in eterno.
Ciò premesso, la storia trascende l’epicità del racconto d’avventura, per diventare simbolicamente una pena e una condanna ritualizzata in una funerea evocazione di morte. E in questo mare affogano tutte le velleità dell’uomo Achab, per il quale a nulla valgono ricordi d’affetti, debiti d’amore, desideri di pace, quando prevalgono odio dolore vendetta e morte. Perfino il tenero capitolo della parafrasi di Lear, in uno dei tanti riferimenti shakespeariani, quando per il vecchio Re, condannato a inutili pentimenti dopo le ingiustizie del suo stolido comportamento paterno, rimarrà solo l’umana tenerezza del suo giullare, il saggio e fedele Matto, in un inutile e ormai vano risarcimento di buoni sentimenti. La partita ormai è persa. Non rimane che la dannazione. O l’amarezza d’un addio. E a poco serviranno anche i sospiri di tenerezza dell’eterea Ariel – altro rimando shakespeariano – per convincere Prospero a rinunciare alle proprie magie.
E ora, a sua volta, il mozzo Pip fuori di testa a nulla servirà con il suo piccolo affetto per Achab, ormai perso nella sua delirante sete di vendetta.
Al Teatro Romano il testo di Melville diventa teatro di parola, non d’avventura. È un atto di coraggio e di temerità. Il coraggio di sottintendere una Balena Bianca, che mai si vedrà (nemmeno su quell’inutile telone di sfondo). Come si accennerà soltanto alla gamba di legno di Achab, il quale deambulerà normalmente. Ma l’operazione è anche temeraria, nel voler opporre alla immaginifica suggestione della fisicità dei mari, della natura, delle tempeste, e del mostro bianco, la sola parola quando diventa sfoggio di effetti, di volumi, di tonalità, facendo di Franco Branciaroli, generoso e potente, eroico e patetico, uno strumento vocalico di portentosi ancorché pletorici effetti chiaroscurali. Quasi a voler competere idealmente con gli stupefacenti exploit dell’indimenticato Carmelo Bene, qui addirittura surclassato dallo spasmodico trionfo di phoné di Branciaroli.
Eccessivo, eppure affascinante nei suoi funambolismi acrobatici.
Ma i più sottili significati esegetici e filosofici dell’opera di Melville vengono stravolti da un feticistico gusto sacrale della parola, in un pirotecnico repertorio di bravura. A scapito dell’avventura. Condannata all’immobilismo.

Prima dello spettacolo, è stato conferito a Ottavia Piccolo il 62° Premio Renato Simoni per la fedeltà al Teatro di Prosa (ma anche al Cinema e alla TV). Riconoscendo in lei anche il suo impegno in molte lotte civili e di impegno politico. Applausi e sorrisi alla sua amabile e straordinaria simpatia.

 

“Moby Dick” di Herman Melville, adattamento di Franco Branciaroli (Achab). Compagnia degli Incamminati, con Gianluca Gobbi (Ismaele), Sergio Basile (Stubb/Padre Mapple), Luigi Mezzanotte (Elia/Fedallah), Valentina Violo (Pip/Ariel), Francesco Migliaccio (Peleg/Carpentiere/Capitano Rachele), Marko Bukaqeja (Queequeg), Edoardo Rivoira (Tashtego) e Jacopo Morra (Daggoo). Scene e costumi sono di Domenico Franchi, luci di Cesare Agoni, musiche di Germano Mazzocchetti. Regia di Luca Lazzareschi, che sul palco veste i panni di Starbuck. Al Teatro Romano di Verona. Repliche il 5 e il 6 luglio.

Info tel. 0458077500.
www.estateteatraleveronese.it 

“I Masnadieri”? Verdi ha scritto ben altro. Regìa di McVicar? Francamente brutta. Molti buu. Rivelazione: Lisette Oropesa

Massimo Cavallett, Matteo Desole, Michele Pertusi e Lisette Oropesa (Foto Brescia/Amisano)

MILANO, mercoledì 19 giugno ► (di Carla Maria Casanova)I Masnadieri”, andati in scena ieri sera alla Scala con contrasti, non sono, diciamolo, tra le opere più pregiate del buon Peppino. Opera giovanile, datata luglio 1847, tre mesi dopo “Macbeth”, che è del marzo dello stesso anno. Improponibile qualsiasi paragone tra le due opere (la prima è il capolavoro che sappiamo).
I Masnadieri si rifanno a una tragedia di Schiller, la cui storia è francamente demenziale. Il libretto di Andrea Maffei non aiuta. Alla base di tutto, i soliti messaggi intercettati e sostituiti. Qui, per opera del figlio cattivo (Francesco), che vanifica la riconciliazione tra padre (Massimiliano) e figlio buono (Carlo). Allora Carlo si unisce ai cattivi masnadieri mentre Francesco imprigiona il padre che credeva morto e che invece si è svegliato nella bara. Quando il pastore Moser fa capire a Francesco che ha molto peccato, e deve pentirsi, lui se ne fa un baffo. Intanto la cugina Amalia ama Carlo, ma le han detto che è morto. Si ritrovano e tutti contenti. Carlo estrae dalla tomba il padre ancora vivo, però rendendosi conto di aver fatto un sacco di brutte cose con i Masnadieri, medita di uccidere se stesso, il padre e la fidanzata, così la facciamo finita in senso letterale. Finisce invece che uccide solo la fidanzata, nessuno capisce perché. Doveva essere cattivo anche lui.
Questo raccapricciante pasticciaccio è stato portato in scena da David McVicar sulla stessa linea della storia, vale a dire una confusione tremenda. In primis, un siparietto bruttissimo (tre facce: due femminili e in mezzo una rossa maschera di diavolo) che nulla ha da spartire con l’opera. La scena fissa (Charles Edwars) e i costumi dei soldati napoleonici (Brigitte Reiffenstuel) sono teatralmente corretti, ma la regìa è tutta un correre, saltare, ballare, gesticolare. Peccato, perché di McVicar ricordiamo, alla Scala, dei meravigliosi Trojani. Purtroppo, non tutte le ciambelle, ecc. Alla fine, buu inequivocabili.
E buu (mi assicurano, ma io non li ho sentiti) anche per Michele Mariotti, quarantenne rampantissimo pluripremiato direttore, Premio Abbiati come miglior Direttore d’orchestra 2016. Molto attivo in zona sentimentale. Ultima moglie il soprano Olga Peretyatko, sposata raggiante in generoso gran decolleté. Ma adesso guai a nominarsi a vicenda. Mariotti a me è parso pieno di vigore e di entusiasmo, con cupi coloriti ben evidenziati e un ritmo acceso che si addice a questa partitura di giovanile baldanza.

Fabio Sartori (Carlo) tra i masnadieri (Foto Brescia/Amisano)

Invece, per una volta, è risultato sopra le righe il coro, spesso coprente i cantanti. Dei quali cantanti si cita subito l’esordiente (alla Scala) soprano: Lisette Oropesa, nata a New Orleans da genitori cubani. Questa giovane signora (34 anni) pare fosse molto sovrappeso. Messasi a regime, persi 40 chili, ma splendidamente mantenuta la voce, è una interprete eccezionale, sovrana nella zona acuta e con passaggi raffinatissimi. Il pubblico ha ricambiato applaudendo spesso. Alla fine con una ovazione.
Salutato con lo stesso affetto Michele Pertusi, come sempre ottimo, qui nella pur breve parte. E molto bene anche per il tenore trevigiano Fabio Sartori, che ha bella voce, estesa e soprattutto canta bene, con l’accento giusto (fiati, dizione e tutto quanto). C’è solo l’handicap di quella stazza fisica. Magari la Oropesa può dargli utili consigli.
Qualche défaillance nel rendimento complessivo del baritono Massimo Cavalletti. Forse non gli si addice vocalmente la parte.
L’opera, si diceva, non è delle più travolgenti. Eppure, ci sono registrazioni con nomi fuoriclasse, tipo Caballé, Sutherland! E Gianni e Ruggero Raimondi, Bergonzi, Cappuccilli, Bruson, Ramey, Christoff…
Ma troppo spesso (l’opera) richiama il proverbiale, sia pur usurpato, zumpapa di Verdi. È troppo ovvia, nonostante le sue pagine sognanti (che ci sono), il grande quartetto che chiude il primo atto, la scena che apre il quarto atto (la follìa visionaria di Francesco), le arie. Perché rozzo Verdi non è mai stato, nemmeno agli inizi, nemmeno quando non vola altissimo. Certo che quando vola alto è un’altra storia.
“I Masnadieri” sono dati in due atti, un intervallo. Durata 2 ore e 45 minuti. Repliche: 21, 24, 28 giugno, 1, 4, 7 luglio.
All’inizio dello spettacolo il sovrintendente Pereira, in proscenio, ha ricordato Franco Zeffirelli e chiesto il minuto di silenzio. Nel palco della sovrintendenza si è notato un insolito signore: Dominique Meyer, sovrintendente della Staatsoper di Vienna e candidato alla guida della Scala come successore di Pereira. Perché? Pereira non andava bene?

Stagione 2019/2020: ben ventitré progetti produttivi. E poi vecchie e nuove ospitalità nel cartellone dell’Elfo/Puccini

Elio De Capitani e Ferdinando Bruni. Firmano la regia di “Angels in America”, che sarà il 20 giugno al “Napoli Teatro Festival”, e il 26 ottobre a Milano. Poi, saranno interpreti di “Diplomazia”, il 13 marzo 2020

MILANO, giovedì 6 giugno – È stato presentato il cartellone 2019/2020 del Teatro dell’Elfo Puccini nelle sue tre Sale (Shakesperare, Fassbinder e sala Bausch). Sono previsti, tra i progetti produttivi ideati e sostenuti dal teatro di Corso Buenos Aires, ben 23 spettacoli tra novità e riprese.
Angels in America (26 ottobre). ritorna con la regia firmata da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, e con un cast radicalmente rinnovato. Lo spettacolo debutterà al “Napoli Teatro Festival” (20 e 21 giugno).
Edipo re (dal 14 febbraio), spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, segna invece un ritorno al mito dopo vent’anni. Dopo aver interpretato Oreste e aver portato in scena Fedra e Alcesti, dopo Eschilo ed Euripide, i due registi ripartono da Sofocle, con tre attori per tutti i personaggi.
In piedi nel caos (dal 16 gennaio), di Véronique Olmi diretto da Elio De Capitani. Con Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei e Carolina Cametti. Una storia d’amore, che racconta una guerra invisibile e nascosta, che riesce a diventare tuttavia onnipresente attraverso lo sguardo di un reduce tornato dalla Cecenia, di sua moglie e del microcosmo di coinquilini con cui sono costretti a convivere.
Diplomazia (13 marzo), di Cyril Gely, vede sfidarsi sul palco Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, rispettivamente nei panni del generale Dietrich von Choltitz, governatore della città durante l’occupazione nazista, e del console svedese Raoul Nordling: uno scontro senza esclusione di colpi.
Open. La mia storia (dal 5 novembre), romanzo di formazione di Andre Agassi, sarà il secondo titolo presentato al “Napoli Teatro Festival”, per poi approdare a Milano: nuova lettura scenica di Invisibile Kollettivo, compagnia indipendente prodotta dall’Elfo. che prosegue anche la sua collaborazione con il drammaturgo Emanuele Aldrovandi, autore di Robert e Patti, un viaggio nel mondo della musica alternativa scritto per Ida Marinelli e Angelo Di Genio, diretti qui da Francesco Frongia in uno spettacolo “rock”. Sarà invece lo stesso Aldrovandi a dirigere il suo Farfalle, un duetto al femminile con Bruna Rossi e Giorgia Senesi.
Tra le compagnie sostenute produttivamente dall’Elfo si riconferma anche il duo Berardi e Casolari, con Alla luce, una riflessione sulla diversità, sulla cecità e sul senso che ha oggi il ‘vedere’. In ogni città dove lo spettacolo sarà in scena verrà coinvolto un gruppo di persone non vedenti e ipovedenti che insieme agli attori della compagnia costituirà un coro cieco (in collaborazione con l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti).
Proseguirà il programma di letture sceniche di racconti, romanzi, lettere e favole, con Ferdinando Bruni e Ida Marinelli, che tornano a indagare le lettere di Anton Čechov e Olga Knipper (grande attrice e sua compagna degli ultimi anni) nell’ironico e intimo Amami o sposerò un millepiedi (dal 10 dicembre); e con Corinna Agustoni ed Elena Callegari, che propongono invece Cabaret Ceronetti. Ovvero caro Guido, ti stimo (dal 29 ottobre).
Luca Toracca completa invece il suo trittico di monologhi di Alan Bennett portando in scena Un letto tra lenticchie (dal 3 marzo) e Aspettando il telegramma (ripreso dal 25 febbraio).
E la storia del Novecento sarà presente nello spettacolo di Maranzana e Somaglino, Cercivento, che racconta la tragica notte di due alpini della Grande Guerra (17/29 marzo).

Una scena di “Fronte del porto”, in chiave napoletana, con la regia di Alessandro Gassmann. Protagonista Daniele Russo (12/17 maggio)

Molto ricco anche il palinsesto delle ospitalità: Mio cuore, io sto soffrendo di Antonio Marras (il 19 settembre). E spazio alla danza con il festival MilanOltre (dal 27 settembre al 13 ottobre).
Poi, tra gli altri: Arizona di Juan C. Rubio interpretato da Laura Marinoni e Fabrizio Falco (19 novembre/1 dicembre).
E il racconto Spaccanapoli Times (15/20 ottobre); per proseguire con Acqua di colonia di Frosini e Timpano (27 novembre/1 dicembre), Guerra santa di Fabrizio Sinisi con Andrea di Casa e Federica Rossellini (4/9 febbraio), Sospetti del Teatro Filodrammatici (11/16 febbraio), la versione in chiave napoletana di Fronte del porto portata in scena da Alessandro Gassmann con protagonista Daniele Russo (12/17 maggio), 12 baci sulla bocca sull’Italia omofoba degli anni Settanta e ancora Einstein & me sul ruolo delle donne nelle scienze. In chiusura di stagione una conferenza tutta da ridere della Banda Osiris e di Telmo Pievani dedicata all’ambiente Aquadueo (8/12 giugno). Previsto anche il ritorno di Rezza e Mastrella (Fratto X 6/9 febbraio) e Alessandro Bergonzoni (Trascendi e sali 11/23 febbraio). Ricci/Forte, un’altra coppia fuori dagli schemi, propone il nuovo Easy to remember (19/24 maggio). E tornano tanti attori e registi, già conosciuti e amati dal pubblico dell’Elfo.

TEATRO ELFO PUCCINI, Corso Buenos Aires, 33- 20124 Milano – tel. 02 00 66 06 06.
www.elfo.org