Così la scuola può manipolare la mente d’uno studente. Gli trasferisce il sapere, ma gli toglie l’amore e l’entusiasmo

Fabrizio Falco e Danilo Nigrelli (foto Masiar Pasquali)

MILANO, venerdì 22 marzo ► (di Paolo A. Paganini) In un corso di pedagogia e psicologia, ormai disperso nel tempo e quasi dimenticato, un caro Maestro – lui, sì, sempre ricordato – amava dire, con ironica leggerezza: “Non esiste l’educatore perfetto”. Poi, citando Dewey, o Jürgen, o James, o i nostri Gabelli, o Montessori, o Pestalozzi e compagnia bella, aggiungeva: “Ma tutti questi si avvicinano alla perfezione in un comune amore per il sapere”.
Di amore, e di come esprimerlo e comunicarlo, se ne parlò fino agli anni Sessanta.
Poi, la rivoluzione culturale puntò su nuovi perfezionati concetti da idolatrare: il culto della personalità e, soprattutto, “l’Espressione, la Comunicazione, la Socializzazione”, come mitiche e indispensabili cinghie di trasmissione del sapere contemporaneo.
Di amore, nell’insegnamento, non si parlò più. Era cominciato il futuro.
Oggi, c’è il cinquantaquattrenne studioso spagnolo Juan Mayorga, laurea in matematica, dottorato in filosofia e, soprattutto, scrittore e drammaturgo. Alcuni anni d’insegnamento a Madrid gli hanno fornito alcune sicurezze. Ma non l’amore, né la verità. Né le certezze della verità.
Ne fa testo “Il ragazzo dell’ultimo banco”, in scena ora al Piccolo Teatro Studio, con la regia di Jacopo Gassmann (due ore senza intervallo), che vide la luce una prima volta nel 2009 a Genova, nella mess’in scena di sei attori della Scuola dello Stabile genovese. Poi fu un film di successo con la regia di François Ozon nel 2012.
È la storia d’un liceale diciassettenne, Claudio che siede sempre all’ultimo banco, in compagnia dei suoi sogni. Di poche parole, è bravo in matematica, ma, non senza talento, vuol diventare scrittore. Di famiglia disagiata, vive con il padre dopo essere stato abbandonato dalla madre. È amico di un compagno di classe, Rafa, che appartiene a una famiglia piccolo borghese, agiata e nell’apparenza perfetta.

Fabrizio Falco e Alfonso De Vreese.

Fin dall’inizio dell’anno scolastico, il professore di lettere, Germàn, è conquistato dall’eccezionale spirito di osservazione del ragazzo, il quale, in un primo tema assegnato alla classe, escogita lo stile del tema a puntate, mettendo la parola “Continua”, fin dal primo tema. Claudio, con il pretesto di aiutare il compagno nella matematica, in cui è scarso, viene accolto dalla benestante famiglia di Rafa. Ne viene sempre più attratto “dall’inconfondibile odore della classe media”. Ne fiuta, di stanza in stanza, le abitudini, i comportamenti, i caratteri, le storie, gli affari. Che poi, di tema in tema, di puntata in puntata, rivela negli elaborati che consegna al professore. Un feuilleton di cui tutti prendono interesse, con atteggiamenti diversi: il professore, che s’intriga a manipolare le doti descrittive del ragazzo per saperne sempre di più, con la scusa di voler fare di lui un vero scrittore, e per fargli “estrarre la bellezza del dolore umano”; una giovane insegnante di estetica del design; e lo stesso Claudio, che si spinge nelle scoperte e nelle rivelazioni sempre più in là, con algoritmica freddezza. Fino all’abisso finale.
Detta così, sembra una storia banale. È invece una pièce che ti prende alla gola, come un thriller psicologico. L’ironia diventa sarcasmo. L’insegnamento diventa manipolazione delle menti. Il sapere si tramuta in freddi schermi di autodifesa, la generosità in esibizione, come quando il professore dichiara: “La grande domanda è Dostoewski o Tolstoi?” E l’amore si trasforma in egoismo. O in crudeltà.
Quell’antico Maestro di Pedagogia soprattutto raccomandava: sostenete sempre l’entusiasmo dei vostri studenti, o ne farete dei perdenti.
Qui, son tutti perdenti. Il pur interessante Autore districandosi negli eccessi della propria dottrina, in un complesso e articolato trattato di estetica della scrittura, assegnando a Germàn, tra l’essere e il sembrare, tra Pirandello e Schnitzler, i caratteri trasandati d’un nevrotico superomismo (ma quant’è bravo Danilo Nigrelli). Il Regista, Jacopo Gassman, in un rituale gioco di distanze, dove diventa ancor più lacerante la solitudine di quest’anime senza amore, e se ne perde la pregnanza in un’ormai disperante abitudine registica di far parlare i protagonisti fra di loro confidenzialmente sottotono. Ma Fabrizio Falco, nel ruolo di Claudio, e Pierluigi Corallo, nella parte di Rafa Padre, sostengono il complesso argomentare di Mayorga in una chiara e rispettosa esposizione.
E, con le dovute riserve acustiche, bella e generosa la prova di tutti gli altri interpreti.
Le nostre riserve non intendono togliere nulla – chiariamolo – a uno spettacolo ambizioso e di grande dignità, che può davvero prestarsi a interessanti disamine e discussioni. Se ne parlerà.
Da non perdersi.
Entusiastici applausi per tutti alla fine.

“Il ragazzo dell’ultimo banco” di Juan Mayorga (traduzione Antonella Caron). Regia Jacopo Gassmann. Con (in ordine di apparizione): Danilo Nigrelli (Germán), Mariángeles Torres (Juana), Fabrizio Falco (Claudio), Alfonso De Vreese (Rafa), Pierluigi Corallo (Rafa Padre), Pia Lanciotti (Ester). Al Piccolo Teatro Studio Melato (Via Rivoli 6 – Milano). Repliche fino a giovedì 18 aprile.

Informazioni e prenotazioni 0242411889
www.piccoloteatro.org

Malattie mentali in musica. Cominciò nel 1809 Paer. Si gridò allo scandalo. Poi divennero il pezzo forte di molte opere

Federico Benetti (Il custode dei pazzi), Maria Rey Joly (Agnese) e Andrea Giovannini (Don Girolamo) – Foto Edoardo Piva

TORINO, mercoledì 13 marzo (di Carla Maria Casanova) Nel cosiddetto periodo “di transizione”, che sta tra Mozart e Rossini (e i primi romantici), sono quattro i nomi ai quali si fa riferimento: Cherubini, Spontini, Mayr, Paer, dove Paer figura quasi di secondo piano.
Eppure, Ferdinando Paer (Parma 1771 – Parigi 1839) è tutt’altro che figura secondaria. Vastissima la sua produzione : 43 opere teatrali e composizioni di tutti i generi, sacri e profani (messe, oratori, cantate, sinfonie, danze, opere didattiche per il canto e il violino…). Di grande influenza nella vita musicale parigina (dove se lo portò con sé Napoleone, dopo aver  ascoltato una sua opera a Dresda), Paer diede lezioni di canto a Giuditta Pasta, di composizione a Liszt e Gounod. Fu insignito della Légion d’honneur. La sua luce si affievolì quando entrò in competizione con Rossini, che gli successe alla direzione del Théâtre des Italiens. Eh già, ubi maior. La storia non è nuova. Ma senza Paer anche Rossini sarebbe stato diverso. Paer fu sepolto al Père Lachaise, come Rossini (la cui salma venne poi traslata in Italia). Chiuso il fervorino culturale.
Si passa ad Agnese, opera tuttora sconosciutissima. Composta per il conte parmense Fabio Scotti, esordì nel 1809 nel teatrino della villa dell’aristocratico al Ponte Dattaro (Parma), con una compagnia di dilettanti. Piacque. Ripresa nel 1824 per il Théâtre-Italien di Parigi, rimpannucciati orchestra e cast (vi figurano Giuditta Pasta e Marco Bordogni) fu accolta da consensi oceanici in tutta Europa (Scala compresa) e America. Passarono altri quindici anni e Agnese riscomparve. E questa volta per davvero. Era arrivato Rossini.
Che il Teatro Regio di Torino sia andato adesso a recuperare “Agnese” – prima mondiale in forma scenica in tempi moderni – può sembrare obsoleto. Invece no. Come esempio del gusto di un’epoca e come fatto storico, ha una singolare rilevanza.
L’argomento – Agnese fugge dalla famiglia per seguire un innamorato scellerato che poi la pianta. Il padre di Agnese impazzisce di dolore e anche lei, dopo l’abbandono, non sta troppo bene. Alla fine il fedifrago ritorna, il padre rinsavisce e sono tutti contenti.
Il punto sta nel tema dell’alienazione psichiatrica. Il manicomio, soggetto trattato secondo il pensiero post-illuministico di fine Settecento che inizia a studiare le malattie mentali con criteri scientifici e ne intravvede possibili guarigioni, era faccenda di ardita avanguardia (la legge Basaglia per l’abolizione dei manicomi è del 1979!). Basti pensare alle truci immagini di Hogarth, alla fine di Salieri o dell’infelice Camille Claudel sorella di Paul, per comprendere come l’argomento fosse tabù. E se in Agnese (dramma semiserio) il soggetto è trattato con leggerezza, e lieto fine, portarlo in scena suscitò sconvolgimenti. Stendhal ne fu addirittura scandalizzato. Poi, le scene di pazzia diventarono il pezzo forte di molte opere del melodramma romantico ma, riportata ai suoi tempi, “Agnese” costituisce un caso da considerare con rispetto.
Il fatto è che, dopo tre ore e 15 minuti di spettacolo (e staresti lì altre due ore senza accorgerti), musica di estrema gradevolezza ben eseguita, cantanti ineccepibili, messa inscena originale, ricercata ma non leziosa, dopo questa bella premessa, vai a casa e ti accorgi che non ti è rimasto addosso niente. Non un’aria, un motivetto. Forse la Ouverture, ricca di melodie. Ma anche quella, poi, chi se la ricorda? Allora uno dice: operazione fallita. No. Senza arrivare all’entusiasmo del prestigioso direttore Diego Fasolis, e del curatore dell’edizione critica Giuliano Castellani, che parlano di capolavoro, è stato un recupero valido. Un pomeriggio piacevolissimo (prova generale aperta al pubblico). Una rilassante gita in campagna, toh.
Urge qui segnalare i nomi dei fautori del tutto: il regista Leo Muscato (scene Federica Parolini, costumi Silvia Aymonino, luci Alessandro Verazzi) che ha ideato dei box semoventi, costituiti da scatole di latta di antichi medicinali, le quali, aperte, illustrano con garbo i vari ambienti. L’azione passa con agilità da una scatola all’altra. Notevoli, nella prestazione vocale e scenica, gli interpreti: Maria Rey-Joly, Markus Werba, Edgardo Rocha, Filippo Morace (efficacissimo buffo di carattere), Andrea Giovannini.
Dunque da vedere? Ma sì, da vedere.

Torino, Teatro Regio: “Agnese” di Ferdinando Paer- Repliche 14, 15, 17, 24 marzo.

Silvio Orlando, misantropo per necessità. Quando il mondo ti lascia solo. Analisi di un anziano e della sua solitudine

“Si nota all’imbrunire”, regia di Lucia Calamaro. Con Silvio Orlando, Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini (foto Maria Laura Antonelli)

MILANO, mercoledì 13 marzo (di Paolo A. Paganini) Lo spettacolo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, “Si nota all’imbrunire” (al Piccolo Teatro Grassi, due tempi, uno di un’ora, l’altro di 50 minuti), fitto di parole e di pensosi sentimenti sulla solitudine dei vecchi, sembra rivelare due predilezioni, per l’aforisma (con la sua ancella devota, la metafora) e per un moderato sentimentalismo, con qualche cedimento al pregiudizio o al moralismo, partendo dalla solitudine come patologia, e quindi utilizzando la pietas o la comprensione o la tolleranza per questa amara e sofferta piega dell’anima, intesa soprattutto come malattia senile, come piaga, come maledizione sociale, sostiene la Calamaro.
Qualche suo suo aforisma, citando a memoria. “Ma quale futuro? Il futuro di ieri è già oggi. È sconfortante”; “Un uomo solo è sempre in ottima (o cattiva, a seconda dei casi) compagnia”; “È così superiore che nessuno se ne accorge”; “Ogni volta che c’incontriamo è un incidente stradale”.
Qualche ripiegamento sentimentale o moralistico, partendo dalle note di regia: “La solitudine sociale sembra che uccida più dell’obesità… Essere isolati dalla società è un male oscuro… Un’epidemia di solitudine, ormai diffusa, non solo tra gli anziani, ma anche tra i giovani…”
E quindi, con lacrima finale: “Ci piace pensare che gli spettatori, grazie a un potenziale smottamento dell’animo dovuto a questo spettacolo, magari la sera stessa all’uscita, o l’indomani, chiameranno di nuovo quel padre, quella madre, quel fratello, lontano parente o amico oramai isolatosi e lo andranno a trovare, per farlo uscire di casa. O per fargli solamente un po’ di compagnia.”
Lodevole, ma irreale. Visti i tempi, i problemi, le consuetudini sociali, le abitudini morali della civiltà contemporanea, così accidiosa o indifferente.
Affidandoci ai sacri testi della retorica Otto/Novecento, che pur fanno parte della cultura degli anziani, bisognerà tener conto anche delle tante esagerazioni sul fronte opposto, cioè l’elogio della solitudine. “Chi fugge la solitudine fugge se stesso” (Tommaseo); “La pace e la libertà si compiacciono della semplice e solitaria natura” (Foscolo); “Voluttà pura, ozio erudito, madre di raccoglimento” (Pindemonte); “Non mi rinscrescerebbe neanche se nessuno si accorgesse che sono al mondo” (Ardigò); “Nessuno è più forte di colui che è solo” (Schiller).
E infine l’atroce condanna del pessimismo esistenziale: “Vivi pure come una talpa, intrattieni rapporti con radici di alberi e di pietre ed ossa scarnificate” (Wylie); “Al fondo della strada ognuno rimane solo”; “Quello di cui ho paura non è la morte, è la solitudine (Strindberg).
E la più tragica di tutte: “Stiamo tanto insieme, eppure tutti stiamo morendo di solitudine…” (Schweitzer), che è un po’ la morale della commedia.
E così via. Nel bene e nel male. Questo per dire che non c’è l’assoluto, non c’è né una poetica, né una filosofia, né una sociologia della solitudine.
Ma la strada imboccata da Lucia Calamaro è nobile e drammaturgicamente convincente. Qualunque sia il giudizio di ciascuno sul concetto di solitudine.
Qui c’è un uomo solo, non più giovane, che vive da tre anni in perfetta solitudine (abulia?), nella propria villa, in un deserto paese di campagna, ormai abituato a parlarsi addosso, tra piccole e inoffensive abitudini e una memoria ormai vacillante, ora in posizione catatonica sulla via d’un pensiero interrotto, ora risvegliandosi a una vivace ironia di fulminanti battute. È insomma, per usare un ossimoro, un piacevole misantropo di compagnia.
Ora, nella pièce, vive l’incontro di un fine settimana con i tre figli: due femmine (una, poetessa velleitaria e fallimentare, e l’altra, perbenista razionale e metodica) e un maschio (di fatue e imprecise vocazioni), e con il fratello (d’incontinenza logorroica). Si ritrovano tutti insieme per celebrare il decennale della scomparsa della moglie. E l’incontro diventa un baccanale di voci in sovrapposizione, come in certi spettacoli di vecchia e colorita napoletanità. Qui è in lingua. Ma fa lo stesso.
Il pretesto drammaturgico del decennale in morte della moglie subito si aggancia alla volontà di figli e fratello di distoglierlo dalla sua abulica volontà di coatta immobilità. Lui vuol solo starsene seduto, e amen.
Il finale della commedia, o meglio i finali, perché sono due, sono entrambi pertinenti, ma di diverso impatto. Il primo, bellissimo, quando cioè si risolve l’incontro tra l’uomo e i figli, imprevedibile, di grande effetto, di assoluta teatralità; e il secondo, monologo del vedovo al cimitero, che vorrebbe essere, sul finis, una prova d’attore. Ma Silvio Orlando, l’anziano genitore, non ne ha di bisogno, nella sua sorniona, altissima e commossa prova di uomo felicemente rassegnato (altro ossimoro), vinto ma non domo. E, del secondo finale, non ne ha di bisogno la stessa teatralità, che penalizza inutilmente il perfetto finale precedente.
Insieme con Silvio Orlando (che si fa apprezzare anche in estemporanee battute di consumata esperienza, specie in occasione dello scostumato squillo d’un cellulare), quattro personaggi, uno più convincente dell’altro, in una gara di chiassosa e generosa dedizione, in un gioioso fuoco d’artificio di battute, anche in eccesso, ma di studiata e profonda osservazione psicologica e di acuta conoscenza dei caratteri da parte della Calamaro. Vi si destreggiano, in bella prova interpretativa: Alice Redini, Maria Laura Rondanini, Riccardo Goretti, Roberto Nobile (che indicano anche i nomi dei rispettivi personaggi).
Cordiali applausi finali per tutti.

“Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato”), scritto e diretto da Lucia Calamaro. Con Silvio Orlando, Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini. Al Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2, Milano. Fino a domenica 31 marzo.

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Biennale di Venezia. 47mo Festival Internazionale del Teatro ♦ Terzo atto ♦ Quest’anno tocca alle Drammaturgie

VENEZIA, domenica 10 marzo Il 47mo Festival Internazionale del Teatro, diretto da Antonio Latella e organizzato dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta, si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto.
In cartellone: 14 artisti, ognuno con più titoli; 28 spettacoli con 23 novità, di cui 2 in prima europea e 6 in prima assoluta.
Dopo il focus sulle registe europeee e l’indagine sul rapporto attore/performer, il 47mo Festival Internazionale del Teatro affronta il suo terzo atto con Drammaturgie, “titolo volutamente lasciato al plurale“, spiega Antonio Latella, “perché crediamo che, nel ventunesimo secolo, siano tante e differenti le drammaturgie per la scena e, direi, per tutto ciò che concerne lo spettacolo dal vivo. In questo terzo atto cercheremo quindi di evidenziare diversi tipi di drammaturgia e dell’essere drammaturghi, dal ruolo drammaturgico rivestito dalla Direzione Artistica al regista autore o autrice che mette in scena i propri testi; dal gemellaggio tra registi e autori, che scrivono per loro e per gli attori di un ensemble, all’artista-performer che traccia percorsi scrivendo per la scena; dalla scrittura propria del teatro visivo a quella del teatro che ha una matrice musicale o che è a stretto contatto con il teatro-danza. Citando per ultima, ma forse prima per importanza, la drammaturgia destinata al teatro-ragazzi, nata per creare un nuovo pubblico, crescerlo e proteggerlo dall’ovvietà, proponendo grande teatro non rivolto soltanto a un pubblico giovane o molto giovane”.
Proprio dal teatro-ragazzi dell’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento, prende il via il 22 luglio il Festival, riallacciandosi a una tradizione della Biennale che in passato aveva dato ampio spazio a questo settore, oggi forte di un rinnovamento linguistico che lo rende partecipe degli sviluppi della ricerca teatrale.”War” e “The Story of the Story”, presentati alla Biennale, rappresentano lo stile visionario che questo regista e autore intreccia a una vena filosofica affrontando miti e temi di oggi.
Ma è anche nel segno di Heiner Müller che si apre il 47mo Festival Internazionale del Teatro. Con il più osannato, controverso e imprescindibile degli scrittori tedeschi si misurano infatti la scrittura registica, la biografia e la storia di due nomi di punta della scena europea e dei loro ensemble: dai Balcani Oliver Frljić, autore di una graffiante e provocatoria messinscena di “Mauser” di Müller, e dalla Germania Sebastian Nübling, che realizza “Die Hamletmachine”, sempre di Müller, progetto di Exile Ensemble.
Per la prima volta in Italia arrivano alla Biennale Teatro le australiane Susie Dee, regista, attrice, direttrice di teatro, e Patricia Cornelius, una delle voci più forti della drammaturgia di lingua inglese, che da trent’anni costituiscono un sodalizio artistico votato al teatro indipendente e militante. Coraggioso nei temi, tra degrado morale e critica sociale, tutti improntati all’oggi e spesso affidati programmaticamente a team di sole donne. Da questo retroterra nascono anche i due spettacoli presentati alla Biennale: “Shit” e “Love”, due testi di Patricia Cornelius nell’allestimento di Susie Dee.
Cerca invece il “timbro riconoscibile” di un classico del teatro, come “Il giardino dei ciliegi” di Cechov, Alessandro Serra, artigiano della scena che della scrittura cura ogni aspetto: costumi, luci, scene, musiche, e che, da più di vent’anni, persegue una sua idea di teatro-laboratorio con la compagnia Teatro persona. Atteso in questa prova dopo il successo internazionale di “Macbettu”.
Tra gli autori che mettono in scena i propri testi, il Festival ospita la cilena Manuela Infante, scrittrice di primo piano della scena sudamericana, ma anche direttrice del prestigioso Teatro de Chile, oltre che regista, i cui spettacoli sono stati presentati in tutta Europa e negli Stati Uniti e i testi tradotti in inglese e in italiano. Della Infante si vedranno due spettacoli, due esilaranti ma profonde riflessioni, suffragate dalle più moderne correnti di pensiero, per un teatro non antropocentrico: “Estado vegetal”, un one-woman-show che prende spunto dalle teorie rivoluzionarie sulla vita e l’intelligenza delle piante del filosofo Michael Marder e del neurologo Stefano Mancuso; e “Realismo”, ispirato alla corrente filosofica del realismo speculativo che “ricolloca” il mondo degli oggetti stravolgendo le abituali gerarchie.

“Mistery Magnet”, prima italiana, martedì 23 luglio, all’Arsenale (Teatro alle Tese)

Anche Paola Vannoni e Roberto Scappin, noti come Quotidianacom, lavorano sul linguaggio facendo del meccanismo dialogico, quello sinteticamente indicato come Q/A, una cifra stilistica, tra folgoranti battute e crudeli siparietti surreali, o incongrui al limite dell’assurdo. A Venezia presentano segmenti della loro biografia artistica con “L’anarchico non è fotogenico”, “Sembra ma non soffro” e la novità “Il racconto delle cose mai accadute”.
Già apprezzato ma meno conosciuto al grande pubblico, il regista e autore Pino Carbone alla Biennale Teatro propone “ProgettoDue”, che mette in rapporto due lavori distanti nel tempo, ispirati al mondo della fiaba e del mito. Si tratta di “BarbabluGiuditta”, scritto con Francesca De Nicolais, e di “PenelopeUlisse” con Carla Broegg: due testi che operano un rovesciamento dei punti di vista nella scrittura (sono le due autrici a dare voce a Barbablu e Ulisse, mentre il regista scrive le battute dei personaggi femminili) e che si strutturano drammaturgicamente sull’esempio del melodramma.
Infine, Pino Carbone presenta la novità assoluta “Assedio” da “Cyrano de Bergerac” di Rostand: riscrittura che trasporta l’eroe romantico ai nostri giorni, sullo sfondo dell’assedio di Sarajevo, quando la guerra irrompe nella vita con le sue devastazioni mutando per sempre i nostri destini.
Lucia Calamaro è riconosciuta autrice di un teatro fondato sulla lingua, un teatro di parola che nasce sulla scena e che richiede ai suoi attori di essere “atleti della parola” (Christian Raimo), affrontando temi universali attraverso storie personali. Alla Biennale Lucia Calamaro presenta il suo nuovo lavoro: “Nostalgia di Dio”.
Il Festival ospita anche nomi che sono punta avanzata fra gli artisti-performer: il tedesco residente ad Amsterdam Julian Hetzel, la belga Miet Warlop (foto sopra), l’ensemble di teatro musicale Club Gewalt da Rotterdam, infine Jens Hillje, premiato con il Leone d’oro alla carriera, che compendia in varia misura tutte le declinazioni del drammaturgo contemporaneo.

Tutte le informazioni sulle attività 2019 (Danza dal 21 al 30 giugno – Musica dal 27 settembre al 6 ottobre – Teatro dal 22 luglio al 5 agosto) sono disponibili sul sito della Biennale di Venezia:
www.labiennale.org