Alcuni attori ritrovano i bauli con i costumi dell’Arlecchino di Strehler. Li indossano. E si rinnova la magia del teatro

MILANO, giovedì 23 gennaio ► (di Paolo A. Paganini) Dopo una lunga tournée del famoso allestimento di Strehler, “Arlecchino servitore di due padroni”, negli USA, un cargo, che trasportava costumi e oggetti di scena dello spettacolo, salpato dalle coste americane per Genova, si trovò a dover affrontare, in mezzo all’Oceano Atlantico, una tremenda tempesta. Incagliatosi il 9 dicembre 2005 in un’isola delle Azzorre, un container finì in mare disperdendo il materiale scenico del Piccolo.
Questo il reale fatto di cronaca di quel naufragio.
Ma il destino, le vicende inaspettate, gli imprevedibili accadimenti, che la vita sa tirar fuori dal cilindro magico del caso o della fortuna, premiano talvolta le attese immaginifiche di chi sa aspettare. E il caso volle che le casse e i bauli del Piccolo finissero proprio su quelle spiagge, dove una compagnia amatoriale del luogo, il Teatro de Giz, stava dibattendo il progetto d’un nuovo spettacolo da mettere in scena. E, guarda un po’ la botta di fortuna, proprio gli attori di questa filodrammatica trovano il prezioso materiale di scena salvatosi dalla bufera. Ma trovano soprattutto l’idea di recitare l’Arlecchino strehleriano. Il materiale era lì, pronto per essere usato: i costumi e le maschere del Dottore, di Arlecchino, di Brighella, di Pantalone, di Beatrice, di Florindo, di Smeraldina. E poi, sparpagliati sulla spiaggia, c’erano fogli del copione, con annotazioni registiche e chiose d’Autore.
Insomma, era tutto pronto, o quasi, per cominciare a provare. E, quello che mancava, veniva, lì per lì, inventato sul momento. D’altra parte, nel 1947, il giovanissimo Strehler aveva fatto la stessa cosa, improvvisando, anche di fantasia, il suo “Arlecchino servitore di due padroni”. Per la cronaca, quella celebre prima del Dopoguerra vantava attori come Marcello Moretti, Elena Zareschi, Gianni Santuccio, Franco Parenti, Anna Maestri eccetera.
Oggi, a simulare gli attori dell’isola delle Azzorre, ci sono, al Teatro Studio, sette giovani interpreti (tutti diplomati, in tempi diversi, alla Scuola del Piccolo), Andrea Coppone, Gilberto Giuliani, Daniele Molino, Marco Risiglione, Walter Rizzuto, Elisabetta Scarano, Rosanna Sparapano, diretti da Stefano e Luca (già allievo e assistente di Strehler), che, con il titolo “L’isola di Arlecchino” (un’ora e venti senza intervallo), ha firmato anche la stesura drammaturgica, tratta dal vecchio Arlecchino.
Il programma di sala spiega: “Una fantasia teatrale, ambientata in un’immaginaria isola, situata al confine tra Mondo e Teatro. È una sorta di isola del tesoro, un emozionante luogo di gioco e di scoperte, in cui un gruppo di ragazzi, come in un romanzo di avventure e come ha raccontato la cronaca, ritrova costumi, maschere, oggetti scampati al naufragio. La loro mappa del tesoro è il copione, una specie di diario di bordo scritto da un certo G.S. (acronimo di Giorgio Strehler), che li conduce e li guida lungo la rotta di una navigazione teatrale tutta da ricostruire… Pensato per un pubblico di giovani, che si avvicinino al teatro magari anche per la prima volta, L’isola di Arlecchino evoca l’avventura, il divertimento e la scoperta della magia del palcoscenico. Il pubblico che invece già conosce l’Arlecchino di Strehler si divertirà a vederlo scomposto e ricomposto, citato e reinventato, in una nuova commistione tra il Settecento di Goldoni e la modernità…”
Tutto giusto, ma con un passaggio programmatico che, senza pregiudizio per l’intelligenza, il divertimento e la bravura degli interpreti, segna anche un limite dello spettacolo: forse troppo arduo e pretenzioso per i più giovani, dai 9 anni in su, e un po’ troppo sbrigativo per un pubblico adulto, che già conosca l’Arlecchino di Strehler.
Senza pretendere discutibili coinvolgimenti pedagogici, molti di noi magari ricordano un’infanzia di giochi, quando si scoprivano, nelle soffitte (quando esistevano ancora), bauli e casse polverose, con vecchi abiti demodés, di mamme, zie e maschi di casa. Ecco, travestirsi diventava un gioco irresistibile, inventando magie e avventure in quel mondo di topi e ragnatele, trasfigurati in antri e mostri dalle nostre infanti fantasie.
Beh, qui, sarebbe stato pretendere troppo. Al Teatro Studio, “L’isola di Arlecchino” non poteva trasformarsi in una incantata “Isola Che Non C’è”, o in un Paese delle Meraviglie, con Coniglietti e Cappellai Matti. S’è voluto fare, giustamente, un altro tipo di operazione drammaturgica. Ma, scoprendo, in noi, nel profondo, un’antica scintilla di nostalgia, abbiamo forse pensato che si è lasciato poco spazio alla fantasia. È mancato il piacere del gioco, abbiamo pensato, gli attori non ci giocano, con i loro magici costumi trovati nei bauli restituiti dal mare. Fanno gli attori, non i poeti. E la loro preoccupazione è soprattutto creare uno spettacolo, per gli spettatori, qui, ora, presenti. Al divertimento preferiscono i lazzi, e al gioco le gag.
E diciamo che va bene così.
Lo spettacolo scorre piacevolmente. Ma il pubblico della prima era tutto d’adulti.
Dài, diciamo che, per un momento, qualcuno avrà forse ritrovato l’antico fanciullino, mandando idealmente in soffitta, in qualche vecchio baule, problemi e angosce quotidiane. O no?
Tutti in scena, alla fine, attori, regista, costumisti eccetera. E calorosi e divertiti applausi per tutti.

“L’isola di Arlecchino”, drammaturgia e regia Stefano de Luca, scene e costumi Linda Riccardi. Con Andrea Coppone, Gilberto Giuliani, Daniele Molino, Marco Risiglione, Walter Rizzuto, Elisabetta Scarano, Rosanna Sparapano. Al Piccolo Teatro Studio Melato (via Rivoli, Milano) – Repliche fino a domenica 2 febbraio. Informazioni e prenotazioni 0242411889.
www.piccoloteatro.org

EXPO 2020, Dubai ► Anche il Piccolo Teatro, con “Matteo Ricci e Xu Guangqi”, per una settimana nel Padiglione Italia

MILANO, mercoledì 22 gennaio I rapporti tra le città e le istituzioni culturali della Repubblica Popolare Cinese e del nostro Paese, che in questo 2020 celebrano anche i cinquanta anni di relazioni, troveranno ampio spazio anche tra le iniziative che dal 20 ottobre e fino all’aprile del 2021 animeranno il Padiglione Italia ad Expo 2020 Dubai, per la quale è previsto un flusso di 25 milioni di visitatori.
Tra le iniziative previste nell’ambito del Padiglione Italia, sarà in programma anche la rappresentazione dello spettacolo “Matteo Ricci e Xu Guangqi”. Sarà uno dei maggiori risultati della proficua collaborazione tra il Piccolo Teatro di Milano e l’Accademia Teatrale di Shanghai, oltre che una storia simbolo della conoscenza e del rispetto tra i popoli e le culture.
Lo spettacolo sarà rappresentato per una settimana nel mese di novembre 2020.
La narrazione della straordinaria amicizia che legò i due uomini di scienza e di fede, “Matteo Ricci e Xu Guangqi”, si farà simbolo della forte connessione che si sviluppò fin dal XVI secolo tra la nostra cultura e quella cinese.
In occasione dell’evento saranno organizzati laboratori e workshop congiunti sul valore della coproduzione internazionale.
L’iniziativa è promossa in sintonia e con il Patrocinio ufficiale del Ministero della Cultura Cinese.
Sarà inoltre possibile vedere esposti per la prima volta al di fuori della Cina alcuni testi originali di Padre Ricci, tanto in latino che in cinese, assieme a una preziosa documentazione messa a disposizione dalla Shanghai Public Library.
Ritroviamo nel personaggio di Matteo Ricci – ha dichiarato il Commissario italiano per Expo 2020, Paolo Glisenti- il tema del viaggio che connota il racconto italiano all’esposizione universale e arricchisce il percorso culturale che si svolgerà nei sei mesi dell’evento nel nostro Padiglione. Altrettanto fondamentali saranno le iniziative formative che si concentreranno sullo scambio culturale con la Cina e con gli altri Paesi partecipanti i cui studenti saranno protagonisti nei nostri spazi educativi”.
La cultura, l’identità, si fondano sulle relazioni tra culture, lingue – dichiara Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa -. Lo conferma il nostro lungo legame con la Cina: sono quasi vent’anni dalla nostra ‘prima volta’ a Pechino, nel 2002, e quindici anni con l’Accademia Teatrale di Shanghai. Expo 2020 Dubai è una straordinaria occasione per presentare lo spettacolo Matteo Ricci e Xu Guangqi, nato dalla collaborazione tra Piccolo Teatro di Milano e Accademia Teatrale di Shanghai. Il significato più profondo dello spettacolo è il potere e il dovere del teatro di essere un ponte, per passare dalla differenza delle culture, che suscitano chiusure, a una cultura delle differenze, aperta al mondo”.

Tutti insieme disperatamente. Rancori vendette tradimenti. Quattro straordinari attori sullo sfondo della guerra cecena

MILANO, sabato 18 gennaio (di Emanuela Dini) Il caos, la disperazione, il rancore, l’alcoolismo, la depressione, i tradimenti, la guerra che tutto domina e tutto pervade. C’è tutto questo, e ancora di più nel dramma “In piedi nel caos”, in prima nazionale al teatro Elfo Puccini, da un testo di Véronique Olmi, autrice francese con origini slave. Uno spettacolo di grande disperazione ma anche di grande forza: fisica, verbale, visiva, emotiva, sonora. Con personaggi – interpretati da Cristina Crippa, Carolina Cametti, Marco Bonadei e Angelo di Genio, quattro attori storici del Teatro dell’Elfo – che il regista Elio De Capitani ha giustamente definito «terribili, intensi e magnifici».
La vicenda si snoda a Mosca, nel 1995 e sullo sfondo c’è la guerra cecena «che all’Europa non gliene frega niente, conflitti locali». Una guerra che ha rimandato a casa Yuri, con una gamba che sta andando in cancrena, depresso, alcolizzato e apatico, sordo all’amore e agli sforzi della moglie Katja che lo ama al punto di dirgli «Sarò la tua cagna, dimmi qual è il mio posto e io ti aspetterò»; una guerra che avvelena gli animi e uccide le relazioni, una guerra che, anche se vista in televisione fa urlare alla disperata Katja «Io sono circondata e invasa dalla guerra».
Tutta l’azione si svolge nella cucina della “kommunalka”, la casa in comune una volta di proprietà degli aristocratici genitori di Babuska. Adesso Babuska, oramai anziana, divide la casa con Yuri e Katja, più il padre di Yuri, vecchio infermo «che si piscia addosso» ma che con la sua pensione garantisce il minimo vitale, e Grisha, sfrontato affarista e delinquentello che traffica col mercato nero e prostitute e diserta una volta chiamato al fronte.
Una piccola comunità di disperati, legati da reciproci rancori e vendette, che affoga nelle miserie quotidiane della caccia agli scarafaggi o della svendita ai turisti tedeschi dei vecchi libri di famiglia. Ma che riesce a trovare sprazzi di umanità in una tazza di tè bevuta insieme, in un tradimento coniugale che regala l’arrivo di un neonato, nell’accettazione della vita che continua perché «vivere non ha alcun senso ma non è una buona ragione per crepare».
Le due ore e un quarto di spettacolo (in due tempi, con intervallo di 15 minuti) sono impegnative per un testo che – soprattutto nel primo tempo – non lascia barlumi di speranza, e per una messa in scena dominata da una fisicità straripante – urla, mobili buttati a terra, spintoni, cadute – che però riesce a fermarsi sempre un centesimo di millimetro prima della violenza. Fantastici i giochi di luci (di Nando Frigerio), lo spiraglio di una porta socchiusa, la mattina d’inverno che arriva dai vetri ghiacciati, la lampada della cucina che oscilla dal soffitto, persino le luci interne dei frigoriferi lasciati aperti e vuoti. Luci che diventano storie e dialogano con gli attori, assumono il ruolo di un vero e proprio elemento di racconto, scandendo momenti e vicende e guadagnandosi giustamente anche una sacrosanta battuta da protagonista «Brindiamo alla luce».
Di una bravura strepitosa tutti e quattro gli attori – finalmente senza microfoni! – e particolarmente emozionante Carolina Cametti (Katja) che alterna amore, disperazione, disincanto in una modalità così avvolgente che verrebbe voglia di salire sul palcoscenico per abbracciarla e consolarla e Angelo Di Genio che dà vita a uno Yuri senza speranza, cinico, sprezzante e depresso ma che riesce a salvarsi facendo outing delle proprie bugie e vigliaccherie.
Uno spettacolo per spettatori forti, sia per la durata sia per la disperazione del testo (ma per fortuna con più di un guizzo d’ironia) e, soprattutto, splendidamente interpretato. Giustamente applaudito. Da vedere.

“In piedi nel caos” di Véronique Olmi. Regia Elio De Capitani. Con Cristina Crippa (Babuska), Carolina Cametti (Katja), Angelo Di Genio (Yuri), Marco Bonadei (Grisha). Produzione Teatro del’Elfo. Al teatro Elfo-Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano. Repliche fino a domenica 2 febbraio. Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606

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Roméo et Juliette. La prima parte, sotto tono. Ma dopo l’intervallo riprende vita. Ed è un trionfo di scene entusiasmanti

MILANO, giovedì 16 gennaio (di Carla Maria Casanova)Roméo et Juliette” dall’originale tragedia shakespeariana Romeo and Juliet, dove il protagonista sembrerebbe piuttosto lui. Così nell’opera di Charles Gounod, tornata ieri sera alla Scala nella stessa edizione di 9 anni fa (nata a Salisburgo, riprodotta dal Metropolitan, regia di Bartlett Sher, qui ripresa da Dan Rigazzi).
Con questo titolo è entrato in carica al Piermarini il nuovo sovrintendente Dominique Meyer, che fa suo il progetto preparato da Pereira.
Per Roméo et Juliette, composta nel 1867, otto anni dopo Faust, è accaduto quello che avviene ineluttabilmente in questi casi: il successo strepitoso del Faust (diventata con Carmen l’opera più popolare del repertorio francese) non lasciò più spazio per le posteriori Filemone e Bauci, La regina di Saba, Mireille e, appunto, Roméo et Juliette, la quale tuttavia da qualche tempo è in via di netta risalita. Celeberrima resta la vicenda degli amanti di Verona, diventata prototipo universale della letteratura rosa, sia pur tinta di nero (in musica ispirò tra gli altri Bellini, Berlioz, Čajkovskji, Zandonai…).
Gounod, di forte preparazione religiosa (si occupò a fondo di studi teologici e pensò seriamente di farsi prete), organista e maestro del coro in una chiesa di Parigi, ebbe interesse primario per la musica liturgica ma sentiva profondamente anche il teatro e la musica drammatica. A differenza della maggior parte della musica francese, la sua si distingue per la gravità, dovuta anche alla influenza wagneriana. Eppure, una sua caratteristica peculiare è la grazia lirica, la leggerezza, l’ispirazione melodica. Come dimenticare i suoi celebri valzer ariosi (Faust, Roméo et Juliette)?
L’opera qui in causa, in 5 atti, viene data alla Scala in lingua originale, in due tempi (intervallo dopo la prima scena del III atto). Ieri, la prima parte dello spettacolo ci è parsa decisamente sotto tono. Scenicamente e musicalmente. Regìa poco articolata, scene plumbee, direzione lenta, protagonisti deludenti. Anche l’aria di coloratura di Giulietta (“Je veux vivre”), l’unica aria nota di tutta l’opera, è passata via senza suscitare eccessivi entusiasmi.
Dopo l’intervallo, è stato come se sullo spettacolo si fosse accesa la luce. Il sipario si apre sui tafferugli di piazza tra Capuleti e Montecchi con i fatali duelli che vedono uccisi Tebaldo e Mercuzio. Va detto che il tradizionale Trecento in cui è ambientata la tragedia è posposto al Settecento, con costumi ricchi e ricercati, trasposizione che peraltro non crea inconvenienti. La scena è vigorosamente animata, bello lo strappo del grande velo sulla folla, bello il gioco dell’immenso lenzuolo nel quale si avvolgerà Giulietta diventando il suo sudario. Efficace la scena finale della tomba. Anche il versante musicale ha preso ritmica vitalità.
La direzione vedeva l’esordio alla Scala di Lorenzo Viotti, giovane figlio di Marcello. Dopo un inizio un po’ titubante, il braccio è diventato autorevole, attento a evidenziare con raffinata eleganza anche gli episodi marginali (vedi le chansons di Stéphane e Mercutio).
Una vera e propria progressione drammatica ha sottolineato l’evoluzione sentimentale dei due protagonisti, da ragazzi spensierati ad amanti consapevoli. E gli interpreti. Se nel primo tempo erano parsi addirittura più valenti i comprimari (Frédéric Caton-Capulet, Ruzil Gatin-Tybald, Mattia Olivieri-Mercutio, Jean-Vincent Blot-Duca di Verona e, ottimi, Dan Paul Dinitrescu–frate Lorenzo, Marina Viotti-Stéphane, Sara Mingardo-Gertrude), adesso sono entrati di forza nel gioco i due protagonisti: Diana Damrau e Vittorio Grigolo. Lei, soprano tedesco già nota alla Scala (fu tra l’altro Violetta nella “famosa” Traviata di Tcherniakov, quella del taglio delle zucchine per intenderci) molto bella e agile, si è liberata della sua giocondità adolescenziale per diventare donna appassionata, con una vocalità sicura e luminosa. Emozionante l’aria del veleno.
Per Grigolo, che dieci anni fa era un bulletto smanioso di apparire, è arrivata la maturità e se ancora non riesce proprio a rinunciare a quelle braccia spalancate in attesa dell’applauso (era il gesto di Pavarotti, il quale lo rivolgeva al pubblico con una certa divertita complicità, come a dire: Sono stato bravo, siete contenti?… ed era Pavarotti!), se dunque Grigolo mantiene questo gesto plateale un po’ indisponente nella sua durata, anche piuttosto rischiosa, d’altro canto fa legittimo sfoggio di una agilità davvero sorprendente: si arrampica sul muro del palazzo per raggiungere l’amata Giulietta, spicca salti acrobatici e duella con il rivale Tebaldo con perfetta proprietà professionale. E nel duetto d’amore con Juliette, dopo le segrete nozze, ha avuto accenti e gesti di travolgente passionalità (non per niente passa per il sexy tenore per antonomasia).
Nutriti applausi della sala per il lieto fine. Cioè quello che io, con apparente irragionevolezza, insisto a considerare lieto fine: morire insieme giovani e innamorati. Vedi Aida o (questa volta con qualche reticenza) Norma o Andrea Chénier. Lieto fine nel senso di sorte, per amara che sia, di chi “al vento non vide cader che gli aquiloni”.

Teatro alla Scala- Charles Gounod – Roméo et Juliette. Repliche: 18, 21, 26, 30 gennaio; 2, 13, 16 febbraio.