Out Off, pioniere di teatro dal vivo su Facebook. E Cividati recita l’incredibile pazzesca avventura polare di Shackleton

MILANO, giovedì 30 aprile (di Paolo A. Paganini)Avete ragione: sono un fallito. Ma sapete che vi dico? Al diavolo tutti quanti. Io e i miei uomini siamo tornati dall’inferno sani e salvi…”
Così scriveva Sir Ernest Shackleton alla moglie, tornato dopo ventidue mesi da una fallimentare spedizione nell’Antartide. Era partito dal Porto di Londra il 1914, con ventisette membri di equipaggio, proprio allo scoppio della Grande Guerra. Per ingaggiarli aveva promesso loro un’avventura pazzesca, tra vita e morte, tra ghiacci e disagi d’ogni tipo, tra bufere di mare e onde alte trenta metri. Tra fame e freddo. E con la nave stretta e stritolata nel pack. E con il ghiaccio che diventava sempre più una morsa mortale dalla quale era impossibile districarsi in quelle lunghe notti polari senza cielo, senza luce, senza sole, senza tempo. E infine decidersi di abbandonare tutto, e tentare l’attraversamento a piedi tra banchise e ghiacci eterni, tra il mare di Weddel e il mare di Ross, e andare infine a cercare soccorso nella Georgia Australe.
Era tutto quello che Shackleton aveva funestamente anticipato ai suoi uomini. Promettendo loro, magari, la gloria. Se avessero mai potuto raccontarla.
La raccontarono. Anche se quegli uomini, alla fine, non riconobbero più il loro capitano, come invecchiato di trent’anni, bianco di capelli, ingobbito. Eppure, indomito. Tanto che, dopo cinque anni, ritentò l’impresa. Ma un infarto lo colpì poco prima di partire. Morì così a 48 anni. Era il 1922.
Finiva un’epoca. Quella di Robert Falcon Scott, Roald Amundsen. E di Shackleton, l’epoca degli ultimi pionieri delle grandi imprese di mare, intese come sfida alla natura, con coraggio, spirito d’avventura, con una vena di pazzia e una concezione eroica della vita di mare. Prima dell’era tecnologica.
Poi, la Seconda Guerra mondiale. E un altro grande navigatore, ma della politica, promise agli inglesi “lacrime e sangue”. Ma Shackleton, grande e folle navigatore di mare, l’aveva già promesso ai suoi 27 uomini.
Eppure, quella vena di follia la si trova in tanti che hanno saputo e sanno osare. Magari fallendo. Ma fa lo stesso. L’importante è tentare.
Come ora Massimiliano Cividati, un attore che non ha attraversato nessun pack polare, ma si è avventurato sulla banchisa glaciale d’un altro mare, il mare del web. Come ha fatto ieri sera, rappresentando, in diretta, su <facebook.com/teatrooutoff>, la storia eroica e maledetta di Shackleton, attraverso l’inferno dei ghiacci antartidi.
Lo spettacolo, “Ghiacci”, progetto testo e regia dello stesso Cividati, doveva andare in scena, nella settimana dal 14 al 19 aprile all’Out Off, poi il grande freddo, il ghiaccio mortale della pandemia. Tutti i teatri chiusi. Spettacoli saltati, calendari soppressi, progetti annegati, riaperture naufragate nella morsa mortale di un virus.
Arrendersi?
Mai.
Ed ecco Cividati, ospite dello spazio facebook dell’Out Off, a schermo fisso davanti alla videocamera, dal vivo, in diretta, da casa sua a Cusano Milanino (dove, a Torre dell’Acquedotto, ha sede la Compagnia Aia Taumastica). Ha rappresentato, dalle 21 alle 23,23, tra prove tecniche e spettacolo (questo, 1 ora e 40), l’intenso e avvincente monologo “Ghiacci”, la sfortunata storia di Shackleton, mentre, da un altro riquadro dello schermo, Andrea Zani al pianoforte commentava musicalmente il monologo di Cividati a tempo di ragtime, anche lui dal vivo, da casa sua a Milano. Il batterista Gennaro Scarpato, invece, dalla Toscana non s’è potuto collegare, per problemi tecnici. Stefano Sgarella, anche lui da casa sua, a Milano, coadiuvato dall’assistenza operativa di Raffaella Bonivento sul set di Cusano Milanino, coordinava web, audio e video, tra zoom, skype e cellulari.
E tutto è andato quasi sempre a buon fine. Salvo una telecamera che s’è spenta, una botta su un piede di Cividati, una scena rotta. Piccoli incidenti di un percorso improvvisato, su un palcoscenico virtuale, con tutte le incognite che poteva riservare un collegamento web.
Prima dello spettacolo Cividati, con un pessimismo poi smentito, confessava: “Avremo più problemi tecnici che parole da dare a voi. Questo non è e non sarà uno spettacolo, perché gli spettacoli avvengono in mezzo alla gente”.
E, alla fine: “Questo non è teatro, il teatro è un’altra storia. A teatro c’è bisogno del respiro degli spettatori, della saliva degli attori. Lo scambio organico di una comunione.”
Siamo d’accordo. Ma se non è teatro, cos’è?
Diciamo che, in attesa di un’altra definizione, è pionierismo. Come pionieristica è questa sperimentale recensione, che potrà avere altre occasioni di intervento, ma con spettacoli sempre e solo dal vivo.
È, tutto sommato, l’apertura avventurosa d’una nuova, provvisoria e coraggiosa strada, che consente, nel frattempo, di far rivivere una parvenza di teatro, con reali attori che lavorano dal vivo, proprio come a teatro, con spettacoli in diretta, mettendoci la faccia. E succeda quel che deve succedere. Basta che, prima o poi, il maledetto “covid” ci lasci lavorare. A platee piene. E si alzi finalmente il sipario.

Ghiacci” sarà disponibile fino a stanotte sul canale Youtube di Teatro Out Off.

Anche l’VIII “A Summer Musical Festival” costretto a cambiare veste. Dovrà trovare nuove forme di fruizione

BOLOGNA, giovedì 23 aprile L’ottava edizione di “A Summer Musical Festival” cambia veste: la BSMT Productions e la Direttrice Artistica, Shawna Farrell, stanno pensando a una nuova modalità di rappresentazione, affinché il pubblico possa godere anche quest’anno degli spettacoli già annunciati lo scorso gennaio.
A causa delle disposizioni ministeriali relative al Covid-19, infatti, Jekyll &Hyde, City of Angels e Oklahoma! non potranno essere rappresentati nelle date previste, fra maggio e giugno, sui palcoscenici dei teatri Celebrazioni e Duse di Bologna.
La BSMT nelle ultime settimane, attraverso gli strumenti digitali, ha dato continuità alla didattica, ha svolto regolarmente le audizioni per il prossimo triennio accademico e allo stesso modo vuole portare avanti il progetto artistico del Festival, valutando nuove forme di fruizione.
Gli spettacoli di “A Summer Musical Festival” permettono agli allievi di mostrare il proprio talento, un punto di arrivo del percorso di studio e, allo stesso tempo, un punto di partenza per il loro futuro di performer.
La BSMT, dal 1993, ha portato avanti lo studio, la produzione e la messa in scena di quelli che in America sono chiamati “The thinking man’s musical”, ovvero il Musical colto. L’elenco delle produzioni in questi anni è ormai molto lungo e si è arricchito della collaborazione con alcuni enti teatrali quali il Teatro Comunale di Bologna, primo Ente Lirico in Italia che ha aperto le porte al musical, il Teatro Duse e il Teatro Celebrazioni di Bologna.

Gli spettacoli, che sarebbero dovuti andare in scena quest’anno, e per i quali sarà studiata una diversa forma di rappresentazione:

Jekyll & Hyde è basato sul romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson. Il musical si avvale della colonna sonora di Frank Wildhorn, nominato ai multi-Grammy con le liriche e il libretto di Leslie Bricusse.

Oklahoma! è la storia del cowboy Curly innamorato di Laurey, che vive con la zia Eller in una fattoria a Claremore. Laurey è contesa anche dal terribile Jud Fry. Così per far ingelosire Curly, accetta di uscire con lui. Il triangolo amoroso si intreccia anche con le vicende di Ado Annie, lo sciocco Will Parker e l’ambulante Ali. Un classico molto amato, che debuttò per la prima volta a Broadway nel 1943 e conferì uno speciale premio Pulitzer alla coppia Rodgers & Hammerstein, l’anno successivo.

City of Angels è una storia nella storia, in cui uno scrittore di romanzi polizieschi interagisce coi suoi personaggi nel tentativo di trasformare il romanzo in una sceneggiatura.

Per coloro che avevano già comprato i biglietti, a breve i teatri renderanno nota un’informativa dettagliata sulle modalità di rimborso. ● La BSMT appoggia l’iniziativa #iononvoglioilrimborso per sensibilizzare il pubblico a sostenere i teatri e gli eventi culturali che in questo momento stanno attraversando una grande crisi.
www.bsmt.it

Gianrico Tedeschi, un secolo di amore per il grande teatro. Con i più celebri registi (e una venerazione per Eduardo)

MILANO, lunedì 20 aprile (di Andrea Bisicchia) Gianrico Tedeschi nasce il 20 aprile 1920, quando il teatro italiano vede l’affermazione, non solo di Pirandello col suo primo grande interprete, Ruggero Ruggeri, ma anche del Teatro del Grottesco, la cui fortuna fu dovuta a una serie di prime attrici e primi attori che recitavano testi di Rosso di San Secondo, Antonelli, Cavacchioli etc. Una stagione irripetibile costruita sul motto: “Quale teatro fare”, se non quello degli autori e dei suoi interpreti.
La nascita professionale di Gianrico Tedeschi avviene nel 1947, con un testo di Maxwell Anderson: “Sotto i ponti di New York”, regia Giorgio Strehler, con la Compagnia Maltagliati-Randone, di cui facevano parte Tino Carraro, Franco Parenti, Mario Feliciani, Bella Starace Modigliani. Anche il 1947 è un anno importante per il quale è più giusto il motto:” Come fare il teatro”, ovvero, in che modo la regia critica debba rapportarsi col testo. Il teatro italiano doveva uscire dal tunnel del fascismo, oltre che dalla crisi degli ultimi decenni, per allinearsi con la scena europea, dove la figura del regista non era più quella del metteur en scène, ma di chi riscrive il testo sulla scena. È anche l’anno della fondazione del Piccolo Teatro (17 maggio 1947) e quindi di un teatro di impegno civile e sociale, in netta contrapposizione col teatro borghese della prima metà del Novecento.
Gianrico Tedeschi ha subito la fortuna di lavorare con i grandi attori del secondo Novecento e con registi come Strehler, Salvini, Visconti, Squarzina, Costa, Ronconi. Il primo decennio lo vede impegnato con un repertorio tra classico e moderno, da Sofocle a Shakespeare, da Goldoni a Moliere, da Pirandello a Bontempelli, da Callegari a De Benedetti. Si diceva dei registi, presto diventati maestri di scena, ma va riferito anche che le Compagnie con cui Gianrico lavorava erano tutte “primarie”, si andava dalla Ricci- Magni, alla Pagnani-Cervi, con cui Gianrico avrà un lungo sodalizio, come lo avrà con la Compagnia del Piccolo Teatro della Città di Roma, diretta da Orazio Costa (suo maestro d’Accademia) di cui facevano parte: Tino Buazzelli, Giancarlo Sbragia, Rossella Falk, Nino Manfredi, Giorgio De Lullo.
Gianrico Tedeschi considerava il teatro, non solo una vocazione, ma anche una professione, insomma un lavoro, dato che, nel dopoguerra, aveva avuto tanto bisogno di lavorare, provenendo da anni alquanto difficili ed essendo vissuto in una casa di ringhiera in via San Gregorio, a Milano, senza bagno e senza acqua. Studiava, insieme ai fratelli, sul tavolo da cucina, ma riusciva a concentrarsi lo stesso, tanto da diplomarsi e da iniziare a insegnare come maestro, nelle scuole elementari. Erano seguite le difficoltà della guerra, con l’interruzione degli studi all’Università Cattolica, dove aveva conosciuto Padre Gemelli e dove si laureerà con una tesi in filosofia: “Esistenzialismo e teatro contemporaneo”, dopo gli anni vissuti in un campo di concentramento, nel quale aveva iniziato la sua carriera d’attore non ancora professionista, recitando “Enrico IV” di Pirandello , dove, tra il pubblico del lager, c’erano ad applaudirlo: Enzo De Bernard, che diventerà suo cognato, Enzo Paci, Giuseppe Lazzati, Giovanni Guareschi, Roberto Rebora, che lo elogiò dicendogli: “Sei un attore nato, tu lo devi fare”. Con Paci aveva dato un esame di filosofia, solo che, diceva, la filosofia non gli dava affatto energia. L’“Enrico IV” lo accompagnerà lungo la sua carriera, ma quando glielo proponeva qualche regista, rispondeva di no, perché lo sentiva dentro di sé, tanto che deciderà di portarlo in scena, con la sua regia e la consulenza di Siro Ferrone, nel 1994.
Il suo primo spettacolo, da protagonista, sarà “Anfitrione” di Plauto (1955), con la Compagnia del Piccolo Teatro della città di Genova, regia Edmo Fenoglio, accanto a Enrico Maria Salerno, Valeria Valeri, Annibale Ninchi. Da questo momento chi vuole Gianrico in Compagnia è obbligato a offrirgli parti da protagonista o coprotagonista, come avverrà con “La governante” di Brancati (1964-65), con la Proclemer-Albertazzi, e con “Io, l’erede” di Eduardo (1968), nella parte di Ludovico Ribera, regia di De Filippo, accanto a Ferruccio De Ceresa.
Nel 1968 si innamora di una bellissima giovane attrice, Marianella Laszlo che aveva conosciuto in occasione dello spettacolo: “Le nuvole”, con la regia di Guicciardini. Non tarderà a sposarla, in seconde nozze, e a diventare padre di Sveva che farà anche lei l’attrice. I grandi successi appartengono agli anni Settanta e Ottanta, con “Unterdenlinden” (1967), regia Raffaele Maiello, “L’Opera da tre soldi” (1972-73), regia di Strehler, dove interpreterà un Peachum da manuale, e con “Il Cardinale Lambertini” (1981), regia di Squarzina, un vero trionfo, si racconta che qualcuno del pubblico, alla fine dello spettacolo, gli chiedesse di essere benedetto. Gianrico divenne un attore molto richiesto e lo era talmente, da non accorgersi di quanto accadeva negli anni in cui si era registrato un successo tale della regia da far teorizzare a Roberto De Monticelli la scomparsa dell’attore, tranne che ammettere il suo rinsavimento, qualche anno dopo, con la crisi degli Stabili e della regia critica, quando sulle pagine del Corriere della Sera (27-3-1982), il critico scriverà: “È tornato l’istrione a catturare il pubblico”.
A dire il vero, Gianrico non ammetteva mai di essere un istrione, egli aveva vissuto il palcoscenico accanto a categorie diverse di attori, da quello di tradizione a quello dei Collettivi e delle Avanguardie, dall’attore santo, al giullare. In fondo, si sentiva di appartenere alla tradizione del grande attore, quello dei mostri sacri che non verranno mai scalfiti dagli attori delle “cantine” o dai performer, ma che sapevano sublimare ciò che interpretavano, anche quando dovevano accettare il confronto col cinema o la televisione, benché Gianrico, più che il cinema, amasse la televisione, per la quale aveva realizzato spettacoli di intrattenimento, ma anche tantissimi spettacoli teatrali.
Lui riconosceva le doti maieutiche del bravo regista, considerava Costa un suo maestro, ma riteneva Strehler, Squarzina, Ronconi dei talenti straordinari, fuori dagli schemi, capaci di tirare fuori tutte le potenzialità degli attori. A suo avviso, erano stati loro i veri rivoluzionari, oltre che innovatori. Diceva di essere stupito dal loro modo di lavorare, così come voleva essere stupito da ciò che un testo doveva comunicargli. Non nascondeva la sua venerazione per Eduardo, il quale, mi raccontò, aveva scritto, pensando a lui: “Gli esami non finiscono mai”, che non potrà interpretare per impegni già presi. Amava anche essere diretto da registi più giovani, come Marco Bernardi, Andrée Ruth Shammah, Piero Maccarinelli. Stimava molto Marco Bernardi per il suo modo di lavorare che non metteva mai a disagio gli attori. Con lui, pur avendola interpretata con Squarzina, scelse di rifare “La rigenerazione” di Svevo, perché lo aveva catturato l’idea registica di Marco, ovvero la sua capacità di alternare la dimensione onirica con quanto accadeva nell’inconscio dei personaggi. Il sodalizio con Bernardi continuerà col “Ruzante” e con “Il Maggiore Barbara”.
Aveva molta stima per la Shammah, per il suo profondo lavoro sugli attori e per un certo perfezionismo, tanto da mettere tutto in discussione fino all’ultimo giorno di prove. Dopo averlo diretto in “Noblesse oblige” di Santucci (1993), Andrée volle rifare con lui “I promessi sposi alla prova” di Testori,1994, perché vide in Gianrico un Maestro diverso da Franco, meno intellettuale, più ironico, più scettico, più brontolone, tanto che pensò proprio a lui per “Sior Todero brontolon” che debuttò nel 1999 a Verona, per l’Estate teatrale. Nel frattempo, nel 1997, aveva registrato un altro trionfo con “Il riformatore del mondo” di Bernhard, con Marianella Laszlo, con cui, da tempo, aveva formato una “ditta” stabile, regia Piero Maccarinelli.
Che dire quando alla fine dello spettacolo: “La compagnia degli uomini” di Bond, con la regia di Ronconi, lo applaudimmo tutti in piedi, d’accordo con Maria Grazia Gregori che, sulle pagine dell’Unità (13 gennaio 2011), lo definì “immenso” e con Franco Cordelli che scrisse sul Corriere (15 gennaio 2015), “Per fortuna c’è qui una presenza, commovente, direi grandiosa, quella di Gianrico Tedeschi”.
Gianrico aveva compiuto 91 anni, ma non finì lì, perché lo abbiamo visto ancora in scena, al Parenti, con “Farà giorno” (2013-14) regia Piero Maccarinelli, e “Dipartita finale” con la regia di Branciaroli accanto a Ugo Pagliai, Massimo Popolizio, Sebastiano Bottari. Ricordo che, finite le repliche (2016), anni 96, mi chiese: “Secondo te, cosa potrò fare la stagione prossima?”.

Per chi volesse conoscere gli anni trascorsi nei lager nazisti e altro, consiglierei di leggere di Enrica Tedeschi, la prima figlia: “Semplice, buttato via, moderno. Il teatro per la vita di Gianrico Tedeschi(v. qui la nostra recensione), edito da Viella 2019 (pp. 224, € 27). Ed ancora, a cura di Maria Immacolata Macioti: “Gianrico Tedeschi. Due anni nei campi nazisti”, Edizioni ANRP, 2019 (pp. 94).

 

Paradosso del teatro (quando riprenderà). Nascere per la partecipazione sociale, e di distanziamento sociale morire

PARMA, sabato 12 aprile ► (di Oberdan Forlenza) In questi giorni, in cui siamo tutti in casa tra preoccupazioni personali e familiari, si aggiungono anche i pensieri sul futuro del teatro, dello spettacolo e, in una parola, della cultura in questo Paese.
La situazione è molto grave oggi, quando tutti i luoghi sono chiusi. Ma sarà gravissima domani, quando sarà consentito “ripartire”. Nessuno è in grado di sapere come andranno le cose, ma sappiamo che molto sarà diverso e almeno alcune ipotesi possono essere formulate. E non sono ipotesi di segno positivo.
Ci sarà ancora voglia di cultura, di spettacolo, e in che misura?
Come si farà spettacolo e come si parteciperà alle rappresentazioni?
Siamo l’attività culturale che più di altre vivrà un paradosso: ci collocheremo in una società dove saranno d’obbligo le misure di “distanziamento sociale”, mentre il teatro – ma anche l’opera, la musica, la danza – sono i luoghi che nascono “per” il sociale; per l’avvicinamento, la partecipazione sociale e non per il distanziamento.
Alcune cose sembrano evidenti.
La prima: quale che sarà la “voglia” del pubblico di tornare a teatro o nelle sale da concerti e altri luoghi di spettacolo, aspettiamoci meno pubblico (per scarsa voglia o per diffidenza, per insofferenza per le misure, più semplicemente per mancanza di soldi). Sarà difficile per una coppia o per un gruppo di amici avere voglia di entrare in luoghi dove si va per il piacere di vivere insieme un’esperienza, e venire invece “distanziati”. E, in questo caso, l’esercizio cinematografico (con la possibile fruibilità diversa, domestica del film), potrà essere ancora più a rischio.
La seconda: le modalità di produzione e rappresentazione. Come si faranno le prove, come si collocherà l’orchestra e il coro (useranno le mascherine?).
La terza: le modalità di fruizione. Attuare il “distanziamento” non produrrà solo una diminuzione di pubblico per replica (oltre che una diminuzione in generale) e dunque un aumento dei costi produttivi, ma comporterà anche un necessario ripensamento globale dei luoghi ed una ristrutturazione degli immobili. Tutto questo dipenderà dal tipo di misure, come è ovvio, ma significherà tempo e denaro. Con un paradosso finale: meno pubblico e più costi.
E cosa faranno attori e tecnici e i tanti giovani che si sono appena accostati a questo mondo e che vivono già ora in cattive condizioni di precariato?
Si potrebbe continuare, ma credo che basti, e spero di essere completamente smentito. Ma basta che una sola di esse si realizzi, perché tutto il nostro settore – tutto il settore della produzione culturale di questo Paese – ne risenta fortemente. Cosa si può fare?
Ci sono misure che riserviamo al dopo. Ma ci sono anche misure immediate, senza le quali il teatro, lo spettacolo, la cultura muoiono.

Indichiamone alcune:

  1. – Immediata erogazione di tutto il FUS stanziato per il 2020, con totale moratoria dei parametri vigenti. Queste somme devono essere immediatamente destinate a tutti i soggetti dello spettacolo: serviranno per ripartire e, se del caso, per patrimonializzare e rendere i soggetti dello spettacolo più forti; serviranno a giocare con un anno di anticipo, sfuggendo finalmente alla morsa delle anticipazioni bancarie.
  2. Creazione di un fondo per l’erogazione a fondo perduto di somme per la ristrutturazione dei luoghi di spettacolo, in dipendenza delle nuove misure di sicurezza da attuare.
  3. Deduzione fiscale del costo del biglietto, così consentendo a tutti gli spettatori di portare in detrazione dalla propria dichiarazione dei redditi le spese per la cultura. Occorre incentivare il ritorno del pubblico (che il pubblico non vada via definitivamente) e questa è una modalità per evitarlo.
  4. Istituzione di un fondo di solidarietà per il precariato dello spettacolo. Individuazione dell’esatta dimensione del “precariato” del mondo dello spettacolo (attori, tecnici, etc.), estendendo ammortizzatori sociali o comunque meccanismi di solidarietà economica specifici a tutti coloro che, pur non avendo rapporti di lavoro “fissi” o contratti a tempo determinato più o meno lunghi, hanno operato e avrebbero operato in questo settore.
  5. Misure specifiche di sostegno per l’esercizio cinematografico, attraverso l’istituzione di un fondo di ristoro sulla base degli incassi del 2019.

Non sono misure impossibili, né particolarmente dispendiose. Se pensiamo di uscire da questa crisi, di affrontare il dopo crisi lavorando su aggiustamenti dei numeri, delle percentuali, degli algoritmi, lo spettacolo in questo Paese è già finito.
Viviamo una crisi epocale, che non finirà con le attuali misure di quarantena, e che per noi – a differenza di altri settori produttivi – rischia di essere fatale. Rischiamo, in parole povere, di non avere più pubblico, attori, tecnici. Rischiamo di disperdere definitivamente una testimonianza fondamentale della cultura di questo Paese. Rischiamo di realizzare un vero e proprio deserto culturale.

(Oberdan Forlenza, Presidente di Fondazione Teatro Due)