Dopo due mediocri spettacoli sull’identità di genere, infine un coraggioso ed esplicito allestimento con “Stabat Mater”

VENEZIA, sabato 5 agosto ► di Paolo A. Paganini

PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE – Il titolo non vuol dire che l’eroe dell’Isola Che Non C’è fa il birichino guardando sotto le sottane delle femminucce. Nel senso voluto da Livia Ferracchiati, è lui/lei che guarda metaforicamente sotto le proprie gonne, credendo di essere maschio e scoprendo di sentirsi femmina. Peter Pan, simbolo di un’eterna fanciullezza, rappresenta qui il processo di conoscenza di sé, del proprio corpo, di una undicenne, che ama andare a giocare a pallone, che alle gonne preferisce i calzoni, e che comincia ad avere i primi turbamenti sessuali, ma visti e sofferti con cervello maschile, tra incomprensioni e contraddizioni altrui. E vivendo come una tragedia la scoperta delle mestruazioni e del rigonfiamento del petto. In 70 minuti, all’Arsenale, si assiste a un crescendo di strappi e lacerazioni d’una ragazzina che si sente metà e metà: corpo di femmina e cervello maschile. Lo spettacolo può lasciare indifferenti quanti dell’argomento non gliene frega niente, ma nella realtà è un problema grossissimo che dilania chi ne è condannato e coloro che gli sono vicini, e che non merita di essere mistificato con critiche malevoli o spicce e moralistiche condanne. Però, il soggetto drammaturgico, ideato e diretto dalla Ferracchiati, meritava di essere approfondito con più rigore, senza affastellanti divagazioni, come la fastidiosa intrusione d’una fata cretina – con vocazioni cabarettistiche – che dice boiate del tipo “La fate nascono dal sorriso dei bambini”. O come l’invenzione scenica d’un doppio al maschile, speculare di quello al femminile. Inutile. E intanto, si vuol sottolineare, con voci registrate, antipatiche e incombenti, come i genitori non capiscano niente, come avviene notoriamente per tutti i genitori. Troppo facile. Il problema meritava un ben più profondo sviluppo drammaturgico. E comunque non ci si spiega come uno spettacolo così modesto sia potuto arrivare a una Biennale di Teatro, che vorrebbe, e dovrebbe, avere qualche più consistente pretesa di impegno e di originalità. Gli interpreti: Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli.

STABAT MATER – Dopo Peter Pan, un ulteriore capitolo di Livia Ferracchiati sull’identità di genere. Il titolo è preso dall’inizio di una melodia gregoriana, “Stabat mater dolorosa…”, cioè: stava la madre addolorata in lacrime presso la Croce ad assistere alla Crocifissione e Passione di Gesù. Fu messa in musica da centinaia di compositori, da Scarlatti a Vivaldi, da Verdi a Donizetti. È dunque molto conosciuta, e non stupisce che sia stata scelta anche dalla Ferracchiati, per indicare la sofferenza di una madre, che assiste, come un martirio, al doloroso percorso di cambiamento di genere della figlia. Una via crucis di 95 minuti, che non si concludono con nessuna reale o metaforica crocifissione, ma anzi con una gloriosa realizzazione della fanciulla ormai ventisettenne, in vesti maschili e membro al silicone: un’erotomane, pazza d’amore per le donne. D’intelligenza superiore, con la determinazione delle proprie sicurezze, è addirittura ricercata, amata e concupita proprio dal genere femminile, tanto da ritrovarsi, alla fine, in un ménage à trois: lei/lui, la fidanzata bibliotecaria e la stessa psicologa. E vissero tutti felici e contenti. Eccetto la mater dolorosa, che non si arrende ad amare e seguire premurosa la propria creatura, con l’assiduità di tante telefonate quotidiane, per sapere come sta, se ha mangiato, cosa fa, dov’è. Le madri, si sa, non recidono facilmente il cordone ombelicale, anche con un figlio ventisettenne. Ed è per questo che, pur essendo delle rompiscatole, sono le più dolci ed amate creature dell’universo. Qui, la presenza femminile è rappresentata da una intensa Laura Marinoni, in video, su un grande schermo che non si spegne mai, né lei né lo schermo. Come dire, la presenza materna per l’eternità. Più in basso, con esplicite interpretazioni di sesso, di erotismo, di concupiscenze, di morbose libido, le tre attrici danno vita al loro strano (scandaloso?) rapporto, con una generosità perfino imbarazzante. Alice Raffaelli (nella parte di Andrea) è una forza. E che brave le compagne di scena (Stella Piccioni, la Fidanzata, e Chiara Leoncini, la Psicologa). Un’operazione drammaturgica cruda e intrigante, che ha, da una parte, l’andamento d’un mystery psicologico, dall’altra un’impostazione del problema, senza indulgenze o compiacimenti o moralismi. Dopo le due precedenti e deludenti prove (“Lodi” e “Peter Pan”), la giovane regista Ferracchiati dimostra dunque di saperci fare con questa “Mater”, coraggiosa e spregiudicata, e giustamente premiata alla fine da cordiali consensi. Ma non è il caso di raccomandare lo spettacolo soltanto a un pubblico adulto?