Debutto scalognato. Influenza per il protagonista. Sostituito. Problemi anche per il secondo. Ma infine Borras. Notevole

VENEZIA, sabato 26 gennaio (di Carla Maria Casanova) “Werther” o “Pourquoi me réveiller?” (il celebre verso dei canti di Ossian) alias “Ah non mi ridestar”. Da quando le opere vengono date in lingua originale, questa  aria con inclinazione al sublime, è entrata nell’immaginario popolare anche nella versione francese,  come avviene alla Fenice, dove l’opera di Massenet è andata in scena ieri sera, diretta da Guillaume Tourniaire e con regia di Rosetta Cucchi (edizione di Bologna 2016).
È singolare che quest’opera, che più francese non si può, fu rappresentata in prima mondiale a Vienna, in lingua tedesca (1892). L’impresario Carvalho, direttore de l’Opéra-Comique, non aveva ritenuto opportuno programmare in patria un soggetto ricavato dal poeta nazionale tedesco all’indomani della (perduta) guerra  franco-prussiana. Un dettaglio commovente è invece che Massenet, pur avendo iniziato a mettere in musica il testo goethiano basandosi su versi di Edouard Blau e Paul Millet e solo sulla sceneggiatura di Hartmann, attribuì a quest’ultimo la paternità nominale dell’intero libretto per soccorrere l’amico con una parte dei diritti d’autore dopo il fallimento della sua impresa editoriale.
Dunque “Werther” di Goethe/Massenet. La storia, portabandiera del romanticismo, è arcinota e nemmeno troppo inusuale. Werther incontra Charlotte e tra i due nasce l’amore, ma lei è promessa ad Albert che sua madre sul letto di morte le ha fatto promettere di sposare. (Ah, queste madri impiccione e queste figlie troppo devote!) Risultato: né Charlotte né Werther si danno pace, lui addirittura si suicida, e con la scusa di un lungo viaggio, ha il cattivo gusto di andare a chiedere le pistole in prestito al marito di lei. Nell’opera, però, lui vive quanto basta per scambiare con lei l’addio disperato (vedi Giulietta e Romeo e… tanti altri). Questo addio in musica, a mio parere, è esasperatamente lungo. Werther non finisce mai di morire. Sia ben chiaro che questo straziante duetto regala sempre al pubblico una intensa emozione.
Alla Fenice il protagonista, se non proprio morto, è stato vittima di una sorta di malocchio: il titolare Piero Pretti, influenzato, sostituito alla prova generale dal francese Sébastien Guèze. Problemi anche per il secondo tenore, che ha reso necessaria una nuova sostituzione. Alla prima si è potuto trovare libero Jean-François Borras, tenore poco più che quarantenne di pregevole curriculum. L’ho ascoltato per radio, avendo presenziato alla prova generale. Mi è sembrato davvero notevole. Inutile dire che per Werther laggiù, in fondo alle orecchie, aleggiano sempre le note di Tito Schipa, Giuseppe di Stefano, Alfredo Kraus. E allora si è fregati in partenza.

Teatro La Fenice: “Werther”, di Massenet. Direttore: Guillaume Tourniaire. Regia: Rosetta Cucchi. Scene: Tiziano Santi (foto Michele Crosera)

Nei panni di Charlotte, ruolo di enorme impegno, c’è Sonia Ganassi, mezzosoprano doc. Molto bene nel terzo e quarto atto, quelli drammatici. Pregevole anche la dizione francese. Ma essendo lei una signora di placide forme casalinghe, non le conviene saltellare garrula nel bosco mentre Werther rapito le legge poesie. Qui stava alla regista intervenire, ed anche acconciarla con abbigliamento attraente e non con il grembiulone da cuoca.
Sbiadito il Bailli (Armando Gabba), onesto Albert (Simon Schnorr) il marito “così fortunato” (ma non troppo) che viene regolarmente odiato da tutte le spettatrici, quale causa di tanta sciagura. E forse lo è, se imponendo a Charlotte di consegnare a Werther le pistole, lo fa (buona l’intuizione della Cucchi) scaraventando a terra tutte le lettere del rivale a sua moglie. Ah, ma allora sapeva!!!!
Nel cast, una vocetta terribile è quella di Pauline Rouillard (Sophie).
Il maestro Tourniaire, francese con studi a Ginevra, direttore del coro della Fenice nel 2001, passato poi al podio e con carriera internazionale, potrebbe essere (già, è francese!) il direttore ideale per Werther. Ma non è obbligatorio. A me è parso imprimere all’orchestra della Fenice un ritmo più severo che poetico, più irruento che sensuale, e ciò anche se Werther, l’opera del delirio amoroso, al di là delle sue melodiose rapsodie è sicuramente un condensato di violenti contrasti. Grande l’impegno per i bambini del Kolbe Children’s Choir.
Rosetta Cucchi, regista considerata d’avanguardia, o comunque non tradizionalista, ha chiesto allo scenografo Tiziano Santi e alla costumista Claudia Pernigotti di allestire un ambiente anni ‘40. L’atmosfera ricorda quella de Il giardino dei Finzi Contini (film), forse per l’indulgere del bianco o per quel domenicale pic nic primaverile (“le bonnheur est dans l’air! tout le monde est joyeux”). Dai compassati festaioli non traspare però una gran allegria. L’opera è qui incentrata sulla casa, in senso fisico e come concetto famigliare. Casa che appare prima nello spaccato della dimora del Bailli, poi nella sagoma della facciata che domina la scena. Piace lo studiolo di Charlotte con la parete a libreria e la luce rossa soffusa.
L’idea-base della Cucchi è aver messo, fuori campo, una poltrona, da dove Werther ricorda la sua infanzia e sogna il futuro impossibile di una famiglia sua con Charlotte (sogno ricostruito con immagini di amorevoli scenette famigliari). Queste immedesimazioni del regista con la mente del compositore e/o protagonista, sostituendosi ai suoi pensieri, mi hanno sempre dato sui nervi. L’opera lirica dice già tutto da sola. Ma qui non sono illazioni invasive.
Adesso tocca fare il punto. Passando la palla al pubblico è doveroso segnalare un caldo successo. E il pubblico ha sempre ragione. O no?

Teatro la Fenice – “Werther” di Jules Massenet. Repliche domenica 27 gennaio ore 15,30; martedì 29, giovedì 31 ore 19; sabato 2 febbraio ore 15,30; giovedì 28 marzo, in differita, ore 21,15 su Rai 5.

Ma chi è la vera vittima, Antigone o Creonte? All’Elfo un superbo allestimento dello sfrattato Teatro di Ringhiera

MILANO, mercoledì 23 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) Sofocle (497 – 406 a. C.), strenuo ricercatore di arricchenti varianti e sorprendenti intrecci, nelle sue tragedie parte sempre da un personaggio centrale e dominante, Aiace, Edipo, Elettra, Filottete eccetera. Strada facendo, la scrittura ha svolte ed evoluzioni di straordinaria potenza drammatica. Vedi Antigone. Da sola potrebbe riempire la scena. Ma Sofocle crea sottili e tragici intrecci prima di arrivare a un finale di sangue, che travolge la vita di tutti, non prima di avere messo le basi di un dibattito morale, nella contrapposizione Stato/Famiglia, legge positiva e legge naturale, che da più di duemila anni s’è trascinato fino all’epoca moderna, coinvolgendo anche Goethe e Hegel (che definì l’Antigone “un esempio assoluto di tragedia“, dove ciascun protagonista, Antigone e Creonte, è protagonista della propria catastrofe, ma concludendo pilatescamente che hanno tutti e due torto e ragione).
Nasce dunque, al di là del dibattito fra i due ordini di valori, un’appassionante confluenza di sviluppi drammaturgici, che, in corso d’opera, vedono il contrasto di Antigone con la sorella Ismene, oltre all’opposizione Antigone/Creonte. E via via, il Coro e l’eroina pronta al sacrificio assumono forza e significato insieme con altri personaggi: il fidanzato Emone, figlio di Creonte, che poco servirà all’azione, ma necessario per creare infine i rimorsi e la disperazione di uno stolido Creonte, il quale, impavido e superbo,contro gli dei, contro il buonsenso, contro ogni opportunismo o convenienza politica, manda a morte Antigone, per aver disubbidito all’editto da lui emanato, di non dare cioè doverosa sepoltura al fratello di lei, nemico della patria, morto in battaglia combattendo contro la sua stessa città, Tebe. Ma Antigone sfida dolori e morte per rispettare il dovere morale e la legge degli dei di non lasciare il corpo del fratello Polinice insepolto, divorato e deturpato dal morso degli uccelli e dei cani. E accetta così la stessa sorte di Polinice, trascinando con sé, in un destino di morte, il giusto e innamorato Emone, in dissidio con il padre Creonte, e seguirà, al suicidio del figlio, quello della madre Euridice, travolta dal dolore e dalla disperazione.
Diciamo subito, senza altre pur necessatrie divagazioni, che l’allestimento di “Antigone”, all’Elfo Puccini (un’ora e venti senza intervallo), ad opera dell’ATIR Teatro Ringhiera, impone subito un paio di considerazioni.
La prima. Il Teatro Ringhiera è da un anno e mezzo senza casa. L’ATIR aveva in gestione da una decina d’anni una sala di 230 posti in Via Boifava, presso un centro comunale, dedito nel quartiere a benemerite attività sociali. Ora è chiuso per lavori di restauro. A lavori ultimati (ma non si sa quando), sarà pubblicato un nuovo bando di concorso per la gestione dell’immobile. E non è detto, quindi, che l’ATIR subentrerà nella sua vecchia dimora. Nel frattempo, è scattata una gara di ospitalità fra i diversi teatri milanesi. Ora, come s’è detto, è all’Elfo Puccini.
Seconda considerazione. La regista del Teatro Ringhiera, Serena Sinigaglia, con l’angoscia e l’amarezza per un futuro così incerto, dice: “È stato come trovarsi di fronte al corpo di Polinice. Un teatro chiuso è un corpo morto abbandonato al degrado del tempo“. Per dare, dunque, una maggiore visibilità a quest’abbandono e al dolore della Compagnia, Serena Sinigaglia, per l’Operazione-Antigone, ha voluto assegnare la regia a un grande e conosciuto uomo di teatro, Gigi Dall’Aglio.
Ed ecco in scena l’Antigone a firma Gigi Dall’Aglio. Un allestimento memorabile, con momenti di esaltante intensità e bellezza. Le antinomie e le opposizioni sofoclee ci sono tutte, con maggiori insistenze su alcuni aspetti drammaturgici (emersi peraltro già nel corso degli anni). La tragedia, per esempio, sarebbe stato più consono intitolarla “Creonte”, che occupa quantitativamente (e qualitativamente) maggiore spazio. E che, fragile e puntiglioso, ci prende di più e subito, inesorabilmente, per una sensibilità molto prossima alle nostre comuni debolezze umane. Si vedano i due tragici dialoghi con il figlio Emone e con la ribelle Antigone. Che rabbia. E che angoscia per la vanità, per l’impotenza e per l’eroismo dell’animo umano.
Ed è così che Antigone diventa un simbolo. Un’eroina, grande, maestosa eppure dolce e determinata. Non si discute. La si ama e basta. Shelley dirà: “Ciascuno di noi, in una vita anteriore, ha amato un’Antigone; e ciò fa sì che nessun legame umano possa più appagarci…”. Ma Shelley era un poeta.
Applausi deliranti infine per tutti i generosi, intensi e bravissimi interpreti. Compreso Gigi Dall’Aglio. Repliche ancora per poch giorni all’Elfo. E poi in tournée. Da non perdere.

“Antigone”, di Sofocle. Regia Gigi Dall’Aglio. Traduzione e adattamento      a cura di Maddalena Giovannelli  in collaborazione con Alice Patrioli e Nicola Fogazzi. Con Carla Manzon, Aram Kian, Stefano Orlandi, Francesca Porrini, David Remondini, Arianna Scommegna, Sandra Zoccolan. Scene Emanuela dall’Aglio, Federica Pellati, costumi Katarina Vukcevic, luci Giancarlo Salvatori. Produzione ATIR Teatro Ringhiera. Al Teatro Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche finio a domenica 27 gennaio.
Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606.
www.elfo.org

Tournée
30 gennaio, LAC, Lugano
21, 22 febbraio, Teatro Faraggiana, Novara
24 febbraio, Teatro Civico Fallaci, Ozieri (Sassari)
25 febbraio, Cineteatro Olbia, Olbia
26 febbraio, teatro Comunale Dorgali, Dorgali (Nuoro)

 

 

Dopo un trapianto di ipofisi, il cane randagio diventa un uomo, perfetto modello del sistema politico sovietico. Era meglio prima

Paolo Pierobon e Sandro Lombardi (il Cane e il Professore). Foto Masiar Pasquali.

MILANO, mercoledì 23 gennaio (di Emanuela Dini) La libera versione teatrale di “Cuore di Cane” di Michail Bulgakov, riscritta da Stefano Massini e messa in scena al Piccolo Teatro con la regia di Giorgio Sangati, è un signor spettacolo, imponente e inquietante, lungo in tutto 2 ore e 20 più un intervallo di 20 minuti, che cresce progressivamente, acquistando spessore, ritmo, inquietudine e tragicità di minuto in minuto.
La storia è semplice nel suo candore quasi favolistico: un chirurgo potente e ambizioso sostiene di poter arrestare l’invecchiamento trapiantando l’ipofisi di uomini giovani nel corpo dei vecchi («Modifichiamo la genesi dell’uomo creando la giovinezza»). Per allenarsi, si esercita su un cane, un randagio malmesso, ma l’esperimento va oltre le sue aspettative e l’animale si trasformerà man mano in “umanoide”, imparando a parlare, ragionare, argomentare, pretendere e ribaltando tutte le certezze e i principi saldamente borghesi del professore. Ma…
Il testo di Bulgakov (1891-1940) venne scritto nel 1925, ma non ottenne il visto del regime e vide la luce solo dopo la morte dell’autore, prima nel 1967 nel mondo occidentale, e poi in Unione Sovietica ben vent’anni dopo, nel 1987.
Cosa c’era di così tremendo in questa “favoletta”? C’è tutta la critica a quello che di marcio e di ipocrita si nasconde nella società bolscevica; c’è il ritratto della borghesia benestante che ben se ne guarda dal rinunciare ai propri privilegi (case grandi, cibi raffinati, domestici in quantità); c’è l’accusa alle brame di onnipotenza di chi vuole creare e plasmare l’uomo nuovo; c’è la metafora della situazione politica, con Lenin morto nel 1924, Stalin sulla rampa di lancio, la sovietizzazione in pieno svolgimento ma le enclave borghesi ancora intoccabili; c’è il senso di giustizia che poi sfocia in arroganza e voglia di far carriera dell’ex cane diventato uomo; c’è «il quadro di una società corrotta e malsana che vince sulla luminosa utopia rivoluzionaria, e il riso è amaro», come fa notare Gian Piero Piretto, docente di cultura russa all’Università degli Studi di Milano nel bellissimo testo pubblicato sul programma di sala; c’è un’ironia sottile persino nei nomi dei personaggi, il cane diventato uomo che si fa registrare all’anagrafe col cognome di Poligraf Poligrafovic, dove il cognome è una sintesi tra Polizia e Anagrafe e sottolinea la moda sovietica per i nomi “politicamente corretti”, lontani da reminiscenze ecclesiastiche e vicini alla Pubblica Amministrazione, e il professore Preobražénskij prende il nome dalla festa religiosa della Preobraženie, cioè della Trasfigurazione.

Paolo Pierobon, Sandro Lombardi, Lorenzo Demaria, Bruna Rossi, Lucia Marinsalta in una scena di “Cuore di cane” (foto Masiar Pasquali)

E poi c’è lo spettacolo sul palco. Teso e vibrante, con una scena che nel primo atto è cantina, laboratorio, angolo di strada e nel secondo diventa casa borghese con argenteria a tavola e lampadari di cristallo. Con costumi anni ’20 che a tratti hanno inquietanti rimandi a camicie di forza e strumenti di tortura e costrizione dei manicomi; con luci che squarciano la scena e a tratti illuminano la sala; con un’interpretazione a dir poco straordinaria di Paolo Pierobon – il cane che diventa essere umano – e il suo ringhiare, ululare, mugolare e poi il lento, tenace, sofferto, trionfale appropriarsi del linguaggio e del potere della parola, che esercita con una logica dapprima infantile e spiazzante poi, man mano, sempre più proterva e dirompente, in un’evoluzione che vedrà il professore perdere il controllo sulla sua “creatura” e un gattopardesco finale amaro che riporta tutto a “come era prima”.
Uno spettacolo intenso, una grande prova per tutti gli attori, con Pierobon più volte applaudito a scena aperta e calorosi applausi finali da parte di una sala strapiena.

“Cuore di cane”, di Stefano Massini, regia Giorgio Sangati, libera versione teatrale dal libro di Michail Bulgakov, scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca. Con Paolo Pierobon (Pallino, la cavia), Sandro Lombardi (Il prof.Filìpp Filìppovič Preobražénskij), Giovanni Franzoni (Il dottor Ivàn Arnòl’dovič Bormentàl’, suo braccio destro), Bruna Rossi (Darj’a Petrovna, cuoca), Lucia Marinsalta (Zina Prokof’evna, giovane cameriera), Lorenzo Demaria (Commissario del Popolo). Al Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2, Milano. Repliche fino a domenica 10 marzo.

www.piccoloteatro.org

Scientifica autodistruzione d’un genio del jazz. Alcol, donne, droga e condanne. Cioè, la vita maledetta di Chet Baker

Paolo Fresu e Marco Bardoscia

MILANO, mercoledì 16 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) Sembra che non conoscesse la musica. Ma aveva un orecchio prodigioso, il cosiddetto orecchio assoluto. Come Frank Sinatra. E cantava con le stesse calde dolcezze melodiche di Frank Sinatra. Da giovane, dicono che fosse bello come un angelo. E il pubblico americano, non solo le ragazzine, lo adoravano. Stiamo parlando di Chesney H. Baker, detto Chet (1929-1988), il genio della tromba, che, ispirandosi al cosiddetto cool jazz, o jazz moderno, o nuovo jazz, in opposizione del jazz classico, quello di New Orleans per capirci, si basava soprattutto sugli a solo, o all’unisono di due o tre strumenti. E, sugli a solo di tromba, Baker detto Chet, era insuperabile. Per lo meno alla pari con le quattro o cinque più famose trombe e sax di allora, da Miles Davis a Charlie Parker, da Louis Armstrong a Lee Konitz, da Dizzy Gillespie a Art Farmer.
Quando nel 1951 lo volle Gerry Mulligan a far parte del suo quartetto, il ventiduenne Chet, con la straordinaria flessibilità dei suoi a solo, che andavano da struggenti dolcezze ad aggressive sonorità, si conquistò subito un posto d’onore nell’Olimpo del Jazz e nell’ammirazione di Mulligan (non così sul piano umano).
Arrigo Polillo (“Jazz”, Mondadori 1975) così scrisse del rapporto musicale di Gerry Muligan e Chet Baker: “L’asprigna dolcezza del sassofono baritono di Mulligan si sposava perfettamente con la voce, pastosa e carezzevole, della tromba di Chet Baker, che suonava al suo fianco; la musicalità e la nitidezza delle linee melodiche, il puntualissimo gioco di assieme, il delizioso contrappunto, il funzionale sostegno dei ritmi, propulsivo quanto discreto, erano altrettanto tratti distintivi di quel jazz rilassato e muscoloso a un tempo, che si differenziava già nettamente dal cool jazz, dal quale peraltro derivava...”

Dino Rubino (piano), Marco Bardoscia (contrabbasso) e Paolo Fresu (tromba). Nel riquadro Chet Baker.

Con la sua esecuzione di “My Funny Valentine”, nel 1952, ottenne un successo eccezionale. Insuperato. E, oltre al suo straordinario ed istintivo modo di suonare la tromba in uno stile di morbide voluttà, un sondaggio lo proclamò “il miglior cantante jazz”. Insomma, c’erano tutte le premesse, fin dai suoi debutti, per una vita gloriosa e felice. Gloriosa lo fu. E basta. La felicità è il prezioso bene di pochi. Forse di nessuno. Per Chet Baker, poi, era bandita anche dal vocabolario, salvo chiamarla con altri nomi: alcol, droga, donne, tutte componenti di uno sciagurato viatico verso la dannazione, verso l’autodistruzione, attraverso sballi, disgrazie e carceri. Compreso, dopo quelli americani, il carcere di Lucca, nel 1960, dove ci rimase sedici mesi, dopo ch’era stato trovato nel bagno di un distributore di benzina, inebetito d’eroina, con una siringa ancora insanguinata.
Invecchiato, sdentato e imbruttito anzi tempo, era diventato una irriconoscibile copia di quel bellissimo giovane ch’era stato una volta.
Dorian Gray era infine precipitato negli inferi dello sfacelo fisico.
Chet Baker precipitò dalla finestra al terzo piano dell’Hotel Prins Hendrik di Amsterdam. Erano le tre e dieci di venerdì 13 maggio 1988.
Così finì un artista grandissimo, un musicista dal divino talento, che sapeva cavare dalla tromba note di struggente bellezza e suoni di estatiche e rapinose intensità intimiste. Probabilmente era questo il suo modo d’intendere la felicità.
Una vita, come quella di Chet Baker, sembra fatta apposta per diventare un copione di teatro. E infatti ci hanno pensato Leo Muscato e Laura Perini. Poi, con la regia di Leo Muscato, il Teatro Stabile di Bolzano ha allestito una maxi produzione, costruita su una doppia scena.
In primo piano, un bar americano che pressappoco richiama il quadro “I nottambuli” (1942) di Edward Hopper, con otto attori che entrano ed escono, ad accennare o rappresentare episodi della vita di Chet Baker (con qualche tentazione a O’Neill, o a Tennessee Williams.
In secondo piano, sullo sfondo, un piccolo palcoscenico per le performance jazzistiche dei tre musicisti jazz: Paolo Fresu (tromba), Dino Rubino (pianoforte), Marco Bardoscia (contrabbasso), che rievocano senza soluzione di continuità le più famose versioni di Chet Baker, o propongono brani  e ballate scritti appositamente da Fresu per il teatro, od altri brani ispirati all’impianto drammaturgico.
Con il titolo “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker”, questo straordinario omaggio a Che Baker è ora in scena all’Elfo Puccini, per due ore di seguito senza intervallo, come una ininterrotta colonna sonora dal vivo, a interloquire – suono voci – con gli attori, quasi un concertato operistico, dove i fonemi-parole dominano o si confondono o entrano in conflitto con le suggestive performance jazz di Fresu & Co.
I due impianti, drammaturgico e musicale, rappresentano nel contempo l’originalità dell’operazione ma anche gli intrinseci limiti, perché frantumano la linearità e soprattutto la comprensibilità di un testo che ha sprazzi di intenso piacere ed interesse. Eppure, dove si perde l’interpretazione attoriale, subentra il piacere del trio musicale in un compensativo gioco conplementare. O, viceversa, si scambiano i ruoli. O si sovrappongono fra loro. Ma, in tal caso, negli eccessi di sonorità, venendo meno una più armoniosa conciliazione degli estremi, risulta compromessa o la comprensione dei testi o la degustazione del piacere musicale.
Una critica assolutamente inutile la nostra, non vedendo come possa essere possibile una soluzione del problema, connaturato alla stessa struttura dell’operazione, salvo parzialmente rovesciare lo stesso impianto registico. Ma diventerebbe un altro discorso.
Spettacolo comunque gradevolissimo. Con plaudente entusiasmo finale per tutti.

“TEMPO DI CHET – La versione di Chet Baker” – testo Leo Muscato e Laura Perini – musiche originali Paolo Fresu – regia Leo Muscato. Con Paolo Fresu (tromba), Dino Rubino (piano), Marco Bardoscia (contrabbasso), e con gli attori: Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello, Laura Pozone. Al Teatro Elfo Puccini, Milano. Repliche fino a domenica 20 gennaio.

www.elfo.org

TOURNÉE

Pavia, Teatro Fraschini, 22 gennaio 2019; Siena, Teatro dei Rinnovati, 23 gennaio – Empoli (FI), Teatro Excelsior, 24 gennaio – Livorno, Teatro Goldoni, 25 gennaio – S. Croce sull’Arno (PI), 26 gennaio – Schio (VI), Teatro Astra, 29 gennaio . Venezia, Teatro Goldoni, 31 gennaio – 3 febbraio – Prato, Teatro Metastasio, 5 febbraio – Padova, Teatro Verdi, 6 – 10 febbraio – Bologna, Arena del Sole, 12 e 13 febbraio – Cesena, Teatro Bonci, 14 – 17 febbraio – Sondrio, Teatro Sociale, 19 febbraio – Brescia, Teatro Sociale, 21 – 24 febbraio – San Giovanni Valdarno, Teatro Masaccio, 26 febbraio – Monfalcone (GO), Teatro Comunale, 28 febbraio