Disegni, grafici, formule astruse. Così, calcoli alla mano, quelli del Bauhaus pensarono d’inventare un nuovo mondo

(di Andrea Bisicchia) Il Secolo XX, dopo il disastro bellico della Prima guerra mondiale, sente vibrare un senso di ottimismo e di fiducia nella scienza che, in certi casi, si tingerà di utopia. Dagli “Uccelli”, dove Aristofane immaginava una città ideale, “Nubicuculla”, costruita a metà strada tra gli dei e gli uomini, e dalla “Città del sole”, immaginata da Campanella, si arriva ad “Atlantropa”, il continente fantasticato da Herman Sörgel (1885-1952), a cui Osvaldo Guerrieri ha dedicato un volume pubblicato da Neri Pozza: “La diga sull’oceano. La folle avventura di Atlantropa”, dove si immagina, attraverso l’uso di dighe smisurate, di abbassare le acque del Mediterraneo per costruire un nuovo continente, euroafricano, da contrapporre a quello americano e a quello asiatico.
Pura fantasia?
Osvaldo Guerrieri cerca di dimostrare il contrario, perché quelli che vengono definiti gli ideali utopici di Sörgel, sono il frutto di calcoli matematici, accoppiati a formule di ingegneria idraulica, capaci di trasformare l’elaborazione teorica in una realizzazione pratica, tanto che Sörgel auspicava l’intervento del grande capitale e la partecipazione finanziaria degli Stati europei.
Egli pensava a questo progetto dal 1927, come architetto del Bauhaus, al tempo della Repubblica di Weimar (1919-1932), consapevole del nuovo rapporto che stava instaurandosi tra tecnica e società, tanto da imporne il culto, oltre che l’ideologia, tale da ispirare Brecht o Max Brand, autore di “Maschinist Hopkins” (1927), in cui teorizzava l’idea dell’uomo-macchina al servizio della produzione, argomento che troviamo anche in “Oplà, noi viviamo!” di Ernst Toller, sempre del 1927, dove l’autore tratta l’alleanza tra industria pesante e grande proprietà da mettere al servizio del cittadino.
Per Osvaldo Guerrieri, anche Sörgel, quando pensava al suo progetto, aveva in mente di far convivere le sue esperienze di architetto con le teorie spaziali e geopolitiche da mettere al servizio del lavoro. L’immagine della Germania che Guerrieri ci descrive è quella di una nazione umiliata, finita in bancarotta, con ancora l’odore del sangue che non si poteva ricostruire con idee visionarie, tipiche del movimento Bauhaus e di Gropius. Gli architetti del gruppo non nascondevano la loro capacità immaginativa, i loro “sogni pazzeschi”, tanto che continuavano a costruire planimetrie, accompagnate da disegni, da grafici, da formule matematiche, idrauliche e geofisiche che non facevano pensare a una “folle avventura”.
Guerrieri ci accompagna in questi luoghi del pensiero, dove si osava sfidare la natura, convinto che i visionari fossero capaci di concepire invenzioni utili per salvare il mondo. La sua tecnica narrativa è quella di utilizzare personaggi, magari poco noti, per costruire attorno a essi un racconto capace di rendere accessibile quello che, scientificamente, sembra difficile. Proprio per questo motivo, allarga la sua visione del racconto alternando storia politica, storia sociale, storia artistica e storia d’amore, visto che si sofferma su Irene, la donna amata e sposata da Sörgel il quale, insieme ad altri architetti del tempo, voleva sovvertire l’idea di Oswald Spengler, quella del “tramonto dell’occidente” per una nuova “Genesi” che, in fondo, non disprezzava certe idee platoniche.
Guerrieri accompagna il suo protagonista fino alla morte per un incidente dovuto a una macchina che lo travolse mentre andava in bicicletta, egli ritiene che il motivo fosse da cercare altrove, magari in chi voleva liberarsi di un personaggio scomodo che non aveva mai smesso di sognare.

Osvaldo Guerrieri. “La diga sull’oceano. La folle avventura di Atlantropa” – Neri Pozza Ed. 2019 – pp. 190, € 13,50.