De profundis della sinistra, al Piccolo, con tenerezza e commozione. Ma fiacco e sottotono. Come la sinistra italiana

MILANO, venerdì 11 ottobre ► (di Paolo A. Paganini) Da un cumulo di vicende personali e di sofferte frustrazioni – familiari sessuali sociali – può nascere un libro autobiografico. Succede. Meno spesso succede, in realtà, che abbia uno straordinario successo. Come questo di Didier Eribon. È scritto con avvincente e sofferta onestà. E gli argomenti sono nervi scoperti che tanti hanno forse dolorosamente provato, trovando quindi liberatorio conforto e recuperato orgoglio nella lettura di “Ritorno a Reims”.
Cominciamo quindi con lui, con Eribon, ieri sera presente al Piccolo Teatro Studio, insieme con il regista Thomas Ostermeier, che ha curato l’allestimento scenico del suo libro, nell’interpretazione di una intimidita, o forse solo discreta e misurata, Sonia Bergamasco, insieme con Rosario Lisma (autore, regista e attore quarantaquattrenne di Mazara del Vallo e titolare d’innumeri riconoscimenti) e il rapper “afro-italiano” Tommy Kuti (trentenne di origini nigeriane ma cresciuto a Castiglione delle Stiviere). Gli stessi nomi, Sonia, Rosario e Tommy, sono adottati anche per i personaggi da loro interpretati, su una scena ambientata come sala di registrazione. Lei, Sonia, deve leggere e interpretare il copione, gli altri due sono in sala regia, a controllare e mixare suoni, luci e spezzoni su schermo cinematografico.
Didier Eribon, dunque, nato a Reims nel ’53. sociologo e filosofo, professore alla facoltà di filosofia all’università d’Amiens, nacque a Reims nel 1953. Questa città, situata nello Champagne a 140 Km da Parigi, simbolizza non solo la città natale di Didier Eribon, ma anche l’ambiente di origine in cui vive la sua famiglia e nel quale non è mai più tornato dopo il suo trasferimento a Parigi all’inizio degli anni ’70. Solo dopo la morte del padre, di cui non ha voluto assistere ai funerali, decide di ritornare, per far visita a sua madre.
Questi dati, e i seguenti, li abbiamo ricavati direttamente dal suo libro.
Il padre faceva l’operaio, la madre era una donna delle pulizie, il fratello apprendista-macellaio. E Didier si sentiva profondamente imbarazzato nel confessare queste origini, in una società, allora come adesso, classista ed esclusivista. E Reims rappresentava l’orizzonte dell’insulto e della vergogna riguardo alla sua omosessualità e alla sua famiglia di risicati guadagni. Allontanarsene, dunque, significò la prima tappa di un percorso di ricostruzione di sé, liberandosi sia dal marchio dell’omosessualità sia da quello stato sociale di infime origini, che sentiva come una condanna, come una umiliazione. “La decisione di lasciare la città dove sono nato e dove ho passato tutta la mia adolescenza per andare a vivere a Parigi, quando avevo 20 anni, significò (…) un cambiamento progressivo di ambiente sociale…”

Tommy Kuti, Sonia Bergamasco e Rosario Lisma in “Ritorno a Reims” di Didier Eribon. (Foto Masiar Pasquali)

Per sommi capi, lo spettacolo allestito al Piccolo (quasi due ore senza intervallo), si snoda su questi due cardini, l’omosessualità e, soprattutto, la socialità, con una forte e dolorosa constatazione della fine del partito comunista e della sinistra in Francia, fin dagli anni ’70. Ma con la fatale estensione a tutta l’Europa. Italia compresa. Passando dal fallimento della sinistra all’ascesa della destra, e sconvolgendo le tradizionali e storiche classificazioni di “classe”, di “appartenenza”, di “socialità”, di “rivoluzione”, e riversandosi, via via, in ben altri calici amari: “egoismo”, “individualismo”, smarrimento del “sociale”, perdita del senso delle istituzioni e dei valori. Fino ai giorni nostri, dove le “classi” sono scomparse del tutto. Lasciando il campo a nuove gerarchie: i ricchi e i poveri, i privilegiati e gli sfruttati. Senza più fede, senza più ideali, che non siano il guadagno, il profitto…
L’opera di Didier Oribon si erge a denuncia e condanna, lottando perché “i partiti della sinistra europea riscoprano le proprie ragioni storiche e la propria missione”.
E lo stesso allestimento di Ostermeier ne porta avanti i valori in un messaggio di alta teatralità.
Se solo funzionasse.
Per la prima parte, più di un’ora, lo spettacolo è solo una lettura, fiacca, poco udibile, quasi borbottata fra sé e sé. Quasi una prova a tavolino. Poi, dopo breve pausa, lo spettacolo sembra riprendere con più fiato. Senza tante storie, ma con chiarezza vessillifera, Tommy Kuti, come stanco di tanto tergiversare meta-politico, prende il microfono e infiamma la platea con due formidabili rapper, chiari, inequivocabili, concisi e arrabbiati. Ma, appunto, solo una fiammata. Unico applauso a scena aperta.
E tutto poi se ne va, smorzandosi tranquillamente, tra sofferte nostalgie, illusioni perdute e storici, dolorosi spezzoni di lotte operaie, cori, slogan, striscioni. E patetiche bandiere rosse.
Applausi generosi, alla fine, per tutti, autore e regista compresi.

“Ritorno a Reims”, dal libro di Didier Eribon. regia Thomas Ostermeier, drammaturgia Florian Borchmeyer, traduzione Roberto Menin. Scene Nina Wetzel. Con Sonia Bergamasco, Tommy Kuti, Rosario Lisma (foto di scena Masiar Pasquali). Piccolo Teatro Studio (Via Rivoli 6, Milano) Repliche fino a sabato 16 novembre.